[4] Nato a Torino il 1810, morto a Torino il 1861: secondogenito
o cadetto del marchese Michele e della contessa Adele Susanna
Sellon d'Allaman, ginevrina, di famiglia oriunda francese. Fu
tenuto a battesimo dal principe Camillo Borghese e dalla
principessa Paolina Borghese Bonaparte. Prese nome dal padrino.
I Greci raccolsero l'antica storia nel nome di alcuni eroi, Ercole,
Edipo, Prometeo; sterminatori di mostri, interpreti di enigmi, rapitori
del fuoco.
Noi non abbiamo più simboli, ma anche noi raccogliamo in pochi nomi
l'opera di coloro che ci diedero una patria.
Anch'essi furono eccitatori del fuoco, sterminatori di mostri,
interpreti di enigmi. Noi ci accordiamo in quattro nomi, quattro figure;
e, in qualche vecchia stampa di vecchie case, voi le potete vedere
insieme: il Re, gran baffi, gran pizzo, gran forza; egli sta davanti,
bonario ma risoluto. «A Roma ci siamo e ci resteremo!» Ha l'aria di dire
proprio così. Ma Giuseppe Mazzini non ode; fa della palma letto alla
guancia e sempre più s'assorbe in sè, sempre più macero e triste.
Con le mani che escono dal poncio, come da una stola, Garibaldi posa
piamente su l'elsa della spada. Figura esotica; venne da lontano, da un
oltremare lontano. Eppure altre volte ti abbiamo incontrato nel cammino
dei secoli morti.
Ritornerai tu ancora?
Una quarta figura: una barbetta caprina incornicia una faccia sbarbata,
paffuta: occhiali a stanghetta: pare un vecchio. Invece è quello che è
morto prima degli altri; nel colmo teso della vita la sua vita è stata
spezzata. Pare il burocratico, il segretario degli altri tre. Cavour.
Sì, un burocratico di molto concetto, un diplomatico pieno d'ordine.
Eppure quel volto parve sospetto ad un occhio acuto che lo vide per la
prima volta. «Si sente, si vede, si riconosce in lui il cospiratore».[5]
Era von Hübner, l'ambasciatore austriaco. È vero che non doveva riuscire
difficile per un italiano, semplicemente pensante, passare da
cospiratore agli occhi di un personaggio austriaco; ma è anche vero che
quell'uomo d'ordine uscì spesso dalle rotaie[6] della diplomazia e buttò
per aria molte combinazioni degli altri diplomatici. Pare un melanconico
ed era un giovane allegro. E Iddio lo ha aiutato, anche perchè lo ha
fatto morire molto presto.
[5] HÜBNER, _Neuf ans de souvenirs d'un ambassadeur d'Autriche à
Paris_. I, pag. 423. Paris, Plon, 1904.
[6] Vedi CHIALA, _Lettere di Camillo di Cavour_. Vol. III: «Gli
uomini di Stato di ogni paese sono troppo _routiniers_ per
adottare un piano ardito che esca dalla carraia della
diplomazia.»
Altre vecchie stampe ho visto che portavano accanto a Vittorio Emanuele
una quinta figura: essa pure militaresca, anzi impettita, quasi
geometrica; con i baffi diritti alla moda ungherese, il piccolo pizzo, i
cernecchi dei capelli lisci, su le tempie. «Questo — e vi appoggiava un
grande indice — è Napoleone III, Imperatore dei Francesi». Mi pare di
vederlo quel mio vecchio maestro che ci parlava così. Era stato medico,
e di che valore questo mio maestro! Aveva una testa che avrebbe ben
servito per modello del Catone dantesco, se non che la sua barba era
troppo tabaccosa, e i capelli troppo arruffati. Questo vecchio pensava e
scriveva a modo dei prischi latini, e non essendogli permesso di portare
la toga, vi suppliva con un gran scialle attraverso la grave persona.
«Quello lì, vedete, è passato sul corpo di due republiche per fare
l'Italia».
Era un ammiratore grande di Napoleone III, che diceva aver conosciuto,
giovanetto, in Forlì. Quella stravagante espressione di aver ucciso due
republiche per fare l'Italia, era poco comprensibile a noi ragazzi. Ha
fatto l'Italia, lui? A molti, oggi più che mai, questa affermazione
sembrerebbe blasfema. Ecco, diciamo così: Ha permesso che quegli altri
quattro si potessero fare il ritratto insieme. Questo Imperatore era un
melanconico ed un credente in una fede irrazionale: il suo destino; e
Iddio non lo aiutò.
*
Ma dietro questi personaggi famosi sta una schiera molto grande e
confusa: essa si sperde lontana negli albori del secolo, si fa folta e
poi dirada sino ad un impiccato recente. Comprende martiri puri, quasi
verginali; comprende torbidi e audaci uomini, insofferenti dell'attesa,
uomini di congiure e di sangue; solitari che dai libri meditati videro
balzare fantasmi che additavano un'arma; preti che leggendo l'Evangelo,
udirono il rimbombo della voce di Cristo; madri che dissero al figlio:
«Va!» Noi non li nominiamo per devozione a quelli che sono men noti. La
più parte di essi morirono giovani, affinchè il detto di Menandro si
rinnovellasse,[7] e anche perchè così piacque all'Austria. Piacque
all'Austria cospargere di sangue questa terra ritenuta soltanto la terra
dei canti e dei suoni: ma essa era anche terra ~ferax et ferox~, ferace
ed indomita; e quel concime purpureo fu ottimo generatore di martiri.
Noi non li nominiamo, ma ci piace commemorarli semplicemente con le
parole del Poeta:
Io vo' rapirti, Cadore, l'anima
Di Pietro Calvi.
[7] _Quem dii diligunt adolescens moritur._
Costoro sono il santo fiume umano, che inabissa e riappare, dilaga, si
stringe, rugge; va per meandri strani, alimenta, fa la storia d'Italia.
O padre Nilo, — chiede l'antico poeta[8] — quale origine hai tu? in
quali terre nascondi le tue sorgenti?
O fiume del martirio d'Italia, dove, come nascesti?
*
Il ritratto che Angelo Brofferio ci porge del Cavour, quando fu eletto
deputato del '48, non è punto lusinghiero: «Qualche suo discorso nelle
adunanze agrarie aveva potuto metterlo in evidenza esperto di traffici e
versato negli studi economici e rurali; ma nessuno si accorse che nella
sua mente germogliasse qualche peregrina idea e che nel suo cuore
avvampasse qualche favilla di quel sacro fuoco che solleva gli uomini
sopra la terra. Nuocevagli il volume della persona, il volgare aspetto,
il gesto ignobile, la voce ingrata. Di lettere non aveva traccia; alle
arti era profano; di ogni filosofia digiuno; raggio di poesia non gli
balenava nell'animo; istruzione pochissima; la parola gli usciva dalle
labbra gallicamente smozzicata; tanti erano i suoi solecismi, che
metterlo d'accordo col dizionario della lingua italiana sarebbe a tutti
sembrata impossibile impresa».[9]
[8] Catullo.
