Il segreto di Suor Lucia.
C’è un luogo nel giardino di Toti, un luogo recondito, nascosto da
grandi alberi, che la zia Emma ha battezzato l’estrema Tule; Toti lo
ha eletto a suo ritrovo perchè vi si sente più solo e padrone. Ivi, coi
compagni suoi, organizza le grandi spedizioni, le imprese eroiche; ivi
fu meditata la spedizione alla Casa lucente che andò poi in fumo per
nuovi avvenimenti sopraggiunti, i quali distolsero i piccoli eroi dal
fermo proposito preso.
L’estrema Tule è situata fra il laghetto ed un vecchio muro sgretolato,
ricoperto in parte dall’edera; tanto è remota dal resto del mondo, che
non vi giunge alcun suono; tutt’al più vi si udrà, a quando a quando,
il canto di Tomaso o il grido delle oche; ma il primo, senza troppa
immaginazione, può essere scambiato col canto di guerra di un popolo
selvaggio, e il secondo col ruggito di qualche leone che si avanzi per
dare l’assalto all’accampamento. Tutto sta a convincersi che la cosa
sia vera: giunti a tale convinzione, si avverte realmente il brivido
della paura, e in tale stato si può uccidere un’oca con lo stesso
coraggio che occorrerebbe per affrontare un leone. Non si tratta che di
un lieve spostamento di termini e di valori.
E tali spostamenti sono frequentissimi nell’estrema Tule, sono la
necessaria linea decorativa dell’ambiente. Un giorno un vecchio gatto
che passa su lo scrimolo del muro sgretolato sarà una tigre della
giungla, di quelle che parlano in inglese, secondo Kipling, e una
spedizione si organizzerà per uccidere il feroce mammifero; un’altra
volta nelle altitudini celesti si avvertirà il condor, l’uccello
rapace, e allora tutto l’accampamento si pone in moto, e chi afferra
la sua cerbottana, chi lo schizzetto, chi il fucile di canna, chi la
fionda. La caccia è aspra, accanito l’inseguimento che non si arresta
finchè dalle sue altitudini il condor non precipiti esanime fra gli
steli, nelle spoglie di una misera libellula.
Così un albero può trasformarsi in un gigante pauroso; una distesa
di funghi in un esercito di gnomi dal cappuccio bianco e rosso; il
tranquillo razzolare di una gallina fra le foglie secche, nel cauto
avvicinarsi di un serpente boa; il canto di una raganella, nelle
grida incomposte di una tribù di cannibali; così l’estrema Tule è, a
volta a volta, l’isola di Robinson Crosuè, un deserto africano, una
catena di montagne, una foresta vergine, un sotterraneo misterioso, un
palazzo incantato, una nave corsara, un pallone dirigibile, un immenso
proiettile lanciato in viaggio verso la placida luna. E a tali sue
molteplici trasformazioni non reca danno da un lato, la vicinanza del
pollaio; dall’altro, quella delle scuderie.
Il giovedì è sacro all’estrema Tule; le scuole sono chiuse, e i
compagni di Toti stanno in riposo tutto il giorno.
Passato il meriggio, convengono al ritrovo stabilito. Fra i più assidui
sono Carciofo e Anatroccolo, i quali giungono di contrabbando passando
per le scuderie.
Da qualche tempo, però, le imprese straordinarie non formano lo scopo
di tali ritrovi; una sola cosa preoccupa i piccoli amici e li tiene in
moto: il segreto di Suor Lucia.
Suor Lucia ha un segreto che l’accòra. La cosa li ha stupiti, perchè
non potevano pensare che quella figura cerea, tutt’avvolta nello
zendado nero, ingenua come i bimbi che le si cuciono alle gonne,
potesse essere stata giovane ed aver avuto qualche avventura; non
potevano supporre una Suor Lucia diversa da quella che vedevano sempre.
Ella era nata così, col suo zendado nero, aveva trascorso i suoi lunghi
anni a pregare e a sorvegliare i figli degli altri, rifacendo sempre
la stessa via, soffermandosi agli stessi luoghi, entrando nelle stesse
chiese; così, senza mai mutamento, fin dal primo giorno che il Signore
l’aveva mandata al mondo perchè avesse cura dei monelli. Per la sua
coorte Suor Lucia era come le vecchie chiese che sono esistite sempre e
nessuno le ha create e non moriranno mai.
