per clientela i trainanti, i cavallanti ed il contrabbandierume dei
dintorni; non offriva dunque comodi maggiori di quelli, che tal gente
richiede e paga. Il buon vino era una mistura d'acqua di fonte,
acquavite di patate, e non so che sostanze coloranti; il buon ristoro,
pane stantìo, formaggio pecorino, salame di asino, carne di capretto e
qualche volta un po' di caccia o qualche uova od un par di pippioni, o
qualche pesce pescato nel fiume regale, che scorreva poco lontano. Ma si
sa, in viaggio, bisogna sapersi contentare: i tre Re morivano di fame,
di sete e di stanchezza; quindi smontarono, ordinarono da pranzo e
deliberarono di aspettare in quel luogo il ritorno d'un corriere, che
Guasparre spedì al comandante d'una piazza forte vicina, acciò gli
venisse incontro con due o tre Reggimenti e carrozze ed ogni ben
d'Iddio.
Mentre l'oste e l'ostessa tagliavano il collo a galline e piccioni e
scendevano in cantina a prender del migliore, ancora tutt'assonnati,
come quelli, che eran stati desti in sul meglio del dormire, e
trasognati, come quelli, che per la prima volta albergavano de' Re,
l'autocrate d'Antibo disse a' compagni d'iniquità:--«Signori, io son
galantuomo. Abbiamo fatta una preda, un bottino, una presa, una caccia,
chiamatela come volete, in comune, in società, in accomandita, _viribus
unitis_, cooperando: ed in società dovremo incontrare le conseguenze del
nostro operato».
--«Pur troppo!»--sospirò Don Melchiorre, che aveva paura, ma paura!
--«Bah! tutto finirà per _arrangiarsi_,»--sghignazzò Baldassarre V, il
quale non aveva ancor ben compresa, m'immagino, la gravità dell'atto
perpetrato.
--«Patti chiari, amicizia lunga. Abbiamo fermato di dadeggiar questa
femmina, subito dopo varcata la frontiera scaricabarilese. Presto,
mentre ci apparecchiano un po' di colezione, qua i dadi e sbrighiamoci.
Chi ha tempo non aspetti tempo».
--«Giochiamocela piuttosto all'oca, dilettevole per chi gioca e chi non
gioca,»--propose il monarca d'Introibo.
--«Un emendamento, Maestà mie. Teniamola piuttosto in comune, finchè
ogni guaio non sia terminato: allora, sorteggeremo,»--suggerì Don
Melchiorre XVII.
--«Nossignori, nommaestà,»--replicò l'autocrate.--S'è detto di
dadeggiarla, dadeggiata dev'essere; s'è detto, subito dopo varcata la
frontiera, dunque adesso, subito, immantinente, senza frapporre indugio,
senz'altra tardanza. Bisogna stare alla convenzione, al pattuito. I
dadi! In tre colpi! Chi tira il punto maggiore, se l'abbia pure. La
proposta di Don Melchiorre è inaccettabile. Vel confesso: dopo che la
nostra prigione mi ha naverato nella macchia di Valquerciame, ogni
amore, ogni desiderio, ogni misericordia è morta in me. I riguardi
dovuti a voialtri, il rispetto de' trattati, ed anche la speranza d'una
vendetta più squisita e prolungata, mi han solo trattenuto dal segarle
la gola lì per lì, dallo sgozzarla issofatto, dallo scannarla su due
piedi. Ch'io sia il vincipremio, non la farò mica mia. Anzi la farò
appendere per li capelli ad una forca di cinquanta cubiti e ve la farò
morire di fame e di strazio».
--«Io,»--disse il despota d'Exibo,--«se m'ha da toccare a me, la riterrò
come ostaggio. Così, per amor di lei, perchè non venga bistrattata o
sacrificata, Re Zuccone dovrà astenersi da ogni atto ostile. Mi servirà
da parafulmine: se la vogliono illesa, mi hanno da lasciar tranquillo
guà!».
--«Ed io»--soggiunse Re Baldassarre--«ritengo che nè la Principessa; ned
il padre; ned il popolo scaricabarilese quando il monarca d'Introibo
l'impalmasse, potrebbe fare altro se non ringraziarmi e ringraziar
Domineddio dello stratagemma, dell'astuzia, del ripesco, della malizia,
alla quale ci siamo appigliati per abbreviar la faccenda ed evitare un
giudizio di plebe o di assemblea sul nostro merito».
--«Benone!»--ripigliò Guasparre--«ognuno si regolerà come giudica
meglio. Su, aiutanti, procacciateci dei dadi ed un cornetto»--proseguì
poi aprendo la bussola e rivolgendosi agli ufficiali, che stavano nella
stanza antecedente,--«e fate condur qui da noi la prigioniera».
--«Sciolta, Maestà?».
--«Sciolta un corno: chi ci assicurerebbe dai suoi unghioni? e se
l'avete sbavagliata, rimbavagliatela ammodo: che non vogliamo esser
disturbati dalle grida di quella pettegola, mentre si gioca».
Quell'uomo lì veniva sempre obbedito a vapore. Due minuti dopo, erano
sulla tavola un cornetto e due dadi, i quali avevano spesso servito a
contrabbandieri e ladruncoli per disputarsi i loro lucri o per
dissanguare qualche zugo: ora dovevan servire a tre Maestà per
disputarsi l'erede di un reame di seicencinquantaquattromila
trecentoventun miglio quadrato di superficie con cenventitrè milioni,
quattrocencinquantaseimila settecentottantanove abitatori. Poi la
Principessa sempre affunata ed imbavagliata _ut supra_, fu portata
dentro avvincigliata su d'una seggiola sconnessa. L'autocrate d'Antibo
le spiegò sghignazzando, ingiuriandola e dandole del tu, ch'ella era la
posta del giuoco.
Fecero alla morra chi dovesse cominciare:--«Questo è giuoco da facchini,
bifolchi e guardaporci»,--dice Giordano Bruno. Toccò a gettare i dadi
per primo a Don Melchiorre, in secondo luogo a Re Baldassarre, in terzo
all'autocrate d'Antibo.
Il timido zoppo agitò per un bel pezzo i dadi nel cornetto, e finalmente
li rovesciò pian pianino sul tavolo: fece tre e due.
--«Tua non sarà di certo»,--disse gongolando il gobbo rimbambito; e,
toltogli il cornetto dalla mano, e rimessivi i dadi dentro e fattili
ballonzolar più volte prima con la destra, poi con la sinistra, tirò
cinque e sei.--«È mia! mia! mia!»,--esclamò tripudiando com'un fauno.
--«Non ancora, fratelmo!»--disse il guercio.--«Per buono, il punto è
buono. Ma chi sa, fratelmo, chi sa!».--Prende convulsamente il cornetto,
che Baldassarre aveva gittato sul desco rincludendovi i dadi e li butta
senza nemmanco agitarli.
--«Sei e sei!»--gridarono gli altri due.--«Il punto di Venere!».
--«Quindi innanzi punto di Nemesi!»--corresse Guasparre:--«Signori,
questa donna, ch'è indiscutibilmente nostra per dritto di rapina,
poss'io quindi innanzi dirla esclusivamente mia, di loro pieno
consenso?».
--«Senza dubbio alcuno!».