[9] _Storia del Parlamento Subalpino_, I, pag. 146. È vero che
il Brofferio fa seguire queste parole: «anche di questi
pronostici una buona parte andò fallita»: e prima dice: «nessuno
certamente per quanto fosse dotato di perspicace sguardo,
avrebbe allora potuto indovinare nel conte di Cavour il
sorprendente uomo di Stato a cui l'Italia doveva sciogliere
tanti inni di riconoscenza, distribuire tante civiche corone,
innalzare tanti monumenti», (?) ma questi emendamenti
confermano, non distruggono la malevolenza.
Non era bello, infatti, e il D'Azeglio, che fu bello anche come uomo, lo
chiamava fra gli intimi ~el Pansciotel~; e Hübner, che lo vide a Parigi
del '56, al tempo del Congresso, dice di peggio: «che il suo fisico
mancava di distinzione». Era così distinto il conte von Hübner![10] La
sua natura era antipoetica come egli stesso dichiara; ma l'abbondanza
degli spiriti poetici in Italia ci può compensare se Camillo Benso di
Cavour era specialmente un intelletto matematico. Però «profano alle
arti» non lo direi: un giorno tornando a casa (era del 1860 e di cose
pel capo ne doveva avere parecchie), trova sul tavolo il progetto del
regolamento d'ornato per la città di Torino. Il caso volle che, avendo
un ritaglio di tempo, lo leggesse. «Quale fu il mio stupore!» —
scrive[11] a quel sindaco — «Giammai lo spirito investigatore,
intromettitore, seccatore dell'amministrazione produsse opera peggiore.
Povera libertà a quali dure prove si sottopone. Non una finestra, non un
balcone, non una cornice senza l'assenso preventivo del sindaco. Persino
il colore delle pareti interne delle corti sarà sottoposto al gusto di
quel funzionario e la censura con tutti i suoi rigori, applicata alle
costruzioni. In verità se lo stampato non portava il bollo municipale,
avrei creduto che si trattasse di un regolamento edilizio, redatto da un
sinedrio di mandarini e ritrovato dai generali alleati nel palazzo
comunale di Pekino. Per onore di Torino sospenda la discussione di quel
progetto. Nella legge comunale che si prepara, sarà proclamata la
libertà ai cittadini di ornare le loro case come l'intendono, epperciò
la soppressione della giunta d'ornato. Massimo D'Azeglio mi dichiarò
che, se non è morto o paralitico, si recherà al Senato per combattere
un'istituzione altrettanto molesta ai cittadini quanto contraria
all'arte ed al buon gusto. Faccia quell'uso che vuole di questa lettera,
giacchè son deciso di combattere con tutti i mezzi di cui dispongo un
tema così contrario al principio di libertà che deve informare tutte le
nostre istituzioni se vogliamo diventare una nazione grande, forte ed
illustre».
[10] HÜBNER, I, pag. 423.
[11] CHIALA, IV, pag. 116.
Di lettere aveva realmente poca «traccia», perchè più che libri di
letteratura, aveva letto libri di economia e di storia. Il suo amico e
parente De La Rive[12] ce lo ricorda a Presigne, desto di buon mattino,
per imparare l'inglese su faticosi volumi della «Storia d'Inghilterra»;
ce lo ricorda nelle sue terre di Leri, in piedi dall'alba, tutto intento
a riveder conti, visitare fattorie, studiare bonifiche, sorvegliare
macchine; e nei ritagli di tempo, leggere, leggere, leggere.
[12] DE LA RIVE, _Le Comte de Cavour, récits et souvenirs_.
Parigi, Hetzel, 1862.
Però digiuno di lettere non lo direi. Certo abbondano i solecismi e,
spiace dirlo, il suo pensiero si muove più franco ed agile nella forma
francese che in quella italiana; però anche in italiano scrive con una
qualità notevole, ed è questa: se noi prendiamo le forbici per
isfrondare, tagliare, non ci riesce: si rompono le forbici, ma la sua
prosa resiste. Non gli piacciono le espressioni antiquate, i giri lunghi
di parole. Mi ha tutta l'aria di sottoscrivere al paradosso del
Carducci: chi potendo dire una cosa in dieci parole, la dice in venti,
lo credo uomo capace di male azioni.
Una volta un insigne letterato gli ripulì una relazione e la infiorò con
dei «vuoi» e degli «imperocchè»; ma lui dichiara che la sua relazione
«gli era stata guastata», e che «un'altra volta userà del diritto di
dire degli spropositi».[13]
[13] CHIALA, IV, pag. 111.
Ma non chiameremo spropositi questi avvertimenti sull'arte dello
scrivere, contenuti nella seguente lettera del 22 maggio '59, dopo la
vittoria di Montebello: «Desidererei che il nostro Stato Maggiore
affidasse a penna più abile la cura di raccontare i fatti. L'ultimo
bollettino sul combattimento di Montebello era redatto in stile da
~Fischietto~. I soldati che si battono oltre il bisogno, la lotta che è
fermata dal giorno, sono cose da far ridere i più benevoli. Ho pensato
di non pubblicarlo tale e quale. Avrei fatto altrettanto della lettera a
Sonnaz, se fossi stato a Torino quando ci fu mandata dal campo. Non so
chi la scrisse, ma in verità è ridicolo parlare dei bracci che
incanutiscono e del senno che non incanutisce. Ma sopporteremo con
rassegnazione della cattiva prosa, se continuate a fare, come in questi
giorni, fatti egregi».[14]
[14] Lettera al La Marmora. CHIALA, III, pag. 81.
Come oratore certo non possedeva tutte quelle doti che Cicerone enumera
nel «De Oratore»; nè era eloquente al punto da piacere ad una
moltitudine poco pensante e molto desiderante. A questo fine gli difettò
specialmente la Retorica, divinità indigete, sopravissuta in buona
salute a tanto tramonto e infermità di numi; ma la sua parola corre
incisiva, caustica, ignuda; batte l'ala talvolta per forza di sdegno o
di ponderata passione.
«Di ogni filosofia digiuno»: ma possedeva la maggior filosofia;
conoscere uomini e tempi. Come indovinò bene, per esempio, Nino Bixio.
«Vi raccomando in ispecie Bixio, che è il miglior generale di
Garibaldi».[15] E Pio IX? «I furori del Papa, le sue filippiche non mi
sgomentano punto, anzi crescono in me la speranza di raggiungere il
desiderato scopo. Quanto più S.S. sarà veemente, tanto più mi mostrerò
calmo e moderato negli atti e nelle parole».[16] E ancora: «Le scene
violenti del Papa non mi spaventano. Nella sua qualità di uomo nervoso,
tutte le crisi sono seguite da un periodo di calma, in cui è più facile
fargli capire la ragione».[17]
[15] CHIALA, IV, pag. 35 (Lettera al Farini). Vedi di questo
grande veramente, la breve _Vita_ scritta da G. C. ABBA (Roux e
Viarengo).
[16] CHIALA, IV. pag. 197 (Lettera al Pantaleoni).
[17] _Ibidem_, IV. pag. 184 (Lettera al Vimercati).
E le moltitudini? «Evitino il giorno dei morti!»[18] raccomanda
ripetutamente ai regii commissari; cioè evitino che il giorno del
Plebiscito coincida con quello dei morti. Triste presagio!
[18] _Ibidem_, IV, pagg. 47, 49.
