VI.

L’Allodola.

La carrucola compie qualche giro cigolando, mentre la catena cade

abbandonata su la sponda del pozzo; Arabella ha sollevato la secchia

ricolma, e a stento, destreggiandosi col braccio libero per mantener

l’equilibrio, si avvia a piccoli passi. L’ora crepuscolare è prossima;

i passeri si raccolgono su gli alberi più densi di fogliame; la

capinera è ritornata alla sua macchia e canta dolce — come dicono i

bimbi — canta piano, perchè il sole discende e più si fa bello quanto è

più presso a morire.

C’è chi ritorna da lontano e va per la strada silenziosamente con

le sue bisacce su le spalle; c’è chi pensa all’amore e stornella dai

grandi olmi; qualcuno empie un sacco delle verdi foglie degli olmi per

apprestare il cibo ai buoi, mentre vede un’aia remota, una finestra

fiorita di garofani, un luminoso sorriso di occhi belli. Ed è come

sempre, quando il sole muore nel gran sereno dell’aria, come sempre:

dalla terra si leva un dolcissimo saluto che lo segue oltre ai piani,

oltre ai mari, nel paese lontano lontano lontano che solo le fiabe

sanno.

Ogni casa getta il suo lieve alito di fumo dalla fiammata d’oro che

è tutto il suo cuore. Qualche bimbo siede su la soglia erbosa ad

attendere coloro che stanno per tornare, e qualche fanciulla si fa sul

limitare dell’aia, a guardare il cielo che tutto si arrossa.

Arabella ha intrecciata fra i capelli una ciocca di fiori di

biancospino, l’ha raccolta mentre andava al pozzo; è l’unico

adornamento che le sia concesso. Ella prosegue per la viottola

tortuosa, nascosta fra due siepi altissime e ascolta i tenui suoni

delle campane che giungono, per lei, da misteriose lontananze, da paesi

di felicità, dove si può cantare, dove si può riposare.

[Illustrazione: Arabella ha intrecciato fra i capelli una

ciocca di fiori di biancospino. (pag. 162.)]

La viottola è già nella penombra, vi trascorrono i passeri da siepe

a siepe in rapidi frulli; tutto un ricamo di luci si intravede a

volte fra le rame molto spesse; pare un drappo di seta, di ricca seta

trapunta d’oro e constellata di tante gemme quante ne ha il cielo

crepuscolare. Le allodole volano sui grani, cercano il loro nido; ma

non cantano; tutt’al più hanno un gorgheggio sommesso, si chiamano a

vicenda, si raccolgono per riposare sotto le stelle nella fittissima

selva dei grani.

— Arabella?

— Vengo.

— Spicciati, chè ti aspettiamo. —

Non risponde, cerca di affrettare il passo ma il peso della secchia

è soverchio ed ella è esile come un vimine; se passasse Zulù potrebbe

aiutarla. Chi sa mai dove sarà, a quell’ora, il fanciullo dalla chioma

leonina.

Non ricorda quante volte sia andata al pozzo in quel giorno ad

attingere l’acqua. Il tragitto è lungo e la secchia troppo pesante;

ella ne ha le braccia rotte ma non può lamentarsi, perchè mamma Tuda

ride della debolezza di lei e la canzona, e le dice che quando ella

aveva dieci anni, anche se faticava tutto il giorno, la sera aveva

ancora in mente i giuochi e le corse e andava ai convegni con le

compagne e, di primavera, al tempo del plenilunio, ballava finchè le

stelle non erano al colmo del loro viaggio. Dormiva appena e sorgeva

col sole, più forte, più allegra che mai. Arabella doveva vincere la

pigrizia e piegarsi alla fatica per divenir forte, altrimenti il minimo

male l’avrebbe fatta morire.

Arabella sorride, pensando che non tutti nascono uguali e non tutti

possono battere le stesse vie; ciò che per uno è facile riesce

impossibile ad un altro. Mamma Tuda è una donna brutta e forte; pare

tagliata con l’accétta da una ceppaia di quercia, tanto è nocchieruta.

