Napoleone III.
— Che cosa vieni a far qui, bambino? e perchè piangi?
— Perchè la governante mi ha detto — rispose il bimbo quando i singulti
gli permisero di proferire parola — che tu parti per la guerra. Oh, non
partire, non partire!
— E perchè vuoi che non parta? — disse l'Imperatore, attirandolo a sè e
lambendogli i capelli — non è la prima volta che io vado alla guerra.
Non piangere, dunque; tornerò presto.
— Oh, zio mio, — riprese il fanciullo, rinnovando il pianto, — quei
cattivi alleati ti vogliono ammazzare. Lasciami, zio, lasciami venire
con te.
L'Imperatore, commosso, si strinse al cuore il bambino, lo baciò, poi
chiamò:
— Ortensia, conducete via mio nipote, e rimproverate severamente la
governante che con parole sciocche esalta la sensibilità di questo
piccino.[64]
[64] STÉFANE-POL, _La jeunesse de Napoléon III. Correspondance
inédite de son précepteur Philippe Le Bas_, pagg. 6 e 7.
E non tornò più.
L'Imperatore era Napoleone Bonaparte, alla vigilia di partire per la
campagna di Waterloo; il piccino era Luigi, figlio della regina Ortensia
e del re d'Olanda, fratello dell'Imperatore.[65]
[65] È noto anche ai non dotti di storia, che la paternità del
re d'Olanda fu messa in dubbio, anzi più che in dubbio, fu
esclusa. Già dalla nascita di questo secondogenito la regina
Ortensia, figlia di Giuseppina Beauharnais, ed il re d'Olanda
vivevano in dissidio, nè più si riconciliarono. Vari padri
furono dati a Napoleone III. Ricordiamoli: l'ammiraglio olandese
Verhuel, e fu quegli che si ritenne più certo, anche perchè un
riflesso etnico apparirebbe nell'indole flemmatica di Napoleone
III; poi Flahaut, che fu padre del duca di Morny, suo
fratellastro, l'esecutore tecnico, per così dire, del colpo di
stato; poi il conte di Rylan, ed altri. Ciò in verità fa troppo
triste onore alla galanteria della regina Ortensia: il vero è
che nulla si può dire di certo e la tomba di quella appassionata
donna è ben muta. Il Lebey, tuttavia, nel suo recente e rigoroso
studio _Les trois coups d'état de Louis Napoléon Bonaparte_, con
accurata e lunga analisi assolutamente obbiettiva, esclude in
via assoluta il Flahaut, e questo è molto interessante, cioè che
Luigi Bonaparte non sia stato generato da chi generò
quell'ignobile figura del duca di Morny: esclude pure gli altri,
propende per l'ipotesi più morale, cioè che egli sia realmente
figlio del re d'Olanda, Luigi Bonaparte. Grave obbiezione a
questa onesta ipotesi è che la maschera fisica dei napoleonidi,
così caratteristica, così indistruttibile, difetti in Napoleone
III: qui la questione spetta ai fisiologi. Vero è d'altronde che
dai rapporti tra padre e figlio, devoti e buoni specialmente da
parte di quest'ultimo, sembrerebbe non essere in essi dubbio
alcuno che il loro reciproco essere legale corrispondesse a
quello fisiologico. Più notevole è il fatto che Napoleone I non
avrebbe tanto prediletto questo suo nepote, se in lui fossero
sorti dubbi sull'esistenza di sangue napoleonico nelle vene del
piccolo. Anche l'Hübner (I, pag. 78), disposto a bene accogliere
ciò che può essere disdoro di Napoleone III, non dubita della
paternità del Re d'Olanda, «di cui Luigi Napoleone è figlio,
checchè se ne dica in contrario, secondo l'opinione unanime di
quelli che vissero nell'intimità della Regina Ortensia».
Questo ed altri simili aneddoti, di tipo sentimentale e di mal certo
valore storico, si raccontano a significare la suggestione imperiale
napoleonica nell'animo ancora infantile di colui che poi così
disperatamente corse dietro al gran sogno dell'impero, e fu per
vent'anni ultimo signore di Francia.
Bene è certo che egli, nato nel fulgor dell'Impero,[66] quando il mondo
era tutto di lui, l'Imperatore, fu da lui molto amato. Poi i suoi occhi
infantili lo videro vinto, detronizzato, abbandonato, piangente. Vide le
ultime aquile ai vessilli; vide lui, l'aquila, abbattuta. Poi fu
l'esilio, poi il bando dalla Francia per sempre, poi la vita errante
dietro alla madre ed al fratello maggiore per le terre di Svizzera e
d'Italia.
[66] Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, secondogenito di Luigi
Bonaparte, re d'Olanda, e di Ortensia di Beauharnais, nacque
alle Tuileries il 20 aprile 1808. Il _Monitore dell'Impero_, ne
annunciava la nascita il 21 aprile. Fu tenuto al fonte
battesimale a Fontainebleau dallo stesso Imperatore.
