La stella del pastore.
Toti si presenta alla zia Emma con un gran fascio di fiori. Ha raccolto
le rose più belle del giardino, qualche gardenia e qualche pannocchia
di tuberosa. Ha già indossato il vestituccio da passeggio, ed ora
guarda la zia Emma senza rifiatare.
— Ebbene? — gli chiede la zia.
— Vorrei uscire.
— E dove vuoi andare?
— Da Suor Lucia.
— E di quei fiori che vuoi farne?
— Vorrei portarli ad Arabella. —
Breve pausa. La zia Emma lo guarda sorridendo.
— Sei contenta, zia?
— Con chi andrai?
— Con Tommaso, l’ho già avvertito.
— Allora avete disposto le cose vostre senza dirmi nulla?
— Volevo risparmiarti una noia.
— Guarda quanta premura!
— Ero sicuro che tu non avresti detto di no! Suor Lucia è tanto
addolorata perchè la sua piccola principessa non può guarire!
— Che dici?
— Ho detto che Suor Lucia....
— Ma di quale principessa parli?
— Di Arabella.
— Arabella è una principessa?
— Sì.
— Da chi lo sai?
— Anatroccolo e Zulù hanno scoperto tutto. Da molto tempo sono sulle
tracce del segreto. Sanno anche che Suor Lucia è una gran dama di
Corte.
La zia Emma non può trattenere un breve riso. Toti la guarda, non
comprende e le chiede:
— Perchè ridi?
— Rido perchè la povera Suor Lucia non si sarebbe attesa questa
trasformazione.
— Ma tu non sai niente, zia! — esclama Toti con accento di profonda
convinzione. — Io ti assicuro che Suor Lucia ha un gran segreto.
— Quale?
— Non voglio dirtelo perchè ridi.
— E se non rido?
— Non te lo dico ugualmente perchè non lo so.
— Questa è la ragione più convincente. Hai legato i tuoi fiori?
— Sì, zia.
— Allora, a rivederci, signorino! —
Toti si dirige alla porta; mentre è per uscire vede una cosa la
quale, come per incanto, muta direzione a’ suoi pensieri; si volge
trasfigurato in viso, raggiante, e chiede alla zia Emma:
— Zia, prepari i bauli?
— Sì.
— Si parte presto?
— Lunedì della prossima settimana.
— Andiamo al mare?
— Sì.
— E dove andiamo, a Riccione?
— Sì, a Riccione.
— Oh quanto sono contento! — esclama Toti battendo le mani. — Il mare,
il mare, il mare!! —
Egli vede subitamente l’immensa distesa delle acque smeraldine, i bei
colli di Riccione, il piccolo porto che raccoglie le barche dalla vela
rossa, tutta la spiaggia che sembra d’oro sotto il sole estivo e si
perde laggiù dove sorge un antico castello, dove i monti si spingono
nel mare. La visione del viaggio, del paese, della nuova vita che lo
attende, lo riempie di gioia insolita.
— Il mare, il mare, il mare!! —
Pensa al costume rosso che indosserà per prendere il bagno, ai
nuovi compagni, alle nuove imprese, a tutto il sistema idraulico che
apriranno fra le arene, e alle battaglie in acqua, e alle corse, alle
infinite corse su le arene. L’anima sua si perde in un tumulto festoso
che gli accende le guance e gli illumina i grandi occhi di vivacissimi
raggi.
Ad un tratto tace e si oscura. Ha guardato a’ suoi fiori. Il pensiero
ritorna alle cose presenti e un’amara tristezza lo punge, tanto più
viva quanto meno continua.
Rivede uno zendado nero; un volto pallido, affranto; due scarne mani
che fanno passare eternamente i grani di una vecchia corona; ripensa ad
Allodola che langue, alla sventura che la travolge e una frase pietosa
gli sale alle labbra.
— Povera Suor Lucia! —
Poi se ne va correndo forte, perchè nessuno lo veda.
Un groppo di singhiozzi gli serra la gola e le lacrime scendono copiose
ad irrorargli il viso.