--«Posso farne quanto m'aggrada?».
--«Si accomodi pure!».
--«Quest'affare a noi punto non appartiene».
--«Sia lodato il cielo! Senti qua, Rosmunda: io ti amava; mi piacevi. Tu
mi hai ricolmo di mortificazioni. Invece di antepormi e preferirmi
subito e senz'altro a tutti, mi hai dati un subisso di concorrenti,
tutti da meno di me, nessuno dei quali ti era meno accetto di me. M'è
stato riferito, che mi hai dileggiato, perchè non ho gli occhi come i
tuoi, che mi hai maledetto perchè non ho un animo effeminato.... Or
bene, ci ho però visto tanto da raggiungerti; e della mia crudeltà farai
esperimento tu stessa. Appena aggiornato, appena giunti que' tre
Reggimenti che ho mandato a chiamare, sai cosa? Farò rizzar dai
guastatori le forche su quella collina, onde si scorge il Regno di tuo
padre ed il corso del fiume regale che passa per la tua città nativa. E
ti farò appendere pei capelli alle forche. Ignuda in faccia a tanti
soldati, sora schifiltosa. E morrai di fame e di strazio lassù. E ti
farò sbavagliare per deliziarmi delle tue querimonie, de' tuoi lamenti,
delle tue grida, de' tuoi rantoli, brutta segrennaccia, pettegola! E
vedremo poi cosa potranno per vendicarti quel zuccone di tuo padre e
quelli, che ti avrebber dovuto essere sudditi; giacchè per salvarti
oramai non può più nulla nessuno, nessuno, nessunissimo!».
Ed alzava la mano per lasciarle andare una guanciata, quando una voce
stentorea, che gridava:--«Sbagli!»--gli fece trattenere il colpo e
volgere il capo. Sulla soglia della stanza, con la sciabola evaginata in
pugno, stava ritto Sennacheribbo; e dietro a lui si accavalcavano i più
dei suoi dragoni. Sogghignavano amaramente; ed il capitano a
ripetere:--«Sbagli messere! Signori, avete fatto i conti senza l'oste».
La destra dell'autocrate cercò istintivamente l'impugnatura di una
spada: ma era inerme. Gridò:--«Tradimento! a me! Antiboini, al Re
vostro!»--e corse alla finestra unitamente ai due _córrei_. Ma i loro
compagni stavano affunati a coppie e distesi per terra in un cantuccio
del cortile, ed i dragoni scaricabarilesi, posti in sentinella dovunque,
spianando i moschettoni, li costrinsero a rientrare nella stanza. In un
battibaleno vennero afferrati, ammanettati alla lor volta e trasferiti
ed incatenacciati in un bugigattolo oscuro, sebbene protestassero
arrogantemente contro questa violazione sacrilega della Maestà Regia,
del dritto delle genti, de' confini. O parlassero antiboino od exiboino
od introiboino o scaricabarilese, i soldati non davan loro retta, anzi
facevan le viste di non intenderli neppure. Ed il capitano Sennacheribbo
aveva altro in capo, e s'affaccendava intorno alla principessa, alla sua
Rosmunda, a sbavagliarla, a scioglierne, a spezzarne, a troncarne le
legature, ed impartire ordini, perchè le preparassero qualche cordiale,
un letticciuolo, una camera. Appena sciolta, ella balzò in piedi, come
per fuggire, con gli occhi stralunati; ma, soprappresa da tremiti
nervosi e con le membra intorpidite, potè solo profferire un: _ohimè_! e
cadde svenuta fra le braccia del giovane.
Non gl'invidiate l'incarico soave! Non vide mai persona più impacciata
del nostro Sennacheribbo. Il sorreggere una donna in deliquio è sempre
grave, per quanto cara la si possa avere, per quanto innamorati se ne
sia, giacchè pesa. _Leggiera come un uccello_ è una metafora tanto falsa
ed esagerata che rasenta lo eufemismo.
Moralmente potrà ben dirsi:
Quid levius pluma? pulvis! Quid pulvere? Ventus!
Quid vento? Mulier! Quid muliere? Nihil!
Ma, _fisicamente_, è un altro par di maniche.
Le donne pesano sempre; e svenute, sempre come insegna la fisica, pesan
di più. Ma quando poi la svenuta è la nostra sovrana, l'erede del trono,
la futura Regina di seicencinquantaquattromila trecenventun
miglio quadrato di territorio e di cenventitrè milioni,
quattrocencinquantaseimila settecentottantanove sudditi; e che noi, che
la sorreggiamo, non siamo se non un povero capitanucolo de' dragoni, un
trovatello spiantato.... mamma mia, che imbarazzo allora! oh che
impiccio! che impaccio! che briga! che soggezione! che paura di violar
qualche canone di etichetta! Chi sa quali regole prescrive l'etichetta
delle Corti ne' casi analoghi? Chi sa quali siano le disposizioni del
cerimoniale? E come apprestarle soccorso? come farla rinvenire?
Recarsela in seno e portarla di peso su qualche letto ed adagiarvela?
Misericordia! che familiarità indebite! Spruzzarla d'acqua? Che
irreverenza! Slacciarle il busto e la gonna? Che orrore! E non esserci
una camerista per accudirla! L'albergatrice? Ohibò! donna equivoca,
schifosa, ed antiboina per giunta: come mai commetterle la cura e la
salute della Principessa? E contate per nulla lo spavento? E se la
tramortita morisse? Che responsabilità terribile! Morire forse per
mancanza di assistenza, per trascuraggine, per pusillanimità del
protettore! Il povero capitano stava fuori di sè. Per buona ventura, gli
sovvenne del legaccio incantato. Senza lasciar di stringersi timidamente
al petto la Rosmunda che sarebbe sennò stramazzata per le terre,
sbottonò la tunica, trasse quel gingillo, che portava sul cuore, lo
ravvolse intorno al pugno sinistro e v'imprese un bacio.
Non appena l'ebbe sfiorato con le labbra, ecco vacillar la terra come
tremuoto; ecco divampare come un baleno; ecco un rombo come di tuono;
ecco un vento impetuoso fischiare per gli anditi della casupola; e
restare innanzi al capitano una donna avvenentissima, tutta velluti e
trine e gemme, la quale spargeva intorno una luce vivida tanto da
rischiarare splendidamente la stanza e da oscurare, ecclissare i torchi
accesi ed il lume della alba che incominciava a penetrare dalle finestre
spalancate.
--«Cara fata Scarabocchiona»--disse l'ufficiale,--«eccovi la vostra
figlioccia, sana e salva, com'io credo, ma svenuta. Qui non ci son donne
ed i miei dragoni sarebber bravi ad ammazzar giganti, ma non sanno
trattar una creaturina come questa. L'affido a voi, dunque. Curatela
voi; fate voi che rinvenga».
--«Povera figliuola mia!»--sclamò la fata, e sedutasi sur uno sgabello
prese in grembo e coperse di baci la giovane sempre in deliquio.
--«Fata benedetta mia, se, come ogni fata d'un certo grado, possedete
anche voi un carro alato o tirato da draghi e da ippogrifi, ve ne
scongiuro, riconducete voi, al più presto, la Principessa nella Reggia
di Scaricabarilopoli dal padre. Frattanto io corro a sbrigare ed
aggiustare un certo conto coi rapitori; e bramerei non aver impicci di
donne qua presenti».