Non è cattiva; ma l’anima sua risponde al suo corpo: è dotata di una

sensibilità limitatissima. Inoltre non sa persuadersi che gli altri non

debbano fare ciò che ella ha fatto, e non per egoismo, ma per l’intima

convinzione che debba giovare alla salute. Arabella vive con lei da

cinque anni.

— Andiamo, dammi la secchia; non sarai morta, si spera.

— Pesa tanto, mamma Tuda!

— Dio! Sembrate nata da un grillo e da una formica! Dovreste correre,

con un peso simile! Vedo già che non riuscirò ad ottenere nulla di

buono da voi.

— Vi occorre altro, mamma Tuda? —

Mamma Tuda che stava per rientrare in casa si sofferma su la soglia e

si volge a guardare la fanciulla:

— Come ti senti?

— Non c’è male.

— Hai veduto Giovanni?

— Sì.

— E che ti ha detto?

— Ha parlato molto e non ho capito niente.

— Non ti ha ordinato qualche medicina?

— Ha detto che la mattina me ne vada scalza per le guazze e che beva

due bicchieri di acqua di fonte tutte le sere prima di andare a letto

e che, al primo plenilunio, raccolga la nepitella e il serpillo che

crescono vicino all’olmo dei Buva.

— Per che farne?

— Debbo metterli in fusione nell’olio caldo, poi imbeverne un piccolo

cuscino di lana d’agnello, esporlo al sole e alla luna in cima ad un

pioppo per tre giorni di seguito e metterlo poi sotto il mio capezzale.

— Ha detto che guarirai?

— Ha detto ch’io provi.

— E null’altro?

— Null’altro, mamma Tuda.

— Va’, va’, non credere a tutte queste storie. Giovanni non sa che

ingannare il prossimo. Già quando si deve morire si muore e non c’è

medico che tenga. Dai retta a me, che sono ormai vecchia, e non ho

avuto una sola volta la febbre in vita mia: non ti risparmiare, fatica

quanto più puoi, non aver paura nè del caldo nè del freddo; nè del

vento nè della tempesta; cammina diritta e allegra sempre, e se senti

freddo corri, ma non rifugiarti in casa, vicino al fuoco, come un

vecchio cane. E se il sole ti abbrucia, soffermati a un’ombra, ma non

ti accasciare nel sonno e non dolerti. Gli alberi vivono cent’anni,

mill’anni perchè stanno sempre sotto il cielo; noi moriamo giovani

perchè abbiamo paura di tutto. Se il Signore ci ha messo quaggiù ed ha

voluto l’inverno e l’estate, vuol dire che dobbiamo tollerarli in santa

pace. Poi ascolta, bambina: se non avrai paura del sole e ti lascerai

cuocere al suo fuoco tanto da diventar bruna e rossiccia come la buona

terra, il grande inverno e il freddo rigidissimo non potranno farti

alcun male perchè sarai come l’acciaio temprato; ma se vorrai essere

bianca e ti farai schiava dell’ombra, allora crescerai come il grano

che si fa nascere nelle cantine per adornarne i sepolcri. Un nulla

potrà farti morire. —

Arabella ascolta senza fiatare. Gli occhi suoi grandi, cerchiati

leggermente di azzurro, sono fissi su l’estrema luce solare.

— Ora ti senti molto stanca?

— No, mamma Tuda.

— Puoi andare alla Celletta e chiamar gli uomini perchè vengano a cena?

— Ci anderò.

— Brava, vinci la pigrizia, e la notte ti passerà come un sospiro, nel

sonno. —

Mamma Tuda riprende la secchia che aveva posata sulla soglia dell’uscio

e scompare nell’andito della vecchia casa. Arabella, raccolto da

terra un vinciglio, si avvia al suo lungo cammino. Dalla prima aurora

è in moto e vorrebbe vincersi e andar sempre con rinnovata lena come

desidera mamma Tuda; ma sente che le forze vengono a mancarle.

