L'opera del Cavour e l'opinione publica.
Il 26 aprile dell'anno dopo, verso le ore cinque e mezzo del pomeriggio,
due signori uscivano dal gabinetto, molto modesto, del conte di Cavour.
Ad uno di quei signori il conte aveva consegnato una lettera e
l'accomiatava con queste convenzionali parole: «Io spero, signor barone,
che noi avremo la fortuna di rivederci in circostanze migliori».
Era infatti, il signor barone di Kellersperg, e l'altro signore era il
conte Ceschi di Santa Croce, a cui il Cavour, allo scadere preciso dei
tre giorni fissati, consegnava la risposta all'ultimato del conte
Buol.[173] L'esercito nemico tardò tre giorni a passare il Ticino, ma fu
merito della provvidenza, non del Cavour: egli anzi si aspettava di
vedere l'Austria invadere il Piemonte la mattina seguente. Tale
possibilità non gli impedì di dire agli amici presenti queste parole:
«~Alea jacta est~. Noi abbiamo fatto della storia... e adesso andiamo a
pranzo.» Era infatti l'ora del desinare; ed è lecito supporre che, da
quel 20 luglio '58, il conte di Cavour non abbia desinato mai con tanta
soddisfazione come quella sera. Spesso anzi, in quei nove mesi, perdette
il sonno e la voglia; e la somma di energia che egli trasse dalla sua
anima fu tale che noi ci meraviglieremmo se non ci soccorressero le
parole di don Abbondio che è «un gran dire che tanto i santi come i
birbanti abbiano ad avere l'argento vivo addosso»; e se non pensassimo
che una meravigliosa gioia deve accompagnare chi sente la forza di
scrivere la storia, non movendo penna o colorando carta, ma movendo
uomini ed agitando anime.
[173] Conte Buol Schauenstein (1797-1865) ministro austriaco
degli Esteri e presidente del Consiglio dal 1852. Temperamento
orgoglioso, scontroso, si oppose nel '52 al riconoscimento del
Secondo Impero. Alludendo a lui, l'Hübner saviamente scriveva
(I, pag. 109): «L'alterigia è nella società una sciocca
consigliera e in politica una pericolosa consigliera». Se la
forza della sua alterigia, abilmente stimolata e calcolata dal
Cavour, fosse stata minore, non è assurdo pensare che le cose
avrebbero preso altra piega.
La condizione delle cose portarono il Cavour a creare e mantenere in
Italia uno stato di rivoluzione prudente, docile ai suoi ordini e
rinnegabile in caso di necessità. V'è Garibaldi a Torino che deve
apparire e scomparire. V'è Garibaldi che entra in Varese con assisa di
generale sardo e il commissario regio ai fianchi. Ma egli la uniforme se
l'è sbottonata; ha il frustino in mano, il fazzoletto al collo e intorno
cantano: «dàghela avanti un passo». Era molto caldo in quel maggio, però
in quel maggio Garibaldi rappresenta anche un bel simbolo!
Questo modo di procedere del Cavour può giustificare tanto l'ironica
frase dell'Azeglio «giuochi di bussolotti», quanto l'accusa di
opportunismo del Mazzini, il quale procede anche più oltre; dice che
questa rivoluzione addomesticata dal Cavour, all'ordine di scoppio fece
cecca. È atroce, benchè scusabile l'atrocità in chi vedeva dal ministro
della monarchia sfruttato il proprio terreno; ma è anche una bella
petizione di causa: dopo la predica del Cavour; quindi a cagione della
predica del Cavour;[174] ed è evidente d'altronde che se si voleva
mangiare, bisognava accontentarsi di ciò che dava il convento.
[174] Vedi MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 314. «Si è tanto
predicato: aspettate; non movete.... indugi, disciplina,
prudenza, che le città addottrinate ad attendere tutto dagli
altri, nulla dai propri sforzi, hanno apparentemente perduto
ogni vigore di iniziativa».