❦
La via è chiusa da un lato dal muro di cinta di un giardino; dall’altro
lato sorgono alcune case basse, intramezzate da orti. Forse per tutta
la letizia agreste che l’accompagna fu chiamata Via del Paradiso.
All’un dei capi trova un termine apparente nel campanile di un
antichissimo tempio; l’altro capo si perde fra i primi campi che
circondano la città. Ivi regna una quiete eterna. Qua e là, sopra al
muro di cinta che chiude l’ignoto giardino, sovrastano chiome di alberi
e ciuffi di verdura. Un gelsomino protende le esili ramificazioni e si
riversa come una fiumana sulla via fino a toccarne le selci. È tutto
fiorito e tramanda un soave profumo. Si intravedono le vette di una
fila di pioppi; si intravedono fra gli scarsi cirri che vagano pei
cieli di un azzurro intenso.
Volgono le ore pomeridiane. Benchè il sole si appressi al tramonto,
qualche cicala stride tuttavia; fa ancora molto caldo.
Le piccole case bianche hanno le imposte socchiuse e sono tutte mute;
riposano nell’afa estiva.
— A che numero sta Suor Lucia? — chiede Tommaso a Toti.
— Al numero nove.
— Debbo aspettarlo, signorino?
— No, verrai a riprendermi.
— Fra un’ora?
— No, verso sera.
— Va bene. Arrivederla.
— Addio, Tommaso. —
Come si sente solo, procede a passo più spedito. In fondo alla via ha
intravisto tutti i compagni suoi.
Il cuore gli batte rapidamente per l’ansietà; a mano a mano che si
avvicina tien gli occhi fissi sul volto di Zulù. Nessuno si muove ad
incontrarlo, nessuno si rivolge a dargli il benvenuto; ma è dunque
toccata qualche grave disgrazia a Suor Lucia o ad Allodola?
Egli vede tutti i visi raccolti in una espressione strana, fra lo
stupore e la mestizia. Solo i più piccoli guardano qua e là senza
sapere che cosa accada intorno a loro.
Giunto a pochi passi dall’immobile accolta, ha una sommessa chiamata:
— Anatroccolo! —
Il fanciullo si volge di scatto, quasi fosse stato scosso da un
profondo torpore.
— Anatroccolo, non mi vedi?
— Oh, buon giorno! — esclama soffregandosi gli occhi.
— Che cosa hai fatto?
— Niente; pensavo.
— Ci sono novità?
— Per ora no.
— Come sta Arabella?
— Molto male.
— Da chi l’hai saputo?
— Da una donna della casa.
— Non c’è più rimedio?
— Chi lo sa?
— Dov’è ora?
— Su, dietro quella finestra che ha le tende abbassate.
— Siete saliti?
— No, aspettiamo. Ci hanno detto di aspettare. Il dottore è uscito poco
fa, e ritornerà fra non molto.
— Sai dirmi perchè c’è tutta questa gente? Che cosa fanno qui i piccoli?
— Oggi è la festa di Suor Lucia, erano venuti a farle gli augurii.
Le hanno portato il loro dono. Suor Lucia ha detto che fra poco
scenderà. —
Tacciono e si appoggiano al muro, vicino a Zulù e a Carciofo. Orsetto
e Marinella fanno un cenno del capo a Toti ma non si accostano per
parlargli. Sono tutti impacciati. Non sanno precisamente che cosa
avvenga, ma sembra loro di trovarsi in un tempio. Avvertono che qualche
avvenimento grande e inusitato sta per compiersi, e il loro piccolo
cuore ne trema tutto. Solo i più piccini, coloro che hanno ancora
la coscienza del poco perchè l’ala del dolore non li ha tocchi, se
ne stanno in disparte e pronunziano qualche parola o si baloccano
coi fiori che hanno portato. Essi parlano sottovoce per un senso di
imitazione che li invita a fare ciò che fanno i più grandi, non per
altro, chè nessuno sgomento è nell’anima loro. Rando e Celestina si
sono seduti in terra ed ammassano monticelli di polvere sui quali
innestano alcune pratelline. Fanno il giardino; un giardino immenso
agli occhi loro, nel quale fingono di andare a diporto. Ciuffolo
mastica delle pasticche di liquorizia che gli hanno tinto di nero
la bocca, il mento e le guance; Cola gli sta innanzi e come non può
ottener qualcosa per soddisfar la sua gola, mormora:
— Ah! tu non me ne dài! Ebbene, quando ne avrò io non ti darò
niente. —
Ninì ha trovato un carboncino e si arrabatta per scrivere sul muro,
accanto a un suo disegno raffigurante un uomo con le braccia aperte, la
pipa, due belle fila di bottoni e un taschino: «_Asino chi legge._»
Non uno parla ad alta voce; seguono i loro giuochi avvertendo che
qualcosa di nuovo c’è per l’aria, ma non ponendovi mente.