La sua volontà è forte e la regge ancora e fa sì ch’ella prosegua

a passo a passo verso la nuova mèta; se così non fosse, a quell’ora

sarebbe già caduta per il grande abbandono della stanchezza. Una volta

non soffriva tanto; solo da qualche tempo si sente finire. Le vecchie

donne dicono che una triste malìa la trasfigura e l’uccide.

Era bruna dal sole e bella, vispa ed agile come una cerbiatta;

ora ha fatto il colore delle piccole nubi mattutine e come quelle

pare si disfaccia. La sua voce è anche più fioca, sì che si leva

dolcissimamente velata e poco regge al canto.

L’allodola ferita che più non può tentare il gran volo risponde così,

dai prati ove è caduta per non più levarsi, alle compagne che la

chiamano nell’alto.

E Arabella era detta l’Allodola. Nessuno come lei sapeva trasfondere

nel canto la pura freschezza della gioia sì nelle cantilene infantili

come negli stornelli a distesa; era detta l’allodola bella, fra le

compagne che la guardavano meravigliate sorridendo.

Ora non più. Le stelle che trascorrono nei cieli estivi non lasciano

alcuna traccia nella tranquilla serenità.

❦

Dolcemente trascolorando, la luce del giorno è scomparsa. Dai campi

dei Buva è sorta la grande spera lunare. Era ancora alto il crepuscolo

quando la luna ha acceso un’aurora vermiglia dietro i lunghi rami

dei salici, ed è sorta tutta ricinta da una grande corona di spine ai

limiti dei campi, laggiù dove sorgono le case dei Buva. Poi si è fatta

sempre più bianca quanto più si è avvicinata alle stelle. Ora ha preso

il suo regno incontrastato.

Arabella cammina ancora; la Celletta è tuttavia lontana. Ella procede

lentamente e batte il vinciglio su le prode dei fossi con gesto

automatico.

Mamma Tuda dice che la stanchezza accresce l’appetito, ma Arabella

non sente volontà di prender cibo; vorrebbe abbandonarsi su l’erba e

chiudere gli occhi.

Gli usignoli non sono ancora partiti; ogni frutteto è cinto da una

corona di nidi e sarebbe dolce rimanersene all’aperto sotto alle

stelle, in quella solitudine. Il bel maggio impera; non fa più freddo,

le notti sono tepide e tranquille; ma la gente dice che quando la luna

si leva in quintadecima non bisogna dormire all’aperto.

Molti sono stati colti dal farnetico, chè han voluto beffarsi

dell’insegnamento e rimanersene sui prati a dormire sotto l’influsso

dell’astro malefico.

[Illustrazione: Ad un punto della via, Arabella ode un

frastuono e si sofferma (pag. 173.)]

E Arabella prosegue. Le par di sognare i sogni incerti e dolenti che dà

la febbre.

Ad un punto della via ode un frastuono e si sofferma. Oltre una siepe

di canne vede, in un prato, un povero vecchio cane seduto verso la

luna. Ha il muso levato al cielo e le orecchie raccolte in atto di

spavento. Si distingue con chiarezza nell’alta luce lunare. È un cane

malato che se ne va randagio pei campi perchè tutti lo scacciano;

la sua malattia è la sua condanna estrema; fa schifo e gli uomini

ch’egli adora lo accolgono a sassate. Va d’aia in aia, di casa in casa,

scodinzolando umilmente; si avvicina con somma lentezza e striscia

su la terra per dimostrare ch’egli è pronto anche a ricevere le busse

purchè lo accolgano, e gli occhi, che hanno tanto di umano, si levano

supplichevoli e dolci. Nessuno lo avverte dapprima; poi, quando lo

hanno scorto, gli si avventano contro a minaccia. Deve fuggire. Si

sofferma un poco più lungi a sogguardare la casa nemica e riprende

la via annusando qua e là, in cerca di qualche rifiuto. I viandanti

gli fanno la stessa accoglienza; un cane randagio porta scritta negli

occhi, nell’incedere stesso, la sua sventura, si riconosce fra mille.