--«Non temere; la ragazza rimane nella mia custodia. Bravo
Sennacheribbo, corri pure a far quel che occorre. Penserò io a rintegrar
la Rosmunda nel dominio paterno. Vai, vai pure,»--disse la
Scarabocchiona, ed alzando la verga criselefantina mormorò certi
versetti:
O rosei draghialigeri
Che il plaustro mio traete;
Da' vostri eterei pascoli
Qui qui presto accorrete!
Ed ecco un elegantissimo plaustro di madreperla apparire e ristare
innanzi alla finestra come un cocchio innanzi all'incarrozzatoio, come
un treno innanzi al marciapiedi della stazione: lo trascinavano per aria
otto be' draghetti alati, dal mantello roseo, picchiettato di violetto e
con le creste e le crinier rosse, scarlatte. La riportò dentro sulle sue
braccia la Rosmunda il cui svenimento aveva mutato in benefico sopore.
Incarrozzata o meglio implaustrata che fu, mormorò questo scongiuro:
Là, dove afflitto un popolo
Piange la sua signora;
Là dove un padre (misero!)
La sua diletta plora:
Dove Reggia e tugurio
Sol per costei s'accora:
Volate, o draghi aligeri,
In men d'un quarto d'ora!
E salutò con la mano l'ufficiale; e gli disse:--«Arrivederci»,--e
sparve.
Sennacheribbo seguì con lo sguardo quel plaustro che segnava come una
striscia luminosa per lo ciel sereno, e si riscosse al suono d'un
sospirone che gli sfuggiva dal petto. Corse con la mano agli occhi e li
trovò molli di lacrime, che rasciugò col dorso di quella, sgridandosi,
riprendendosi, increpandosi, biasimandosi di tanta fiacchezza in quel
momento:--«Su, su! Non c'è tempo da perdere! Altro che sospiretti e
lacrimette. Occorre sbrigar qui un'opera di sangue, che serva per
esempio memorando ai popoli ed ai Re. Il sole che sta per sorgere deve
vedere quanto nessun sole ha mai visto».
Scese al pianterreno, chiamò il luogotenente e gli commise di comandare
un distaccamento, di requisire le scale a piuoli, le corde dei pozzi e
sapone e travi e zappe e badili, e di recarsi sopra quell'altura là,
poco discosta, onde si scorgeva il Reame di Scaricabarili ed il corso
del fiume regale che passava poi per Iscaricabarilopoli, e di rizzarvi
prontamente tre forche. Il luogotenente salutò senza fiatare, e
s'avviottolò subito con un picchetto. Quindi il capitano si fece
condurre dinanzi le tre Maestà di Baldassarre V, Melchiorre XVII e
Gasparre I, tutt'e tre saldamente affunate. L'autocrate d'Antibo, che
non era facile a smarrirsi, lo sbirciò guerciamente e gli chiese con che
ardire, con quale autorità osasse por le mani sacrileghe sugli unti del
Signore? sconfinare e perpetrare scorrerie e ricatti in paese amico, in
piena pace? violare i trattati? calpestare il diritto delle genti? Ma
Sennacheribbo, che lo squadrava con un cotal riso di sdegno, non lo
lasciò perorare.
--«Zitto là! Mi meraviglierei della impudenza vostra, se non conoscessi
per prova la vostra sfacciataggine dalla discolpa dell'assassinio di
Coppa di oro. Non vi considero come Re, anzi come rei: ed avete rotta la
pace voi, senza dichiarazion precedente di guerra. Siete briganti,
banditi, masnadieri, grassatori, ricattatori, plagiari, i quali accolti
e trattati come ospiti cari da noi, con tradimento inaudito, senza un
pretesto al mondo, avete osato rapire una fanciulla minorenne, una
principessa reale, la figliuola unica dell'ospite, rapirla
inconsenziente e trascinarla fuori Regno per poi sforzarla a nozze
aborrite, anzi per farne crudelissimo scempio. Avete trasgredito ogni
legge umana e divina: come invocarne alcuna in difesa o scampo vostro?
Da lunga pezza siete esosi a' soggetti, aduggiate il mondo. Quest'ultima
enormità colma la misura e trabocca la bilancia».
--«Ho Dio solo per giudice delle azioni mie, io»--rispose il
guercio.--«Sono Re sovrano ed indipendente. Un vassallo, uno stipendiato
di altro Re non può sindacarmi, ned offendermi. Subisco le violenze di
un matto da catena... ma il primo assennato in cui m'imbatterò nel Regno
del vostro padrone...»
--«Risbagliate i calcoli. Riconducendovi prigionieri a
Scaricabarilopoli, metterei in imbarazzo grandissimo il Governo e
finireste per iscapolarla impuniti e per muoverci una guerra di
sterminio. Lasciarvi liberi, dopo avervi offesi, sarebbe ragazzata.... e
mi crederei colpevole di quanto male fareste in avvenire. Ho pensato
meglio. Stanno rizzando tre forche su quel poggio appunto onde si scorge
il Regno, ch'è dote della nostra Principessa ed il fiume regale che
passa per la città natìa di donna Rosmunda, la quale tu, autocrate
d'Antibo, volevi appender lì per la capigliatura lunghissima, acciò vi
morisse di fame e di strazio. E lì, sarete appiccati per la gola e
strangolati tutti e tre prima che passi un'altr'ora. Così l'uman genere,
sarà libero da questa pestilenza che lo ammorba».
--«Capitano,»--disse tremando il despota d'Exibo,--«signor capitano mio!
Ella scherza! Badi a quel che fa! Un attentato simile, inaudito, non più
visto, troppo caro le costerebbe».
--«Caro? Mi costerà solo la vita. Mel so. Vivo certissimo di morir dopo
ignominiosamente. Mi sacrificheranno. Mi consegneranno a' vostri
successori, perchè mi strazino e tormentino e torturino e supplizino.
Sia. Mi piace. Non mi duole pagare con un tal prezzo la soddisfazione
che mi procaccio. E se le mie carni verranno attanagliate, abbrustolate,
sforacchiate, dilacerate, dilaniate; la fama mia rimarrà fra gli uomini
eterna come il ricordo degli eroi che hanno sgombrata dai mostri la
terra. E _sufficit_. Più non vi dico e più non vi rispondo. Tromba,
suona a raccolta; tenente fate prender costoro in mezzo: se rifiutano di
camminare, piattonate! Si va su quella montagnuola, lì dirimpetto, dove
s'è recato il luogotenente col distaccamento».
Chi potrebbe esser da tanto di descrivere, benchè approssimativamente,
benchè in parte, lo sbigottimento, lo spavento, il terrore, la sordida
pauraccia di Don Melchiorre, con tutti i fenomeni che produce, con tutte
le sue manifestazioni? Non v'ha preghiere umili, anzi abiette ch'egli
non profferisse; non vi ha scongiuri codardi ch'egli non pronunziasse;
non vi ha promesse ricche, delle quali non largheggiasse; supplicazioni,
lagrime, esortazioni, dalle quali si astenesse per tentar d'impietosire
o il signor capitano o uno de' signori luogotenenti o il sottotenente o
il foriere, o un sergente o un caporale o un soldato. Sennacheribbo era
irremovibile, i subalterni e la bassaforza incorruttibili e devoti al
capitano per modo che lo avrebber seguìto contro il Re loro stesso,
contro Domineddio medesimo. E poi la fedeltà loro e la ferocia erano
ventiquattruplicati dal tocco della verga di fata Scarabocchiona. Il
povero zoppo, stanco dalla cavalcata, si sarebbe buttato per terra,
nella polvere, nel fango; ma le piattonate dei cavalieri lo stimolavano
e lo sospingevano innanzi.
