III.

Il colloquio di Plombières.

Fu il dottor Conneau[142] che «viaggiando per diporto», capitò un bel dì

in Torino e fece sapere al conte di Cavour che, se si fosse trovato «per

combinazione» a Plombières, dove era l'Imperatore, non si sarebbe

pentito del viaggio.

[142] Enrico Conneau, medico, nato a Milano (1803-1877), amico

sino alla devozione di Luigi Napoleone, con cui partecipò la

prigionia, volontaria, ad Ham. Fautore della causa d'Italia. Coi

nomignoli di Garibaldi, Bertani, era chiamato alle Tuileries.

Vedi lettera riportata a pag. 106.

Questo piccolo paesello dei Vosgi, ove sono sorgenti di acque

salutifere, è rimasto celebre nella storia della salute d'Italia e

ricorda una fra le più famose ~cospirazioni~ di Napoleone.

In una lettera ~éternelle~ [143] (sì, veramente eterna!) scritta su di

un tavolino d'albergo in Baden, il 24 luglio, notevole per ordine e

lucidezza benchè egli, pel difetto del tempo, si scusi del disordine

delle idee e delle incoerenze dello stile, il Cavour dà contezza al suo

Re dei colloqui avuti con l'Imperatore e prega il Re di volerla

conservare per potere, al suo ritorno in Torino, estrarne quelle note

che sarebbero state del caso. La pratica dell'antico giornalista nel

fissare un colloquio non è andata perduta; ma al di là della fedele

esposizione delle parole sta la visione delle cose future e mirabili.

[143] CHIALA, III. Apparve prima nella _Perseveranza_ di Milano,

24 agosto 1883. Il Cavour non comunicò tale colloquio che al La

Marmora, all'Arese ed all'ambasciatore sardo a Parigi.

L'Imperatore cominciò dicendo che «egli era risoluto a sostenere la

Sardegna con tutte le sue forze in una guerra contro l'Austria, a patto

che la guerra avvenisse per una causa non rivoluzionaria e potesse

trovare giustificazione dinanzi alla diplomazia e più ancora dinanzi

all'opinione publica di Francia e d'Europa».

Questa causa «non rivoluzionaria» non era, in verità, facile a trovare,

appunto perchè la guerra aveva una causa rivoluzionaria. Si pensò ai

trattati di commercio male osservati dall'Austria verso il Piemonte; ma

era argomento troppo debole. Allora il Cavour mise fuori, come pretesto,

l'occupazione austriaca delle Romagne e le fortificazioni intorno a

Piacenza. Questa proposta non piacque all'Imperatore. Al congresso di

Parigi[144] queste buone ragioni non erano valse a produrre un

intervento della Francia e dell'Inghilterra in favore dell'Italia: non

potevano perciò allora giustificare un appello alle armi. «D'altronde —

aggiunse l'Imperatore — finchè le nostre truppe sono a Roma, io non

posso esigere che l'Austria ritiri le sue da Ancona e da Bologna».[145]

[144] Il Congresso di Parigi nel 1856, susseguito alla guerra di

Crimea. Vedi BONFADINI, _Vita di Francesco Arese_, pag. 269.

[145] Il figlio dell'Hübner a questo punto così commenta (II,

pag. 223): «In fondo egli si cura poco del Papa. Non ha egli

detto all'ambasciatore inglese: è una cattiva politica tenere la

guarnigione a Roma: ma se io la ritirassi, l'Austria si

incaricherebbe lei dell'affare!»

Lo scottante argomento fu abbandonato, e i due personaggi si misero in

cerca, in quel sereno giorno d'estate, di una nube apportatrice di

tempesta, e dopo aver viaggiato per tutta la penisola senza fortuna,

giunsero, quasi non avvedendosene, a Massa e Carrara, e qui scoprirono

ciò che cercavano con tanta premura. Massa e Carrara appartenevano al

duca Francesco V D'Este, imparentato con la Casa d'Austria. Francesco

V[146] manteneva le tradizioni paterne, e benchè il suo trono fosse

assai piccolo, «un guscio da castagna», grande tuttavia era il suo

orgoglio, chè non aveva ancora voluto riconoscere Luigi Napoleone come

Imperatore di Francia. Questo diniego faceva buon giuoco all'Imperatore.