Per salvarsi dalle pedate e dai sassi è costretto ad andarsene sotto

alle siepi, e deve evitare i compagni suoi che sono molto più temibili

degli uomini e, vedendolo ridotto in tale stato, incoraggiati dalla sua

debolezza, lo finirebbero a morsi.

Fa pietà. Ha la testa smisuratamente grossa, le orecchie

incartapecorite, il corpo ridotto quasi allo scheletro; trema tutto

su le sue larghe zampe, e, rivolto alla luna, che pare abbia eletta a

confidente di tutte le sue miserie, allungandosi quanto più può, fra

pause pensose, lancia arditamente una serie di mugolii, di guaìti,

di latrati i quali si ammorzano in languide cadenze o salgono a note

superacute e laceranti.

Canta o piange? I monelli dicono ch’egli voglia imitare l’usignolo.

Anche gli usignoli sentono il fàscino della luna piena e cantano a

perdifiato tutta la notte; così fa il cane solingo: si confida, riversa

l’esuberante piena de’ suoi sentimenti in seno alla bianca madonna

notturna. Sempre solo, gli alberi lo ascoltano e gli alberi sono

spettatori tranquilli che non sanno disapprovare.

È un crescendo spaventosamente appassionato. Dapprima il cantore

fissa la luna; si irrigidisce, si concentra, pone l’anima sua

in comunicazione con la pupilla aperta nei cieli. I grandi occhi

sporgenti gli si inumidiscono sempre più; la piena sentimentale sta

per isgorgare. E l’accenno, preludiante la sinfonia, si fa udire in un

leggero guaìto che tremola come una fiammella al vento e si spenge ad

un tratto. È la prova; la voce regge. Dopo una sosta segue un secondo

accenno, poi un terzo, un quarto, e l’ansia, l’affannosa passione,

il lacerante spasimo aumentano con l’aumentar della voce che non ha

più legge, che non ha più le usuali tonalità e, in una disfrenata

scorribanda, si libera al vento con una infinita varietà di gorgheggi,

di vocalizzi, di salti prodigiosi, da note cavernose a note acutissime

di trilli e di cadenze tragiche. La grande anima straziata si appalesa

alla luna e non importa se quella musica barocca non giunge al nostro

intendimento: è musica degna di un cane.

La povera bestia si è manifestata, ora trema e scuote la grossa testa.

Arabella guarda; la cosa la distrae; si sente riposare un poco; ma più

si diverte perchè il cane non è solo.

I figli dei Buva, i figli dei Mirès che vagavano pe’ campi, hanno

scovato il solitario cantore e gli hanno fatto circolo intorno.

Il vecchio cane non si sgomenta; forse si intenerisce pensando che per

la prima volta in vita sua gli uomini lo comprendono. Continua la sua

solfa, i grandi occhi aperti su la fida compagna dei cieli.

La stranissima scena fa sorridere Arabella.

Nella luce lunare i fanciulli trascorrono squassando le chiome che a

volte paion tutte d’argento, e saltano, ridono, corrono trascinandosi,

mentre al centro della corona, come un maestro d’orchestra, siede il

cane compostamente.

Altra volta Allodola avrebbe passata la siepe per unirsi ai compagni,

ora, chinata la testolina bionda, riprende la sua via che è lunga, che

le pare eterna e che non sa di poter compire.

❦

— C’era una volta un Re di Francia che era molto amante della caccia.

Un giorno, andando a caccia, i cani principiarono a urlare fortemente.