Il monarca d'Introibo, lui, rideva e camminava allegramente. Rideva
dalla gran paura del collega e camminava allegramente, perchè tutto
questo non gli pareva cosa seria, anzi uno scherzo, una facezia, troppo
spinta, se volete, di pessimo gusto, sì, ma fecezia di quel cervello
balzano del capitano. Afforcar tre re? Ma vi par'egli? Chi sarebbe tanto
gonzo da credersela? Tre Re, tutti insieme, in una volta, come se nulla
fosse? Non se n'è mai appiccato uno, neppure Re di contrabbando ed
usurpatore, nonchè dagli altri Principi, ma da' popoli in rivoluzione.
Ed un capitanucolo de' dragoni oserebbe mandarne in Piccardia una
triade, improvvisamente?--«Chêh! chêh! Può darsi che voglia fare un
ricatto, che tanto sia capitano dei dragoni scaricabarilesi lui, quanto
io imperator della China. E parla così di patibolo, per ammorbidirci e
cavarci una taglia maggiore. Bisogna dunque stare sul tirato, s'è un
capobanda. Ma vedrete, appiè del gibetto si scappellerà, ci farà degli
inchini profondissimi, ci domanderà umilissimamente perdono della
licenza poetica; si metterà a' nostri ordini; anzi probabilmente
troveremo imbandito uno splendido _digiunè_, che serviranno egli e gli
uffiziali!».--Così pensava quel gobbetto o diceva ai compagni di
delitto.
Ma l'autocrate d'Antibo aveva capito, lui, che i propositi di
Sennacheribbo eran di quelli che non possono scollarsi comechessia:
_nunquam dimoveas_. Interrogava, con inquietitudine dissimulata
l'orizzonte, tendeva l'orecchio e rallentava il passo e cercava di
guadagnar tempo, sperando che sopraggiungessero finalmente i tre
Reggimenti mandati a chiamare; quei tre Reggimenti che potevano
arrivare, liberarlo e sopraffare ed impiegar tutto lo quadrone
scaricabarile.--«Oh giungessero, giungessero! Oh ne comparisse
l'avanguardia!».--Oh qual terribile vendetta prenderebbe delle parole di
rimprovero che aveva dovuto soffrire, delle angosce spaventose che stava
provando. Morire? ed in qual modo? Muoion tanti, ma lui! Muoion tanti,
anche giovani se volete e ricchi, ma infermi, ma in battaglia. Ed anche
sul letto a tre colonne, sì: ma non sono autocrati, con tutti i mezzi
per soddisfar le passioni! Lui era nato per mandar gli altri ad
impiccare, era contro natura che il caso suo nella fine fosse un
dondolo! Oh se avesse avuto modo di far conoscere ai suoi lo sue
distrette? di stimolarne il passo! Bestie di colonnelli che non sanno
comprendere, indovinare il bisogno urgente che si ha di loro! Ma
Gasparre non aveva un legaccio incantato per chiamare in aiuto alcuna
fata! e qual fata buona avrebbe voluto adoperarsi per salvar quei
mostri? Demogorgone l'avrebbe poi flagellata con mazzafrusti di colubri
e l'avrebbe incantata chi sa in qual barbaro modo per un secolo almeno.
Il corteo si fermò sul monticello, dove il luogotenente avea fatto
acciabbattamente piantar le forche; che non eran certo costruite secondo
tutte le regole dell'arte impiccatoria, ma via, per una volta tanto
potevano servire. Già, il luogotenente non era un carnefice, ned i
soldati tirapiedi; facevano alla meglio. Tre belle corde co' cappi
insaponati si dondolavano alla brezza mattutina, che l'aurora cominciava
ad inaranciar l'oriente. Accorse un dragone al galoppo e riferì al
capitano che si vedevano in lontananza avanzare delle forze
nemiche considerevoli. Un lampo brillò negli occhi guerci
dell'autocrate antiboino; mentre il monarca d'Introibo continuava a
ridere scioccamente ed il despota d'Exibo a frignare, a piagnucolare,
a singhiozzare. Sennacheribbo senza scomporsi o titubare disse a'
suoi:--«Sbrigatevi».--Fu appoggiata una scala a ciascun colonnino; un
soldato si appollaiò su ciascuna traversa; due altri preso di peso
ciascun Re, lo tirarono di piuolo in piuolo, finchè il primo potesse
assicurargli il capestro al collo: poi attaccarono loro delle pietre
pesantissime ai piedi legati e scesero. Sennacheribbo, che stava fumando
a cavallo, tranquillamente, come estraneo alla cosa e noncurante, si
cavò la spagnoletta di bocca, sputò e disse:--«Giù!».--Le scale furono
sottratte ai tre meschini, i quali travolsero stranamente il volto per
la rottura delle vertebre cervicali nelle estreme convulsioni
dell'agonia. In quell'istante comparve il sole sull'orizzonte e percosse
coi primi raggi le facce livide dei tre regnatori, i quali traevan calci
al rovaio.
--«Suonate a raccolta;»--vociò il capitano, quando fu tutto compìto,
rompendo il silenzio prodotto dall'orrore che ingombrava gli animi de'
soldati non assueti ad assistere a tali giustizie e molto meno ad aver
parte in esse. E certo se non ci fosse stato quel ventiquattruplicamento
di ferocia, di ardimento e di disciplina cagionato dalla vergata della
fata Scarabocchiona, non avrebbero avuto animo di obbedire al capo loro,
per quanto caro l'avessero. Lo squadrone si riformò in ordine di marcia,
discese dalla montagnuola e ripassò felicemente la frontiera mezz'ora
prima che i tre Reggimenti antiboini giungessero sul luogo del
supplizio, ed esterrefatti e raccapricciando riconoscessero e
disimpiccassero i tre cadaveri regi che facevano il penzolo. Non
sapevano spiegarsi la cosa; cominciarono a capirla dopo interrogati i
cortigiani legati ed asserragliati nella bettola del Gallo d'oro: ma
capacitarsene proprio, non sapevano! Intanto i dragoni scaricabarilesi
corsero a spron battuto fino alla prima piazza forte della patria loro.
Lì giunto, il capitano Sennacheribbo si presentò al comandante e si
costituì prigioniero dopo avergli narrato minutamente e
particolareggiatamente l'impresa condotta a termine. Il povero
comandante strabiliò, spaventato delle conseguenze che il triplice
regicidio porterebbe e pel capitano e pel paese; suggerì dapprima a
questo di fuggire.--«Fingerò di non averla visto! si salvi dove e come
può».--Ma, rifiutando Sennacheribbo di sottrarsi alla responsabilità
degli atti suoi, lo fece tradurre in castello e spedì subito per
istaffetta un rapporto al Ministero domandando istruzioni.
