Come la reintegrò, infatti![79]

[79] Più tardi egli chiamò quelle nozze _ma sottise_; ma non

risulta che mai ne facesse rimprovero alla donna, così

stranamente amata. Era Eugenia di Montijo di ammirabile bellezza

e di non comune intelligenza. Vero è che tale donna intelligente

e bellissima difficilmente poteva contribuire alla felicità del

marito, perchè l'intelligenza di lei, più che meditante in

profondo, era perspicace dei fatti vicini; nè ella d'altronde

poteva sottrarre sè stessa al fascino ed alle leggi della sua

bellezza. Era inoltre, l'Imperatrice Eugenia, ardita,

orgogliosa, impulsiva e bigotta spagnolescamente ed oltre a ciò

gelosa ed avara. Dopo ciò è lecito crederla buona, amorosa,

fedele, come si legge in molti scritti. La madre di lei e la

losca, esosa figura della cameriera Pepa, dànno al retroscena

della vita delle Tuileries un carattere tale che sarebbe

necessario conoscere per chi volesse formarsi delle cose un'idea

non discosta dal vero. Vedi i citati libri del De Lano.

Il ricordato volume delle lettere del Le Bas contiene alcuni disegni,

dati come originali del giovanetto. Essi sono pieni di sentimento e di

finezza e non privi d'arte. Ne ricordo tre, manifestamente

significativi. Una sentinella rigida, con cappotto, colbacco enorme. Sta

all'erta; stringe e sembra presentare l'arma. Presso è il bivacco;

intorno un tetro paesaggio nevoso. Altro disegno col titolo «l'aquila

fedele». Un'aquila sta librata sopra una lastra sepolcrale. Intorno è un

paesaggio aspro. Sulla tomba è scritto N; e sotto, 1821. Ancora: un bel

brigante in pieno assetto: cioce ai piedi, mantello cadente, cappello a

pan di zucchero coi nastri e la croce sul petto: il bandito italiano.

*

L'ardente amore della regina Ortensia pe' suoi figliuoli, le cure per la

loro educazione, i dolori sofferti, le ansie mortali per la loro sorte e

le loro vicende, la redensero. Anch'ella, come la ~còrsa Niobe~, attese

su la soglia della casetta d'Arenenberg il figlio.[80]

[80] Dopo il tentativo di abbattere, nel '35, a Strasburgo, la

monarchia di Luigi Filippo, Luigi Napoleone fu deportato, come è

noto, in America, dove lo precedette l'Arese per amore e

consiglio d'Ortensia onde lenire l'esiglio al figliuolo. Questo

atto insigne di pietà e di amicizia sarà poi come un talismano

per l'Arese verso l'Imperatore. Ma non importerà farne mostra!

È del 3 aprile '37 una pietosa lettera (Vedi BONFADINI, 109,

110) della Regina Ortensia da Arenenberg, al figlio lontano: «Mi

si deve fare un'operazione assolutamente necessaria: se essa non

riesce, io ti invio con questa lettera la mia benedizione».

Nessun accenno a dolori sofferti per lui. Gli dà convegno nel

mondo delle ombre; e lui solo rimpiange, il suo affetto, la sua

tenerezza filiale, unico conforto fra tante sventure. «Tu

penserai al mio affetto per te e tu avrai coraggio!» Gli infonde

la fede nel mondo di là, dove si rivedranno; benedice anche

«quel buon Arese come un altro suo figlio». Giunse Luigi

Bonaparte poi a tempo di raccogliere col bacio ultimo l'anima

materna. Visse nella deserta casa dove era morta la madre.

Prepara l'altro tentativo, quello di Strasburgo del 1840, che

gli aprirà le porte del carcere di Ham, ove rimase sei anni e da

cui fuggì poi travestito da operaio. Di questi «vari colpi di

stato» vedi il libro citato del Lebey, _Les trois coups d'état,

etc._

Che se il Le Bas insegnò la vanità degli imperi, ella, la idolatra di

Napoleone, insegnò il culto di quel suo Prometeo che fu incatenato su la

rupe di Sant'Elena. Non lo avrebbero veduto più; ma l'ava Letizia,[81] a

Roma, può ancora parlare di lui: «Parlez nous de lui, grande mère!» ed

una fede cieca ella inspirò nel loro destino. Non era predetto? «Se noi

troveremo nel prato, o amica, un trifoglio di quattro foglie, vorrà dire

che presto potremo ritornare in Francia, o che domani avrò lettere dal

figlio mio».[82]

[81] «Madama Letizia trascorreva a Roma i suoi giorni col

cardinale Fesch. Ella non passava mai la soglia del suo palazzo

se non in vettura chiusa. Tutti i giorni dal tocco alle tre, si

faceva condurre nella campagna romana e là nella solitudine,

dove tutto è morto, eccetto che la memoria del passato,

camminava sola a piedi. Ella incontrava talvolta la carrozza di

Pio VII. Il papa si fermava, salutava la madre di colui che

aveva agitato i destini del mondo cristiano e con quella bonomia

italiana che si sposa spesso a dei sentimenti di vera grandezza,

le domandava novelle del _povero imperatore_.» _Mémoires et

correspondances du roi Jérôme et de la reine Cathérine._ Dentu,

1861, vol. VII.

[82] STÉFANE-POL, pag. 5.

*

Il colpo di Stato del 2 decembre 1851, sta su Luigi Bonaparte come una

sanguinante tonaca, ed un nome pauroso e tenebroso gli è rimasto che

pare quello di un carnefice, il quale per nome proprio non può essere

ricordato. Converrà di questo dire qualche cosa, ed intanto diciamo che

se questo nome è disonorevole, v'è anche una cosa che non fa onore

all'umanità; ed è la seguente: che soltanto dopo il delitto, Luigi

Bonaparte è preso in seria considerazione.

Prima, no. Prima egli è, secondo le varie opinioni, un avventuriero, un

allucinato, anche un idiota, e per la polizia papale «il nominato

soggetto»,[83] e per i ben pensanti, un bisognoso di clemenza. Anche il

padre, in tale senso, lo raccomanda alla clemenza del Re di Francia:

«Mio figlio è caduto in un orrendo lacciuolo, essendo impossibile che un

uomo non sprovvisto d'ingegno e di buon senso, si sia gettato

allegramente in un tale precipizio».[84] «Quel matto di mio cugino»,

ricorda Cesare Cantù di avere udito dal principe di Canino.[85] Dopo,

no: è l'Imperatore. «Questo disgraziato Luigi Bonaparte fu giudicato,

condannato ~et exécuté~ nel modo più bello. Non c'è che una sola voce:

la sua incapacità»: questa nota è dell'Hübner, 25 novembre: dopo il 2

decembre, l'incapace è divenuto certamente capace; e l'ambasciatore

austriaco dovrà col suo sbarbato volto volpino spiare, spiare, spiare

per otto anni che cosa dice, che tempo segna il volto dell'Imperatore.

[83] Vedi Archivio di Stato di Bologna: passo riportato nelle

pagine seguenti.

[84] CANTÙ, _Cronistoria_, II, pag. 1157.

[85] _Ib._, _Cronistoria_, II, pag. 1156.

Questa contraddizione non poteva sfuggire all'Hübner, tuttavia: «Prima

del colpo di Stato i capi del parlamento lo accusavano di inettitudine,

d'ignoranza, di stupidità. Quando parlava, o piuttosto balbettava le

prime volte, Montalembert esclamò: Ma è un discorso da svizzero,

codesto! Oggi è salito di grado. Non lo si chiama più imbecille, lo si

chiama ~sfinge~».[86]

[86] HÜBNER, I, pag. 57.

Anche Vittor Hugo lo dichiara, atrocemente, ma lo dichiara: «Non è vero:

non è un idiota: ci siamo ingannati. Luigi Bonaparte ha un'idea fissa:

ora un'idea fissa non è idiotismo. Sa quello che vuole, e va. Attraverso

la giustizia, attraverso la legge, attraverso la ragione, attraverso

l'onestà, attraverso l'umanità, sia pure, ma va!»[87] È qualche cosa!

[87] V. HUGO, _Napoleone il Piccolo_.

*

Vittor Hugo, il 17 luglio 1851, dalla tribuna parlamentare ha proferito

parole degne di grande poeta e di grande filosofo: ha detto: «Come?