Dunque si provocherebbe una supplica di quelle popolazioni a Vittorio

Emanuele, domandandogli protezione e reclamando l'annessione alla

Sardegna: Vittorio Emanuele non avrebbe accettato tale dedizione; ma

assumendo la difesa dei popoli oppressi, avrebbe rivolta al duca una

nota altera e minacciosa. Il duca, forte dell'aiuto dell'Austria,

avrebbe risposto in modo impertinente. Dopo di che, il Re avrebbe

occupato Massa, e la guerra sarebbe cominciata.

[146] Nato il 1819, morto il 1875.

Certo in quell'ora il serenissimo duca di Modena dovea pensare a

tutt'altro che all'onore che quei due personaggi gli facevano di essere

causa involontaria della guerra per la libertà della patria.

Determinato questo punto si venne a maggiore questione: il fine della

guerra. Qui l'Imperatore ammise «senza difficoltà che bisognava cacciare

affatto gli Austriaci dall'Italia, e non lasciar loro un palmo di

terreno al di qua delle Alpi e dell'Isonzo».

Quanto all'assetto da darsi alla penisola, la Lombardia, il Veneto, le

Romagne e le Legazioni, alle quali era data facoltà d'insorgere,

avrebbero formato il Regno dell'Alta Italia, sotto lo scettro di

Vittorio Emanuele: Roma col territorio circostante sarebbe rimasta al

Papa; e il resto degli Stati pontifici, congiunti alla Toscana, avrebbe

formato il Regno dell'Italia centrale. Non si toccherebbe Leopoldo II di

Lorena, nè Ferdinando II re di Napoli,[147] «ma nella supposizione molto

probabile — scrive il Cavour — che lo zio[148] ed il cugino di V. M.

pigliassero il savio consiglio di rifugiarsi in Austria, la scelta dei

sovrani da mettersi in loro vece è stata sospesa, tuttavia l'Imperatore

non nascose che avrebbe visto con piacere Murat risalire sul trono di

suo padre».

[147] Ferdinando II di Borbone sposò in prime nozze Maria

Cristina di Savoia, da cui ebbe il principe ereditario, il re

dal breve regno, Francesco II.

[148] Maria Teresa di Lorena fu moglie di Carlo Alberto.

Leopoldo II, come prevedeva il Cavour, in su la fine dell'aprile del

'59, prendeva infatti questo «savio partito» di andarsene di queto, e

Firenze potè vantarsi di avere offerto agli amatori della pace il

modello di una rivoluzione senza sangue e senza tumulti, senza che fosse

stato nemmeno necessario chiudere le botteghe dei cambiatori: «una,

delle più civili rivoluzioni dei tempi moderni»; e così certo avverrà in

avvenire, tutte le volte che una delle parti contendenti farà come fece

Leopoldo II.[149] Ma così, per esempio, non avrebbe fatto l'altro, cioè

Ferdinando II.

[149] Il granduca Leopoldo col figlio lasciò Firenze per timore

di un pronunciamento militare. Alle 4 pomeridiane del 27 aprile,

scrive lo Stiavelli nell'interessante suo libro _Antonio

Guadagnoli e la Toscana dei suoi tempi_, uscirono dal giardino

di palazzo Boboli le berline del Granduca «e le teste si

scoprirono ad un ultimo saluto senz'ombra di ironia o di

canzonatura». Rifugiatosi presso l'Imperatore d'Austria, ebbe

dalla battaglia di Solferino tronca la speranza di un pronto

ritorno, come fu del 1849.

Questi è il Re Bomba, il Re Lazzarone, che pur aveva nelle vene il più

puro sangue borbonico e aveva così fiero orgoglio[150] da non volere

tutela, nè pur dall'Austria. In quel luglio Ferdinando II non prevedeva

certo che quei due personaggi si occupassero dei fatti suoi: se ne era

occupato anche troppo Gladstone denunciando il suo Regno, «negazione di

Dio»: ma egli non istava bene nè anche di salute: era incanutito

precocemente, diventava pingue, non poteva più montare a cavallo. Non

però dubitava della sicurezza del suo regno, così ben difeso se non dal

suo esercito (lo seppe il figlio suo del '60), ma dai confini.

[150] Di questo singolare tiranno, troppo noto e troppo mal

noto, vedi R. DE CESARE, _La fine di un regno_.