E lui va per tirare a una fiera e invece ci trova una bellissima

donna. Il Re, sorpreso di questa bellissima giovane, voleva sapere

la ragione perchè l’aveva trovata sola in questo bosco, abbandonata:

perchè stava in una grandissima afflizione? Lei dunque gli disse che

facesse della sua vita quel che voleva, ma che non le strappasse il

segreto de’ suoi natali. Il Re rispettò il suo segreto, la fece mettere

in Corte, le dette il suo quartiere e disse che fosse rispettata come

una di famiglia. Dopo alcun tempo il Re andò a far visita alla bella

incognita e s’accòrse da’ suoi modi gentili e dal suo dolore che

doveva appartenere ad una famiglia illustre e distinta. E quindi se

ne innamorò talmente, che pensò di farla sua sposa. La madre del Re,

indispettita di sentire che doveva avere per nuora una sconosciuta

trovata in un bosco, giurò che ne avrebbe fatto crudele vendetta e

che il sangue dei Reali di Francia non si sarebbe mai contaminato con

una sì vile sposa. Difatti, dopo pochi mesi che il Re aveva sposata

questa sconosciuta, arrivò un corriere d’Inghilterra, intimando al Re

un’improvvisa guerra....

— Viene Allodola.

— Dov’è?

— Dietro la siepe, laggiù.

— State zitti! —

Si tacciono e il novellatore continua:

— Il Re non poteva intendere come l’Inghilterra volesse fare a lui la

guerra senza alcuna ragione. Ma per meglio accomodare le cose, pensò

di andare lì da sè con un piccolo esercito, per conoscere la ragione di

questa intimazione....

— Eccola, eccola! — esclama Bocca-di-fiore.

Solo Zulù si volge, gli altri monelli seguono intenti le parole del

novellatore.

Sono seduti sotto una quercia, tutti raccolti intorno alla ceppaia su

la quale siede il vecchio bifolco che ama i bimbi e li intrattiene la

sera con le sue fiabe.

Il plenilunio è sereno; l’orizzonte notturno si estende come su

l’aurora per vastissimo giro intorno. Si scorgono le cose lontane

distintamente; tutto ciò che è in luce risalta con nitidezza per i

forti contrasti dell’ombra.

La quercia è sola, non altri alberi le sorgono intorno, è il ritrovo

consueto degli uomini che abitano nelle poche case aggruppate a qualche

distanza da lei, è la sosta dei pastori che conducon le greggi nei

prati che le si aprono innanzi. Cresciuta nell’amore degli uomini, ha

esteso il giro dei suoi rami ampiamente.

Bocca-di-fiore si leva: Arabella è giunta.

— Sei venuta ad ascoltare Benedetto? — le chiede.

— No.

— Dove vai allora?

— Alla Celletta.

— Per che fare?

— Vado a chiamare gli uomini perchè vengano a cena.

— O non lo sanno da loro, che debbono ritornare?

— Mamma Tuda ha voluto così.

— Non ti fermi?

— Non posso.

— Mi pare che tu sia molto stanca, Arabella.

— Sì, sono stanca.

— E perchè non ti riposi?

— Perchè mamma Tuda mi aspetta.

— Lasciala aspettare! Siedi qui, fra noi. Benedetto racconta una

bellissima favola, ti divertirai. Dopo ti accompagnerò a casa, e verrà

anche Zulù. È vero che verrai? —

Zulù scrolla il capo affermativamente. Egli guarda Arabella ed è pieno

di affettuoso sgomento; al suo occhio scrutatore non isfugge il pallore

estremo della fanciulla, onde le chiede in tono sommesso:

— Allodola, non ti senti bene, è vero? Di’ la verità? —

Arabella lo guarda e sorride con tristezza.

— Che cos’hai? — le domanda Bocca-di-fiore avvicinandosele e

guardandola fissamente; — Dio, come sei pallida! Ti duole il capo?

— No, sono stanchissima, non mi reggo quasi più.

— Riposati, riposati, e se Benedetto ti annoia, andremo un poco più

lontano. Vuoi dormire? —

— Non ho sonno.

— Sono alla Celletta i figli di mamma Tuda? — le chiede Zulù.

— Sì.

— Allora aspettami; corro ad avvisarli perchè vadano a casa. Sarò qui

fra pochi minuti; aspettami, torneremo insieme. —

Arabella gli sorride assentendo; Zulù si volge, prende lo slancio e si

allontana a grandi balzi rapidamente.