Perchè dieci secoli or sono Carlo Magno, dopo quaranta anni di gloria,

ha lasciato cadere sul mondo la sua spada e il suo scettro, così immensi

che per mille anni nessuno ha osato toccarli; perchè dopo mille anni,

giacchè non occorrono meno di mille anni a gestare tali uomini, è sorto

un genio che ha fatto della storia gigantesca, che incatenò la

rivoluzione in Francia e la scatenò in Europa, che ha dato al suo nome

per sinonimi Rivoli, Jena, Essling, etc.; perchè anche lui, dopo dieci

anni ha lasciato cadere questo scettro e questa spada, voi venite, voi

volete, come lui dopo Carlo Magno, prendere nelle vostre piccole mani

quella spada di giganti? Per che fare? Dopo Augusto, Augustolo? dopo

Napoleone il Grande, Napoleone il Piccolo?»[88]

[88] _Ib._, _Châtiments_, in fine.

Ma le comuni anime degli uomini non possono comprendere così altamente e

alatamente: finchè le anime umane non si muteranno, per esse un gran

delitto, riuscito a giuoco di fortuna, sarà sempre una gran forza. E

così non fu creduto il Mazzini, che disse all'Imperatore: «Voi siete una

pallida ombra». Ombra? finchè durò quella forza, fu realtà, non ombra.

Quando quella forza fu vinta, tutti dissero come il Mazzini: «Tornate

nel sepolcro, signore!»

*

E qui ci appare un fatto strano, minimo e grandissimo. Luigi Napoleone

aveva avuto dalla natura un volto impassibile, atono: flemmatico era;

non amava troppo discutere; era, come dicemmo, taciturno. Non si

adirava; tutt'al più diceva: ~c'est absurde!~ Naso aquilino, occhio

ceruleo, come quello materno, ma senza sguardo, come il sole del freddo

mattino d'inverno: soltanto qualche raro bagliore talvolta. Degli scatti

napoleonici, nulla: qualcosa di nordico.

È Vittor Hugo che lo tratteggia: «Luigi Bonaparte è uomo di media

statura, freddo, pallido, lento, che ha l'aria di non essere del tutto

sveglio. La sua parola si trascina con lieve accento tedesco. Ha i baffi

folti che nascondono il sorriso, come il duca d'Alba, l'occhio spento

come Carlo IX». I paragoni sono, oltre a questi, Cesare Borgia, Filippo

II, Alessandro VI, Ezzelino da Romano: cioè i più truci tiranni del

medio evo.

Alla lor volta i panegiristi ufficiali dissero: «È la vita sotto il

marmo; il fuoco sotto la cenere; l'audacia sotto il velame della

timidezza; l'inflessibilità redenta dalla bontà. Egli è il grande

Augusto, egli è il buon Tito sotto l'aspetto di Werther, questo

prototipo della fantasticheria germanica».

E allora, per conciliare quell'orrido e quel sublime, fu scritto questo

indovinello: egli è temerario e calcolatore, modesto e fastoso, pronto e

tardo, mobile e tenace, affabile ed altero, voluttuoso ed insensibile,

lo si annega e galleggia, lo si domina e domina.[89]

[89] L'Hübner, più conforme a verità e più acuto del servo

encomio o del codardo oltraggio, così lo delinea per conto suo:

«Egli non vuole, egli non sa discutere: il suo sguardo spento,

che tuttavia lancia talvolta baleni, i tratti immobili del volto

formano alla lor volta una maschera ed una corazza

impenetrabili; e lo si lascia sempre con l'impressione di non

essere stati compresi da questo spirito, in apparenza ottuso, in

realtà perspicace, che non comprende perchè non vuole

comprendere o perchè non vuole che ci accorgiamo che egli ha

compreso». (I, pag. 82.) Che questa taciturnità naturale fosse

poi da lui sfruttata come maschera, lo sospetta l'Hübner,

dicendo: «L'Imperatore Napoleone che sa essere incantevole

quando vuol esserlo, e molto buon parlatore quando gli garba

uscire dalla sua taciturnità abituale, ci raccontò qualche

avventura della sua vita di esule.» (I, pag. 115.)

Anche i preti, acuti osservatori, rinunciarono alla spiegazione e

dissero «sfinge!», parola senza senso; ma che fu accettata come si

accettano tante opinioni, perchè risparmiano la fatica di pensare. E

perchè il padre era mal certo, Pio IX disse: «figlio del diavolo».[90]

In Vaticano anzi si riteneva che Napoleone III «consultasse

frequentemente il diavolo per la sua politica».[91] In fatti tre volte

egli difese Roma papale. La freddura atroce: «Napoleone III a Sedan ha

perduto ~ses dents~», è attribuita allo stesso pontefice, che era uomo

buono ed argutissimo;[92] e il mondo della Curia parve gioire della

caduta di colui che quella Curia difendeva con le armi, e «si sentiva

avvinto verso Pio IX da un sentimentalismo, così cavalleresco»,[93] che,

fino presso a Sedan, rifiutò di cedere per Roma.[94]

[90] Vedi R. DE CESARE, _Roma e lo Stato del Papa_, II, pag. 42.

[91] _Ib._.

[92] _Ib._, pag. 433.

[93] _Ib._, pag. 428. Di questo sentimentalismo cavalleresco

vedi le probabili cause più avanti.

[94] Il 3 agosto telegrafava da Metz al Duca di Grammont:

_«Nonostante ciò che porta Vimercati e malgrado gli sforzi del

Principe Girolamo, io non cedo per Roma»._ E il Vimercati

portava in nome di Vittorio Emanuele il progetto d'alleanza fra

l'Austria e l'Italia per la neutralità armata e comune azione

diplomatica. Vedi R. DE CESARE, pag. 430.

Ebbene, quella maschera di sfinge fu per molto tempo una forza di

Napoleone III. In essa si affissò non solamente l'Hübner, e gli altri

diplomatici; ma a lungo, molto a lungo, il Bismarck.

Venne pur troppo il giorno in cui questi acuti osservatori esclusero la

impenetrabilità di quel volto, e dissero: È un errore! Non vi sono

profondità impenetrabili. V'è soltanto una superficie mutevole. Peggio:

v'è un affetto. Ora la vera politica procede senza affetti: ~sine ira et

studio~: difende i suoi interessi nei limiti del diritto.

Il giorno che quegli uomini dall'occhio di falco, ebbero certezza di

questa cosa, l'Imperatore fu veramente ~exécuté~. L'essere duca d'Alba,

Cesare Borgia, avere il «marchio di Caino»,[95] non giovò: astuzie,

infingimenti, la squadra dei pretoriani còrsi, la corruzione, la

menzogna, etc., ed altre arti di governo non giovarono: questi

istrumenti terribili così comunemente usati, del resto, al contatto di

quell'affetto e di quell'idealità, perdettero la loro consistenza

molecolare.

[95] MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 27.

Questo difetto del «fosco»[96] Imperatore cominciò ad essere avvertito

al tempo della guerra d'Italia.

[96] «Fosco figlio d'Ortensia», nota perifrasi del Carducci.

*

V'è una pagina nella vita di Luigi Napoleone che si desidererebbe più

nota almeno dagli Italiani: è una pagina tragica ed eroica, di morte e

di sangue. Quelli che hanno notizie di storia, la riassumono in poche

placide parole: Napoleone III, da giovane, prese parte ai moti del '31

in Italia. Altri vanno più in là e dicono: e perciò commise doppio

delitto quando spense la republica romana del '49; e perciò del '59, se

fece qualche cosa, non fece che un atto di riparazione.

È troppa o troppo poca sapienza!

Vediamone qualche cosa, sia pure in breve. A Roma del '26, sotto la

guida del Le Bas, studia, un'ora o due il giorno, Tacito: «è sempre

buono ed amabile; il suo spirito si sviluppa, le sue idee

ingrandiscono»:[97] a Roma impara la scherma da un Giovanni Gennaro,

dalmata, luogotenente sotto l'Impero, decorato della legione d'onore: a

Roma, del '27, stringe con Francesco Arese, di tre anni più anziano di

lui, quell'amicizia che solo la morte disciolse.

[97] STÉFANE-POL, pag. 323.