«Tra la scomunica e l'acqua salata» era il suo regno. Da dove sarebbero

venuti i nemici? Dal cielo? Vennero dal cielo e dal mare! Ma quei

~fratielli~, muti in terribil disdegno fra i micidiali delle orride

carceri; ma lo spettro di Agesilao Milano (guardava con superstizioso

terrore la piccola mal chiusa ferita;[151]) ma lo spettro recente di

Carlo Pisacane gli toglievano i sonni. E poi c'era l'abborrito

Piemonte[152] e quell'avventuriero del Bonaparte! E dire che era stato

lui, re di corona, il primo a riconoscerlo per Napoleone III dopo il 2

decembre! Non istava bene e pensava alla sua successione, ad una sposa

pel suo ~Lasa~ (Lasagna)! Oh, che nome plebeo! ma glielo aveva messo

lui, il babbo, questo nomignolo, così per giuoco, quando era piccino, o

perchè mencio come una lasagna o perchè quel cibo rusticano molto gli

piacesse. Si spegneva, dunque quel Re, nella sua reggia di Caserta,

silenziosa; rotto il silenzio dal cavalcare disperato della fantastica

nuora,[153] venuta d'oltre mare: rotto dalle notizie delle prime

vittorie d'Italia, quando ecco giunse al letto del morente più terribile

annunzio: «Papà, hanno cacciato zi' Popò!» «Quale zi' Popò?» «Zi' Popò

di Toscana!» Si drizzò, chiamò Carafa: questi, balbettando, mostra il

dispaccio. «Coglione, è andato, e non è degno di ritornarvi!»[154]

[151] Il sospetto che quella ferita fosse stata cagione

dell'atroce malattia che lo trasse precocemente alla tomba, non

lo abbandonò mai. Avvelenata credeva la punta della baionetta di

Agesilao Milano. Vedi R. DE CESARE, _La fine di un regno_.

[152] Appena avvenuto l'attentato di Agesilao Milano, disse

all'incaricato d'affari di Sardegna: «Scrivete al nostro

carissimo cugino che non è stato nulla e che sto bene».

[153] Maria Sofia di Baviera, sorella di Elisabetta Imperatrice

d'Austria, andò sposa a Francesco, duca di Calabria, poi re di

Napoli. Di queste infelici nozze, vedi R. DE CESARE, _Roma e lo

Stato del Papa_.

[154] Documento notevole sono queste ultime parole di Ferdinando

Borbone: «Il Signore in questo momento mi dà la grazia di essere

tranquillo e di non soffrire alcun dispiacere di distaccarmi

dalle persone e dalle cose più amate. Lascio il Regno, le

grandezze, onori, ricchezze, e non risento dispiacere alcuno. Ho

cercato di compiere, per quanto ho potuto, i doveri di cristiano

e di sovrano. Mi è stata offerta la corona d'Italia (allude ai

Bandiera?), ma non ho voluto accettarla; se io l'avessi

accettata, ora soffrirei il rimorso di avere lesi i diritti dei

sovrani e specialmente poi, i diritti del Sommo Pontefice.

Signore, vi ringrazio di avermi illuminato». (R. DE CESARE, _La

fine di un regno_, I, pag. 437.)

Ben più atroce rampogna di codardia avrebbe dovuto l'ombra di Re

Ferdinando rivolgere al figlio, un anno di poi![155] Ad ogni modo fu tra

le venture d'Italia che quel tiranno ingrassò e non sia potuto montare a

cavallo!

[155] Francesco II salpò da Napoli per Gaeta la sera antecedente

all'arrivo di Garibaldi.

*

«Avvenendo dunque la fuga o l'abdicazione di Leopoldo II, io — prosegue

il Cavour — ho indicato la duchessa di Parma come quella che potrebbe

occupare, almeno ~provvisoriamente~,[156] il palazzo Pitti. Questa idea

piacque molto all'Imperatore, che sembra annettere grande importanza nel

non essere accusato di persecuzione contro la duchessa di Parma, nella

sua qualità di principessa di Borbone».[157] Questi quattro Stati

italiani formerebbero una federazione a simiglianza della federazione

germanica e se ne darebbe la presidenza al Papa, «per consolarlo della

perdita, della miglior parte dei suoi Stati».