Filippo Le Bas, figlio del convenzionale Le Bas, fu per circa dieci anni
il maestro del principe, seguendolo con la madre in quel suo vagabondo
esilio.[67] Era il Le Bas giovane di molti studi, specialmente classici;
e le sue lettere ai parenti, edite di recente[68] e non destinate certo
alla stampa, ce lo rivelano uomo di indole austera, semplice, chiuso nei
suoi studi e nelle sue convinzioni republicane. Le notizie che in queste
lettere ai parenti, qua e là traspaiono sul giovanetto affidato alle sue
cure, sono di grande interesse appunto perchè sono di un'attendibilità
su cui non può cadere dubbio.
[67] Nel 1817 la regina Ortensia, che assunse nell'esilio il
nome di contessa di Saint-Leu, comperò in Isvizzera, presso il
lago di Costanza, una villa che nei nostri libri, seguendo la
letterale enfatica espressione francese, è detta castello, il
castello di Arenenberg. Ma castello non è: è una casa a tre
piani, molto modesta, col tetto acuminato al modo svizzero. Fu
pagata 30 000 fiorini. Questa solitaria villa fu la consueta
dimora estiva di Ortensia e dei figli. Quivi ella morì. Nei mesi
d'inverno la famiglia soleva trasferirsi a Roma (villa Paolina),
nella quale città sopraviveva l'ava Letizia, _mater regum_, come
fu detta; ed a Firenze.
[68] STÉFANE-POL, _La jeunesse de Napoléon III. Correspondance
inédite de son précepteur, Philippe Le Bas_ (_de l'Institut_).
Commovente è la cura con cui egli sorveglia l'anima e l'intelligenza del
discepolo: qualcosa di paterno; anzi egli dice di volere essere come un
fratello maggiore e fa suo il nobile precetto educativo di Terenzio:
_Pudore et liberalitate liberos_
_Retinere, satius esse credo, quam metu._
Però sembra sorgere nel Le Bas come un presentimento triste accanto a
quel giovanetto che taciturno si fissa in un pensiero, lontano, in un
luogo lontano dove è una tomba; e si studia come di prevenire il fato,
e, con gli esempi della storia, gli pone innanzi il quadro doloroso dei
grandi imperi caduti, della vanità del potere supremo.
«Voi sareste ben stupito — scrive al Le Bas l'abate Bertrand, che fu
primo precettore del principe — se un qualche giorno la storia mettesse
il vostro nome accanto al suo, come quello di Socrate accanto ad
Alcibiade. Chi lo sa? Ma, povero ragazzo, che la fortuna non gli giuochi
un simile tiro, perchè essa se li fa pagar cari. Che sia un galantuomo
anzi tutto!»
Luigi Bonaparte diventò poi Alcibiade; ma il republicano Le Bas si
allontanò da lui e da quel trono, e per sempre.
L'intelligenza del giovanetto, come si rileva dalle lettere del Le Bas,
non va oltre il normale, anzi il suo sviluppo è lento; scarseggia
l'energia volitiva, abbonda l'ostinatezza (~mon doux entêté~, lo
chiamava la madre). È melanconico, esitante. Se non che a poco a poco
questa intelligenza si svolge, l'amore agli studi s'accresce — non per
le matematiche, però, — e il Le Bas se ne compiace come di una
rivoluzione operata da lui. Sta tuttavia in pensiero per la sua salute
cagionevole, per il temperamento nervoso di cui triste segno sono i
frequenti terrori notturni. Un'altra cosa nota il Le Bas, una cosa che
non può non sorprendere chi ha di Napoleone III l'opinione che si ha
comunemente, una cosa per la quale non mi riuscì trovare smentita o
diniego; ma testimonianze concordi e molte di conferma, fra cui una di
Bismarck, ed è la completa bontà del cuore e il sentimento pieno,
ridondante della riconoscenza.[69] ~Notre petit oui-oui~, lo chiamava la
madre. E un'altra cosa del pari importante aveva notato il Le Bas, cioè
la disposizione della mente a fantasticare. Attraverso la maschera con
cui quell'uomo coprì poi la sua anima, questa tendenza al sogno fu
intravveduta da quelli che più avevano interesse a scoprire l'intima
essenza del suo spirito.
[69] La riconoscenza, spinta sino alla morbosità, non soltanto
col denaro generosamente prodigato, che può ritenersi arte di
tiranno; ma con la memoria e l'affetto, in quel tempo appunto in
cui gli uomini di solito dimenticano quasi interamente il
passato e affidano alla sinistra l'ufficio di stringere la mano
(se pur questo fanno!), cioè nel tempo della fortuna e degli
onori.
La avvertì l'Hübner: «~C'est un rêveur~,[70] uno spirito esitante»; la
avvertì presto il Bismarck: «Egli sogna, egli va, io non so dove,
insieme col fumo della sua sigaretta»;[71] «uomo non bene desto», lo
dice Vittor Hugo, in quel crudele e magnifico libello che è «Napoleone
il piccolo»; «pallida ombra, furtivamente emersa dalla tomba di
Sant'Elena»,[72] lo dice il Mazzini. È intenzione di atroce ingiuria, ma
quell'ingiuria non si sarebbe vestita di quelle parole, se un certo che
sfuggente ai colpi dei disperati oltraggi, non fosse stato in quell'uomo
singolare.