Nobile figura umana è questo dovizioso patrizio lombardo, il quale molto

patriziato lombardo riscatta; nobile per l'ombra austera in cui si sta

nella storia del nostro risorgimento politico, pur avendovi avuto così

grande parte;[98] nobilissima per la fede serbata a Luigi Napoleone in

ogni suo tempo e fortuna. Carbonaro (e mazziniano di poi), egli era

venuto a Roma, fuggendo le persecuzioni dell'Austria, con la madre,

quella Antonietta Fagnani-Arese a cui i facili amori e la ammirabile

seduzione concessero una specie di immortalità per la ode del Foscolo,

«Qual dagli antri marini». Amiche erano state le madri alla corte

vicereale di Eugenio Beauharnais; amici divennero i giovani, cui

stringeva comunanza di età e di affetti. L'Arese verosimilmente confidò

al Principe i ricordi della sua vita: gli Austriaci entrati a Milano

nell'aprile del '14 sul cadavere lacerato del Prina; uno zio paterno

soldato dell'Impero,[99] e un amico della sua famiglia, Federico

Confalonieri, vittime tragiche di un'inane cospirazione; la grazia due

volte chiesta per lo zio all'Imperatore d'Austria, da lui,

personalmente, sino a Vienna richiesta; e il rigido rifiuto e la

straniera violenza; e per converso le glorie, le vittorie, la libertà

d'Italia sotto Napoleone.

[98] Egli fu, come è noto, il principale anello di congiunzione

tra il Piemonte e Napoleone, sino dal '49 quando si recò a

Parigi a chiedere l'aiuto di Francia contro l'Austria; poi fu la

leva di cui, con impareggiabile arte, si valse il Cavour per

smuovere Napoleone e col suo aiuto battere in breccia la

diplomazia austriaca; poi fu il «parafulmine» ed il «cuscino»

paziente tra la sorgente Italia dopo il '59 e le necessità della

politica di Francia. Il senatore Bonfadini con l'aiuto

dell'archivio di casa Arese, publicò nel 1894 quella sua _Vita

di Francesco Arese_, che molta luce porterebbe alla storia, se

noi fossimo in grado di uscire dal solco che il dottrinarismo

retorico ha tracciato. Dal libro del Bonfadini il conte Giuseppe

Grabinski dedusse un più facile volume ad uso dei francesi: _Un

ami de Napoléon III_, che, edito nel 1896 nel _Correspondant_,

fu poi in volume publicato in Parigi l'anno seguente. Ambedue

muovono da principî strettamente conservatori, ma non è questa

buona ragione perchè i fatti che essi riportano, debbano essere

negletti.

[99] Colonnello barone Alessandro Zanoli, autore di una

pregevole _Storia delle milizie cisalpine_.

Alla sua volta il Principe, che a quel tempo non doveva essere così

taciturno come fu poi, deve aver confidato all'amico le tristezze della

sua anima e del suo esiglio, la speranza della sua giovinezza. Era morto

Napoleone, ma la sua anima riviveva, un'anima foggiata secondo il suo

sogno: risuscitare la Grecia, la Polonia, l'Italia, eccitare i popoli

dal torpore della servitù, distruggere i trattati della Santa Alleanza.

Fantasie giovanili! Ma queste fantasie gli furono pur sempre care:

sogni, ma dolci sogni! Di riparlarne ancora desidera molti anni più

tardi, e riabbracciare l'amico, e riandare ancora con lui «i passati

tempi». Quando? Nel 1841. Dove? Nel castello d'Ham, dove era

prigioniero. E quei ~passati tempi~ sono ricordati in lingua italiana

nella sua lettera.[100]

[100] Vedi lettera di Luigi Napoleone all'Arese. (BONFADINI,

_Vita di Francesco Arese_, pag. 64.)

Si inscrisse in quel tempo Luigi Bonaparte in qualche vendita dei

carbonari? La cosa a molti pare probabile, benchè non sia confortata da

documenti. L'Arese ci indurrebbe in tale supposizione, quando dice che

egli era carbonaro nell'anima;[101] e certo quel rito tenebroso e

solenne doveva esercitare un fascino grande su di un temperamento

romantico e in quella età; nè si dimentichi che l'arma della setta e

delle congiure si presentava allora come l'unica forma di lotta

possibile contro quell'altra congiura di re, che fu la Santa Alleanza.

Noi oggi sorridiamo di quei monacali e tragici riti; ci paiono assurde

le speranze concepite dai carbonari del '21 e del '31 o, avendo in mente

soltanto quale è oggi la massoneria, ce ne sdegniamo: ma a torto. Non ne

rideva, certo, l'Austria!

[101] Aderendo alla carboneria i due giovani non derogavano, ma

continuavano la tradizione della famiglia di Napoleone; nè si

dimentichi che la carboneria sorse in Italia per opera del Murat

in Napoli. Vedi per tutta questa questione il LEBEY.

E se fu carbonaro, nei rapporti che ebbero allora i due principi coi

patriotti italiani (fra gli altri con Ciro Menotti), giurò Luigi

Bonaparte su di un teschio e un pugnale di liberare l'Italia? Questa

leggenda corse con un certo valore in Francia e da noi. Difficile, come

nel primo caso, è l'affermare od il negare; ad ogni modo è assurdo

credere che l'odio e l'attentato di Felice Orsini significasse la

condanna settaria per la mancata promessa; quasi un terribile:

«Ricordati!» al potente, assiso sul trono imperiale. L'attentato

dell'Orsini ha altra origine. Ma ammettiamo pure un simile giuramento:

quale valore gli si poteva dare? Aveva poco più di vent'anni allora,

Luigi Bonaparte: un ragazzo!

La sola cosa interessante davvero è il terrore che questi tenebrosi

vincoli settari incutevano all'Austria, come per bocca del suo

ambasciatore Hübner, è dichiarato: «L'Imperatore, la sera dell'attentato

di via Le Peletier, pareva completamente ~démoralisé~. Si deve dedurre

che mancasse di coraggio fisico? Non ci penso nè meno. È che

l'Imperatore, posto al sommo vertice della grandezza umana, accolto come

un uguale dai capi delle antiche dinastie, aveva dimenticato gli impegni

presi nella sua giovinezza con coloro che dispongono delle potenze

sotterranee e sconosciute. Le bombe dell'Orsini sono venute a

ricordarglieli. Un lampo di luce rischiarò d'improvviso la sua

mente».[102]

[102] HÜBNER, II, pag. 93.

Se qui va errato il giudizio dell'Hübner, non erra però quando

all'orgoglioso e fiero Buol dichiara che egli non è «un poltrone»,

consigliandolo, sin dal '53, a farsi incontro all'usurpatore

dell'Impero, a riconoscerlo di buona grazia come Napoleone III, perchè

la «Francia è la Francia»; e bisogna evitare di offendere l'indole di

lui «vendicativa, essenzialmente còrsa, che lo porterà a creare

all'Austria delle difficoltà in Italia, aiutando segretamente il

Piemonte, e forse il partito demagogico in tutta la penisola».[103] Non

erra quando avverte il Buol di un oscuro presentimento che quell'uomo,

assunto al potere da un sogno e da una violenza, minaccia qualcosa che

non è la semplice conquista: «Se noi lo spingiamo sulla cattiva strada,

metterà fuoco ai quattro canti d'Europa; e dureremo molta fatica a

spegnere quell'incendio».[104]

[103] HÜBNER, I, pag. 108.

[104] _Ib._, I, pag. 111.

Ciò che è vero e si attrista il cuore pensando — come dicevo prima —

all'oblio indegno che copre quei fatti, è il disperato agitarsi dei due

figli di Ortensia in quella fine del '30 e in sul principio del '31,

quando la Francia insorse e dopo Francia, l'Italia e la Polonia in un

mirabile singulto di libertà; quando su quella giovanezza di santa

ribellione l'Austria della Santa lega diffuse e impose il peso

inesorabile delle sue armi. Due volte la tempesta della guerra, della

congiura, della fuga, aggirò il giovanetto per la patria nostra da Roma

a Bologna e Forlì, e poi ancora a Spoleto ed Ancona; e in quale

condizione tragica dell'animo! col fratello, morto fra le sue braccia in

un albergo di città ignota, con la madre accorrente per salvare i figli

(giacchè sa che se l'Austria li prende, sono perduti) con gli Austriaci

alle calcagna, che vogliono impadronirsi di lui, come si sono

impadroniti dell'erede, morente a Schönbrunn; come la morte si è

impadronita dell'altro, a Forlì: e poi la malattia sopravvenuta che

impedisce la fuga per mare da Ancona,[105] e il pietoso inganno materno

al generale austriaco Geppert, indi il travestimento e lo scampo per

tappe di posta sino in terra di Francia. Per breve tempo in terra di

Francia; perchè anche la patria gli sarà chiusa, perchè — cosa ripetuta

sovente e non imparata mai — la libertà è stata sempre sottomessa ad

innumerevoli necessità politiche; in nome di una delle quali sarà

vietato a Luigi Napoleone di rimanere in patria.