In que' due giorni Scaricabarilopoli era stata sottosopra. Ogni ora si
divulgava qualche notizia strana e terribile, e con una progressione, un
crescendo rapidissimo si giunse all'inverosimile, all'assurdo. Prima la
disparizione della Principessa! poi la notizia del ratto. Un deputato
interpellò il Ministero sulle voci che correvano intorno alla reda del
trono, voci che giustamente turbavano ogni cittadino devoto alla sua
patria ed alla dinastia. Il Presidente del Consiglio sciorinò una lunga
pappolata, in cui dovette confessare che la Principessa era stata furata
da' tre Re proci, con procedere indegno, violando l'ospitalità concessa
loro, violando il giuramento d'ammissione al concorso, violando ogni
regola d'onestà. Chi non si sarebbe fidato? Quindi il Ministero non era
da incolparsi d'imprevidenza. Annunziò nel contempo di aver mandato
ordine agli incaricati d'affari di Sua Maestà presso le Corti d'Antibo,
d'Exibo e d'Introibo di protestare contro l'eccesso inaudito e di
_reclamare_ l'immediata riconsegna della Principessa. Aspettare
risposte: dopo le quali proporrebbe importanti risoluzioni alla Camera.
Ma la quistione stare pel momento nel periodo delle trattative
diplomatiche e quindi non doverglisi chiedere altro. Fu proposto un voto
biasimo, e di mettere in istato di accusa il Ministero, perchè aveva
fatto mancare alla Principessa una scorta sufficiente e tale da poterla
salvare da un colpo di mano e tutelarla; perchè aveva lasciato sfuggire
i rapitori, i quali pure avevano da fare un lungo viaggio per toccar la
frontiera; e perchè conveniva di non aver saputo prendere alcun
provvedimento adatto a ricuperar la rapita. Bisognò fare evacuar le
tribune pubbliche, sospender più volte la seduta. Ma finalmente l'ordine
del giorno di censura fu votato alla unanimità dei Deputati presenti e
votanti: e la messa in accusa dei Consiglieri della Corona ad una
maggioranza imponente. Ed al povero Re Zuccone, che straziato dal dolore
aveva quasi perduto l'appetito, convenne ancora occuparsi della
composizione di un Ministero nuovo, vedere uomini politici,
mercanteggiar con essi. I primi atti del nuovo Gabinetto furono un
proclama al popolo, un discorso programma alla Camera, una Nota a tutte
le Potenze amiche, un _ultimatum_ all'autocrate d'Antibo, al monarca
d'Introibo ed al despota d'Exibo; ed il fare imprigionar (a richiesta
loro) i Ministri precedenti per sottrarli al furor popolare. Giacchè il
popolo, il quale, come sappiamo, travedeva per la Rosmunda, ingombrava
minacciosamente le strade della città ed aspettava che i Ministri
uscissero dalla sala del Parlamento per istrascinarli a coda di cavallo,
impeciarli e appiccar loro il fuoco. Nè, sebbene fosse tarda notte,
alcuno pensava a rincasarsi. Quanto ad adoperar l'esercito contro un
popolo che tumultuava per devozione alla dinastia, non era da pensarci,
ecco!
Poche ore dopo, allo spuntar del sole, si diffonde la nuova del ritorno
della Principessa, ricondotta nella Reggia della fata Scarabocchiona sua
santola in un plaustro di madreperla, tirato da quattro mute di
draghetti volucri, color di rosa, picchiettati di violaceo, con cresta,
bargigli, giubbe, e coda del più acceso scarlatto! Tutta
Scaricabarilopoli si radunò sotto le finestre del palazzo reale. E
quando finalmente la Principessa pallida, convulsa, ma sorridente,
comparve col padre sulla balconata per salutar la folla, fu un plaudire,
un acclamare, un tripudiare da frenetici; fu un piangere universale; fu
un ruggito che domandava vendetta contro gli offensori della bella
creatura. La Principessa fè cenno con la mano di chieder silenzio e di
voler parlare. Tutti tacquero. Con voce timida e tremante ringraziò di
tanto affetto, pregò i buoni Scaricabarilopolitani di calmarsi, di aver
fiducia nel Governo e.... di lasciarla riposare. La folla rispose con
un'ultimo evviva e quindi sgombrò dal piazzale silenziosamente.
Poi si seppe che era stato il capitano dei dragoni Sennacheribbo,
trovatello educato per carità da una povera vecchia dimorante nel vicolo
Scassacocchi, arrolato volontario undici anni prima e promosso uffiziale
e decorato della medaglia d'oro al valor militare per aver presa una
bandiera in battaglia al nemico, quello che alla testa del suo squadrone
aveva miracolosamente raggiunti i rapitori varcando la frontiera e
riacquistata la Rosmunda. De' fogli volanti davano una biografia
fantastica e cerebrina del capitano. Le mure furono ben presto
imbrattate dovunque di _Viva Sennacheribbo! Viva il salvatore della
Principessa!_ I fotografi cavaron fuori tutte le negative che
rappresentavano ufficiali dei dragoni, e spacciarono a prezzi
esorbitanti de' ritratti apocrifi del prode. Il popolo si recò al vicolo
Scassacocchi e s'impossessò della madre adottiva del capitano e la portò
in trionfo, processionalmente. Venne aperta una sottoscrizione per
offrirgli un dono nazionale. La sera tutta la città era illuminata
spontaneamente: non c'era povera finestruccola, misero abbaino dove non
si scorgesse un lucernino, un tegame con grasso e lucignolo acceso, una
candela circondata di carta almeno.
La dimane si riseppero finalmente molti particolari della spedizione; e
che Sennacheribbo aveva pensato bene di far giustizia sommaria e che
Guasparre I, Melchiorre XVII e Baldassare V avevan fatto un ballo in
campo azzurro, e che il capitano si era costituito prigioniero in una
delle fortezze dello Stato. Era di venerdì e tutta Scaricabarilopoli
giocò il terno uno, cinque e diciassette, _i numeri del capitano_, come
dicevano. Bisognò mettere questurini e sentinelle alle prenditorie,
tanta era la calca di popolo che si affollava per giocare; i botteghini
rimasero aperti tutta la notte, senza svacantarsi mai: uno usciva e
dieci entravano. Il sabato poi convenne ritardare l'estrazione fino alle
cinque per cansare disturbi. Veramente, per fortuna delle Finanze
scaricabarilesi, l'uno, il cinque e il diciassette non uscirono: anzi i
cinque numeri estratti furono: il tre, il trentanove, il ventuno, il
sessantadue ed il cinquanta.
Tre, cioè i tre Re; trentanove, cioè impiccati; e ventuno vuol dir
Baldassarre, sessantadue Guasparre e sessanta Melchiorre, come insegna
la _Smorfia o Libro dei sogni_: quindi nessuno osò mormorare contro
Sennacheribbo, ed il popolo sovrano confessò di aver mancato d'acume e
di senno e di non aver saputo interpretare i fatti e cavarne i numeri
buoni.
Frattanto il Governo teneva sicura la guerra co' tre Reami circostanti e
finitimi; immancabile. Si spingevano gli armamenti con alacrità somma.