Siedono un poco in disparte. Benedetto continua a narrare le avventure

del reuccio; non si ode che la sua voce tranquilla, perchè gli

ascoltatori non fiatano, respirano appena. Essi sono seduti sulla nuda

terra come un gregge raccolto intorno al pastore che veglia. Nelle

prossime case lucono le lampade dalle aperte finestre. La quercia,

nella chiarezza plenilunare, si inargenta ai bordi, si trasfigura

soavemente per il sogno delle piccole anime che accoglie. Le stelle

pare si levino lontanamente dai prati tutti fioriti di ranuncoli d’oro.

Arabella china il mento al seno; non sa e non può ascoltare. Ella è

giunta senza che i compagni l’abbiano avvertita, solo due, fra i tanti,

si sono levati ad incontrarla, quelli che più le son presso al cuore;

gli altri, poichè ella tace, l’hanno dimenticata. Chi può ricordare

tutte le luci stellari, tutti gli usignoli che giungono al tempo del

sole nuovo? Una volta l’avrebbero udita di lontano e si sarebbero

raccolti sulla sua via — ora non più, perchè la voce di lei non sa

assorgere fremendo in un vasto impeto di gioia. I passeri si adunano

su gli alberi fronzuti, folti, densi di fogliame, e gli alberi che han

perduto il loro verde rimangon sempre deserti.

— Vuoi dormire? — le ripete Bocca-di-fiore.

Arabella scuote il capo negativamente.

— Guarda, puoi appoggiarti qui, sulle mie ginocchia, io non sono

stanca. Canterò pian piano, perchè tu prenda sonno meglio.

— Grazie; ma fra poco dovrò ripartire.

— E come farai a giungere fino a casa, se non puoi reggerti?

— Mi aiuterà Zulù.

— Zulù ti vuol bene, sì. Ti guarda come se tu fossi la sua sorella.

Domani non ti alzerai, è vero? Noi verremo a tenerti compagnia.

— Domani è lontano! —

Bocca-di-fiore sorride. Come mai lontano se non c’è che il volgere

di poche ore? Lo spazio di un brevissimo sonno? Si può dire che si

veda già l’alba quando ancora sono nel cielo gli ultimi bagliori

del crepuscolo, tanto la notte è breve! Ma Arabella è malata, e vede

tutto con occhi diversi e le ore sembreranno eterne al suo soffrire.

Bocca-di-fiore intende ed accarezza il pallido volto dell’allodola

stanca.

Sotto la quercia millenne, coronata di luce e di stelle, il novellatore

ritesse, come ritesson nei cieli le costellazioni, un’eterna trama che

guida i giovani cuori sulle vie del sogno.

❦

— Addio, Arabella; riposa bene; domani verrò a salutarti.

— Addio. —

Bocca-di-fiore svolta per una viottola ed abbandona i compagni. Ella

è giunta alla sua casa che sorge ai piedi di un monte sul quale è un

castello in rovina.

Si volge qualche volta, poi procede di corsa. Arabella e Zulù si

perdono nella notte.

— Appòggiati alla mia spalla. Vuoi che ti porti?

— No.

— Ma non puoi camminare, vedi? Le forze ti vengono meno e la strada è

lunga.

— Andremo adagio.

— Sia come vuoi. —

Procedono in silenzio per buon tratto. Arabella è scossa a quando a

quando da un brivido freddo, si appoggia al compagno con abbandono,

e socchiude gli occhi cercando difendersi così dai violenti capogiri

che la colgono; ella intravede intorno a sè forme strane, e le cose

che distingue assumono agli occhi suoi aspetti diversi dai consueti e

tutto trascorre a volte in una rapidissima ridda tantoch’ella si sente

venir meno la terra sotto i piedi, e deve soffermarsi per non cadere.

Le sue mani sono fredde, mentre la fronte e le guance le si accendono

di un rossore improvviso, il viso le brucia e gli occhi le si fanno più

lucenti, più profondi e più ardenti nella atonia della febbre. Zulù,

che la regge tutta, la sente tremare e non le parla e non l’interroga

più, per paura di farle male. Anche il parlare può nuocerle; egli sa

che ai malati si raccomanda il silenzio.