[105] Ancona fu, come è noto, l'ultimo rifugio dei Carbonari del

1831.

Allora egli odierà Luigi Filippo, allora egli, solo con il sussidio di

un nome meraviglioso, tenterà due volte, a Boulogne e a Strasburgo, di

abbattere quel Re che venne meno al principio per cui sorse, tenterà con

la sua spada e con le sue cospirazioni di aprirsi la via della patria.

Sognerà l'Impero, sia pure; ma a lui solo spetta il diritto oramai

(morti sono gli altri giovanetti eredi) di onorare il tradito

Imperatore, e lo onorerà imitandolo sino al Calvario.

Noi deridiamo le due congiure di Boulogne e di Strasburgo, perchè

tentate con mezzi inferiori al fine; ma e le nostre congiure del '21,

del '31, e quelle mazziniane di poi erano pari al fine proposto? Noi le

deridiamo perchè fallirono miseramente, perchè Vittor Hugo ci sparse

sopra un'onda e una fiamma di grottesco e di odio inestinguibile,[106]

perchè dicendo Napoleone III, noi diciamo Oudinot[107] e Aspromonte e

Mentana.

[106] «Il 6 agosto 1840 sbarca a Boulogne, abbigliato col _petit

chapeau_ (il famoso cappello napoleonico), con un'aquila dorata

in cima a una bandiera, un'aquila viva in una gabbia; sessanta

valletti, cucinieri, palafrenieri, travestiti da soldati

napoleonici. Butta dell'oro passando per le vie di Boulogne;

mette il suo cappello su la punta della spada, grida lui stesso:

Viva l'Imperatore: tira contro un ufficiale un colpo di pistola.

È preso. I Pari lo condannano alla prigionia perpetua. È chiuso

ad Ham.» _Napoleone il Piccolo._

[107] Questa lettera all'Arese del dottor Conneau, l'anima mite

e devota sino all'idolatria a Luigi Napoleone, è sommamente

interessante, appunto per l'intima conoscenza che egli aveva dei

sentimenti del Principe. Ciò avvertiamo senza aver l'intenzione

di lenire il senso di sdegno e di dolore che ogni italiano deve

provare pensando a tanti nobili petti infranti sotto Roma, dal

piombo francese: «Ho tardato a scriverti, perchè invero avea il

cuore oppresso. L'Italia e Roma sopratutto, mi teneva in

continue angosce. Quell'assedio fatto dai Francesi, benchè ne

comprendessi lo scopo, pure, perchè metteva in conflitto due

popoli tanto fatti per amarsi e difendersi, mi tormentava

oltremodo. Più vedo le cose da vicino e più sono disgustato, più

gli uomini mi vengono in antipatia. Chi vi attacca come chi vi

difende sono uomini di vil tempra. Forse i socialisti sono da

considerarsi come il partito il più da temersi per le orribili

dottrine che professano e per il terribile avvenire che

preparavano alla Francia e all'Europa se avessero riuscito; ma,

dall'altra parte, vedo così poca virtù nei cosidetti moderati,

vedo cotanto egoismo, cotanta esagerazione nel voler far

predominare il loro partito ed i loro interessi, che niuna

fiducia ho in essi. Fra tutto questo sciame di uomini corrotti,

egoisti, non vedo che un solo uomo che stimo ed amo, ed è il

nostro Principe. Oh, se ei potesse quanto diversa sarebbe la

Francia e l'Italia nostra! Ma bisogna che trascini dietro di sè

una caterva di gentaccia, così _encroûtée_ nelle sue vecchie

abitudini e negli antiquati modi e pratiche che tutto ciò che di

buono ei propone, trova un insormontabile ostacolo negli agenti,

o viene annullato dall'addizione di un monte di dettagli e di

misure le più contraddittorie. Mio buon amico, quanto io era più

felice in prigione che alla presidenza! Allora stimava gli

uomini buoni e disinteressati ed ora li vedo quali sono, vili,

egoisti e codardi! Tutti gli amici del Principe si risentono più

o meno del sozzo contatto delle persone che gli avvicinano.

Sento sovente emettere da certe bocche tali principî e tali idee

che fanno ribrezzo. Se non fosse per il Principe, avrei preso il

partito d'abbandonar Parigi e ritirarmi in un luogo remoto dove

non avessi potuto sentir parlare nè di politica nè di niuna cosa

consimile». 4 giugno 1849. Vedi BONFADINI, pag. 104.

Noi deridiamo la pazzesca congiura di Roma, quando nel decembre del '30,

egli uscì congiurato per le vie di Roma con alcuni vecchi soldati

napoleonici e con alcuni giovani, gli eterni giovani, e un tricolore in

pugno ed il grido Italia e Libertà; e vuole catturare i cardinali in

Conclave, ed è catturato, e con lui un «minuscolo prigioniero».[108] Il

popolo di Roma guardava e sorrideva.

[108] Il principe Girolamo Napoleone (_Plon-plon_), allora

fanciullo di dieci anni.

Noi sorridiamo quando da Civita-Castellana egli manda al novello papa

Gregorio XVI l'ordine di abbandonare il potere temporale e lo conforta

che, divenendo soltanto ministro di Gesù Cristo, tutti «anche i più

esaltati, lo adoreranno e lo sosterranno»; ma se ridessimo meno e

pensassimo di più, come saremmo più giusti e buoni nel giudicare uomini

e cose!

Noi qui non possiamo rifare la storia di quelle vicende; esse

chiederebbero un volume a parte e molte ricerche non facili; tuttavia

per il nostro racconto è necessario ricordare alcune cose di quelle

vicende, le quali pur costringendoci a dilungare un poco, saranno,

credo, bene accette, come quelle che sono confortate da documenti non

noti. L'una è quando, dopo la morte del fratello, corse con la banda del

Sercognani a Spoleto, dove era vescovo il conte Mastai Ferretti, che poi

fu pontefice col nome di Pio IX. A Spoleto il giovane si apprestava alla

difesa, fabbricando bombe e proiettili, quand'ecco sopravvenire gli

Austriaci.

«Il loro arrivo — tolgo dal Grabinski[109] — rendeva molto critica la

situazione di Luigi Napoleone e degli altri capi del movimento. Essi si

rivolsero a monsignor Mastai, il quale loro diede del denaro e delle

guide per facilitare la fuga. L'arcivescovo sborsò circa 30 000 franchi.

Fu così, col denaro del futuro Papa, che Luigi Napoleone sfuggì agli

Austriaci. Per questo fatto l'arcivescovo di Spoleto cadde in disgrazia;

e fu soltanto nel 1840 che Gregorio XVI gli perdonò. Il governo

pontificio gli rese allora i 30 000 franchi che aveva dato a Luigi

Napoleone ed ai suoi amici, e Pio IX amava dire, durante il regno di

Napoleone III, che egli aveva reso all'Imperatore un bel servizio,

quando nel 1831 era stato sul punto di diventare prigioniero degli

Austriaci».

[109] GIUSEPPE GRABINSKI, _Un ami de Napoléon III_. Paris, 1897,

pagg. 34 e 35.

Oltre alle ragioni politiche, oltre al famoso ~jamais~ della Francia,

questo sentimento di riconoscenza può avere influito nel rendere

Napoleone III così «sentimentalmente cavalleresco» verso Pio IX, come

dice il De Cesare? È lecito supporlo, tanto più se si consideri, come

appare manifesto dalle lettere all'Arese,[110] che l'Imperatore pone non

tanto la questione su Roma (dopo il '59 appariva già manifesto che il

movimento era unitario, e l'unità portava a Roma), quanto su la persona

del Pontefice: abbiate pazienza, ripete, aspettate almeno che quel

povero vecchio muoia.

[110] Vedi BONFADINI, _op. cit._

In relazione a queste congiure del '30 e del '31, è il carteggio segreto

della polizia papalina del 1846, quando il principe, dopo sei anni di

detenzione, evase dal castello di Ham.

È noto come dopo questa fuga Luigi Bonaparte riparò in Inghilterra: ma

il governo papale, da più parti essendo stato annunciato che «il

summentovato soggetto abbia potuto ottenere un passaporto inglese sotto

il nome di colonnello Crowford...., non omette di porgere

all'Eminentissimo Legato di Bologna questa partecipazione per quelle

ulteriori misure di vigilanza che Sua Eminenza Reverendissima crederà di

prendere in proposito».