Era sola, non aveva famiglia, viveva una vita oscura. I bimbi la
vedevano sempre sotto lo stesso aspetto, vicina e lontana dall’anima
loro a simiglianza del sole; era naturale che la pensassero una cosa
eterna.
Tutte le altre persone che partecipavano alla loro vita erano diverse
e varie, solo Suor Lucia non mutava mai; chiusa l’anima nella sua
tranquilla fede, come la pallida faccia nello zendado nero, ella non
assumeva una volta sola un aspetto diverso.
Fosse pur gaio il cielo, lucente di purezze adamantine, inebriante
dell’umida freschezza primaverile, ovvero monotono, uguale ed
opprimente sotto alla grigia veste della pioggia, non aveva potere
di allietare o di oscurare gli occhi azzurri di Suor Lucia. Un velo
perenne di malinconica dolcezza si distendeva su quelle chiare pupille
che pareva esprimessero la rassegnata umiltà d’un’anima vinta.
Così i suoi monelli le volevano bene come ad una Madonna viva.
E che altro aveva di umano per loro se non la forma e la parola?
Quando i più grandicelli riseppero che ella era legata al mondo da
qualche vincolo che ricordava un suo passato diverso, stupirono e la
guardarono con meraviglia nuova. Essa diventava diversa agli occhi
loro. La fantasia infantile che aveva fatto di quella vita un semplice
piano tranquillo ed infinitamente uguale, variò i confini, innalzò le
sue chimeriche apparenze e ad un tratto, per il suo triste segreto,
Suor Lucia divenne un’eroina.
❦
La testa e le mani puntate sull’erba ad imprimere il lancio al
corpo; i piedi che non si decidono ad abbandonare il suolo per
paura che l’equilibrio manchi: il corpo che forma un angolo acuto
e la vesticciuola bianca che si leva senza contegno oltre il limite
prestabilito, tale è Ninì nell’atto di fare una capriola che non gli
riesce.
Dietro alle sue spalle, più in vista, Miranda, Doretta e Ciuffolo
assistono allo spettacolo e stringono le mani unite e torcono il viso
ridendo e gridando:
— Che cosa si vede! Che cosa si vede! —
Fa un ultimo tentativo disperato; e come l’ardito esperimento non
riesce, Ninì si leva di scatto tutto rosso in viso e, rivolto ai tre
marmocchi che lo beffeggiano, grida loro:
— Io sono bravo! E se non lo credi, ti dò un pugno! —
Gli spettatori si lasciano convincere senza fiatare, e Ninì,
riassettatosi il gonnellino bianco, abbandona il luogo della prova
fallita guardando distrattamente le cime delle piante e cantarellando.
Ha avuto cura di raccogliere da terra la sua inseparabile bambola e
se l’è infilata sotto un braccio; ora si dirige verso un punto del
giardino, ove siede il papà di Toti.
Ninì si sofferma ad una certa distanza e lo considera lungo tempo; come
deve annoiarsi quel povero signore; ha gli occhi tanto tristi! La pietà
lo vince e si accosta pian piano finchè gli è tanto vicino che può
toccarlo. Lo guarda ancora, poi gli dice:
— Senti, Signore, tu ti annoi, vuoi la mia bambola? Potrai giuocare.
— Grazie, caro. Ma come mai? Tu sei un uomo e giuochi con la bambola?
— Sì, è mia moglie. Guarda, ieri mi _cadò_ e si è _rompata_ la testa;
allora ho guardato nel buco e il cervello non c’era!
— Davvero?
— Sì.
— E allora?
— Allora ho detto: sarà qui! — ed indica una parte tutt’affatto
diversa. — Perchè il cervello ci deve essere. —
Il piccolo giullare riesce a vincere anche la malinconia del papà di
Toti, che si diverte a interrogarlo e ride di gran cuore.
Frattanto sopraggiungono Carciofo ed Anatroccolo; passano dietro il
laghetto e si dirigono all’estrema Tule.
Toti non appena li vede corre ad incontrarli.
— E Zulù? — chiede loro.
— Non può venire, — risponde Carciofo.
— L’hai veduto?
— Sì.
— Quando?
— Ieri sera.
— Ti ha detto qualcosa?
— Mi ha detto ciò che sapevamo già.
— Forse non avrà voluto parlare!
— Ha detto la verità. Ha conosciuto Allodola lassù, ed ha incontrato
pochissime volte Suor Lucia alla quale non poteva chiedere niente.
— Ma neanche Allodola sa il segreto?
— Neanche lei.
— Come sta ora?
— Così.