Noi oggi non vediamo più che occhi avevano, sgranati e sospettosi, i
signori diplomatici, i re, i principi consorti, le regine, e tanti aurei
aristocratici personaggi dietro quei re e quei diplomatici, i quali da
ogni parte d'Europa oramai s'erano accorti che da quel bel cimitero
d'Italia vaporavano gas infiammabili, visibili oramai ad occhio nudo in
quel sereno. Guai al temerario che avesse acceso un fiammifero! E si
trattava di mantenere acceso ben altro che un fiammifero, ma tutt'un
incendio, e specie in Lombardia, dove proprio in quel tempo le cose non
andavano bene. Non andavano bene, perchè se l'arciduca Massimiliano
avesse seguitato ancora un poco sul serio, chissà come la sarebbero
andata a finire. «È urgente — aveva detto il Cavour al conte Giulini —
che facciate mettere ancora Milano in istato d'assedio».
Noi agevolmente incolpiamo il Cavour di snervare e attrarre nell'orbita
della monarchia la rivoluzione mazziniana; ma dimentichiamo che si
trattava anche di calmare in Italia i sospetti di tante brave persone,
le quali amavano, certo, la patria; abborrivano, certamente, dal dominio
straniero; ma amavano soprattutto il quieto vivere e soffrivano di
un'avversione inguaribile per il colore rosso, fosse stato pur quello
innocente di una camicia purpurea! Quelli poi che, come l'Hübner,
trovavano che in Napoleone III ce n'era anche troppo di nazionalismo e
di rivoluzione, non entrano nel conto e non hanno nome. Però egli è
caricato della colpa anche di costoro.
Ma oltre a questo si trattava per il Cavour di non perdere più, una
volta avvenuto, il contatto con Napoleone III; non abbandonarlo più,
come il mastino che ha afferrato il toro; e a dolci tratti fin che è
possibile, con la violenza, se è del caso, trascinarlo alla lotta; e poi
cominciata la lotta, fare sì che i colpi andassero come egli voleva e
non altrimenti.[175]
[175] «Cavour lasciando Plombières poteva felicitarsi dei risultati
ottenuti; ma egli conosceva troppo bene Napoleone per lusingarsi di
avere guadagnata la partita. Prevedeva le incertezze, le oscillazioni,
ecc., contro cui [avrebbe] dovuto lottare prima di arrivare in porto.»
Nota di A. HÜBNER alla lettera del Cavour (II, pag. 224). È singolare;
ma in Italia a distanza di mezzo secolo vive ancora conservata
benissimo, l'opinione del Mazzini (spiegabile, del resto, allora), cioè
che Napoleone III voleva la guerra d'Italia unicamente perchè «la guerra
era per lui necessità di vita».[176] Questa opinione vuole essere oggi
modificata e l'esposizione semplice dei fatti che si succedettero in
quei mesi che corrono dal luglio del '58 al maggio del '59, debbono pur
avere alcun valore persuasivo.
[176] MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 268.