In conformità di quest'ordine, il 16 giugno, il direttore della polizia

di Bologna dirama una circolare ai governatori della provincia, in cui è

detto: «Si annuncia anche dai publici fogli la fuga del principe Luigi

Napoleone Bonaparte dal castello di Ham, ov'era detenuto, e si pretende

che tenti penetrare occultamente nello Stato pontificio per adoperarsi a

promuovere dei disordini. Ne do pertanto avviso alla S. V., affinchè

faccia invigilare accuratissimamente in codesta sua giurisdizione per

arrestare il soggetto medesimo ove ardisca di penetrarvi, trattenendolo

sotto sicura custodia sino a nuova disposizione. E così specialmente

dove è diretto adito per giungere nascostamente dalla Toscana, occorre

che mediante le forze dei carabinieri, sia di notte che di giorno, sia

portata attenta osservazione nei punti più facili a dar sospetto del

transito di persone. Avvi pure sospetto possa il medesimo dirigersi in

questa provincia, dove col favore dei bonapartisti più speranzosi ed

arditi, ottenga sicuro asilo in qualche casino di campagna o nei palazzi

di città appartenenti a persone della stessa famiglia napoleonica, quali

sono quelli della casa Pepoli, della casa Bacciocchi».

In conformità di questi ordini, Alessandro Zuffi, governatore della

Porretta, con lettera del 25 giugno, avverte il cardinal Legato di

Bologna «di avere attivato tostamente nel confine più pericoloso,

un'accurata perlustrazione diurna e notturna di quattro o cinque

carabinieri, affinchè niun sconosciuto senza regolare passaporto

intendesse a penetrare in questo Stato. Tale perlustrazione continua

tuttavia e continuerà finchè io ne avrò ordini in contrario».

Se non che «la direzione della polizia di Bologna è venuta a sapere che,

nella notte del 21 corrente, arrivò a Porretta un giovane forastiero,

carico di armi e di denari»; non poteva essere che lui, e se lo lasciò

sfuggire.

Ma il governatore, pure confessando la sua pochezza poliziesca, si

permette di osservare che «le premure della circolare versavano sul

fuggitivo Napoleone Luigi»; ora quel forastiero non poteva essere lui,

perchè era un giovane, mentre il mentovato soggetto per cui sono tante

premure, «se le cronache anche ufficiali non ingannano, deve contare per

lo meno quarantadue anni, avvegnachè sia nato nel 1804».[111]

[111] Carte dell'Archivio di Stato in Bologna.

Inutile riferire i particolari di questo errore della polizia papale:

interessante è conoscere in quale condizione e reputazione fosse nel

1846 colui che fu dopo Napoleone III, arbitro d'Europa.

Pietosa è la fine del fratello maggiore Carlo, a Forlì, in quel marzo

1831. Ne parlano due semplici cronisti; e poichè il loro racconto è

inedito, mi pare bene riportarlo per intero.

Il 6 marzo (1831) i due fratelli con altri insorti mossero a cavallo da

Bologna per Forlì e vi giunsero il dì 9. Due giorni prima del loro

arrivo il Grabinski e l'Armandi[112] annunciavano come l'Austria aveva

rotta la «non intervenzione»: chiamavano alla difesa della patria

chiunque fosse armato «di fucile, di qualsiasi calibro, anche da caccia,

di spada, di falce, chè ogni arma è atta quando viene impugnata da una

destra che desidera e vuole essere libera». «Io sono polacco — stampava

nei suoi proclami il Grabinski — , ma da lungo tempo sono italiano.

L'Italia e la Polonia si assomigliano nella sventura e nel valore. Il

grido di guerra italiano è questo: O libertà o morte! Viva l'Italia,

viva la libertà!» Fra tali grida, fra tale tumulto, in mezzo a quel

disperato e vano correre all'armi, in quella morta e vetusta città di

Romagna venivano i due eredi del nome di Napoleone.

[112] Essi, come il generale Zucchi, erano vecchi soldati

dell'Impero, seguiti dai due giovani nepoti di Napoleone.

Scrive l'uno dei cronisti:[113] «Al proclama del generale (Grabinski) si

aggiunse un ordine del giorno del comando militare della Guardia

Nazionale, il quale avvertiva che per notizie avute da Bologna i

Tedeschi non movevano per ora da Ferrara. Questo avviso scacciò il

malumore dall'animo di molti e li richiamò all'allegria. Andavansi

intanto concentrando in Forlì soldati di ogni arma. Giunsero quindi nel

dì 9, distaccamenti di carabinieri, dragoni e soldati di linea già

pontifici, che avevano preso servizio sotto i vessilli nazionali.

Giunsero pure nello stesso giorno, provenienti dallo Stato toscano, li

fratelli Napoleone e Luciano Bonaparte, figli di Luigi Bonaparte ex-re

d'Olanda e nipoti del fu Napoleone imperatore de' Francesi e re

d'Italia. Questi giovani nel recarsi in coteste provincie rivoluzionate

non avevano avuta altra mira che di cooperare colla loro vita e facoltà

alla rigenerazione d'Italia e non già d'inalzarsi alla grandezza del

trono, come taluno si permise di dire. Tutti quelli che gli avevano

praticati, ed erano stati molti, attesa la soavità delle loro maniere,

facevano fede che il loro unico scopo era quello di meritarsi la nobiltà

con azioni virtuose e libere, e di far uso delle ricchezze pel bene

della società, al qual per arrivare, avevano già chiesto di essere

semplici soldati della nazione, ben conoscendo non potersi conseguire

l'onore de' gradi che col dar prova di senno e di valore e non già per

gl'illustri natali e per la copia delle facoltà. Ma questi loro

desiderii non poterono mandarli ad effetto, atteso che il primogenito

Napoleone, assalito in questa città da flogosi acuta ai polmoni

congiunta alla rosolia, dovette soccombere al ferale colpo di morte nel

giorno 17 anzidetto marzo ad un'ora e mezza pomeridiana.[114] Non aveva

egli che cinque lustri, era di forme leggiadre, di ardire magnanimo,

d'ingegno sublime. Ogni cittadino fu tocco di vera doglianza, per

l'immatura morte di questo giovane virtuoso. Venne trasportato in Duomo

con funebre accompagnamento, ma non con quegli onori militari che si

convenivano alla nobiltà del suo animo. Accorsero peraltro moltissime

persone nel tempio ad offrire all'onorata sua spoglia tributi di lagrime

e di sospiri. Terminata la funerea funzione, venne trasportato nella

sacrestia della canonica ed ivi imbalsamato. Richiesto dai suoi parenti

domiciliati in Firenze, venne posto in una cassa e colà trasportato. Non

rimaneva dunque in Forlì nessuna pietra che segnasse l'epoca della morte

di questo giovane principe, nessuna carta che ne tramandasse ai posteri

la memoria. Il nostro concittadino, il dottor Zauli Sajani, dedicò alla

memoria del principe una sua tragedia, la «Pia», con queste parole: «Fu

il giorno 17 marzo che tu negli anni della speranza fosti rapito

all'Italia ed in questa mia patria spirasti allorchè spirò, appena nata,

la Libertà. Giorni di pianto! Tu preso d'affetto caldissimo per lei,

correndo fra noi combattevi soldato tra le file dei soldati: tu sentivi

le imprese dello Zio guerriero; ed alto acquisto di fortuna reputavi

aver perduto le grandezze di regno. Un pensiero di dolore è rimasto di

te, che fa ripetere sospirando: Quanto di grande poteva egli fare! E qui

non è vestigio della tua perdita, non un marmo che al pio acceso di

patria carità raccomandi la memoria delle tue care virtù. Vaglia a

riparare l'oltraggio questo mio pubblico tributo, che nell'eroe della

tragedia, nel giovane Alardo, può presentare al mondo qualche immagine

della libera anima tua. Goditi in Dio la pace del giusto; a lui ragiona

della sventura di questa infelice Italia, e fa che d'un sovrumano aiuto

la soccorra, l'allegri».

[113] GIUSEPPE CALLETTI, _Cronaca_, Vol. II, Ms. 103, pag. 769 e

segg. Biblioteca A. Saffi di Forlì. Questa cronaca è assai

pregevole, e di farla di publica ragione intenderebbero il

discendente signor colonnello G. Calletti e il prof. B. Pergoli,

direttore di quella biblioteca comunale.