— Andremo a trovarla se non dispiace a Suor Lucia.
— Anzi, ne avrà piacere.
— Allora domani andremo insieme.
— Andremo insieme. —
Dopo una pausa, Anatroccolo si toglie il berretto e si fa innanzi.
— Signor Toti?
— Che vuoi?
— Io ho una cosa da dirvi.
— E dilla.
— Io so il segreto di Suor Lucia!
— Tu? — esclama Toti.
— Tu? — soggiunge Carciofo.
— Ecco, se non lo so, lo posso sapere.
— E come?
— Se volete ascoltarmi vi dirò tutto.
— Parla, parla, parla.
— Sarà meglio scegliere un luogo più isolato, dove nessuno ci possa
udire. Se la zia Gertrude sapesse ciò che sto per raccontarvi, mi
terrebbe senza mangiare per tre giorni. —
Si avviano verso il punto più remoto dell’estrema Tule. Fra il muro
di cinta del giardino ed il pollaio è un angoluccio silenzioso, dove
crescono le ortiche e si accumulano dei rottami; una macchia di lauri
lo protegge dagli sguardi indiscreti. Toti vi conduce i compagni.
— Qui siamo sicuri, puoi parlare. —
Anatroccolo si aggiusta alla cintola i calzoni, ed entra in argomento
con una frase inattesa:
— Il giorno io vendo le ciliege, — si sofferma a guardarsi intorno — io
vendo le ciliege che mi dà la zia Gertrude e giro per tutta la città e
per i dintorni. A volte gli affari vanno bene, e torno con la carriola
vota; a volte vendo poco, e la zia Gertrude non mi dà da cena. L’altro
giorno avevo un bel carico di ciliege moscadelle e andavo per la via
gridando: «Piangete, bambini, c’è le ciliege!» quando incontro Zulù
che mi dice: «Dammene un soldo.» Gli misuro il suo peso giusto, glielo
verso nel fazzoletto e faccio per andarmene. Allora Zulù mi prende per
un braccio e dice: «Passa da Suor Lucia e porta le ciliege ad Allodola,
eccoti un altro soldo.»
— Falla corta! — esclama Carciofo che vorrebbe correggere l’inutile
verbosità dell’amico.
— Lascialo parlare, — soggiunge Toti che si appassiona al racconto, del
quale non può supporre la fine.
— Allora mi fermai e discorremmo insieme, — riprende Anatroccolo.
— Del resto Zulù non sa nulla, lo ha detto con me, — riprende Carciofo.
— E con me ha parlato — risponde Anatroccolo.
— Saranno bugie.
— E che ne sai tu?
— Io non so niente, ma lo suppongo.
— Aspetta ch’io parli!
— E spicciati, allora!
— Se mi interrompi non potrò proseguire!
— E chi ti ha interrotto?
— Tu.
— Io no.
— Sì, tu!
— Io ho detto solo....
— Ma finitela! — grida Toti. — Così non si potrà mai saper
niente! —
Anatroccolo riprende il suo racconto:
— Discorremmo insieme e Zulù mi disse che Arabella fu affidata a mamma
Tuda quattro anni fa. Zulù in quel tempo lavorava coi figli di mamma
Tuda. Una sera una donna giunse su l’aia ed aveva con sè una bambina.
Parlarono con mamma Tuda molto tempo; poi la donna andò via e la
bambina rimase. Si chiamava Arabella. Allora era molto pallida. Disse
che era andata in campagna per guarire. La sera stessa appena comparve,
Zulù e i figli della Tuda videro una grande stella lucente che percorse
tutto il cielo e si spense proprio sulla loro casa, contro la camera
dove dormiva Arabella. Allora Pietrozzo, che era il più grande, disse
che quello era un segno del cielo, e che quel segno doveva riapparire
nel giorno in cui la nuova venuta avrebbe avuto una grande disgrazia
o una grande fortuna. E disse che doveva essere figlia di qualche gran
personaggio. Tutte queste cose le ha viste e le ha udite Zulù.