Il signor Pierre de Lano,[177] scrittore di molte cose intorno al
Secondo Impero, ma non imperialista nè apologista di quel periodo
storico della sua patria, dice così con bella enfasi francese: «Due
uomini, tragici, in un senso differente, passano attraverso l'avventura
del Secondo Impero e spiano l'Imperatore Napoleone III, al modo dei
traditori dei melodrammi. Questi due uomini sono i signori di Bismarck e
Cavour (per compiere il quadro scenico l'autore vi aggiunge anche due
donne fatali, l'imperatrice Eugenia e l'imperatrice Carlotta del
Messico). Davanti all'Europa attenta e sottomessa, questi due uomini,
Bismarck e Cavour, si levano e osano concepire questo sogno: abbattere
l'Imperatore. Davanti all'Europa, curva sotto la magnificenza del nome
di Napoleone, di questo nome dalle cui sillabe rombano le collere e le
glorie del secolo in sul suo sorgere, questi due uomini formano questo
disegno, che sarebbe parso inaudito se l'avessero confidato ai popoli:
schiacciare l'Imperatore. Il signor di Bismarck, che volle avere
Napoleone III nel suo giuoco, con il recondito fine di sbarazzarsene
quando ne avesse sfruttato l'aiuto che desiderava, stava davanti a lui,
come un interprete di enigmi davanti alla sfinge, non ben sapendo quale
vantaggio, nell'impreveduto degli avvenimenti, ne avrebbe ottenuto. Gli
avvenimenti, mettendo Napoleone III alla mercè di Bismarck, fecero di
più per lo sconvolgimento dell'Europa che il tipico genio del ministro
prussiano. Ben diversamente il signor di Cavour. Il conte di Cavour
sapeva a meraviglia e matematicamente ciò che intendeva chiedere allo
spirito sognante e umanitario dell'Imperatore, e ciò che intendeva far
sorgere dalla sua politica. Più insinuante, meno brutale del signor di
Bismarck, che con i suoi modi da orco, con i suoi grugniti atterriva,
comprese l'animo di Napoleone III, ne lusingò le aspirazioni. All'unità
d'Italia successe l'unità della Germania. Nell'ordine politico
dell'Europa il signor di Bismarck è come il corollario del signor di
Cavour: l'uno e l'altro prendono del sangue francese per cementare la
gloria della loro patria; e l'uno e l'altro si dividono le spoglie
dell'Imperatore, il signor di Cavour s'impadronisce del suo cuore, il
signor di Bismarck lo colpisce al capo».
[177] PIERRE DE LANO, _Le secret d'un empire, L'Empereur_, pag.
129. Di questo passo, vedi più diffusa spiegazione per ciò che
riguarda l'opera del ministro prussiano, nel capitolo ultimo di
questo libro. Cfr. PIERRE DE LA GORGE, _Histoire du Second
Empire_, Vol. IV e V.
Il signor De Lano, come francese, non ha obbligo di conoscere l'alta
gentilezza italica del Cavour; ma a noi è lecito riformare alquanto
simile giudizio, e ricordiamo che il Cavour morì prima della guerra del
Messico, di Sadowa e di Sedan.
*
I moti italiani del '21, del '31, del '48, sono ripercussioni di
sconvolgimenti europei. Ma nel 1859 si trattava di muovere le cose da
uno stato di inerzia, di agitare la fiaccola di Marte fra persone che
domandavano pace: in questo, popoli e sovrani si potevano dire concordi.
Inoltre da poco tempo s'era chiuso il Congresso che seguì alla guerra di
Crimea.
In quel congresso di rappresentanti di Re, Imperatori, Regine, un
piccolo ministro di un più piccolo Stato aveva abilmente parlato su cose
che potevano anche essere giuste; ma certo erano intruse e pericolose ad
agitare.[178] Alcuni di quei diplomatici avevano approvato; ma al
~nutus~ nessuna folgore era seguita. Ora l'Inghilterra, che in quel
congresso aveva assentito con maggiore simpatia alle parole del conte di
Cavour, fu proprio quella che oppose i più pertinaci impedimenti alla
guerra.
[178] MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 84. «Voi spronato costretto
dal loro sacrificio (dei republicani italiani) a balbettare
qualche timido incerto lagno sulle condizioni d'Italia, avete
rimpicciolito il grido potente che viene dai loro sepolcri, a
sommessa e codarda preghiera».
Già dal 9 decembre 1858 la regina Vittoria, gravemente impensierita dei
disegni dell'Imperatore riguardo all'Italia, scriveva al ministro degli
esteri, conte di Malmesbury: «Tutto ciò che si può fare per distogliere
il pensiero dell'Imperatore da un simile disegno, dovrebbe essere fatto.