[156] Questo _provvisoriamente_: le nozze quasi imposte

dell'amato cugino, Principe Napoleone con la figlia di Vittorio

Emanuele (la seconda parte della lettera è tutta una faticosa

perorazione affinchè il Re conceda la figlia giovanissima a

questo epicureo, oramai quarantenne, tipo napoleonico singolare,

schernitore acuto di uomini e cose, e ne fu schernito col brutto

nomignolo di _Plon-plon_), e l'andata di lui in Toscana nel '59;

e la tendenza di Napoleone III a ricopiare il Primo Impero; e la

sua illusione di potere sempre cogliere due piccioni ad una

fava, fanno pensare che fosse ne' suoi disegni futuri un regno

napoleonico in Toscana. Ma l'incertezza è, in verità, il

carattere più spiccato di questa federazione.

[157] Luisa, principessa di Borbone-Artois (1819-1864), vedova

di Carlo III, trucidato per giusta pena delle sue follie

libertine, reggente pel figlio Roberto. Essa, con proclama del 9

giugno 1859, abbandonava Parma, riservando tutti i diritti del

figlio che affidava «alla giustizia delle grandi potenze ed alla

protezione di Dio». È noto come a Napoleone III stesse a cuore

di non creare nuova materia di avversione, che già tanta ve

n'era, nell'aristocrazia legittimista borbonica contro di lui.

«Questo assetto di cose — aggiunge il Cavour al Re — mi pare che si

possa accettare pienamente, giacchè la Maestà Vostra, essendo sovrano

della metà più ricca e più forte d'Italia, sarebbe sovrano di fatto di

tutta la penisola.»

Ma a noi, potremmo dire noi oggi, questo zibaldone d'Italia non pare

niente accettabile. Non ci meravigliamo per Napoleone III, che mette

innanzi una restaurazione murattiana in Napoli,[158] e ne fa pensare ad

un'altra bonapartista in Toscana; ma ci meravigliamo pel nostro Re, a

cui si parla non di «unità nazionale, ma di un ingrandimento

territoriale nel nord d'Italia ai regi dominii».[159] È, dunque, la

vecchia istoria della famosa foglia del carciofo? Più ci meraviglia pel

Cavour, il quale a queste restaurazioni non oppone uno sdegnoso rifiuto

e accetta questa, per lo meno ingenua, proposta di una presidenza

onoraria del Papa, che il primo a rigettare sarà il Papa stesso.

[158] Dato il concetto federale da cui moveva Napoleone III e

che era nei suoi convincimenti, come vedremo dall'esame

dell'opuscolo _Napoleone III e l'Italia_, e poi a Villafranca,

la sostituzione della casa di Giovachino Murat a quella

borbonica, non deve far meraviglia. Anche l'Ulloa ed altri

napoletani propendevano, del resto, per tale mutamento, ed

all'Imperatore doveva parere inoltre giusta vendetta del

fucilato Murat.

[159] MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 86.

Qui si risponde che per ciò che riguarda l'idea unitaria essa è troppo

sottile questione, per qui ragionarne; e che se a Cavour fu fatta

publica accusa;[160] di lui rimangono queste parole in difesa: «Perisca

il mio nome, perisca la mia fama, purchè l'Italia sia».[161] Nè egli

poteva in quel luglio togliere al suo interlocutore le dolci speranze di

restaurare l'Italia come al tempo di Napoleone; nè disilluderlo della

sua ingenua fede in Pio IX. Si trattava di ben altro in quell'anno,

senza di che era prematuro, almeno, parlare di unità o di federazione.

Perchè se il maresciallo conte Radetzky era morto da pochi mesi, c'era

tuttavia il conte Franz Giulay, il quale, se nelle arti della guerra

valeva meno del suo predecessore, in quelle della pace gli stava alla

pari; e troppo vicina alla speranza, ma troppo lontana dal vero era

l'opinione che l'esercito austriaco, «accozzaglia di razze diverse»,

«educato col bastone», comandato da generali aulici «senza genio ed

ardire», non potesse resistere; «e l'Austria fosse condannata a

cadere».[162] «Gli Italiani d'oggi — scrive il signor Labriola, autorità

non sospetta — sembrano perfettamente ignorare che senza la Francia; noi

non saremmo mai venuti a capo dell'Austria, che non era nè il Papa nè il

Borbone»;[163] e la recente publicazione della corrispondenza tra il

Casati ed il Castagnetto giunge a tempo per conoscere quale affidamento

si potesse fare sulle organizzazioni guerresche delle nostre masse

popolari.[164]

[160] _Ib._, _Scritti_, X, pag. 87.