I grandicelli tacciono, e a quando a quando, levano gli occhi alla
porta.
Aspettano da molto tempo, e non se ne lagnano, quantunque la giornata
sia caldissima; aspetterebbero così fino a notte tarda senza parlare,
senza lamentarsi.
Arabella, la principessa ignota, è là, nella piccola stanza dalle
imposte verdi e soffre per l’oscura malìa dalla quale nessuno può
salvarla.
❦
— Chi venne ad avvisare Suor Lucia? — chiede Toti a Zulù.
— Venni io.
— E Suor Lucia tornò subito in città?
— No, rimase due giorni da mamma Tuda, poi condusse qui Arabella.
— E da quel giorno non l’hai abbandonata più?
— Ho vegliato sempre.
— Che cosa aspetti?
— Aspetto la stella. —
Toti non chiede più nulla; china gli occhi attende. Attende la sera;
può darsi che nell’ora del crepuscolo compaia il liberatore, colui che
deve salvare Allodola.
In tutti i cuori è tale senso di aspettazione; il miracolo deve
compirsi.
Esiste un mondo lontano oltre il mondo che essi percepiscono, e in quel
mondo lontano si accolgono le cose più belle. Ha i suoi primi confini
all’estremo limite della terra e dei cieli, ed è corso da spiriti
ai quali nessun potere è negato. Pochi vi possono giungere; è tanto
aspro il cammino, sì grandi sono le difficoltà che lo accompagnano,
conviene superare tante e tante prove, che tutti coloro i quali seppero
attingerne la soglia ebbero l’onore di una fiaba o di una leggenda.
Laggiù sorgono i palazzi d’oro, le foreste lucenti che rischiarano le
notti, le reggie non vietate ad alcuno; laggiù sono le corti di gioia
nelle quali i giorni trascorrono fra sollazzevoli ritrovi.
Sulla grande porta adamantina per la quale si entra nel paese remoto si
legge un motto: «_Comanda e avrai;_» e vi è più rapida la possibilità
di avere che non sia rapido il desiderio.
Si parte poveri e si ritorna ricchi; ma chi può ritornare dalla
terra dell’incantesimo? Nessuno forse. Bisogna vivere sempre laggiù,
abbandonare il mondo, morire.
Allodola ne saprà la strada; forse fra non molto partirà.
Essi guardano ai due capi della via, tendono l’orecchio, e il loro
cuore sobbalza ad ogni galoppo lontano, ad ogni rumore insolito, che si
avvicini con rapidità.
O non giungerà piuttosto il liberatore silenziosamente, senza farsi
avvertire? non avrà seco il mantello di Leonbruno che rende invisibile
chi l’indossa? non discenderà dalle vie dell’aria come l’ombra di una
nube?
Tutti credono che la sua venuta sia immancabile, ma non sanno come
potrà compiersi. Solo Suor Lucia lo saprà, ella che conosce il segreto.
Allodola, la reginetta bella condannata al martirio, attende l’estrema
ventura. Zulù si angoscia nella sua impotenza, egli che tutto ha
tentato pur di salvare la sorella d’amore.