Egli non vuole riflettere a ciò che fa e non vede se non quel che
desidera». Alla sua volta sir Hudson, ministro britannico in Torino,
s'affaticava in consigli di somma prudenza: «I ministri inglesi hanno
per l'Italia il più vivo interesse, ma pel momento l'Inghilterra è
occupata nella questione d'Oriente e non può occuparsi dell'Italia, sia
perchè non si possono condurre di pari passo due affari così gravi, sia
perchè l'Inghilterra si trova costretta ad aver riguardi per l'Austria
che essa considera come la spada destinata a tenere in iscacco la
Russia».[179] (L'Inghilterra, è noto, facendo economia di spade, si è
servita spesso di quelle degli altri). La Russia invece, per una ragione
altrettanto valida, quanto contraria a quella dell'Inghilterra, ci
prometteva la sua benevola neutralità e faceva «i suoi voti più ardenti»
per il successo della causa italiana, ma al patto che non si facessero
mutamenti dinastici. Le cose andavano abbastanza bene, quanto alla
Russia, senonchè sir Hudson proseguiva avvertendo che l'opinione publica
tanto a Londra come a Parigi, reclamava il mantenimento della pace.
[179] Lettera del Cavour al marchese Emanuele D'Azeglio.
(CHIALA, III, XVI, XVII.) Come poi, dopo la pace di Villafranca,
la politica inglese si mutasse favorevole all'Italia, vedi nel
capitolo _Villafranca_.
È doloroso dirlo: anche in Francia una guerra per questa Italia dolente
non godeva il beneficio di un'eccessiva popolarità. La «plebe dei
~salons~» (questa espressione di forte lievito democratico è del conte
di Cavour) era molto avversa all'Imperatore, anzi possiamo dire che per
tutto il tempo del Secondo Impero l'ostilità dei ~salons~ non disarmò:
ostilità alquanto platonica e di olimpico disdegno quella
dell'aristocrazia dai gigli d'oro; aggressiva, invece, e battagliera
l'aristocrazia orleanista: tutti però papisti, cioè nemici d'Italia.
Scrive il Cavour alla Ristori: «È di moda ora in Francia essere papisti
e l'esserlo tanto più, quanto meno si crede ai principî che il papato
rappresenta».[180]
[180] CHIALA, IV, pag. 219.
In su la fine del marzo del '59, al Cavour che domandava ad E. Rendu
perchè tanta opposizione alla guerra d'Italia, questi rispondeva: «Essi
temono, semplicemente, che voi miriate a Roma». Non era necessario
infatti soverchio acume per capire che la rivoluzione italiana tendeva
lì, anche se il Cavour assicurava in quel giorno: «che Dio mi guardi dal
suscitare un simile vespaio».[181]
[181] _Ib._, III, XCIX.
Anche quella gente che giudica le cose del mondo con questo deplorevole
ma lucido criterio, — che le cose sono da farsi se ne risulta un
afflusso di denaro; non da farsi se ne risulta un riflusso, — non era
propensa alla guerra; e questa cosa era grave, giacchè fino a quando non
cambierà il nostro ordinamento economico, non solo una guerra di re, ma
nè anche uno sciopero di nemici del capitale sarà possibile senza il
capitale. Ora Napoleone III aveva promesso al Cavour il suo aiuto per
contrarre un prestito in Francia, ma il denaro, che suole ubbidire ad un
suo speciale padrone, non accorse al richiamo.
Nè più fortunato riuscì il tentativo del banchiere Lafitte in
Inghilterra, se è vero che il Principe Consorte riferisce con notevole
compiacimento avergli quel banchiere confidato che il Cavour era
~bankrupt and desperate~.[182] La firma d'Italia, anche con la garanzia
regia, non valeva 1000 sterline? O ingratitudine anche delle nazioni!
L'Inghilterra non ricordava più che un tempo i banchieri fiorentini
ammettevano generosamente allo sconto la firma di quei re per somme
alquanto maggiori....