Passò qualche giorno; Arabella parlava poco; forse si trovava male in
quella casa di poveretti, abituata come doveva essere ai grandi palazzi
ed alle tavole sontuose. Tutti si chiedevano perchè mai l’avevano
portata laggiù; non potevano darle un castello sui monti e farle godere
così l’aria buona? Arabella non parlò circa il suo passato, e i figli
della Tuda pensarono ch’ella fosse sotto un incantesimo. La voce si
diffuse e vi fu chi affermò di averla veduta in un palazzo regale, alla
corte di un grande Stato. Non v’era più nessun dubbio dunque: Arabella
era figlia di un re. Passarono molti giorni, nessuno andava a salutarla
mai, pareva l’avessero dimenticata. Mamma Tuda cominciò a mandarla per
i prati; le affidò un gregge. Ella doveva fare tutto ciò che facevano i
poveri, accudire alle faccende più umili e mangiare il pan nero e bere
l’acqua. Un giorno Zulù udì mamma Tuda che le diceva: «Animo, Arabella,
se volete tornare da dove siete venuta, bisogna adattarsi a tutto!» Ciò
lo fermò sempre più nella sua convinzione; Arabella era schiava di una
malìa; forse qualcuno sarebbe giunto a liberarla. Poi una sera comparve
per la prima volta sull’aia Suor Lucia.
— Era sola?
— Sì, era sola. Parlò lungo tempo con mamma Tuda, poi volle vedere
Arabella e se la tenne stretta fra le braccia e la baciò piangendo,
e le disse di guarire che allora sarebbe ritornata con lei. Zulù non
conosceva Suor Lucia e anche i figli della Tuda non la conoscevano,
epperò dissero che era una gran dama di corte, la quale giungeva
travestita così per aver notizie di Arabella e poterla vedere.
— Suor Lucia una gran dama di corte? — chiede Toti sorridendo.
— Non sapevano chi fosse, — risponde Anatroccolo.
— Ed ora sappiamo forse chi sia? — soggiunse Carciofo.
— È vero, — risponde Toti — noi non sappiamo chi sia, e nessuno conosce
la sua vita....
— Nessuno!
— Da quella volta riapparve di tanto in tanto nella casa di mamma Tuda,
e tutte le volte portava ad Arabella qualcosa: un vestituccio, una
collana, un paio di scarpette. Una volta, e vide Zulù, le portò una
medaglietta d’oro con sopra una piccola corona piena di gemme rosse.
Quello era il segno più sicuro, e Zulù si persuase che Arabella era
una principessa. Però gli nacque curiosità d’interrogarla; un giorno
le chiese: — Dove sei nata? — Non lo so, — rispose Arabella. — E chi è
la vecchia che viene a trovarti? — È Suor Lucia. — La conosci da molto
tempo? — Sì. — È tua madre? — No, io non ho conosciuto mia madre. —
E dov’eri prima di venir qui? — Ero in una grande città. — Zulù non
chiese altro, aveva saputo abbastanza. Quando riferì ai suoi compagni
le parole di Arabella tutti si convinsero che ciò che avevano pensato
era vero: Arabella era una piccola principessa stregata, che attendeva
laggiù il suo liberatore. — Non ve l’avevo detto io? — esclamò
Pietrozzo, il più grande fra i figli di mamma Tuda. — Il primo giorno
che venne in casa nostra eravamo sull’aia, ed io vidi, e tutti quelli
che erano con me videro, una grande stella lucente che si distaccò
dal cielo e venne a spengersi proprio sopra alla stanza dove Arabella
dormiva. Non può esservi dubbio: quello era il segno della sua malìa!
— E la stella è riapparsa? — chiede Toti.
— No, non si è veduta più; ma dovrà ricomparire perchè è fatale.
— E chi potrà vederla?
— Zulù veglia tutte le notti.
— L’aspetta?
— Sì.
— E quando la stella torna, che cosa accadrà?
— Allora sapremo il segreto di Suor Lucia.
— Non prima?
— Prima no, perchè c’è l’incantamento.
— Ma Allodola ha vissuto molto tempo con mamma Tuda?
— Sì.
— E in tutto questo tempo non si seppe mai nulla?
— Lasciatemi dire. In principio Arabella era malata, e poteva camminare
appena. Mamma Tuda le aveva affidato un gregge. La mattina a buon’ora
le dava un pane, una fiaschetta con acqua e aceto, e la mandava fuor di
casa. Fino a sera non doveva ritornare. Come avrebbe potuto reggersi
per tutto il giorno? Come avrebbe potuto girare per tutti i prati e
andare fino alla selva di Lucchetto e salire al Castello dove sono
i pascoli? Si stancava subito, le sarebbe mancata la lena. Zulù la
seguiva sempre.
Quando giungevano ai prati egli conduceva a pascolare il gregge e
Arabella lo attendeva seduta sotto agli alberi. Il riposo e l’aria
buona le fecero bene; dopo due mesi pareva perfettamente guarita.