Nè gli mancavano qualità profetiche, che è il massimo della filosofia,
anzi della poesia. Se ne potrebbero portare parecchi documenti. Eccone
alcuni: Giovanissimo, vivendo a Parigi la gran vita mondana, confida al
De La Rive queste sue impressioni: «Credete voi alla possibilità d'un
potere aristocratico qualsiasi? La nobiltà crolla da tutte le parti. I
principi come i popoli tendono a distruggerla. Il patriziato non ha più
posto nell'odierna organizzazione sociale. Che cosa rimane per
combattere contro i flutti della democrazia? Niente di solido, niente di
forte, niente di durevole. È un bene o un male? Io non ne so nulla; ma a
mio credere è l'inevitabile nell'umanità. Prepariamoci o, almeno,
prepariamovi i nostri discendenti, chè ciò li riguarda più di noi».[19]
Ancora: «La salvezza d'Italia sta nel Parlamento. Se vi è in esso una
maggioranza onesta, liberale, nemica delle sette, non temo nulla. Ma se
la maggioranza è settaria o soltanto debole, non saprei prevedere le
calamità che potrebbero sovrastarci».[20] Ancora: «Solo una soluzione
radicale può ricondurre la pace fra la Chiesa e lo Stato».[21] Ancora:
«Finchè l'Austria rimarrà una grande potenza, noi non potremo essere
tranquilli».[22]
[19] CHIALA, I, pag. 12 (Lettera al De La Rive).
[20] _Ibidem_, IV, pag. 125 (Lettera al La Farina).
[21] _Ibidem_, IV, pag. 109 (Lettera a Carlo Matteucci).
[22] _Ibidem_, II, CIII.
Ed anche sul punto di morte questo spirito profetico non l'abbandonò,
chè, come tramandando con il passar della vita la lampada dell'anima
sapiente, dice al suo Re: «E i Napoletani? Così intelligenti! Ve ne sono
che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che sono molto corrotti.
Questi bisogna lavarli, Sire, sì, sì; si lavi si lavi».[23]
[23] DE LA RIVE, XIV.
Si potrebbe, volendo, trovare a che dire anche sul nome, giacchè quel
Benso, che pare un nordico ~Benz~, e quel Cavour hanno un sapore
esotico: ma certo Camillo è un bel nome, pieno d'augurio italico.
*
Altre belle virtù egli aveva, proprio di quelle che in teoria noi
ammiriamo tanto: la gratitudine, per esempio. Quando negli alti consigli
dello Stato, dopo il '60, si trattava di liquidare l'esercito
garibaldino, egli avverte i generali Cialdini e Fanti, «che si leverebbe
un grido di reprobazione se si conservassero i gradi agli ufficiali
borbonici che fuggirono obbrobriosamente e si mandassero a casa i
garibaldini che li hanno vinti. Su questo punto non transigerei. Anzichè
assumere la responsabilità d'un atto di nera ingratitudine, vado a
seppellirmi a Leri. Disprezzo talmente gli ingrati che non sento ira per
loro e perdono le loro ingiurie. Ma per Dio! non potrei sopportare la
taccia meritata di avere sconosciuto servigi come quello della conquista
di un regno».[24]
[24] CHIALA, IV, pag. 35 (Lettera al La Farina).
Altra virtù il non odiare. Fra lui e Garibaldi, dopo la cessione di
Nizza e l'impresa dei Mille, non c'era buon sangue e non corsero belle
parole; eppure quando l'Austria minacciò ancora la guerra, scrive: «Dite
al generale Garibaldi da parte mia che se noi siamo assaliti, io
l'invito in nome d'Italia a imbarcarsi sull'istante e a venire a
combattere sul Mincio».[25] Oh, non odiava, come è documento quest'altra
lettera: «Duolmi che Garibaldi se l'abbia avuto a male, giacchè desidero
di cuore che non si venga a rottura con lui. Esso fu meco ingiusto,
potrei dire ingrato.... Ciò nullameno quello che ho detto al Parlamento
lo ripeto ora: avrei vivo desiderio di stringergli la mano e stendere un
velo sul passato....»[26] E nei vaneggiamenti dell'agonia ripete al suo
Re: «Garibaldi è un galantuomo: io non gli voglio alcun male».
[25] _Ibidem_, IV, pag. 61.
[26] CHIALA, IV, pag. 72.
Anche come capo di amministrazioni ha criteri molto pregevoli, benchè
severi. Una volta una dama, e inglese per giunta, gli raccomanda un
nobile giovane, ex-ufficiale della marina borbonica, che aveva dato le
sue dimissioni durante la guerra, ed ora pretendeva di essere accolto
con avanzamento di grado nella marina italiana. Cavour le spiega:
«Sapete perchè Napoli è caduta sì basso? Si è perchè le leggi, i
regolamenti non si eseguivano quando si trattava di un signore o di un
protetto del Re, dei principi, dei loro confessori od aderenti. Sapete
come Napoli risorgerà? Coll'applicare le leggi severamente, duramente,
ma giustamente. Così ho fatto nella marina; così farò nell'avvenire; e
vi fo sicura che fra un anno gli equipaggi napoletani saranno
disciplinati come gli antichi equipaggi genovesi. Ma per ottenere questo
scopo, credete alla mia vecchia esperienza, bisogna essere
inesorabili».[27] La dama replica, come è facile supporre, ed il Cavour
le risponde fra le altre cose: «Credo essere il mio dovere di mostrarmi
severo, e di lasciare ai miei subordinati la parte della mansuetudine.
Spero così di mutare lo spirito che informa l'amministrazione
napoletana; spirito fatale che corrompeva gli uomini più distinti e le
migliori istituzioni». La severità ai capi responsabili e la
mansuetudine ai subordinati? Così non avvenne al tempo che morì di
crepacuore G. Mercuri, più noto col nomignolo di Battirelli.
[27] _Ibidem_, IV, pagg. 91, 92.
Queste virtù di giustizia fanno molto onore al Cavour, tanto più che
egli sa che «in politica non si possono sempre prendere come punto di
partenza i principi della morale».[28] Il che non include peraltro che
si debbano prendere quelli opposti dell'immoralità.
[28] CHIALA, I, CIII.
Nella sua qualità di diplomatico, egli era uomo prudente: non si creda
peraltro che il grado della sua prudenza fosse eccessivo. Uomo pacifico,
come ci dice il suo ritratto: e poichè era di temperamento allegro,
diremo, un allegro uomo di pace: non però disposto a farsi ammazzare;
«disposto» di preferenza «a provare di ammazzare gli altri anzichè
lasciarsi ammazzare»;[29] e questa filosofia cercò di infondere anche
negli uomini del suo partito, dimostrando che vi sono momenti «in cui
l'audacia è la vera prudenza, e la temerità è più savia della
ritenutezza». Con tale disposizione ardita dell'animo non gli facevano
difetto quei provvedimenti da cui spesso rifugge la molto umanitaria
indole nostra. «Tenete» — è un dispaccio del 22 ottobre 1860 al conte
Carlo di Persano, quando l'Austria minacciava di assalire ancora —
«pronta la squadra per partire alla volta dell'Adriatico: fate leva
forzata di marinai a Napoli. Se il codice napoletano non punisce i
disertori in tempo di guerra con la pena di morte, publicate un decreto
in questo senso e fate fucilare qualche marinaio disertore su la
calata».[30]
[29] _Ibidem_, IV, pag. 130.
[30] CHIALA, IV, pag. 60.