Al Ministero della Guerra, ne' magazzini militari, ne' polverifici,
negli arsenali si lavorava giorno e notte. Si allestiva l'armata, si
richiamavano i contingenti sotto le bandiere; si mettevano in assetto le
fortezze; si chiedevano denari alla Camera, che votò un credito
illimitato al nuovo Ministero e con un ordine del giorno gli commise di
mantenere intatto il decoro del paese. Un secondo proclama del Re
Zuccone al popolo espone gli avvenimenti e la situazione. La violazione
d'ogni fede perpetrata da' tre Re veniva stigmatizzata. Il Governo ed il
Capo dello Stato ripudiavano ogni partecipazione, ogni responsabilità
nella terribile rappresaglia eseguita _motu proprio_ dal capitano
Sennacheribbo, il quale, incaricato soltanto d'imprendere minute
indagini sulla sorte della principessa Rosmunda, aveva preso poi su di
sè d'inseguirne i rapitori, di sconfinare inseguendoli e di vendicare
l'oltraggio fatto al paese ed alla dinastia in un modo che e quello e
questa dovevano disconfessare. Il capitano sarebbe giudicato dal Senato
costituito in Alta Corte di giustizia per attentato alla sicurezza dello
Stato, a norma dell'articolo trigesimosesto dello Statuto, come quegli
che esponeva la nazione al pericolo di guerra. La quale quando
scoppiasse, sebbene non voluta dal Governo scaricabarilese, non
provocata, non desiderata, il popolo avrebbe pure incontrata sicuramente
e sostenuta vigorosamente. Così diceva press'a poco il manifesto di Re
Zuccone.
Ben presto giunsero ambasciatori straordinari da' nuovi Governi de' tre
Reami finitimi. In Antibo, non essendovi eredi al trono, s'era
costituito un Triumvirato militare; due generali di esercito ed un
ammiraglio avevano ridotto nelle loro mani la cosa pubblica, s'erano
costituiti in Governo provvisorio e convocato una Costituente eletta con
le urne custodite dai pretoriani. In Exibo era succeduto a Don
Melchiorre un cugino in quarto grado, uomo giusto ed integro, sano di
corpo e di mente. In Introibo l'erede presuntivo era stato ucciso a
furor di popolo, tutti i principi erano fuggiti e s'era proclamata una
Repubblica posticcia. Cotesti ambasciatori non venivano nè per dichiarar
guerra, nè per chieder soddisfazioni tanto inaccettabili che il
richiederle equivalesse ad una dichiarazione di guerra. Anzi, ognun
d'essi aveva istruzioni secrete conciliativissime. Nessuno dei tre nuovi
Governi pretendeva che il Reame di Scaricabarili fosse responsabile
delle gesta del capitano Sennacheribbo; tutti deploravano e
qualificavano severamente il tentato ratto della Rosmunda, e domandavan
solo una riparazione d'onore alle rispettive bandiere ed il castigo del
capitano. Secretamente il Triumvirato Antiboino ed il governo
provvisorio Introiboino significavano d'esser disposti anche a
transigere su questi due punti, pur che venissero riconosciuti dal
Governo di Re Zuccone: ed il nuovo despota d'Exibo aveva incaricato
specialmente il suo messo di un autografo di scusa e di rimpianto
particolare per l'accaduto, da rimettersi all'Infanta. Il vero è che
nessuno de' tre afforcati era rimpianto; che ne' loro paesi
ognuno diceva:--Ci abbiamo gusto! Grazie sien rese al capitan
Sennacheribbo.--Sarebbe difficilissimo di muover guerra al Re di
Scaricabarili, quando l'opinione pubblica di Antibo, Exibo, ed Introibo
v'era assolutamente, recisamente contraria. Inoltre e gli erarii e gli
eserciti di quegli Stati erano disorganizzati per modo dallo sgoverno e
dalle dilapidazioni e dalla inettezza di Guasparre, Melchiorre e
Baldassarre, che la guerra non avrebbe potuta esser mossa con alcuna
probabilità di vittoria. Quindi i tre ambasciatori si mostrarono
arrendevolissimi; l'Infanta rispose anch'ella con un chirografo alla
lettera del successor di Melchiorre XVII; Re Zuccone riconobbe il
Triumvirato militare Antiboino ed il Governo provvisorio Introiboino; le
bandiere de' tre Stati finitimi furono issate solennemente innanzi alla
Reggia di Scaricabarili e salutate ciascuna da centun colpo di cannone;
la Corte prese il lutto e fece celebrar delle messe pel riposo delle
anime e del monarca e del despota e dell'autocrate. Quanto al capitano,
gli ambasciatori presero atto delle dichiarazioni contenute nel
manifesto e nelle note di Re Zuccone, si dichiararono pieni di fiducia
nella imparzialità del Senato scaricabarilese e protestarono di
aspettarne il verdetto, nel quale anticipatamente si acquetavano.
Ed il Senato del Regno venne convocato in Alta Corte di giustizia per
giudicare il capitano dei dragoni di seconda classe cavalier
Sennacheribbo Esposito, imputato di attentato alla sicurezza dello Stato
e di indisciplina, per aver senza alcun ordine sconfinato ed impiccati
tre Re, esponendo il paese al pericolo di una guerra esterna. L'imputato
poi venne tradotto dalla fortezza, in cui veniva custodito, nelle
carceri giudiziarie della Capitale. Vi era appena da un paio d'ore,
quando lo invitarono a scendere in parlatorio. C'era l'azafatta della
Principessa, accompagnata da un ufficiale d'ordinanza di Sua Maestà, il
quale stava discretamente in disparte nel vano di una finestra,
guardando nel cortile. L'azafatta, approssimativamente a Sennacheribbo,
gli disse a bassa voce:--«Signor capitano, io vengo incaricato
dall'Altezza della principessa Rosmunda di ripetere da Lei un oggetto di
pertinenza della prefata e sullodata Altezza che Ella presentemente ha
in custodia. La esorto dunque a consegnarmi l'oggetto stesso in un plico
suggellato, acciò ch'io possa recarlo nelle mani dell'augusta Infanta,
sua, mia padrona (Dio guardi!) senza nè vederlo nè conoscerlo. Faccia
dunque il plico su quel tavolino e lo suggelli e mel consegni, acciò
ciascuno di noi per parte sua adempia scrupolosamente i voleri della
riverita nostra Principessa!».
Ed indugiando Sennacheribbo, senza rispondere ad obbedire, l'azafatta
cavò dalla taschetta di velluto che le pendeva allato una busta, la
baciò devotamente e ne trasse un foglio che mostrò al capitano; il quale
vi lesse:--«La latrice del presente sarà creduta ed obbedita da chiunque
m'ama. Rosmunda; _manu propria_».--Il giovane nulla disse: s'accostò
allo scrittoio si tolse dal seno la giarrettiera che vi occultava: e gli
parve di strapparsi il cuore dal petto. La chiuse in una scatolettina di
cartone che involse in un gran foglio bianco e legò con lo spago e
suggellò più volte con l'anello che portava in dito; e consegnò
l'involtino all'azafatta. La quale con un lieve inchino
soggiunse:--«Riferirò all'Altezza Sua la prontezza, con la quale Ella
ha obbediti gli ordini».--E si allontanò con l'ufficiale di ordinanza.
Sennacheribbo, che non aveva aperte le labbra, venne ricondotto nella
sua cella.