Si è spinto fino alle più alte cime, alla ricerca della Casa lucente;
ha viaggiato per giorni e giorni attraverso terre solitarie, cercando
la dimora di un mago, di una fata; ha interrogato le fonti, si è
inoltrato, con grande paura, nelle buie caverne, sperando trovare la
soglia di qualche favoloso palazzo; ha cercato uno fra i tanti reami
di cui parlano i novellatori; ha atteso nelle alte selve la comparsa
di qualche re, sperduto mentre andava cacciando. Si è trascinato notte
e giorno, mangiando appena, di sentiero in sentiero, di montagna in
montagna, evitando i rari pastori senza poter mai venire a capo della
sua impresa singolare.
Oh! poter ritornare da Arabella e dirle: «Ecco, io ti ho liberata dalla
tua malìa e so la strada per ricondurti al luogo dal quale sei partita.
Vieni, la tua Corte ti aspetta. Domani il tuo popolo ti griderà
regina!»
Ma la fortuna non ha guidato i suoi passi. Da’ suoi viaggi egli non ha
riportato se non qualche fiore, qualche pietruzza lucente, che sa la
virtù del suo lungo soffrire.
Ora attende la stella fatale, quella che apparve quando Arabella fu
condotta in casa di mamma Tuda. Un presentimento gli dice che essa
debba ricomparire nei cieli a serenare il destino dell’Allodola bella.
❦
Una vecchia donna si affaccia sulla soglia e dice sommessamente ai
fanciulli che attendono: — Suor Lucia è qui! —
I fanciulli si scuotono e si raggruppano; un occulto timore di vederla
apparire li turba. Sono pieni di smarrimento; tutta la loro allegria si
è spenta.
I più piccini non ricordano più l’augurio imparato a memoria; troppo
hanno atteso in mezzo alla via, e nessuno è là per suggerir loro le
prime parole; ma non vuol dire, offriranno i fiori senza parlare; Suor
Lucia capirà ciò che essi vorrebbero dirle.
Ora si stringono insieme per aiutarsi a vicenda; procederanno in gruppo
quando Suor Lucia si farà sulla soglia. Ciò dà loro maggior coraggio.
Il silenzio ed il mistero della piccola casa nella quale trascorrono
persone che sussurrano parole che non intendono e dalla quale giunge a
quando a quando come un lungo sospiro di pianto, li ha resi perplessi
e timorosi. Non sanno spiegarsi che accada e non osano interrogare i
compagni più grandi perchè li vedono muti ed accorati, epperò tacciono,
guardando qua e là con aria smarrita. Tutta la loro sensibilità non può
esplicarsi che nello stupore; l’anima loro è come un’acqua di vena, che
scorre fra le rocce e non si può intorbidare.
Se qualcuno dicesse loro che Suor Lucia piange, ne chiederebbero il
perchè, come chiederebbero perchè le stelle sono nei cieli. Fra l’una
cosa e l’altra non sanno cogliere differenze; tutto è soggetto di
semplice meraviglia. I più grandi conoscono già il dolore, l’eterno
fratello delle creature.
Essi guardano per l’andito buio: Suor Lucia non compare, si attarda,
forse non saprà distaccarsi dal letto di Arabella. Che cosa le diranno
quando verrà?
La buona compagna che li conduceva per le chiese, per gli orti, per
i prati e assisteva alle loro scorribande e tutto tollerava con viso
benigno pur che venisse da loro, non sarà più la stessa; chi sa? Non
la vedono da qualche settimana, da un tempo infinito. Che cosa non può
mutare in un’ora, in un giorno?
Ad un tratto Anselmuccio, che è più vicino alla soglia, si volge e
susurra:
— Eccola, eccola! —
Si stringono a braccio a braccio perchè il loro cuore pulsa più
rapidamente, temono di vederla troppo all’improvviso. Avrà lo stesso
aspetto? lo stesso volto? gli stessi occhi dallo sguardo mite?
Ad un tratto odono appena lo strisciare di un passo rado.
Il sole muore fra il saluto di mille campane, qualcuno canta nel
giardino ignoto. Ecco un’ombra, ecco una figura di donna che si
avvicina alla soglia ma procede troppo rapida: non è lei, non è lei.
L’ansia dell’attesa ha una momentanea sosta. La donna scende i due
gradini che conducono nell’andito, si accosta, che vorrà mai?