La guarda con infinita tenerezza. Povera Allodola sua ch’egli teneva

tanto cara e per la quale avrebbe attraversato il fuoco senza temere nè

il dolore nè la morte!

Egli non ha altro al mondo che quella sua dolce sorella d’amore.

Si sono incontrati tante volte al lavoro pei campi e tante volte la

sera, prima di andare alla ricerca di un qualsiasi luogo ove poter

dormire, l’ha accompagnata fino al limite dell’aia, chè da lungo tempo

una soave intimità li ha uniti. Per tale affetto l’anima di Zulù si

era ingentilita. Egli andava su l’alpe a raccogliere certi fiori che

piacevano ad Arabella e, al tempo delle more, si cacciava per tutti i

roveti pur di portare una piccola corba, ricolma dal frutto saporoso,

alla compagna sua. Lasciava i suoi doni su la finestra e fuggiva prima

che Allodola li vedesse per non trovarsi poi imbarazzato.

Era una dolce consuetudine di molte primavere, di molti autunni

e Allodola era diventata la sua dolce sorella. Così si uniscono,

nell’alto, le piccole nubi che un medesimo vento sospinge.

— Zulù?

— Che vuoi?

— Vai in città, domani?

— Sì, Arabella.

— Sai dove abita Suor Lucia?

— Lo so.

— Allora dille che venga a vedermi, dille che venga a prendermi... non

posso reggere più.

— Ti senti molto male?

— Sì, molto. —

È la prima volta ch’ella confessa il suo male, e deve essere grande

perchè ha fatto l’abitudine ai patimenti e non se n’è lagnata mai.

— Vuoi riposare un poco?

— Sì. —

Siedono sul margine del fosso, sotto la siepe fiorita. Arabella

socchiude gli occhi, il suo respiro è breve e frequente. Abbandona

il capo sulla spalla del compagno come vinta da una insostenibile

angoscia.

Zulù tace; guarda innanzi a sè fissamente, pieno di sgomento.

Sarebbe tanto bella la notte nell’incantesimo lunare! Dalla prossima

selva di Lucchetto giunge un sommesso stormire che si accompagna al

verso dei grilli.

C’è, nella selva, un gruppo di querce il quale si apre a semiarco e

racchiude uno spazio erboso; dietro le rame si intravede la linea dei

prossimi colli, il castello in rovina, la casa di Bocca-di-fiore e le

viottole rupestri che vi si inerpicano tortuose.

È un piccolo anfiteatro creato con arte mirabile dal capriccio della

natura, l’antico ritrovo dei fanciulli. In quel luogo Zulù incontrò per

la prima volta Arabella. C’era un soffuso color di perla pei cieli, e

l’esilissimo arco lunare, simile a un falcetto d’agata nebulata, pareva

pendesse dagli alti rami. Allodola era stata affidata da poco tempo

alle cure di mamma Tuda: era pallida anche allora, ma forte; il viso

pareva più esile fra l’ampio espandersi dei biondi capelli ricciuti.

Cantava. I monelli le avean fatto cerchio intorno; ella segnava

gorgheggiando un’aria di danza al ritmo dei piccoli piedi. Zulù rimase

in disparte a guardare. La selva di Lucchetto non gli era parsa mai

tanto bella, nè il cielo così terso e sereno. E quando seguì la via che

gli segnava la stella del pastore, pensava già di ritornare la sera

seguente. Ritornò. Avvenne poi che Allodola lo prendesse a benvolere

e Zulù ebbe così una sua buona sorella ch’egli tenne in amore e per la

quale tutto si profferse pur di tornarle grato.

E per forza di cose, per le loro consuetudini, s’incontrarono ogni

sera, come da noi, nelle notti serene, s’incontrano le stelle allo

stesso punto dei cieli.