Circa sei anni dopo il Persano salpò con la squadra; oh, ma non c'era
più il Cavour a raccomandargli di fare in fretta, e tu lo sai, azzurro
Adriatico!, e a ricordargli che c'è la fucilazione per chi diserta il
suo posto.[31]
[31] Vedi il bello studio del GUERRINI: _Come ci avviammo a
Lissa._
Ma specialmente abbondava nel Cavour quella forma di coraggio che è così
rara, cioè il coraggio civile. Egli non giudicava menomamente uomo
politico chi non avesse saputo sacrificare la sua popolarità al bene
della Patria.
Nei due anni '59 e '60, in gran fretta, sotto il sereno e sotto la
tempesta, furono tirati su i muri maestri dell'edificio nazionale, e fu
coperto anche il tetto. Chi non è pratico di arte muraria crede che il
più sia fatto; ma domandatene ad ogni buon muratore e vi dirà che quella
è soltanto la metà del lavoro. Ora il Cavour non si nascondeva la
difficoltà della seconda gran gesta, e che mettere in armonia gli
interessi delle varie regioni era cosa più difficile che scacciare
l'Austria dal Quadrilatero; nè si pensi che egli avesse propensione per
una mano di calce piemontese, data in fretta da zelanti imbianchini in
berretto burocratico, a tutto il portentoso edificio, «Il Parlamento
sarà organo di concordia, non di tirannia centralizzatrice».[32]
[32] CHIALA, IV, pag. 56.
Altre cose di lui come uomo politico converrebbe richiamare dal nostro
oblio; ma alcune appariranno dal corso di questa narrazione; qui basterà
ricordare una sua notevole dote per la quale non nominò eredi; quella
cioè di non fare come il buon lazzaro che avendo provveduto al bisogno
dell'oggi, dimentica che esiste anche il domani: io voglio dire occupare
gli avvenimenti, non farsi occupare da essi.
*
Prima di essere stato ministro del Re, il Cavour era stato giornalista e
nel giornale da lui fondato «Il Risorgimento», il 22 marzo 1848, aveva
publicato quello scritto notevole: «L'ora suprema della monarchia
sabauda», il quale per lunghezza e per audacia può fare il paio con la
non meno famosa lettera del Mazzini a Carlo Alberto del 1831. E fu anche
publicista, e fra i suoi scritti più matematicamente dimostrativi,
ricordiamo quello apparso del '48 nella «Revue nouvelle» di Parigi col
titolo: «Des chemins de fer en Italie», etc. Vi si parla di linee
ferroviarie, di trazione, di macchine; ma esse devono, oltre alle merci,
trasportare anche quel terribile carico, per cui tanti doganieri allora
vegliavano: le idee. A quello scritto sarebbe stata bene come motto la
chiusa dell'ode del Carducci «Alle fonti del Clitumno»:
in faccia a noi fumando
ed anelando nuove industrie, in corsa
fischia il vapore.
Sono in quello scritto le idee del Gioberti e del Balbo, ma con in più
un certo sapore di polvere. Quel ~birichin~ — diceva con dispetto il
Balbo, alludendo a questo sapore di polvere, — «finirà col ruinare il
magnifico edificio, eretto dal senno e dalla prudenza di tanti
valentuomini».[33]
[33] CHIALA, I, CXXXVI.
*
E prima aveva viaggiato (1835) a lungo, ripetutamente, Svizzera,
Inghilterra e Francia, in compagnia di un amico anche più giovane di
lui, il cui cognome era una memoria e una gloria: Pietro Derossi di
Santa Rosa: in Parigi aveva, frequentato il gran mondo dei ~salons~; a
Liverpool, Cambridge, Londra aveva visitato e studiato officine,
industrie, istituti, macchine, etc. Aveva viaggiato, dunque, per
acquistar «virtute e conoscenza» come dice Dante, e per divertirsi
anche. Ma studiando e divertendosi, l'orecchio non perdeva una battuta
di ciò che cantava il novello coro del gran dramma della vita, cioè
l'opinione publica; giacchè oramai è deciso: i protagonisti delle
moderne tragedie e commedie della vita sono costretti ad agire molto in
conformità con l'intonazione del coro. Questa cosa oggi è manifesta a
tutti; tanto che gli uomini dabbene rivolgono ogni loro cura affannosa
affinchè questo gran coro canti nel modo meno stonato che sia possibile.
Ma in quegli anni, prima del '48, occorreva una certa disposizione
filosofica per notare un fatto che era appena in sul primo manifestarsi:
disposizione tanto più encomiabile trattandosi di un giovane di
venticinque anni e vissuto fra quel ceto aristocratico dove tali
fenomeni si avvertono in ritardo e con olimpica indifferenza.
Il passo riferito, ove accenna al necessario avvento delle democrazie, è
fortemente illustrativo. E perchè non farne un raffronto con
l'avvertimento che il Mazzini dava a Carlo Alberto nella famosa sua
lettera del '31? Dice: «Oggimai la causa del dispotismo è perduta in
Europa. La civiltà è troppo oltre perchè l'insania di pochi individui
possa farla retrocedere. I Re della lega lo intendono, ma sono troppo in
fondo per poter risalire. Essi lottano disperatamente col secolo, e il
secolo li affogherà».
Conoscere e divertirsi, ma anche togliersi da quell'atmosfera di cupa
oppressione che gravava sul natio Piemonte. «Qui» (cioè in Torino) —
scrive al De La Rive nel '43 — «io vivo in una specie di inferno
intellettuale, cioè in un paese dove l'intelligenza e la scienza sono
considerate cose infernali da chi ha la bontà di governarci. Sì, mio
caro, sono già due mesi che io respiro un'atmosfera piena di ignoranza e
di pregiudizi e che io abito in una città dove bisogna nascondersi per
scambiare qualche idea che esca dalla sfera politica e morale dove il
Governo vorrebbe tenere imprigionate le anime. Ecco ciò che si chiama
godere la felicità di un governo paterno».[34]
[34] CHIALA, I, pag. 49.
Non vengono in mente le tetre querele di un'altra anima imprigionata, il
Leopardi? Felice il Cavour a cui natura concesse la forza lieta
dell'azione, del far della storia; non le malinconie del pensiero, del
meditar su la storia.
Sia lecito fare un raffronto con questo passo del Cattaneo dove,
ricordando i nobili esuli lombardi, ritornati in Milano dopo l'amnistia
del 1838, dice: «V'erano tuttavia molte famiglie antiquate, che
imaginando ancora di vivere ai tempi del Sacro Romano Impero, non si
reputavano disonorate della presenza dei soldati stranieri. Ma i reduci,
valendosi dell'autorità di eleganti dettatori che dava loro la lunga
dimora fatta in Londra e in Parigi, ammaestrarono quella stolta gente a
serbare al cospetto degli stranieri i doveri della nazionale
dignità».[35]
[35] CATTANEO, _L'insurrezione di Milano nel 1848_, pag. 11.
«Nos patriam fugimus, nos dulcia linquimus arva». E di abbandonare per
sempre la patria dava consiglio al giovane Cavour la contessa Anastasia
de Circourt-Klustine.[36] La lettera del Cavour a questa dama è fremente
di tale passione che lo stesso Brofferio si sarebbe ricreduto dei suoi
giudizi. Oimè, come diceva Solone a Creso, noi non ci conosciamo che
dopo la morte, se ci conosciamo pur allora! «No, madama, io non posso
lasciare la mia famiglia e il mio paese. Santi doveri mi trattengono
presso un padre e una madre che mai non mi diedero motivi di lamentarmi.