[114] Luigi Napoleone infermò poi dello stesso male ad Ancona,

come è accennato. La madre finse che egli fosse partito per

mare, come partirono i più compromessi di quella rivoluzione, e

diretto a Corfù. Potè quindi ottenere dal generale austriaco un

passaporto in bianco che fu come un talismano nella fuga da

Ancona per Loreto, Umbria, Massa, Genova, Cannes. Il principe

era travestito da lacchè, nella carrozza che trasportava la

Regina Ortensia.

~Non pietra non parola!~

L'altro cronista, in istile bislacco, su la falsariga del dialetto,

ripete il fatto così: «Qui non dobbiamo esimerci dall'esporre ai nostri

benigni lettori, che arrivando da tutte le parti gioventù, ed anche

persone di perchè,[115] due ne comparsero fra noi, e furono questi i

figli di Luigi Bonaparte ex-re d'Olanda, ora conte di San Leu, uno per

nome Napoleone Luigi, primogenito, e l'altro Luigi Napoleone, figli e

fratelli germani della principessa Ortensia Boarnois (sic) sorella del

fu vicerè d'Italia creduta amasia dell'Imperatore Napoleone. Questi due

giovani, i quali erano creduti perniciosi od utili[116] vennero

immediatamente circondati da novelli progettisti, ma nel tempo in cui

qualche cosa doveva operarsi, il maggiore di questi cadde malato e

miseramente terminò i suoi giorni nel 17 marzo ad un'ora e mezza

pomeridiana nella Locanda del Cappello posta nel Borgo Gottogni (ora

Corso Vittorio Emanuele), ove aveva scelto il suo alloggio; e

dispiacenti i cittadini di non potergli rendere quei funebri onori

militari che si sarebbero convenuti alla nobiltà del suo animo, atteso

lo stato di rivoluzione che per anco bambina si facea ombra di tutto,

venne deciso che buon numero degli ufficiali di stato maggiore della

Guardia Nazionale per altro senz'armi ed altrettanti giovani in abito di

costume con torcie accese accompagnassero il feretro fino alla chiesa

cattedrale, ove venne in luogo apposito depositata la spoglia mortale,

quale poi a richiesta della di lui famiglia venne trasportata a Firenze

a cura del nostro concive Giambattista Baratti, accompagnata dal

sostituto di cancelleria vescovile Serafino Fornatari e don Pietro

Severi in qualità di capellano e colà venne nella chiesa parrocchiale di

Santa Trinità ridepositata a disposizione della sua propria

famiglia».[117]

[115] _Persone di perchè_, vuol dire gente di alta condizione,

qualificata.

[116] _Perniciosi_ a quelli, ed erano molti, a cui il solo nome

di Rivoluzione faceva venire i brividi: _utili_ ai carbonari,

benchè sia qui da avvertire che a molti di essi il concorso dei

due fratelli Bonaparte pareva dannoso, temendo di alienarsi così

l'animo del nuovo Re di Francia, nel cui divieto all'Austria di

intervenire, era fondata la troppa e consueta speranza degli

insorti italiani. È noto infatti che il Metternich denunciò

astutamente a Luigi Filippo la rivoluzione di Bologna e delle

terre soggette al Papa, come un moto ed una congiura

bonapartista. Del glorioso fatto d'armi del 25 marzo,

condottiero il Grabinski, alle Celle, le più minute e

interessanti notizie si trovano nella _Storia di Rimini_ di

CARLO TONINI. Libro VII, cap. V.

[117] BACCARINI, _Cronaca_, Vol. II, pag. 1329 e segg. Ms. 177

della Biblioteca A. Saffi di Forlì.

Giuseppe Mazzatini, in un suo scritto: _I moti del 1831 a

Forlì_, aggiunge queste interessanti notizie, che comprovano

quanto dicemmo, cioè come il sentimento della gratitudine e

della memoria fosse vivace nell'animo di Luigi Napoleone: dopo

un anno, quando nel '32 era nella Svizzera, così scrisse il 18

luglio al Baratti: «La lettera che avete scritta, mi ha fatto

gran piacere, giacchè mi rincresceva di essere privo da lungo

tempo delle vostre notizie. Vi avrei prevenuto molto avanti se

non avessi temuto che un semplice atto d'amicizia male

interpretato vi arrecasse dispiaceri, mentre sentiva il bisogno

di esprimervi la mia riconoscenza per la testimonianza d'affetto

che mi avete dimostrato in circostanze per me sì luttuose.

Credete che non dimenticherò mai le vostre premure per alleviare

il mio dolore. Dopo molti penosi viaggi a traverso la Francia e

dopo il soggiorno di alcuni mesi in Inghilterra, siamo alfin

giunti in Svizzera dove passiamo una vita tranquilla da un anno

a questa parte. Mia madre m'incarica di farvi i suoi complimenti

e la sua salute è adesso soddisfacente. Adesso io godo buona

salute, benchè abbia sofferto lungo tempo di diverse malattie.

Addio, caro signor Baratti; credete alla mia amicizia. — Louis

N.» Curiosissima fra l'altre, è la lettera (io ne ho vista la

minuta) che, testimonianza della loro amichevole relazione, il

Baratti scrisse il 29 dicembre del '49 a Napoleone: dopo molti

complimenti, gli diceva: «L'Italia esulta che la Francia si sia

scelto spontaneamente per capo chi ha più degli altri ereditato

dal grande Uomo l'istinto alla grandezza e alla gloria. L'Italia

vi ha conosciuto e confida». A Forlì si va tuttora ripetendo che

il principe Napoleone morì di veleno: il figlio del Baratti, che

ricorda benissimo i due fratelli a Forlì, nega ogni valore a

questa voce; e i cronisti, indiscutibilmente veridici, come il

Calletti e il Baccarini, sono d'accordo nel dichiarare la natura

della malattia. A Forlì vive il figlio di G. B. Baratti che

conobbe i due fratelli nel '31 ai Bagni di San Piero in Bagno e

fu amatissimo dalla vedova e da Napoleone III: questi, anzi,

mortogli il fratello, fu ospitato da lui che abitava presso

all'albergo. Il signor Baratti conserva il bicchiere che aveva

seco il principe Napoleone Luigi: è di cristallo di Boemia ed ha

nel centro, entro a una targa di cristallo, il ritratto di

Napoleone I coronato d'alloro. Oltre una tabacchiera di

tartaruga, con tre piccole medaglie di bronzo sul coperchio,

rappresentatevi Ortensia, Giuseppina ed Eugenia, possiede un

medaglione d'oro che racchiude entro a un cerchio di capelli una

N pur fatta di capelli: fu dono della vedova, e i capelli sono

del principe. Del quale, fra il carteggio che il Baratti ebbe

colla famiglia Bonaparte, ho ritrovato solo questo biglietto,

senza data ma del '31, ed a lui diretto: «Sono dispiacentissimo

di non aver trovato in Forlì la mia conoscenza di San Piero in

Bagno. Il conte Saffi sta benissimo e si è fatto onore molto in

uno riscontro che abbiamo avuto con dei briganti in Sabina a 18

mille (sic) di Terni. Napoléon L.»

Qui noi vogliamo confrontare le parole del cronista Calletti con questo

giudizio che Ortensia dà dei suoi figli: «Le sventure senza numero della

sua famiglia (parla del figlio maggiore) erano state la migliore delle

lezioni. Così senza pregiudizi, senza rimpianti dei beni che egli doveva

alla sua nascita, collocando soltanto il suo onore nell'essere utile

all'umanità, egli era republicano per carattere. Mio figlio Luigi aveva

assolutamente gli stessi sentimenti e gli stessi caratteri».[118] Ora

credere come il Metternich ne insinuò l'opinione in Luigi Filippo, che i

figli di Ortensia nella ingenuità dei vent'anni combattessero sul serio

per una restaurazione napoleonica, è troppo difforme dal vero; nè essi,

come bene osserva il Lebey, erano allora avversi al nuovo re di Francia

Luigi Filippo, ma speravano in lui, assunto al trono dalla rivoluzione,

come vi speravano gli Italiani; ed il suo passato — non aveva esso, duca

di Chartres, combattuto a Valmy? — ne dava affidamento.

[118] ANDRÉ LEBEV, _Les trois coups d'état de Louis Napoléon_,

pag. 30. Da un ms. della Regina Ortensia, ora presso

l'Imperatrice Eugenia.

Certo più tardi ammaestrato dall'esperienza e dallo stesso governo di

Luigi Filippo di quante restrizioni sia suscettibile in politica il nome

di libertà, formerà altro giudizio e concepirà altre speranze.