[70] HÜBNER, _Neuf ans de souvenirs d'un Ambassadeur d'Autriche
à Paris sous le Second Empire_, I. pag. 14 _et passim_.
[71] PIERRE DE LANO, _La Cour de Napoléon III_, pag. 255.
[72] MAZZINI, _Scritti_, X. 18.
V'è un ritratto di Luigi Napoleone a sei anni[73] che dà appunto
l'impressione di questo ~rêve~ e di questi terrori. Un delicato ovale di
volto infantile, scarno, sorge da un nembo di trine. La capellatura è
sconvolta come dal soffio di una tempesta invisibile: gli occhi, aperti,
guardano avanti, verso quella tempesta, atterriti. Stringe, difende sul
cuore, con la manina, un gran mazzo di fiori. Impressione dolorosa!
[73] STÉFANE-POL, pag. 9.
Vengono a mente molte cose: viene a mente la domanda di Ortensia:
— «Se tu fossi povero, come faresti a vivere?»
— «Io? Venderei i mazzolini di viole come quel povero bimbo alla porta
delle Tuileries».[74]
[74] STÉFANE-POL, pag. 6.
Della madre più tardi si appalesò ed il riflesso fisico ed il
temperamento erotico[75] e romanzesco; vivace contrasto con
quell'aspetto apata e freddo.
[75] In amore egli fu piuttosto un primitivo che un raffinato. È
il caso di riferire in francese ciò che scrive in proposito
PIERRE DE LANO (_L'Empereur_, pag. 28): _Napoléon (retiré de
l'Impératrice par ce que, dans sa froideur charnelle, elle ne
repondait point à son désir) n'était pas, en amour, ce qu'on
nomme un raffinè, un savant. Très bourgeois sous ce rapport, il
était assez comparable à un gros mangeur qui saurait se
contenter d'un plat unique, simplement accommodé à son dîner,
mais qui le dévorerait, sans souci des sauces recherchées,
consciencieusement._ Fra le ragioni delle infelici e impari
nozze con Eugenia di Montijo, non deve essere stata la meno
forte questa, che per rendere sensibile la veemente passione, la
giovane spagnuola non concesse altra via che quella della
chiesa, come ella stessa dichiarò con una pudicizia non
eccessivamente casta. Vedi PIERRE DE LANO, _L'Impératrice_, e
vedi _Je sais tout_, 15 decembre 1908.
Le nozze con la bellissima spagnuola Eugenia di Montijo, celebrate un
anno dopo la proclamazione dell'impero, quando appunto era necessario
consolidare l'usurpazione con un matrimonio regale,[76] appaiono come
documento ben eloquente di questi varii sentimenti. È noto con quanta
pertinacia e contro tutti Napoleone III volle queste nozze. «Ma se era
per questo era inutile che tu facessi il colpo di Stato», gli disse il
Morny. Ma il padre di Eugenia era stato valoroso colonnello dell'Impero;
ma ella nei giorni del colpo di Stato, gli aveva offerto gioielli e ogni
suo avere se ne avesse avuto bisogno; ma sposando lei faceva come
Napoleone che sposò la bella creola, Giuseppina; e dichiarava in
cospetto alla Francia: «Io preferisco una donna che amo e rispetto, ad
una sconosciuta, la cui alleanza avrebbe arrecato dei vantaggi e insieme
dei sacrifici».
[76] Tra i progetti di matrimonio, v'era anche quello con una
principessa della casa prussiana degli Hohenzollern! Bizzarrie
della storia. Vedi la rivista _Je sais tout_, del 15 dicembre
1908.
L'Hübner ricordando l'Imperatore dopo queste nozze, «ebbro d'amore e di
felicità», osserva: «io non lo avrei creduto capace alla sua età e con
la sua esperienza, di innamorarsi così ingenuamente e sul serio».[77]
[77] HÜBNER, I, pag. 109.
La Francia è stata sempre una nazione cavalleresca e non poteva restare
indifferente a questa audacia da ballata romantica; ma la Francia è
anche una nazione piena di spirito, onde fu detto: L'Imperatore fa
concorrenza a De Musset e il suo regno non sarà che il canto di una
notte.
Fu più cavaliere ancora quando acconsentì a fare ufficialmente questa
sua donna partecipe dei consigli dell'Impero, e lo fu anche troppo![78]
[78] A lei ed al Morny; a lei, per fanatismo cattolico e
desiderio di compensare l'Austria dei danni patiti per la
campagna d'Italia; al Morny, che vi giocò una fra le più turpi
speculazioni del Secondo Impero, va attribuita in gran parte
l'impresa del Messico. Napoleone vi sognò un grande impero
latino come argine alla bene intravvista preponderanza _yankee_.
Per tradizione mi fu riferito che, al tempo della sua giovanezza, un
vecchio fiorentino vide un dì Luigi Napoleone tutto pensoso e raccolto,
presso Santa Trinita, e gli chiese: «Che cosa avete, principe?» «Penso —
rispose — al modo di reintegrare la mia famiglia».