Quando Arabella andava ad attingere l’acqua al Pozzo delle rose,

avveniva che Zulù si trovasse sulla via di lei; volgevano le ore

estreme del giorno. Egli le prendeva la secchia e gliela portava

ricolma e stillante fino al limite dell’aia. Il compenso era un niente,

una buona parola; egli se ne sentiva rincorare perchè per la prima

volta era caro a qualcuno nel mondo.

Il richiamo di due assiòli riempie di vaga tristezza il silenzio

notturno; un’ultima campana suona da molto lontano e Zulù si volge

per vedere se giunge qualcuno. La viottola è deserta. Arabella non ha

più moto, sembra addormentata, solo egli ode il suo respiro frequente.

Vorrebbe destarla perchè la strada da percorrere per giungere alla casa

di lei è ancor lunga, ma lo dissuade il pensiero che un breve riposo la

rinfranchi e attende in un’ansietà che sempre più si accresce.

A quell’ora dovrebbero passare per di là i boari, ma non si vedono, nè

si odono cantare; avranno preso forse una via diversa.

Non si muove per timore di disturbarla, trattiene quasi il respiro;

le mani di lei che sono cadute in abbandono, sfiorano le sue, ed egli

le sente fredde, gelide; paion di marmo. Vorrebbe riscaldargliele

col fiato e non osa: è ridotto ad una volontaria immobilità, perchè

ella non abbia a destarsi di soprassalto e soffrirne. Ma frattanto il

prolungato sonno lo riempie di una perplessità paurosa, che il silenzio

e la solitudine notturna accrescono.

Ad un tratto gli pare scorgere ad una estremità della viottola un’ombra

che si avvicina; ecco si fa più grande, si distingue con maggior

nitidezza, sarà forse Simone, il pastore; ma non ha tempo di volgere

gli occhi che è già dileguata. Sono i giuochi del vento e delle ombre

lunari. Tante volte nella sua vita solitaria sarebbe fuggito urlando,

se non si fosse reso conto di simili apparenze di inganno.

La consuetudine di misurare il tempo sul cammino degli astri gli denota

che l’ora è tarda; converrebbe affrettarsi, e Allodola dorme tuttavia.

Fa per volgersi, quando sente che il capo di Allodola si muove ma

piano, senza scatti, senza la rapidità consueta di chi si distoglie da

un sonno breve; si muove, gli scivola lentamente sul petto, gli cade

con pesantezza su le ginocchia. Zulù si sporge a guardare; il respiro

rattenuto: un gelo di morte gli stringe il piccolo cuore.

Ella non ha riaperto gli occhi, giace con la bocca socchiusa ed i

capelli sparsi.

Vorrebbe chiamarla e non osa ancora; ha paura e non sa di che: di una

cosa grande, incommensurata: di tutto ciò che ha avvertito appena nelle

profonde notti e che ora gli si presenta spaventosamente al pensiero.

Sono soli e lontani dall’abitato; tanto soli così fra i campi deserti!

Ad un tratto le posa una mano sul viso, ed il caldo che ne risente

ridesta in un attimo tutta la sua energia assopita. Si leva, si

protende sul corpicciuolo della piccola sorella, lo solleva tra le

braccia senza fatica, e s’incammina affrettandosi quanto più può verso

la casa di mamma Tuda. Arabella ha riaperto gli occhi, sono pieni di

smarrimento ma sorridono, sorridono vagheggiando una cosa lontana e

indefinita.

Su l’alto mare c’è una barca d’oro;

Piccola mamma mia, fammi sognare

Chè giunge il sonno de la buona morte.

È il delirio febbrile. Zulù non vorrebbe ascoltarla, non la guarda

perchè è sì trasfigurata, che gli darebbe pena. Si affretta, corre

ansimando e trattiene un aspro singhiozzo, che gli tumultua dentro.

Da lontano si leva un grido che agghiaccia il sangue dell’adolescente.

Sono le anatre selvatiche che trasmigrano sotto la luna. Dicono i

vecchi che sul loro cammino passa l’ombra della sventura.

Le gaie farandole · 第 14 / 21 题