Il Carducci, che fu avverso quanto altri mai a Napoleone III, e

non eccessivamente tenero del conte di Cavour, scrisse:

«Napoleone III non pensò certo a un regno d'Italia di cui

coronarsi egli come Carlo Magno e il primo Napoleone: troppo

erano diversi i tempi, se anche a lui benigni e opportuni: ma

certo aveva vagheggiato un regno murattiano a Napoli e un

bonapartiano in Etruria; e con molto rimpianto dovè scuoter via

il bel sogno d'una confederazione italiana sotto la presidenza

del pontefice. Camillo di Cavour non aveva ancora abbracciato

tutta l'idea dell'unità come fece indi a poco; ma che che ne

paresse ai democratici ed anche ad Alberto Mario, il conte non

si voleva tra i piedi regni murattiani o bonaparteschi».

(_Alberto Mario, scrittore e giornalista._)

[161] I. ARTOM, _Il conte di Cavour in Parlamento_, pag. XLVI.

[162] MAZZINI, _Scritti_, X, pagg. 309, 310.

[163] ARTURO LABRIOLA, _La Comune_, pag. 23.

[164] _Carteggio Casati-Castagnetto_, publicato a cura di

Vittorio Ferrari.

Così ordinate le sorti future d'Italia, l'Imperatore «mi domandò che

cosa otterrebbe la Francia, e se V. M. cederebbe la Savoia e la contea

di Nizza. Io risposi che V. M., perchè professava il principio della

nazionalità, comprendeva che la Savoia dovesse, per tali fatti, essere

riunita alla Francia e che per conseguenza Ella era disposta a farne

sacrificio, per quanto gli dolesse a rinunciare ad una terra che era

stata la culla della sua famiglia, e ad un popolo che aveva dato ai suoi

avi tante prove d'affetto e di devozione». «Quanto a Nizza — proseguì il

conte — la questione era differente, giacchè i Nizzardi tenendo per

origine, per linguaggio, per usi, più del Piemonte che della Francia la

loro annessione alla Francia sarebbe stata contraria a quel principio di

nazionalità pel cui trionfo si stava per impugnare le armi».[165]

[165] «A questo punto (la richiesta di Nizza), nota

sarcasticamente il figlio dell'Hübner (II, pag. 222), è lecito

supporre che il ministro sardo abbia fatto una lieve smorfia.

Teme il grido di dolore che eleveranno i suoi amici alla Camera,

se egli abbandona al _forastiere_ una provincia italiana. Egli

esita, balbetta, batte un po' la campagna, ma non promette

niente».

A queste parole, con cui il Cavour ritorceva contro Napoleone il suo

fisso principio della nazionalità dei popoli, l'Imperatore si accarezzò

a più riprese i baffi e si restrinse ad aggiungere che codeste erano per

lui questioni del tutto secondarie, di cui ci sarebbe tempo di occuparsi

più tardi.

O, ma non furono mica «questioni secondarie» quando del 1860 ci mandò

qui il signor conte Benedetti a dirci che voleva assolutamente non

soltanto la Savoia, ma anche Nizza, «quand'anche avesse avuto contro

tutta l'Europa». Ciò è vero, però è anche vero che nel marzo del '60,

quando capitò a Torino il signor Benedetti, e nel maggio dell'anno

stesso quando il conto di Cavour con la spada della logica[166] e del

sofisma[167] anche, se pare, costrinse il Parlamento ad approvare il

trattato, la fisonomia d'Italia era alquanto diversa, anzi tale quale

Napoleone in quel luglio del '58 non si pensava di certo.

[166] Vedi CHIALA, IV, CCXVI (discorso del Cavour): «Se alle

ostilità dei partiti (di Francia contro Napoleone) si

aggiungesse, non dirò l'ostilità delle masse, ma anche soltanto

la indifferenza di esse, l'Imperatore dei Francesi quantunque

conservasse tutta la sua simpatia per noi, non potrebbe più

tradurla in atto, perchè anche il suo potere ha certi limiti.

Ora, signori, a mantenere le masse francesi favorevoli

all'Italia, era necessaria la cessione della Savoia e di Nizza.

A torto od a ragione, io non lo voglio discutere, le masse

francesi credevano e credono che le provincie ora accennate

appartengano legittimamente alla Francia». Cfr. anche

D'HAUSSONVILLE, _M. de Cavour et la Crise italienne_ (_Revue des

Deux Monds_, 15 settembre '62).