No, madama, io non infiggerò un pugnale nel cuore dei miei genitori; io
non sarò mai un ingrato verso di loro, io non li abbandonerò se non
quando la morte ci separerà. E perchè, madama, abbandonare il mio paese?
Per venire in Francia a cercarmi una rinomanza nelle lettere? Per
correre dietro una piccola gloria, senza potere mai raggiungere il fine
a cui tende la mia ambizione? Quale influsso potrei io esercitare in
vantaggio dei miei fratelli infelici, stranieri e proscritti, in un
paese in cui l'egoismo occupa ogni grado sociale? Che cosa fanno a
Parigi tutti questi esuli che la sventura qui gettò, lungi dalla terra
natale? Quelli stessi che sarebbero stati grandi in patria, qui vivono
oscuri nel turbine della vita parigina. Quanto di più nobile e illustre
conteneva la mia patria, ha dovuto fuggire. Tutti quelli che io ho
conosciuto personalmente mi hanno rattristato sino al fondo del cuore
con lo spettacolo del loro grande valore, rimasto sterile ed impotente.
No, no! Non è fuggendo la patria, perchè essa è infelice, che si può
raggiungere una meta gloriosa! Sventura a chi abbandona con disprezzo la
terra che lo vide nascere, a chi rinnega i suoi fratelli come indegni di
lui! Quanto a me, io sono deciso. Io non dividerò mai la mia sorte da
quella del Piemonte. Sventurata o felice, la mia patria avrà tutta la
mia vita».[37]
[36] Durante la monarchia di luglio ed il Secondo Impero questa
dama tenne aperto in Parigi uno dei più ragguardevoli _salons_.
Avvinta da relazioni con la famiglia del Cavour, conobbe il
giovine Camillo in quella sua dimora in Parigi nel 1835. I
legami di amicizia con quella spirituale gentildonna russa non
furono spezzati che dalla morte. Vedi _Madame de Circourt, son
salon, ses correspondances_, par HÜBER-SALADIN. Parigi, A.
Quentin, 1881.
[37] CHIALA, I, pagg. 13, 14.
Oh, non è egli poeta, imaginazione non ha! «Io non ne possiedo alcun
germe. In tutta la mia vita io non sono potuto arrivare ad inventare la
più piccola favola da far stare attento un bambino»;[38] ma questi che
qui riportammo sono «raggi» della più sublime «poesia» che «baleni»
nell'animo dell'uomo.
[38] _Ibidem_, I, pag. 15. «Adoratori del fatto, voi non potete
assumere veste di sacerdoti di moralità.... La vostra scienza
vive sul fenomeno, sull'incidente dell'oggi; non avete ideale.»
— MAZZINI, Al conte di Cavour, 1858. Vol. X degli _Scritti_,
pag. 56.
*
Veramente il conte Enrico di Mombelles, legato austriaco in Torino, non
era di questa opinione. Il giovane Cavour aveva dato, anzi, molti
dispiaceri a suo padre. Perchè è da sapere che prima di viaggiare
all'estero, era intenzione del giovane di visitare la Lombardia; ma il
detto conte Enrico di Mombelles, avendo saputo di queste intenzioni, si
era affrettato a scolpire questa succosa e onorevole biografia: «Questo
giovane appartiene ad una delle famiglie più rispettabili del Piemonte,
e suo padre il marchese di Cavour, è il primo a gemere su la condotta e
sui principi del suo figlio cadetto. Questo giovane, fornito di molto
talento e facilità di ingegno, era entrato nel genio militare. Ma le sue
idee e le sue relazioni con altri giovani mal pensanti, indussero il Re
a confinarlo nel forte di Bard.... Io lo considero come uomo molto
pericoloso, e tutti gli sforzi per ricondurlo sulla buona strada sono
riusciti infruttuosi. Merita, dunque, una sorveglianza continua».
Per effetto di questa raccomandazione segreta («segni funesti», come al
buon Bellerofonte), il conte Torresani, direttore della polizia di
Milano, dirigeva all'Imperiale Regio Commissario di Buffalora il
seguente avviso, in data 15 maggio 1833: «Sta per mettersi in viaggio il
giovine cavaliere piemontese Camillo Cavour, già uffiziale del genio, e
malgrado la sua gioventù, già provetto nella corruzione de' suoi
principii politici. Mi affretto a darle, signor commissario, questa
notizia, coll'invito di non ammetterlo, qualora si presentasse su
codesto confine, se non sopra passaporto in perfettissima regola, ed in
questo caso soltanto previa la più rigorosa visita sulla persona e sugli
effetti, avendo io notizia che egli possa essere latore di pericoloso
carteggio».
Il carteggio pericoloso era, tutt'al più, nella testa del giovane
cavaliere; e all'Austria più che il carteggio segreto dei patriotti, fu
esiziale questo carteggio dei suoi ministri il quale, se non ci
richiamasse lugubri imagini di corpi e di anime straziate, potrebbe
anche ricordare le pedantesche corrispondenze dei commissari spagnuoli
dietro a quel gran delinquente che fu Renzo Tramaglino.
Ma, pensatoci meglio, il Torresani, con circolare 7 giugno 1833, n.
3476, vietava al Cavour l'accesso in Lombardia; e soltanto tre anni
dopo, di primavera, quel pericoloso cavaliere, previe le consuete
pratiche ecc., ottenne, per una sol volta, il passaggio al confine di
Buffalora.
C'è un ponte al confine di Buffalora, e lo seppero gli Austriaci a
Magenta: e poichè queste circolari sono tutte del tempo di primavera,
ricordiamo come nella primavera del '59 il Cavour costringesse con più
efficaci mezzi l'Imperiale Regio Commissario a lasciargli libero il
passaggio per quella remota Lombardia, dove era la Chimera orrenda, che
il buon Bellerofonte uccise.
*
Già, prima era stato ufficiale: luogotenente nel corpo reale del genio
militare; e la sua nomina è del settembre 1826. A sedici anni; carriera
di cadetto, in virtù del privilegio di essere stato prima paggio di
corte! Ventimiglia, Genova! Splendide guarnigioni e vita ben gaia,
specialmente con un temperamento come la madre fin da piccino notava:
«luron, fort, tapageur, et toujours en train de s'amuser». Oh, bei sogni
della giovanezza, e fra quei sogni, questi ben singolari per un
ufficiale! Una mattina si era svegliato, e gli sembrava di essere
ministro del Regno d'Italia; un'altra mattina di emancipare l'Italia dai
barbari![39]
[39] CHIALA, I, lett. V e XCIII.
«Vi dispiacque di aver lasciato il servizio di paggetto di corte?»
«Mi è sembrato di essermi levata la livrea».
«E andavate vestiti?...»
«Come volete che andassimo vestiti? Come dei lacchè. Ne arrossisco
ancora dalla vergogna!»[40]
[40] Queste ultime parole sono assai posteriori e qui
l'anacronismo è per comodo di narrazione: le riferisce il De La
Rive. Secondo il Bonghi (_Biografia di Camillo Benso di Cavour_)
avrebbe detto: «Gli parve di essersi tolto il basto». _Basto_ o
_livrea_ si equivalgono.