[182] TH. MARTIN, _Life of the Prince Consort_, pag. 357. Buon
esito ebbe, invece, il prestito interno; e il Cavour se ne
compiace col suo solito, forte lepore con Emanuele D'Azeglio,
ambasciatore del Re in Londra (7 marzo 1859): «Il nostro
prestito (interno) ebbe il più bel successo dopo il rifiuto di
tutti i grandi banchieri d'Europa ad occuparsi di tale cosa. È
uno spettacolo commovente vedere la premura dei piccoli nostri
capitalisti nel venire a portare le loro piccole economie al
governo. Questo fatto accoppiato all'emigrazione crescente della
gioventù lombarda che accorre sotto le nostre bandiere, deve
provare, mi sembra, che il sentimento nazionale non è
un'invenzione di quella testa pelata del conte di Cavour».
La Borsa di Francia non era favorevole alla guerra, decisamente; e
riducendo il linguaggio del delicato istrumento in numeri, il banchiere
Pereire non ebbe difficoltà a dichiarare all'Imperatore che, se le sue
parole all'Hübner (vedremo fra poco), costavano alla Francia un
miliardo; quelle di Vittorio Emanuele all'apertura della Camera, non
sarebbero costate di meno.
I republicani, certamente, se erano nemici dell'Imperatore, più e meglio
dei legittimisti e degli orleanisti, amavano viceversa l'Italia e
difendevano la causa della sua libertà. Diciamo il vero: questi erano
gli amanti del cuore, e noi dobbiamo credere che se l'avessero potuto,
l'avrebbero sposata quest'Italia, senza altra dote o corredo che il più
aristocratico blasone del mondo; ma ne furono sempre impediti.[183] E fu
allora, del '59, che l'Italia dichiarò ad alta voce che Napoleone era il
solo amico che avesse. Cosa non esatta e che offese gli altri amanti: ma
tutte le ragazze povere che trovano infine un marito, si esprimono in
questo modo, almeno nel primo calore della riconoscenza.
[183] Il 1.º aprile del '59 il Mazzini, dopo aver detto che
«l'opinione della Francia, tranne l'esercito, è avversa alla
guerra», dopo avere ricordato le relazioni dei prefetti e dei
capi di gendarmeria contrarie alla guerra, il silenzio di Parigi
all'arrivo dei novelli sposi, il principe Napoleone e Clotilde,
figlia di Vittorio Emanuele ecc., scrive: «la Francia
repubblicana è risolutamente avversa ad una guerra che,
trionfante, deve estendere l'imperialismo al di fuori;
sfortunata, spargerebbe nuova vergogna sulle armi francesi e
rinnovellerebbe forse le invasioni del 1814 e 1815». Vol. X,
pag. 269.
Favorevole era la stampa democratica, già illuminata su le cose nostre
da quel grande, e pur meno onorato di memoria di quello che
meriterebbero l'alto valore e l'alto senno, Daniele Manin.[184]
[184] Daniele Manin, sacrificando alle necessità l'idealità
republicana, ebbe il concetto «dell'alleanza della monarchia e
della rivoluzione» (espressione di Garibaldi, vedi il
_Risorgimento italiano_, N. 1, art. 1.º); da cui il motto:
_Italia e Vittorio Emanuele_, da cui la _Società Nazionale
Italiana_, abilmente adoperata dal Cavour.
Anche gli intellettuali, che avevano letto la «Graziella» del Lamartine,
amavano l'Italia; e la trovavano molto estetica così, in quello stato di
bellissima Cenerentola; e si sdegnavano di vederla percossa a verghe o
coperta di sozzi baci.
Bastone tedesco l'Italia non doma! e in verità qualche giovane Aroldo
avrebbe impugnato la spada, anche, per questa Niobe delle nazioni,
piangente tra le colonne e le erme torri degli avi. Io dico di voi,
generosi cavalieri di Polonia e di Ungheria, che vi crociaste della
assisa rossa garibaldina!
Napoleone, pur essendo il ~maître~ della Francia, volle, più tardi,
consultare con mezzi di polizia l'opinione publica; ma se da questa
specie d'inchiesta risultò simpatia per l'Italia, nessuna voce di
simpatia per la guerra venne da nessuno dei dipartimenti francesi.
Sarebbe stato come l'aiuto platonico di lord Malmesbury.