[167] «Come Nizzardo voi avete ragione di serbarmi rancore per

la mia perorazione in favore del trattato che io avevo firmato;

ma oggi io posso dirvi di aver parlato contro la mia convinzione

e per necessità.» Così il Cavour al generale A. Poerio che si

doleva avere il Cavour detto che la contea di Nizza era da

riguardarsi piuttosto come francese che come italiana. CHIALA,

IV, pag. CCXXII in nota.

Per ciò che riguarda Nizza e Savoia, per ora basterà notare come, circa

sei mesi dopo, cioè nel gennaio del '59, quando il generale Niel firmava

per l'Imperatore in Torino il trattato segreto dell'alleanza, le sorti

della contea di Nizza poterono essere tenute in sospeso sino alla

composizione della pace.

Sarà bene, inoltre, ricordare che queste provincie occidentali erano

oggetto della più viva aspirazione da parte della Francia sino dal 1815;

e che nel 1848 la Francia republicana sperò di annetterle, o

intervenendo con l'armi in nostro favore o accordandosi segretamente con

l'Austria. Ma intorno a questo argomento non mancherà occasione di

riparlare.

Rimaneva a determinare un punto, il più importante, senza il quale tutti

gli altri cadevano, cioè come «raggiungere questo scopo», come fare che

l'Austria non possedesse più un pollice di territorio al di qua delle

Alpi e dell'Isonzo. Su questo punto sarebbe stato inutile consultare il

pensiero dell'Austria; una sola soluzione, la guerra. L'Austria alle

nostre proclamazioni rispondeva col non ascoltare nemmeno, e troppo

spesso, con le carceri e col capestro, il quale era, diventato una

specie di istituzione, «una malattia di più!»[168] Si poteva, è vero,

attendere un qualche miracolo: ad esempio, un più felice Quarantotto. Ma

sereno era l'orizzonte dell'Europa in quell'estate. Si poteva attendere

che l'idea di una umanità in sociale lega congiunta, maturasse nel

mondo; o fors'anche — poichè questa maturazione appare piuttosto remota

— che pur da noi si sostituisse alla minor questione delle nazionalità,

la maggior questione degli interessi di classe; una specie di

spostamento di termini, che avrebbe prodotto — il modo non è ben chiaro

anche oggidì — la fusione di quella piccola questione in quell'altra

maggiore e divampante in vasto crogiolo. Vero è che qualcuno oltre

l'Alpe e l'Isonzo ne soffre tuttora di questa fusione (se essa è!); e

d'altra parte è vero che all'Austria questa forma di guerra non sarebbe

spiaciuta: essa anzi ci veniva molto praticamente incontro dicendo: «O

buoni popoli, o lavoratori dei campi, chi vuole la guerra contro la

materna Austria? Ma i signori, i vostri padroni!»

[168] Felice espressione, riferita da G. Visconti-Venosta

(_Ricordi di Gioventù_, pag. 521) al fratello Emilio.

O Ciceruacchio, o Carlo Zima, o Antonio Sciesa, voi, certo, non credeste

a tali parole!

Dunque la guerra: mezzo disonorevole per l'umanità; e fa dispiacere

vedere quei due famosi personaggi che, nella pace di una stanza, in un

sereno giorno d'estate, tranquillamente, ragionano del modo di muovere

trecento mila vite umane contro altrettante vite umane.

È vero; ed infatti da molto tempo si va sempre più parlando di uno

specifico sicuro contro la guerra, ed è la pace; se non che sembra

succedere di questo rimedio, ciò che capita di certe cure senza dolore,

molto vantate per alcune inguaribili infermità: nell'atto pratico non

hanno per risultato che il prolungamento dell'agonia, o il medico con

molta sorpresa dell'infermo consiglia, senz'altro, l'intervento

chirurgico.