Fu confinato nel forte di Bard, in val d'Aosta: una specie di
relegazione. Quest'ordine del nuovo sovrano, Carlo Alberto, è del 27
aprile 1831, e fu motivato, pare, da quelle «imprudenti» parole.
Oh, giornate di luglio 1830; oh, grande aurora di ribellione, che
rosseggia in Francia, per cui di tanto palpito ti innebbriasti, anima
incredula di Arrigo Heine; oh, congiure, speranze, nella patria nostra;
intervento armato, quindi, dell'Austria; e poi esilii, carceri, forche;
oh, come doveva essere triste la guarnigione nel solitario forte di
Bard![41] Nel forte di Bard, «in un paese privo di risorse», egli era
«ridotto, per ammazzare il tempo, a giocare a tarocchi con gli
appaltatori».[42]
[41] È del 1832 questa lettera del Cavour ad un amico inglese.
«Stretti da un lato dalle baionette austriache e dall'altro
dalle scomuniche papali, la nostra condizione è veramente
deplorabile. Ogni libero esercizio del pensiero, ogni generoso
sentimento è soffocato come un sacrilegio o un delitto contro lo
Stato, nè possiamo sperare di conseguire da noi alcun sollievo
alle nostre grandi sventure....» CHIALA, III, pag. 3.
[42] CHIALA, I, XXI.
Noi ricordiamo nell'antica storia d'Italia un altro melanconico
giocatore, un uomo nato alla meravigliosa azione e condannato dalla
stolta malvagità dei potenti alla tortura dell'ozio: Niccolò
Machiavelli, che gioca «a cricca, a tric-trac con un beccaio, un mugnaio
e due fornaciai»; ma venuta la sera, si «spoglia di quella veste
cotidiana, piena di fango e di loto»; si mette «panni reali e curiali» e
ragiona coi grandi morti delle antiche età, poichè dormono i vivi.
Il Cavour dopo otto mesi di quella specie di esiglio, sospende anche lui
«quella veste cotidiana», non «piena di fango e di loto», ma poco adatta
alla libertà dei movimenti, e avanza verso i vivi, che hanno cominciato
a svegliarsi.[43]
[43] La licenza di abbandonare il servizio militare gli fu
concessa dal Governo sardo ai 12 novembre 1831.
*
Il Cavour, come tutti sanno, è ritenuto il maggior rappresentante del
partito così detto moderato. Ma sul senso della parola sarà bene
intenderci. Che se per moderato si intendesse o mal larvata
immoderazione retriva, ovvero moderata idealità, moderato sdegno,
moderati ardimenti, si commetterebbe un grave errore di giudizio. Il
miluogo o «juste-milieu» a cui giunse dopo il nobile fermento della
prima adolescenza, non ha nulla a che fare colla solita via di mezzo,
calcata da quei molti prudenti «che s'adombrano delle virtù come dei
vizi»;[44] ma è l'equilibrio tra il desiderabile e il fattibile. La sua
mente pratica non può fermarsi che su le cose possibili.
[44] MANZONI, _I Promessi Sposi_, XXII.
Può, vuole, anzi ha bisogno di smuovere uomini e cose, ma prescindere
dalla prosa dei fatti come sono, per vivere nella poesia dei fatti come
dovrebbero — forse — essere, non è del suo temperamento. Egli non è
adatto per lanciare all'avvenire di quegli immensi valori fiduciari che
tanto piacciono alle moltitudini, e perciò il suo pensiero non potè mai
essere popolare; anzi ogni intemperanza demagogica, che muova da un
postulato dottrinario, eccita in lui come una caustica secrezione di
ironia. Di questo suo spirito liberale così informato a moderazione ci
piace oltre ai molti documenti che la necessità del racconto ci
obbligherà a produrre, riferire questi due i quali si possono ritenere
veridici, perchè non sono tolti da concioni politiche ma da lettere
intime. «Io reputo che non sarà l'ultimo titolo di gloria per l'Italia
di aver saputo costituirsi a nazione senza sacrificare la libertà
all'indipendenza, senza passare per le mani di un Cromwell; ma
svincolandosi dall'assolutismo monarchico senza cadere nel dispotismo
rivoluzionario».[45]
[45] CHIALA, IV, pag. 24. Lettera al deputato Salvagnoli
dell'ottobre 1860.
Il secondo passo è del 7 gennaio 1860, cinque mesi dopo Villafranca ed
ha speciale valore perchè ci rivela il suo intimo pensiero per ciò che
riguarda l'Italia e la politica di Napoleone III. Dico intimo, perchè
diretta la lettera al De La Rive e confidata con questo avvertimento:
«Io vi scrivo a cuore aperto, e vi tengo un linguaggio che sta male in
bocca di un diplomatico. Ma con voi io non voglio essere che un vecchio
amico, sicuro che voi non mi farete commettere delle imprudenze». Aveva
in quei giorni Napoleone III accettate le dimissioni del ministro degli
esteri, conte Valewski, di cui avremo occasione di fare menzione
sovente, e chiamato in sua vece Thouvenel, «ennemi des prêtres». Dice
dunque: «È evidente ai miei occhi che l'Imperatore s'è deciso dopo
lunghe esitazioni a ritornare francamente all'alleanza inglese, per la
quale egli ha avuto in tutta la sua vita il pensiero fisso. Quanto
all'interno egli ha capito che il partito clericale lo trascinerebbe
verso la china fatale che ha perduto Carlo X. Egli ha subodorato una
reazione violenta contro il partito ultramontano, un ritorno
appassionato verso i principi del '89 e l'ha rotta con Roma. A mio
avviso la decisione dell'Imperatore non è dubbia. Il giorno in cui ha
fatto all'arcivescovo di Bordeaux la sua famosa risposta, di cui
l'importanza non era minore ai miei occhi che quella dell'opuscolo «Il
Papa ed il Congresso», io ho esclamato fra me: Io perdono all'Imperatore
la pace di Villafranca: egli sta con ciò per dare all'Italia un aiuto
ben più grande che con la vittoria di Solferino. L'alleanza inglese e la
rottura con Roma devono necessariamente dare al governo dell'Imperatore
degli andamenti più liberali, o almeno più larghi e più popolari».
Gli occhi del Cavour si chiusero a tempo. Egli morendo potrà dire:
«L'Imperatore è molto buono con noi». Egli non udì la fucilata di
Aspromonte e di Mentana; non lesse le lunghe, diuturne, affannose o
pietose pratiche dei ministri italiani a lui successi.[46] Non vide (e
sarebbe avvenuto, lui vivo?) l'Imperatore, tratto contro l'opera
propria. I suoi occhi si erano chiusi. Ma che egli avesse visto la meta
a cui tendeva Luigi Bonaparte, fra impedimenti immensi, lo dice la
storia, quella che è più sigillata; e delle forze avverse che
trascinavano l'Imperatore anche questa semplice narrazione offrirà prove
non poche.
[46] Vedi fra gli altri documenti, BONFADINI, _Vita di Francesco
Arese_.