Appena vi fu rinchiuso e si vide solo, andò a buttarsi col capo in giù
sul letto, e, premendo la bocca sul guanciale e mordendolo per soffocare
e smorzare almeno i singhiozzi, cominciò a piangere disperatamente,
proruppe in un pianto dirottissimo. Gli pareva d'aver tutto perduto,
perdendo quell'arnese della donna amata, che apprezzava non per
l'incanto, anzi perchè portato da quella: difatti, non gli era mai
venuto in mente di adoprarlo, d'evocar la fata Scarabocchiona, di
domandare aiuto a costei: nè gli sarebbe mai venuto un tal pensiero, che
avrebbe preferito di morir di morte ignominiosa sul patibolo al dovere
la propria salvezza ad una femmina, ancorchè fata, ancorchè
dea.--«Gratitudine principesca!»--pensava egli.--«Ho servito. Mi buttan
via come un limone spremuto! L'ho salvata, l'ho vendicata, sapendo che
potrebbe costarmi la vita; e neppure un mezzo ringraziamento. Se questo
cencio d'un legaccio, ch'io serbavo più gelosamente che il credulo
devoto non custodisca una reliquia di Santo, mi vien ritolto senza una
parola amica, benigna! Ed il Re! lui mi aveva promesso!... Ma non mi
meraviglio di quello lì, forse costretto a tiranneggiarmi da riguardi e
considerazioni politiche... Lei però, lei che senza di me a questa ora
sarebbe morta vituperata fra gli strazî, lei che sa quel che ho
sofferto, mostrarmi un po' di benevolenza poteva, un di riconoscenza, un
po' di memoria! Nossignore! E questo popolaccio che comincia dal
celebrarmi e dall'applaudirmi e poi, mutato il vento!... Basta! l'ho
amata! ho potuto documentare questo amore col più ardito fatto e feroce
che registrino le nostre istorie; ho potuto camparla: l'ho sorretta un
istante svenuta con queste braccia... o non sono premiato abbastanza? E,
checchè faccian di me, gli uomini non potranno dimenticarmi: ho cambiato
l'indirizzo della storia di più popoli; sono comparso come _deus ex
machina_ ed ho fatto prendere un altro corso agli eventi; ho fatto
impallidire le fame de' classici liberatori di popoli, de' Bruti e degli
Armodî. Eppure.... Ah! pensiamo piuttosto alla povera mamma mia, che
deve soffrir tanto adesso che morrà di certo nel vedermi tradurre al
patibolo od al luogo della fucilazione e che ho tanto mal ricompensata
delle cure dell'amor suo gentile».
Venne il giorno del giudizio. Non un membro del Senato chi mancasse. Le
tribune pubbliche erano stivate: giornalisti e corrispondenti d'ogni
paese eran venuti ad assistere al memorando processo, ad estenderne il
resoconto, a notare impressioni. Una folla sterminata si accalcava
intorno al palazzo senatoriale. La truppa era stata consegnata.
Il Commissario del Governo lesse l'atto d'accusa: sarà inutile il
riferirlo, perchè ognuno può figurarsi cosa deve essere quel monumento
dell'eloquenza scaricabarilese. I colori erano caricati, Sennacheribbo,
uomo profondamente crudele, avventuriero sorto dal nulla, non aveva
operato per zelo dell'onor dinastico e nazionale, anzi per isfogare odii
e rancori personali verso i tre Re, e per manomettere in loro la dignità
regia. Tutti i Principi esser solidali; una monarchia non dover mai
permettere che de' monarchi vengano manomessi.--«L'accusato asserisce di
essere stato coadiuvato da una fata, che sarebbe santola della nostra
augusta Principessa. Signori Senatori, i registri battesimali, i
registri dello Stato Civile della dinastia tenuti dal Presidente appunto
di questo augusto Consesso, non mentovano in modo alcuno questo
intervento soprannaturale. Chi è che ignori lo fate essere una finzione,
con la quale si trastullano i ragazzi e che la pedagogia condanna? Fate
non ce n'è; non c'è alcuno Scaricabarilese vivente che possa affermare
con sacramento di averne vista una, e la ragione dimostra che non
possono esserci. Certo vi è qualcosa di straordinario negli avvenimenti
onde ci occupiamo, che non può spiegarsi con l'andamento solito degli
eventi umani. Ma, Signori, tutte le facoltà di teologia delle nostre
Università v'insegnano che se fate non ce ne sono, c'è però il diavolo.
E col grande arcidiavolo dello 'nferno mi giova credere che il capitano
Sennacheribbo Esposito, vergogna eterna della uniforme de' dragoni
scaricabarilesi, abbia stretto un patto sacrilego. Balzebù gli ha fatto
fornire in poche ore di notte quella corsa prodigiosa dalla macchia di
Valquerciame alla osteria del _Gallo d'oro_. A Satanasso egli ha
affidato l'augusta erede del trono, perchè dall'osteria del _Gallo
d'oro_ venisse restituita nella Reggia paterna! Ad Astarotte e Belfegor
sicuro, qualunque sia la forma che hanno assunta. E da Calcabrina e
Draghignazzo aspetta per fermo aiuto, che vengano a liberarlo dalle mani
della giustizia. Ma voi farete stare a dovere lui e tutti i trentamila
diavoli infernali».
Dopo l'orazione stupenda del Commissario regio, si procedette allo
interrogatorio dell'imputato. Sennacheribbo raccontò le cose molto
semplicemente, tacendo solo del modo in cui gli era apparsa la fata, non
parendogli opportuno divulgare il secreto del legacciolo, ch'egli
immaginava la Rosmunda desiderare che rimanesse occulto. Richiesto
perchè avesse mandato a Fuligno i tre Re, o per ordine o per
suggerimento di chi, rispose:--«Da me, per ordine e suggerimento della
coscienza mia. Feci giustizia di tre persone eslegi, che sarebbero
andate impunite senza l'ardimento mio, per vendicar l'onore del nostro
paese, offeso nella principessa, e per liberare l'uman genere da tre
mostri».
Richiesto se avesse avuto piena coscienza del fatto e ne avesse
prevedute le conseguenze:--«Tutte,»--rispose.--«Sapeva che sconterei col
capo quell'opera meritoria. E ho persino annunziato a que' tre, presenti
buon numero dei miei soldati, che potranno testimoniarne».
Interrogato se avesse motivi di rancore personale contro una o tutte le
sue vittime ed invitato a dare spiegazioni intorno alle parole
profferite nel giorno del tumulto popolare contro l'autocrate d'Antibo,
parole che per l'indulgenza eccessiva del colonnello gli avevan fruttato
un solo mese di arresti di rigore, rispose:--«Pronunziai quelle parole
perchè indegnato dall'assassinio del povero Coppa di oro. Non poteva
certo premeditare allora la impiccazione de' tre Re, come non poteva
prevedere in alcuna guisa che rapirebbero la Principessa e ch'io avrei
la fortuna di raggiungerli e il modo di castigarli. Un sol motivo di
odio aveva contro di loro, e questo è comune a tutti gli
Scaricabarilesi: tutti, credo, erano sdegnati che tre deformi d'animo e
di corpo osassero pretendere alle nozze della figliuola del Re nostro ed
alla signoria del nostro paese».