Qui l'Imperatore parlò a lungo e disse cose che non erano conformi alle

speranze di molti Italiani: «L'Austria, non bisogna dissimularcelo,

dispone di enormi mezzi militari. Le guerre dell'Impero ben l'hanno

provato. Napoleone ebbe un bel batterla per quindici anni in Italia e in

Germania, ebbe bel distruggerle eserciti, mutilarla di provincie,

sottoporla al giogo di imposizioni immani. La trovò sempre in campo

disposta a riprender la lotta! Ben conviene riconoscere che sul finire

delle guerre dell'Impero, quando si venne alla terribile battaglia di

Lipsia, furono ancora i battaglioni austriaci che più hanno contribuito

a disfare le armate di Francia. Dunque per forzar l'Austria a rinunciare

all'Italia, anche supponendo ridotta la questione tra l'Austria e noi,

due o tre battaglie vinte sulle vallate del Po e del Tagliamento non

sarebbero bastevoli, bisognerà necessariamente penetrare entro i confini

dell'Impero e con la spada puntata contro il cuore (cioè a Vienna),

costringerla a firmare la pace. Cento mila uomini bloccherebbero le

fortezze del Quadrilatero; chiuderebbero la valle dell'Adige. Per la

Carinzia e la Stiria, duecento mila uomini marcerebbero su Vienna».

A questo punto noi diciamo: «Villafranca!» L'uomo del 2 decembre

s'arrestò a mezzo! Lo disse il Cavour e con quali parole bene vedremo; i

padri nostri lo dissero; le rupi dello Stelvio le sanno le imprecazioni

del Bixio, e la contessa di Castiglione fissò il giudizio con la crudele

improntitudine della donna: «Il mio imperatore ha avuto paura, ed io

l'ho abbandonato!»[169]

[169] Vedi FEDERICO LOLIÉE, _Les femmes du Second Empire_, pag.

19. Virginia Oldoini, maritata al conte Francesco

Verasis-Castiglione, primo scudiero di Vittorio Emanuele.

Bellezza statuaria e famosa e non comune intelletto. Ammiratrice

e devota al Cavour, amata da Napoleone III; una fra le più

celebrate donne della corte del Secondo Impero, che di troppe e

troppo celebrate bellezze sentì il malo effetto. Vedi GRISCELLI,

_Memorie_.

Ma è dovere di giustizia storica ricordare quanto si legge, cioè che il

vecchio Metternich, come seppe degli impegni assunti da Napoleone III

con Cavour a Plombières, dicesse: «L'Imperatore ha ancora di belle carte

in mano; ma l'Impero rivoluzionario perirà sullo scoglio d'Italia».[170]

[170] G. ROTHAN, _L'affaire du Luxembourg_, Calman Levy, 1884.

Vedi anche LEBEY, _op. cit._, pag. 43.

Interessante pure è la chiosa che il conte Alessandro von Hübner, figlio

dell'ambasciatore, a cura del quale furono publicate le «Memorie», fa

alla lettera del Cavour: «le idee dell'Imperatore Napoleone rispondono

piuttosto alle aspirazioni, alle velleità del giovanetto di Forlì e del

prigioniero di Ham che a quelle che, per lo meno, si sarebbero potute

supporre nell'Imperatore dei Francesi, nell'uomo giunto all'apogeo del

potere, a cui non restava che consolidare l'eminente posizione

occupata». E dopo avere notato lo «strano miscuglio di duplicità e di

candore» in Napoleone, «costantemente sbattuto da idee opposte», e la

superiorità che su lui ha il Cavour «guidato da un'unica idea,

costantemente seguita con tutti i mezzi e fra tutti gli ostacoli»,

amaramente conclude: «Il progetto del Cavour fu compiuto al di là delle

sue più ambiziose speranze. L'Imperatore ha fatto l'Italia unita, prima

col sangue e i tesori di Francia, poi con la sua astensione, ~masterly

inactivity~, nel 1866. Per coronar l'opera non gli restava che unificare

la Germania. Questo còmpito lo adempì a Sedan».[171]

[171] HÜBNER, II, pag. 225. Vedi il capo ultimo di questo libro.

Di questa opinione sono molti scrittori francesi, nei cui libri, di

fronte alla guerra d'Italia, è posta Sedan; e mi piace che in questa

opinione convenga uno scrittore di temperamento rivoluzionario, il

citato Arturo Labriola, il quale parlando di Napoleone III, dice: «Noi

Italiani gli siamo debitori di molto; ma lo storico imparziale è

costretto a riconoscere che le gelosie europee suscitate dalle vittorie

italiane di Napoleone e la perduta amicizia dell'Austria, furono la

causa vera del disastro di Sedan. I risultati della politica di

Napoleone sono la vera condanna delle sue pretese qualità».[172]

[172] A. LABRIOLA, _La Comune_, pag. 24. Vedi in fine al volume

in nota il giudizio di questo scrittore su Napoleone III.

Il 1859 da Plombières a Villafranca · 第 11 / 27 题