«Quanto all'Italia» — prosegue il Cavour — io ho il convincimento che le
restaurazioni non avranno luogo e che il potere temporale dei papi è
distrutto; e in uno spazio di tempo poco considerevole, il principio
unitario trionferà dalle Alpi alla Sicilia».[47]
[47] CHIALA, I, pagg. 167, 168.
*
Questo ammirevole possessore del senso del reale non potè accordarsi con
colui che fu detentore massimo del senso dell'ideale, cioè col Mazzini.
La qual cosa non vuol dire che l'uno abbia torto e l'altro ragione. V'è
nella leggenda biblica Lia e Rachele, lo spirito attivo e lo spirito
contemplativo; v'è nella parallela la linea destra e la linea sinistra:
non si toccano mai; ma ambedue sostengono il carro e nella visione
lontana ambedue le linee convergono in una.
Io non nego che, indipendentemente dal temperamento dei due uomini, non
possa spiacere questa specie di sconoscenza del Cavour verso il Mazzini;
ma oltre alle cose che diremo in seguito, qui ci piace ricordare come il
Cavour, giudicando secondo la sua coscienza, si sentiva offeso da quel
partito mazziniano, che pretendeva da solo «al monopolio del
patriottismo e dell'amore per la libertà».[48] Credeva inoltre che la
monarchia sabauda «avendo mantenuto e sviluppato nel decennio il
principio costituzionale, avesse nociuto all'Austria ben più seriamente
che le sommosse del Mazzini».[49]
[48] CHIALA, IV, pag. 159.
[49] _Ib._, IX, CV.
Il Cavour, dopo l'Alfieri, è l'altro allobrogo grandissimo attratto
dalla voce della gran madre, l'Italia. Certo quella sua manchevolezza di
studi filosofici e classici, l'ambiente in cui visse da giovane, lo
mettono troppo in contrasto con altri italiani, che assursero all'idea
della patria e della libertà da una quasi saturazione di pensiero antico
e da una stupenda fraternità d'anima col popolo.
Questa deficienza nel Cavour può spiacere: come a chi è propenso alle
idee di republica, può spiacere quella sua fedeltà incondizionata al
monarca sabaudo, sino agli ultimi aneliti, sino alle parole supreme;
tanto che ad un primo superficiale esame si dubiterebbe se egli ami più
la patria o la monarchia. Per quanto animato da spiriti nuovi e uomo
nuovo nel vecchio Piemonte, egli è pur sempre uscito da quella nobiltà
feudale e guerriera che fiorì intorno al trono.
Con tutto questo non si dimentichi che la politica, risolutamente
italiana del Piemonte, è opera del Cavour, e ciò non avvenne senza
qualche opposizione. Carlo Alberto nei suoi perpetui tentennamenti lo
avrebbe dichiarato «l'homme le plus dangereux de son royaume»;[50] e si
citano i giudizi dei re per non riferire quelli degli altri, giacchè se
è bel destino dei re portare tutte le glorie dei loro sudditi, è anche
brutto destino portare talvolta anche le loro colpe.
[50] DE LA RIVE (CHIALA, I, CVIII).
Ben è vero che l'Azeglio, dopo Plombières, scrisse al Cavour una lettera
ove è detto «oggi non si tratta più di discutere la tua politica, ma di
farla riuscire»,[51] frase se non proprio degna di Plutarco, come nota
il Bonfadini,[52] degna di un patriotta di cuore e di acuto senno, il
quale ben conoscendo l'abilità — mi si conceda l'espressione — del
cuoco, accetta le vivande con gli ingredienti che questo ha a sua
disposizione. È dopo la morte del cuoco che gran turbamento avvenne in
cucina! Ma che le arti politiche del Cavour gli gradissero tutte, non
oserei dire. L'assoluto del giudizio dell'Azeglio rispetto all'Italia e
la rettitudine della sua morale, ammirabile senza dubbio, ma in
contrasto con le necessità della politica, lo porteranno a chiamare
quelle arti «giuochi di bussolotti del povero Camillo e Compagni»,
espressione non destinata alla pubblicità[53] e detta con forza di
preterizione, ma che è significativa e può oggi essere palesata. E se
alcunchè di vero è nella cruda espressione, vero è anche che furono
«giuochi» leali, e morto lui, nessuno li seppe più così bene eseguire.
Quanto poi queste arti dispiacessero al Mazzini, come di mala
opportunità le incolpasse, è cosa nota. Caratteristica questa atroce
opinione: «Se i popolani d'Italia vibrassero i loro coltelli al grido di
Viva il re Sardo! e vincessero, voi li abbraccereste fratelli. E se
vincessero anche senza quel grido, voi li abbraccereste il dì dopo, per
cercare di impossessarvene e sviarne e tradirne i nobili istinti a
benefizio d'un concettuccio ambizioso della monarchia».[54]
[51] MASSARI, _Il conte di Cavour_, pag. 288.
[52] BONFADINI, _Vita di Francesco Arese_, pag. 182.
[53] BONFADINI, _Vita di Francesco Arese_, pag. 297.
[54] MAZZINI, _Scritti_, Vol. X, pag. 59.
Sospinse il Cavour Carlo Alberto alla guerra;[55] sospinse senza
pentimenti, risolutamente, Vittorio Emanuele su la via della
Rivoluzione. La monarchia conquisterà l'Italia, l'Italia le si arrenderà
incondizionatamente.[56] Ma egli comprende che questa sottomissione
della Rivoluzione alla Monarchia non può avvenire per atto di
coercizione o di fedeltà in senso feudale, cosa non conforme alla
tradizione italiana, ma per spontaneo accorrere e fondersi di forze, per
patto di riconoscenza. La monarchia deve «fare il suo dovere», la
monarchia deve «magnetizzare» la rivoluzione. V'è un passo del Cavour
che simboleggia questo concetto in modo evidente. In una lettera al
Farini, del 5 ottobre, dice: «Occupate senza indugi gli Abruzzi. Fate
entrare il Re in una città qualunque e là chiami Garibaldi a sè. Lo
magnetizzi....»[57] Esita il Re? Lo rincuora: «Oggi o domani Vostra
Maestà porrà il piede sul suolo napoletano. Passo magnanimo che supera
in ardire il passaggio del Ticino nel 1848».[58] Scoppierà una nuova
guerra contro l'Austria? E per questo? «Siamo preparati a tutto. Nasca
quel che sa nascere; se abbiamo da soccombere, lo faremo valorosamente e
salvando la fama dell'Italia, assicureremo il suo avvenire».[59]
[55] La guerra! La guerra immediata, _senza indugio_! Vedi
_L'ora suprema della Monarchia Sabauda_, e per questo _senza
indugi_, confronta il CATTANEO, _Dell'insurrezione di Milano nel
1848 e della successiva guerra_.
[56] L'Europa è così avvezza a ostentare incredulità quando gli
Italiani parlano d'unione, di concordia, che vale meglio non
fare l'annessione che subordinarla a patti deditizi. CHIALA, IV,
VI, pag. 56 (Lettera al Carini). — Vedi anche la ben terribile
lettera del Cavour (CHIALA, IV, pagg. 2, 4), in cui dice di
essere disposto a tutto, pur di non lasciarsi sottrarre la
conquista garibaldina di Napoli. Vedi _Il Risorgimento
Italiano_, N. 1, genn. 1908.