Li chiama in disparte, e dice loro sottovoce:
— Suor Lucia discende le scale, sarà qui fra poco; lasciate che rientri
subito, non le dite nulla, non la interrogate; soffre e piange, lassù;
c’è un angelo che muore.
— Che cos’hai detto? — grida Zulù lanciandosi innanzi pallido e
stravolto.
La donna che pare da prima stupita dal grido improvviso, sorride poi
tristemente.
— Arabella ti saluta. Poco fa voleva vederti. Quando tornerà il dottore
salirai.
— Me lo prometti?
— Te lo prometto!
— Ricordati che aspetto qui da cinque giorni, e ricordati che non mi
moverò anche se dovessi morire!
— Prima di notte salirai. Arabella lo vuole. —
Quelle poche parole oscure lasciano la brigata in uno smarrimento
maggiore. Dopo qualche secondo, senza che i fanciulli se ne avvedano,
Suor Lucia si fa sulla soglia.
Ha il capo inchinato, leva un attimo gli occhi.
Dio, com’è pallida, quanto è invecchiata!
Pare che il tempo le abbia tolta in pochi giorni tutta la vigoria che
le restava; ha vissuto vent’anni in un’ora, si è incurvita come un
albero vecchio. E anche i segni del volto non sono più gli stessi.
La bocca le si è piegata agli angoli; le guance le ricadono flosce
ed esangui; le tempie le si sono infossate; il naso si è affilato
ancor più; solo gli occhi, que’ suoi occhi azzurri ch’ella leva a
sogguardare, hanno serbato la stessa luce di profonda bontà; sono un
poco più tristi, ma buoni, ma belli, ma soavi come una carezza materna.
Si sofferma sul limitare della soglia; tenta un sorriso e non può
sorridere; le sue labbra si muovono, sono corse da un tremito, dal
tremito che hanno i vecchi i quali pare vogliano dire e piangere ad un
tempo. Dallo zendado che le ricade fino alle ginocchia escono le mani
bianchissime ed esili, come le venature di una foglia.
Ha pronunziato una parola che nessuno ha inteso. Il sole muore fra
il suono di mille campane; una voce canta sommessamente nel giardino
ignoto.
È scesa d’uno scalino; si avvicina. Allora i più piccoli si fanno
innanzi: prima Rando e Celestina e poi Ciuffolo e poi Cola, Doretta,
Nicoluccio, Miranda; protendono le mani piene di fiori senza dire una
parola, senza alzare gli occhi. Suor Lucia discende il secondo scalino,
raccoglie le offerte dei bimbi suoi, i fiori di campo e di siepe, un
niente, una gioia infantile che veniva a rallegrarla; leva il grembiale
per le cócche e ve li ripone. Il suo volto si fa più pallido ancora,
le labbra tremano ancor più. I più grandi sogguardano in disparte, e
trattengono appena le lacrime. Poi viene la loro volta. Suor Lucia si
avvicina, muove qualche passo a stento. Allora Marinella si fa innanzi,
poi Orsetto, poi Toti, Anselmuccio, Giacomino. Il misero grembiale
nero, ecco, è ricolmo di fiori, sono tanti e tanti, tutta la mèsse di
un giardino riposa nel grembo di Suor Lucia.
Fa per muoversi, poi si sofferma. Ecco, vuol parlare.... ma le labbra
di lei cercano inutilmente un suono. Per due, per tre volte ritenta,
finchè vinta, travolta dall’angoscia che le turbina dentro, ha un
grande sussulto e si abbatte d’improvviso in un singhiozzo asprissimo.
I suoi fiori si spargono per la via.
Addossati al muro, col viso nascosto fra le mani, i fanciulli suoi
piangono dirottamente in silenzio.
❦
Il sole è morto, e la voce che cantava dietro il muro di cinta del
giardino non si ode più.
Toti, Orsetto e Zulù sono rimasti soli. I compagni loro sono partiti
a due, a tre per volta, volgendosi a quando a quando verso l’alta
finestra socchiusa, dietro alla quale Arabella dorme.
Dorme. Essi la vedono così, distesa fra le bianche coltri, dormire.