*

Vittor Hugo, nel libro VI del suo «Napoléon le Petit», rifà la storia

dei 7 500 000 voti, su otto milioni di votanti, con cui il 2 decembre

'52 la Francia «assolse» il «delitto» dell'anno prima. È una pagina di

grande persuasione; e il giorno in cui non vi saranno più compratori di

voti e di coscienze venali, oltre a persuadere, moverà a grandissimo

sdegno.

Anche questa atroce litania profana di coloro che davano il loro voto al

Principe-presidente incamminato all'impero, contiene moltissima verità:

«Mio Dio, fatemi alzare le mie azioni di Lione! Gesù dolce signore,

fatemi guadagnare il venticinque per cento sulle azioni

Napoli-Rothschild! Santi apostoli, vendetemi il mio vino! Beati martiri,

raddoppiate i miei affitti, etc.».

Ma anche è vero che quando il deriso eroe di Strasburgo e di Boulogne,

ebbe per la rivoluzione del '48 aperte, se non spalancate, al fine le

porte della Francia, non aveva nè partigiani nè denaro.

La stessa aristocrazia, creata dallo zio suo, Napoleone, fingeva di

ignorarlo. Dell'aristocrazia dei gigli d'oro non si parli: essa gli fu

allora e sempre nemica. Il suo Comitato elettorale si componeva di tre

sarti, un carbonaio, un barbiere, un tappezziere.[119] Questa povera

gente raggranellò, a destra e a manca, i pochi soldi necessari perchè il

nome del Principe fosse affisso sulle cantonate di Parigi. Vissuto

sempre nell'esiglio, fuori di patria, egli era conosciuto soltanto pel

nome, ma questo nome era tale da combattere e vincere da solo una

meravigliosa battaglia. «La forza del nome di Napoleone — osserva il

Guizot[120] — era in un solo tempo una gloria nazionale, una garanzia

rivoluzionaria e un principio di autorità. Ce n'è da sopravvivere ai più

grandi disastri».

[119] PIERRE DE LANO, _L'Empereur_, pag. 44 e seguenti.

[120] _Memorie_, Vol. II, pag. 203. Vedi del Guizot l'acuto

giudizio che dà l'Hübner, II, pag. 85.

Ed ecco apparire l'anima meravigliosa del popolo: donne del popolo,

figli del popolo, parlanti il linguaggio del popolo, ricordano

Napoleone, ricordano l'ombra invendicata del figlio, la gloria di

Francia. La vigilia del voto si rideva ancora della candidatura di Luigi

Bonaparte. Aperte le urne, con stupore grande, apparve eletto, lui,

l'Erede. Il popolo, l'esercito, ecco la forza; ed allora il sogno della

sua vita gli parve divenire realtà: essa era di contro a lui, bastava

stendere la mano per afferrarla. Allora l'«io» imperatorio e la libertà

dei popoli col loro diritto oltraggiato, gli si sovrapposero come

un'unica imagine. V'era una spada caduta — quella così mirabilmente

ricordata da Vittor Hugo — ed egli la raccolse a difesa di quel diritto

e di quella libertà; v'era una missione da compiere, segnata in fronte

di chi fosse stato l'erede, ed egli credette a questa eredità o a questa

missione. Nella fede di questa missione egli visse, e in questo sogno la

nobile Francia lo seguì. Quando aprì gli occhi, «non bene desti»,[121]

tempo era per lui di morire; mutilata era la Francia. Vegliava

nell'inverno dell'anno terribile la sentinella prussiana.

[121] Le parole di prelazione all'opera _Storia di Giulio

Cesare_, apparsa in due volumi magnifici nel '65, furono scritte

da Napoleone III nel 1862, dopo la guerra di Crimea, dopo che la

campagna d'Italia collocava l'Impero arbitro d'Europa; nè di

quella campagna apparivano le conseguenze funeste all'Impero,

come apparvero poco dopo; di che vedasi il vol. IV del DE LA

GORGE, _Histoire du Second Empire_. Questa prefazione ha l'aria

di essere una smentita a V. Hugo e potè considerarsi come

un'astuzia politica, per nascondere che

dal delitto

trasse il diritto, e dal misfatto il fato,

come scrisse il Carducci. Oggi in verità non appare che come

documento della nobile allucinazione della sua mente. In essa è

detto: «Quando la provvidenza suscita uomini come Cesare,

Carlomagno, Napoleone, è per tracciare ai popoli la via da

seguire, segnare con il suggello del loro genio un'êra novella,

compiere in qualche anno il lavoro dei secoli. Felici i popoli

che li comprendono e li seguono! Sventura a quelli che li

misconoscono e li combattono!

Nè l'assassinio di Cesare, nè la prigionia di Sant'Elena hanno

potuto distruggere per sempre due cause popolari, rovesciate da

una lega, coperta sotto la maschera della libertà e così si

avvera ogni giorno, dal 1815, la profezia del Prigioniero di

Sant'Elena: quante lotte, e sangue, e anni non abbisogneranno,

perchè il bene che io volevo fare all'umanità possa avverarsi!»

*

A questo punto la vita di Luigi Napoleone sembra scindersi in due: il

suo passato evapora nell'oblio, ed è un passato di più che quarant'anni!

Ecco l'avvenire! Contro all'avvenire egli muove con l'ansia di colui a

cui pare esser tardo; e strana cosa, gli uomini di lui non ricordano

bene che quest'avvenire e le sue impronte sanguinose. Fra le lettere del

Le Bas v'è questo passo, in cui cotale scissione della vita è

intravveduta con una tristezza profonda: «Arenenberg, il delizioso

Arenenberg non è che un tempio deserto, da cui la divinità è scomparsa.

L'ammirabile donna che ci aveva affidati i suoi figli, non è più. Il suo

figlio maggiore la precedette nella tomba, il secondo è portato dal

turbine delle avventure e dei perigli di un pretendente al trono!»[122]

[122] STÉFANE-POL, pag. 367.

Il colpo di Stato, cioè la republica spenta da colui che dalla republica

aveva avuto infine il ritorno in patria, e aveva giurato di difenderla,

è opera di Luigi Napoleone: nè egli ne rifiutò la paternità, nè mosse

recriminazione o publiche accuse ai complici. È di due settimane dopo il

2 decembre questa lettera all'Arese: «Fa ciò che devi, avvenga quel che

vuole avvenire.... Il «successo» non mi farà mai dimenticare l'amico del

tempo della sventura che attraversava il mare per recarmi un

conforto».[123]

[123] Vedi BONFADINI, pag. 110. Allude a quando, per consiglio e

preghiera della Regina Ortensia, si recò l'Arese in America ad

incontrarvi l'amico, quivi deportato dopo il fatto di Boulogne.

Avverta il lettore come queste parole: «fa quel che devi avvenga

ecc.» furono abilmente sfruttate dal Cavour. Dopo il moto

mazziniano in Milano del '53, l'Austria con imperdonabile errore

coinvolse tutti i milanesi nella colpa di pochi e veniva così a

fare il giuoco del Cavour; furono quindi confiscati i beni agli

emigrati politici, fra cui all'Arese. Questi, dopo lunghi

colloqui col Cavour, scriveva all'Imperatore fra l'altro:

«Quanto agli effetti della disposizione austriaca, io li subirò

da uomo provato alle sventure, e specialmente quando si ha la

fortuna di inspirarsi al vostro esempio, dal quale ho appreso a

sopportare con coraggio le vicende della sorte e «a fare ciò che

si deve, avvenga quello che possa avvenire». Vedi BONFADINI,

pagg. 132-133.

In quali proporzioni poi vi abbiano contribuito l'ambizione dell'uomo,

le condizioni di quella democrazia, i catilinari che si assieparono

intorno al pallido erede, non è questo il luogo di esaminare: certo il

Cavour presentì il fatto sino dal '48, e si preparò a ricavarne il

maggior utile. Tuttavia non è da omettersi che l'esecuzione tecnica di

quella congiura, lo strazio del coltello operatorio, non solo nelle

parti reputate cancerose, ma nelle carni sane di Francia, il freddo

eccidio dei pacifici e degli innocenti, che venivano quasi incontro

all'impero, eccidio compiuto a documentazione, è opera del Morny, suo

fratellastro, che si accorse allora soltanto di quel molto utile

consanguineo, il duca di Morny, un malfattore, come lo chiama Vittor

Hugo, dall'eleganza irreprensibile; «la testa più assennata

dell'Eliseo», come lo chiama l'Hübner.[124] Egli, poichè Luigi Napoleone

esitava davanti all'effusione del sangue, avrebbe parlato così:

«Monsignore, in materia di guerra civile non è proibito ai capi di

andare alla battaglia coi guanti; ma non bisogna che i guanti

impediscano al sangue di arrossare le mani e di entrare un pochino sotto

le unghie», ed è lui, il Morny, che scrive in una nota del 3 decembre al

Magnan: «Bisogna far la cerna di ciascun quartiere della città,

prenderlo per fame o invaderlo col terrore».[125]

[124] HÜBNER, I, pag. 47.