[57] CHIALA. IV, pag. 32. «Cavour concepì il disegno di
annullare con un colpo improvviso l'esercito della ristorazione
di Lamoricière, poi di effettuare l'unione del Mezzogiorno, e
così salvare, con l'unità d'Italia, anche l'autorità della
Corona. Egli stesso considerò più tardi questo suo ardito
pensiero come il migliore titolo della sua gloria: la Monarchia
era perduta se noi non eravamo presto al Volturno. Il 28 agosto
1860 Farini e Cialdini furono ricevuti dall'Imperatore Napoleone
a Chambéry; essi gli rappresentarono che l'esercito
leggittimista della Curia minacciava il suo trono stesso; che
Garibaldi voleva chiamare a sè Chasras l'antico avversario di
Napoleone, che la spedizione del Veneto diventava una necessità,
appena Garibaldi movesse sopra Roma. E allora che cosa
accadrebbe di ogni ordine civile, se la Monarchia non istrappava
il pugnale dalle mani del partito d'azione? Così stretto e messo
al muro, Napoleone non osò opporsi, ma il famoso _faites, mais
faites vite_, che gli fu posto in bocca, non lo ha detto.» —
ENRICO DE TREITSCHKE, _Il conte di Cavour_, traduzione di A.
Guerrieri-Gonzaga, Barbera. 1893. «In quell'occasione, scrive il
DE CESARE (II, pag. 58), l'Imperatore si lasciò penetrare forse
anche troppo, e il genio politico di Cavour intuì di potere
osare.»
[58] CHIALA, IV, pag. 37.
[59] CHIALA, IV, pag. 72.
In altri termini il Regno non deve essere soltanto donato al
«sopraggiunto Re», nè il Re andrà alla sua mensa e Garibaldi spezzerà
solitario, con fronte dolorosa, il secco pane.
Il passaggio della Cattolica e del Tronto nel '60, la Monarchia osante
quanto la Rivoluzione; la Monarchia che affronta essa radicalmente la
questione di Roma; la Monarchia instauratrice di un ~novus ordo~; la
Monarchia che non manda a casa i garibaldini con un «benservito», sono
le condizioni perchè il Re possa veramente essere Re d'Italia. E questo
scomunicato muore col frate confessore accanto e con l'olio santo.
Leverà Iddio la scomunica![60]
[60] Pio IX, quando avvenne l'annessione delle Legazioni e dei
Ducati alla monarchia costituzionale del Re Vittorio Emanuele,
colpì con l'arma «addirittura medievale», cioè con la scomunica
maggiore, pubblicata il 26 aprile 1860, invasori, usurpatori e
complici. Vedine il testo per esteso nell'opera del DE CESARE,
_Roma e lo Stato del Papa_, II, pagg. 8-13.
Tutte queste cose potrebbero dimostrare che l'uomo geniale è pur sempre
idealista, anche se spirito matematico.
La dichiarazione[61] del Mazzini del 2 marzo 1860 è indizio di questa
politica vittoriosa, ed il Carducci, incolpato di manifestazioni
monarchiche e sabaude nella sua giovanezza, spiega con lo stato della
sua anima quella di tanti italiani, i quali, «nel '59 e nel '60,
accolsero la formola Italia e Vittorio Emanuele.... per il concetto che
nella fusione dell'elemento signorile col cittadino, dell'esercito col
popolo, delle memorie monarchiche con le democratiche, etc., la storia
d'Italia troverebbe alfine il suo complemento necessario».[62]
[61] Ripeto a voi ciò che stampiamo da ormai due anni. Non si
tratta più di Republica o di Monarchia; si tratta di Unità
nazionale — d'essere o non essere — di rimanere smembrati e
schiavi della volontà d'un despota straniero, francese o
austriaco non monta, o d'esser noi, d'essere uomini, d'essere
liberi, d'essere tenuti siccome tali, e non siccome fanciulli
tentennanti, inesperti da tutta Europa. Se l'Italia vuole essere
monarchica sotto Casa Savoja, sia pure. Se dopo vuole acclamare
liberatore e non so che altro il Re e Cavour, sia pure. Ciò che
tutti or vogliamo è che l'Italia si faccia: e se deve farsi,
deve farsi per ispirazione e coscienza propria, non dando carta
bianca, pei modi, a Cavour ed al Re, e rimanersi inerti ad
aspettare.
[62] _Giambi ed Epodi_, in _Confessioni e Battaglie_.
Questo moto forte e concorde tanto durò, quanto durò la vita dell'uomo
meraviglioso; ed è questa forza, è questa concordia che nei due anni,
1859 e 1860, produssero l'unità della patria. Scomparso lui, i due
partiti si staccarono, e ciascuno riprese la sua libertà di azione. Gli
uomini di parte moderata, spinti dall'impeto della politica del Cavour,
si trovarono come viandanti in cerca di «estraneo lido». Ben vorrebbero
proseguire, ma la guida geniale non è più. Rinvennero, con istintivo
moto di prudenza, come un corpo elastico a cui è sottratta la forza che
lo traeva. S'accostarono verso le idee di un altro grande rappresentante
delle idee moderale, il D'Azeglio. Se non che questi nella rettitudine
del suo spirito, già dal '53, quando sentì di non potere procedere
oltre, aveva indicato il Cavour, se era giocoforza procedere; e pur
servendo, quando fu richiesto, la patria, s'era ritratto dal potere.[63]
[63] Il D'Azeglio, con geniale intuito, aveva compreso come
fosse fatale procedere oltre. Ciò non era però nelle sue
convinzioni filosofiche, politiche, storiche. Federalista e
credente convinto, anche per altre ragioni psicologiche e
morali, esitava davanti ad una non maturata unità nazionale. Del
'53 non di malincuore lasciò il posto di ministro al Cavour.
«Vado ruminando come si potrebbe fare per rendere a Cavour utile
questo viaggio, nel senso di domare il poledro e renderlo
sensibile all'uso del tiro per il carro dello Stato»: e altrove:
«Vorrei che per il '53 Cavour fosse diventato capace e possibile
e venisse l'ultima scena, nella quale si vedesse me precipitato
negli abissi ed il _Pansciotel_ elevarsi fra le nubi e i fuochi
di Bengala: dopo di che si calerebbe finalmente il sipario e
potrei andare in camerino e spogliarmi».
Ma gli uomini che detenevano il potere, oramai troppo erano avanzati.
Procedere volevano, certo, ma, tra difficoltà grandissime e varie,
bisognava osare ed imperare bene, ed imperare e osare bene è cosa
geniale: ritirare il piè non potevano. Subirono, non dominarono gli
avvenimenti. Il partito della Rivoluzione o d'Azione, come fu chiamato,
procedette per suo conto, ripudiando il motto «Italia e Vittorio
Emanuele», e per converso al partito detto dell'ordine, s'accostarono i
troppi, i quali costretti dalle mutate condizioni a riformare la moda
del loro abito politico, scelsero la foggia che più pareva adatta a
proteggerli. Poi fra le nuove parti divise s'incuneò possente la forza
nuova della nuova idea internazionale. Quindi l'orientarsi verso
sconfinate idealità sociali, da un lato; dall'altro le troppe faccende e
le troppe ricchezze contribuirono a diffondere l'oblio, in questa nostra
gente già così obliosa, di tanta gloria e di tanta storia palpitante
ancora.