Allora parve che il suo nuovo stato non le desse tristezza. Divenne
un’altra, e cominciò a cantare. Figli miei, c’era da starla a sentire
tutto il giorno! Fu allora che la chiamarono Allodola. La chiamarono
Allodola perchè aveva una voce d’oro e perchè era sempre gaia dal
nascere al morir del sole. Forse aveva dimenticata la sua sorte o
sperava che il liberatore giungesse. Suor Lucia andava a trovarla e
le portava doni sopra doni. Anche Bocca-di-fiore se ne meravigliava, e
Bocca-di-fiore non era povera come gli altri. I compagni, di giorno in
giorno che passava, eran sempre più persuasi che Arabella fosse nata di
sangue reale, così la guardavano con rispetto e le volevan bene perchè
era buona.
— E in tutto il tempo che vissero insieme non disse mai nulla della sua
vita?
— Non disse nulla; e nessuno la interrogò per rispetto.
— E non comparve mai qualcuno della sua corte?
— In veste d’uomo, no.
— Che vuoi dire?
— Voglio dire ch’ella riceveva qualche messaggio da’ suoi parenti
lontani, ma glie lo portavano le rondini.
— E chi se ne accòrse?
— Se ne accòrse Zulù, al quale Arabella si era unita come ad un
fratello. Nelle mattine di aprile, quando le rondini ritornano e si
vedono a grandi stormi per i cieli, Zulù notò come Arabella tardasse a
scendere nell’aia. Si avvide poi che le rondini entravano nella stanza
di lei, e vi si trattenevano lungo tempo. Una volta anche udì Arabella
parlare, e in casa non c’era nessuno.
— Poteva parlare da sola.
— Non era mica matta! Poi in quei giorni Zulù si accòrse che la
compagna sua si era fatta più triste; forse le erano giunte cattive
notizie.
— Gliene parlò?
— Non le chiese nulla, perchè la cosa fu passeggera. Non trascorse
molto tempo che ella ritornò allegra come prima. Riprese la sua vita
spensierata, cantò come cantano le allodole. Fu la regina dei prati,
fu la signora della selva di Lucchetto. Bocca-di-fiore le cedette il
suo regno. Voi sapete che Bocca-di-fiore era la reginetta di tutti i
monelli di quelle contrade, perchè era la più bella e la più allegra
fra le compagne e perchè sapeva condurre tutti i giuochi. Quando giunse
Arabella, o meglio quando Arabella cominciò a praticare gli amici, ella
stessa le cedette la sua signoria. Un giorno d’autunno, come racconta
Zulù, Bocca-di-fiore invitò Arabella ai prati. Il ritrovo fu verso
l’ora in cui il sole muore. In autunno fioriscono i gigli del freddo[1]
e i prati ne erano pieni. Bocca-di-fiore ne compose una corona, e
quando giunse Arabella glie la donò sorridendo. Cedeva così la sua
signoria. Da quel giorno, fra la principessa ignota e Bocca-di-fiore si
strinse una grande amicizia.
— Tu hai parlato con Bocca-di-fiore?
— No.
— Sai se sia venuta in città?
— Credo che sia giunta ieri sera.
— Per vedere Arabella?
— Sì.
— E nessun altro è giunto?
— Nessun altro. Solo Zulù e Bocca-di-fiore sono rimasti fedeli ad
Arabella. Gli altri, come il tempo passò ed ella fu ripresa dal male
che la farà morire forse, la dimenticarono, l’abbandonarono, la dissero
figlia di un pastore, nè la tennero in nessun conto. Ciò valse ad
accrescere il suo dolore. —
La storia di Anatroccolo, ha aumentato il vivissimo desiderio che Toti
ha di rivedere Allodola e di poter giungere fino al segreto di Suor
Lucia. Tutte le cose narrate non servono che ad intricarlo sempre più,
ma Toti vuol trovare il bandolo in quell’arruffio. Egli saprà perchè
Suor Lucia sia stata presa da tanto amore per Arabella.
— Domani ci troveremo in via del Paradiso, verso sera, — dice ai
compagni. — Resta inteso?
— Resta inteso.
— Ed ora torniamo con gli altri. —
Abbandonano l’angolo remoto e ritornano nell’estrema Tule dove si sono
già formati due partiti avversari che battagliano strenuamente da un
cespuglio di lilla ad un roseto. Dal pollaio un vecchio gallo sogguarda
e canta alla disperata.