Qualcuno le avrà posto sul guanciale, intorno ai riccioli biondi, una
rama di biancospino in fiore; la rama della quale soleva adornarsi i
capelli, quando tutto il suo sangue batteva una irresistibile diana di
gaiezza, ed ella era la reginetta dei prati e delle selve, l’allodola
degli alti cieli. Ella dorme come le sante, fra le ghirlande.
Ciuffolo si è allontanato col capo rivolto all’alta finestra senza
pensare se i suoi passi mantenevano la linea retta; ciò lo ha condotto
contro il muro, ma non ha sollevato affatto lo sdegno di lui; solo,
compresa la necessità di guardare innanzi a sè per camminar diritto, si
è rivolto ancora, ha alzato le braccia piegando le mani a saluto verso
qualcuno che doveva essere laggiù ed ha susurrato:
— Addio, bella bambina! —
Poi ha ripreso la strada rasentando il muro; soffermandosi a
considerare uno stelo, un fiore, un’ombra, e si è perduto fra le nebbie
crepuscolari quando ormai non si udivano più i suoi passi.
La luce discende, e muore; fra poco sbocceranno le stelle. Zulù
pare lontano dal mondo, non vede chi gli sta intorno; gli occhi suoi
sfavillanti cercano nei cieli il segno atteso.
Nessuno giungerà per le vie della terra, tale speranza è perduta.
Allodola è condannata perchè non si potrà vincere la malìa che la
tiene. L’essere ignoto che avrebbe tale potere non si mostra, non
discende dalla sua fiaba. Le vie si fanno deserte, le campane non si
odono più, tutto si raccoglie nell’ora del vespero. I piccoli cuori si
sentono più soli.
Toti e Orsetto si guardano a quando a quando negli occhi, e una
interrogazione passa in quello sguardo: che cosa accadrà?
La luce diventa perlacea, si attenua, prepara un nuovo giaciglio
alle stelle che nasceranno. Dalla stanza di Suor Lucia giungono
suoni incomprensibili, susurri, fruscii. La vita che prima vi pareva
assopita, ora vi si affretta in una muta rapidità.
Le imposte della finestra sono aperte, e lasciano intravedere le
bianche tende che inquadrano l’oscurità dell’interno.
Anche Zulù ha avvertito l’ansia nuova che muove ed agita le persone
chiuse lassù e guarda fissamente il cielo di occaso. L’attimo si
approssima; la grande stella si leverà sopra il sole, rifulgendo.
Ma che avviene? Gli strani fruscii, i rapidi passi, le voci spente,
crescono sempre più in un’ansia folle, in uno sconvolgimento inatteso;
non è il consueto avvicendarsi dei suoni; si sente, si intende che una
cosa straordinaria sta per compiersi lassù.
Alcune sedie sono smosse rapidamente, poi si ode il tonfo di una cosa
che cade, poi rapidi passi, parole sommesse, finchè una voce grida:
— Non la far entrare! —
E un’altra implora, ed è quella di Suor Lucia:
— No, voglio vederla! voglio vederla! —
Zulù sbianca tutto, sbarrando gli occhi. Ecco, la stella del pastore
è sorta imperando nell’ultima corona solare, rifulge sulla stanza
dell’Allodola. Il destino è compìto. Allora il piccolo selvaggio si
distacca dal muro, avanza lentamente fino in mezzo alla via, ascolta.
Si è fatto un gran silenzio; ma subitamente un pianto dirotto si leva.
Dal petto di Zulù erompe un grido acutissimo:
— Arabella, Arabella, Arabella mia! —
Poi non ode, non vede più; liberatosi dalla stretta dei compagni si
lancia su per le scale e scompare.
Toti ed Orsetto rimangono soli. Una donna esce dalla casa, e prima
ancora ch’essi le abbiano mosso domanda dice loro:
— Andate, andate.... la povera Allodola è morta! —
Poi nasconde il viso fra le mani e fogge.
Dio, come rifulge la stella del pastore!
Allodola è giunta lassù.
Fra i rami delle alte betulle che si inargentano, si ode un volo di
passeri impauriti.