[125] _M. le Duc De Morny_, nel libro citato di P. DE LANO, _La

Cour de Napoléon_.

Questo stato dell'animo di Napoleone ci risulta anche per la

testimonianza dell'ambasciatore austriaco, Hübner, osservatore, ahi,

troppo acuto. Quella sera, 2 decembre, Luigi Napoleone era atteso a

pranzo dal signor di Turgot. Ma invano lo si attese: «Luigi Napoleone,

soffrendo di emicrania (e c'era di che soffrirne), s'era messo a letto

ed aveva dimenticato di far le sue scuse»; e in una nota, evidentemente

molto posteriore, aggiunge: «Più tardi si seppe che era completamente

~démoralisé~, che Morny, Persigny, atterriti da questa ~défaillance~, lo

avevano persuaso a coricarsi».[126]

[126] HÜBNER, I. pagg. 34, 44. ecc. L'Hübner dà la cifra dei

morti, 2700: ma la riconosce esagerata. Il _Monitore_,

esagerando in altro senso, scrive 380 morti.

È per tale processo che questo uomo buono acquistò il terribile aspetto

di malfattore coronato, si acquistò la reputazione di un'astuzia

meravigliosamente crudele, di una «cupa energia»[127] nel male. Grande è

il suo ingegno, ma è «l'ingegno dello spirito del male, condannato a

ignorare gli istinti sublimi del bene che fremono nel cuore degli

individui e delle Nazioni; egli è il maestro nella conoscenza d'ogni

triste tendenza; egli è il tentatore che fiuta la colpa»; egli è

l'inauguratore di «una nuova Santa Alleanza tra le potenze che

rappresentano il dispotismo in Europa».[128] Egli tace, egli sale

all'altissimo Olimpo del potere imperiale. Qualche volta, tuttavia egli

parla; oh, ma «allora egli non parla, mente. Quest'uomo mente come gli

altri uomini respirano. Annuncia un'intenzione onesta? State in guardia.

Afferma? Diffidate. Fa un giuramento? Tremate».[129]

[127] Espressione del Mazzini.

[128] MAZZINI, _Scritti_, Vol. X, _Il colpo di Stato europeo_,

pag. 349.

[129] V. HUGO, pag. 25.

Quando mai d'un uomo fu diffusa più orribile reputazione fra gli uomini?

Orribile; mai anche terribile! Non c'era da approfittarne? E se allora

un uomo generoso invece di scrivere, colpì, in odio a quelli che

scrivevano soltanto, quale meraviglia?

*

Ma l'Hübner è più sottile, meno fragoroso, più semplice; forse perchè

scrisse per sè e non per il publico. Il colpo di Stato con la strage dei

pacifici borghesi, è disgustante anche per lui, però la congiura è stata

architettata da maestro. Bella!

«Ieri, lunedì sera, all'Eliseo, come al solito, ricevimento: non uno

sguardo, non un gesto ha tradito l'emozione dei cospiratori».[130] E al

mattino seguente la città, svegliandosi, si è trovata sotto il pugno

militare! Che cosa ne uscirà? L'Impero?

[130] _2 Decembre 1851._ Vedi HÜBNER, Vol. I. Confronta, per

quanto infame, il libro del poliziotto Griscelli (_Griscelli e

le sue memorie_), recente versione, editore Loescher, 1909.

«Sopra le rovine del parlamentarismo — scrive pochi giorni dopo il 2

decembre il conte von Hübner con il suo inchiostro più ironico — si vede

in Francia una sedia curule, occupata da un ~deus ex machina~, un

~Publicola~, qualcosa di simile ad un Imperatore: ma i suoi amici lo

chiamano Augusto,[131] per distinguerlo dallo zio, che è Cesare».[132] E

che razza d'Impero sarà? Un Impero conservatore, senza dubbio. Già

intanto, ammirabile osservazione, «ogni uomo che arriva al potere, non è

sprovvisto di istinti conservatori; e un primo passo l'ha già fatto

Luigi Bonaparte in questo senso, mostrandosi favorevole alla Chiesa».

~Initium sapientiae timor Domini!~ «Bisogna, mi sembra, incoraggiarlo a

continuare su questa via. Un regno pacifico con ogni sorte di godimenti,

deve, credo io, ben sorridere a lui e agli altri! E allora dovrà seguire

una politica conservatrice, fatta appunto per rassicurare gli antichi

sovrani e disporre il loro animo alla benevolenza di accogliere il nuovo

venuto come un loro pari».[133] «Odia il parlamentarismo, e questo va

bene»; ha frenato i partiti rivoluzionari, e va anche meglio; ma ahimè,

osservandolo bene, comincia a dubitare. Parla poco l'Imperatore, ma quel

poco basta a lui per capire: gli ha parlato di una cosa fantastica:

della «ricostruzione»[134] della Francia. C'è di peggio ancora: «è uno

spirito torbido, sognatore, fantastico».[135] È un astuto, conosce

l'arte del cospirare ma è esitante; ma la vera saggezza politica,

l'attitudine delle profonde combinazioni, etc., etc., sono qualità a lui

affatto estranee.[136] E c'è di peggio: «come Bonaparte e come

carbonaro, egli è doppiamente figlio della Rivoluzione. Venuto fuori da

una cospirazione militare, non potrà gettar le basi d'una monarchia

conservatrice. Lo si potrà tenere a freno per qualche tempo»,[137] ma

poi andrà a rompersi le corna anche lui!

[131] Omaggio al motto: _L'empire c'est la paix._

[132] HÜBNER, I, pag. 49.

[133] _Ib._, I, pagg. 46, 47.

[134] _Ib._, I, pag. 49.

[135] _Ib._, I, pag. 46.

[136] HÜBNER, I, pag. 51.

[137] _Ibidem_, I, pag. 47.

Ma il ~maître~ si fa sempre più silenzioso, più cesareo, più

impenetrabile, quanto più monta la fortuna dell'Impero. Lo stesso Hübner

ne è turbato. Che abbia sbagliato nelle sue previsioni? Ora par che

tremi anche lui. Le Tuileries quanto a magnificenza ed etichetta non

hanno confronto e l'Hübner se ne conforta col pensiero che v'è qualcosa

di teatrale, di offembachiano, in quella messa in scena imperiale: pensa

con soddisfazione che la mancanza di un passato nega ogni garanzia per

l'avvenire.[138]

[138] «Ai dì nostri l'etichetta non si fa accettare, se non

quando essa si perde nella notte dei tempi.» (HÜBNER, II, pag.

82.) Conforme a questo dell'Hübner è il giudizio del nostro

Azeglio (Bonfadini, pag. 122): «Queste aquile e aquilotti,

quelle Tuileries, questo Roi Jérôme, che torna a galla, non mi

finiscono di piacere: e mi par di vedere che tutta l'Europa

rizza le orecchie se mai scoprisse dei progressi di ~courir des

aventures~, un po' troppo grossi».

E sulle Tuileries, dopo i catilinari, piombano «tutti coloro che alcuna

cosa di straordinario di ottenere desideravano»,[139] tutti gli avoltoi

umani. «Con noi movesti alla conquista, con noi devi marciare, buon

figlio di Ortensia!»

[139] MACHIAVELLI, _Istorie fiorentine_, dove parla di Corso

Donati.

«Ma non fu questa la mia meta. Il bene è la mia meta. Questi malvagi

alleati mi vogliono uccidere; e con me la Francia e la libertà!» Abbiamo

più volte ricordato Vittor Hugo. Egli ha un suo grande romanzo, «L'uomo

che ride», in cui il personaggio principale ha nome Gwynplaine. Esso è

un povero fanciullo che fu rapito dagli zingari. Con due orrende

fenditure ai lati della bocca ne fecero una maschera ridente. Il

miserabile è diventato pari e lord.

«Che c'è da ridere?»

«Io non rido».

«Dunque tu sei terribile!»[140]

[140] Cap. VI.

Il 1859 da Plombières a Villafranca · 第 9 / 27 题