Interrogato sulla partecipazione dei subordinati negli impiccamenti,
rispose, assumendone tutta la responsabilità:--«I miei soldati non
discutono, obbediscono. Al comando mio avrebbero fatto qualunque cosa,
appunto come domani, ne giuro e ne scommetto, saranno pronti a fucilarmi
sull'ordine del nuovo capitano loro».
Venne quindi proceduto all'audizione dei testimoni, che raccontarono
particolareggiatamente tutti i fatti da noi narrati e confermarono in
ogni punto la narrazione di Sennacheribbo. Della fata potevano dir
nulla, nessuno avendola vista: ma affermarono d'essersi sentito
raddoppiare a mille doppi il vigore del corpo e dell'animo, e di aver
avuto per guida nella portentosa galoppata il fuoco fatuo. Quando
interrogarono il luogotenente, che comandava interinalmente la
compagnia, Sennacheribbo chiese di potergli rivolgere una
domanda:--«Tenente, se domani Ella fosse comandato con un pelottone per
fucilarmi, disubbidirebb'Ella? Cred'Ella che alcun uomo dello squadrone
rifiuterebbe l'obbedienza?».
--«Capitano,»--rispose il luogotenente,--«Ella è stato per me padre e
fratello; e non per me solo, anzi per tutti noi. Ella ci ha educati e
rotti alla disciplina, all'obbedienza passiva. Noi seguimmo sempre le
sue norme i suoi dettami: persevereremo nelle abitudini ch'Ella ci ha
imposte e che son per noi una seconda natura. Se domani fossimo
comandati, La fucileremmo senza mormorare. Ma, se toccasse a me d'esser
comandato, mi farei saltar lo cervella appena tornato in caserma; e
così, metto pegno, farebbe ogni altro ufficiale, graduato o milite dello
squadrone».--Era esaurita la lista dei testimoni, quando il Presidente
dell'Alta Corte di giustizia, ricevuto un piego da un usciere, e,
lettolo, alzandosi in piedi disse ai colleghi:--«Osservandissimi ed
onorandissimi colleghi; La Altezza reale della principessa Rosmunda
chiede con la presente lettera del suo primo gentiluomo di camera, di
essere ammessa a dare degli schiarimenti, che assicura importantissimi
per la causa sottoposta al profondo vostro senno ed allo imparzial
giudizio; e mi fa annunziare di essere nelle sale di aspetto del Senato.
In virtù dei poteri discrezionali del Presidente, io penso opportuno di
udire le dichiarazioni dell'Altezza Sua, e nominerò una deputazione che
vada ad incontrarla e la introduca nell'aula».
Sennacheribbo divenne pallido come un cadavere, e corse con la mano al
petto per frenare alquanto i battiti del cuore. Tutti i Senatori, tutti
gli astanti si alzarono in piedi e la principessa Rosmunda, pallida
anch'essa, fece ingresso nell'aula accompagnata dall'azafatta e dalla
deputazione del Senato, e appoggiata al braccio d'uno de'
vice-presidenti. Pallida sì, co' grandi occhi bruni un po' smorti, ma
onestamente baldanzosa. Il Presidente le fece un'arringa complimentosa,
discretamente sgrammaticata, e le disse che l'Alta Corte era pronta ad
ascoltare con attenzione religiosa le importanti comunicazioni che Sua
Altezza aveva annunciate. La Principessa ringraziò cortesemente, senza
sgrammaticare: pregò tutti di sedere, e poi narrò per disteso la sua
avventura e quanto avea sofferto; e la violenza e gl'insulti e il ratto
e l'affannamento e la corsa sfrenata e la partita a dadi e le minacce
dell'autocrate d'Antibo, alla imbavagliata e la mano alzata per
ricaderle sulla guancia... Tutti fremevano. Narrò il sopraggiungere del
capitano Sennacheribbo e lo incantesimo del legacciolo donatole dalla
santola, la quale era fata. E per avvalorar la sua testimonianza, acciò
messer lo Commissario regio e gli altri scettici dell'adunanza non
s'incocciassero nel negare, la si chinò modestamente, con tutta
modestia, e sollevando un lembo appena della veste prolissa e tanto
lievemente che a stento venne scorta la punta delle scarpette ricamate,
sciolse la giarrettiera; e se la ravvolse intorno al polso sinistro e
v'impresse un bacio.
Non appena l'ebbe tocca con le labbra, ecco scuotersi la terra come pel
tremoliccio, ecco sfolgorare un lampo, ecco il rombo d'un tuono. Un
soffio di vento sibilò sotto le ampie vôlte dell'aula e fece tintinnar
le invetriate, ed agitarsi le tappezzerie, i cortinaggi, le tende, i
fiocchi. E gli astanti fra sorpresi ed esterrefatti videro comparire un
plaustro di madreperla tirato da quattro paia di dragoncini, leucotteri
color di rosa, moschettati di viola con le criniere e le creste e le ali
di fiamma. E nel plaustro sedeva una donna avvenentissima, tutta velluti
e trine e gemme, dalla quale si diffondeva come una luce che rischiarò
splendidamente l'aula e fece impallidire i raggi del sole meridiano. Il
plaustro ristette ai piedi del seggio del Presidente; la fata smontò ed
appressandosi alla figliuola ed abbracciandola, le disse:--«Che vuoi
Rosmunduccia?»--e le diè un bacio proprio di cuore.
Un mormorio di ammirazione, di meraviglia, di stupore, di curiosità ed
anche di spavento superstizioso, guizzò (scusate l'espressione
impropria), serpeggiò per la folla. Difatti, pensate un po',
all'esistenza delle fate ci crediamo su per giù tutti, come
all'esistenza degl'ippogrifi, degli ippotragelafi, degl'ircocervi, ma,
se ho a dirla schietta, _il ver convien pur dir quand'e' bisogna_, un
ircocervo, un ippotragelafo, un ippogrifo, una fata, son cose che non ho
mai viste al mondo mio: e mi venissero a dire che al Pincio c'è una
carrozza tirata da ircocervi, che la Compagnia equestre all'Argentina ci
ha degl'ippogrifi, che nelle stalle del Quirinale c'è un ippotragelafo,
che nell'aula del Senato del Regno c'è una fata con la sua brava verga
criselefantina ed un plaustro tratto da otto draghettini rosei, io non
saprei resistere alla tentazione per quanto incurioso io mi sia. E
benchè il frequentare il Pincio sia il più insulso degli spassi, il
frequenterei; e benchè l'assistere alle rappresentazioni equestri sia
gusto plebeo, prenderei un biglietto per questa sera stessa; e benchè le
sedute del Senato non sogliano essere divertentissime, farei a pugni per
entrare nelle tribune. Anche in Iscaricabarilopoli, sebben si parlasse
molto di fate ai bimbi, nessuno ne aveva mai viste, e molti dubitavano
dell'esistenza loro ed accampavan cavilli ed arzigogoli per dimostrar
che non ce ne puol essere. Ed insomma era la prima volta in tutta la
_Storia Universale_ che una fata compariva innanzi ad un Senato
costituito in Alta Corte di giustizia; caso che molto probabilmente non
si rinnoverà mai più, mai più. Dunque tutti gli spettatori si
pressavano, si pigiavano, si accalcavano, si alzavano sulla punta dei
piedi, si spingevano, si appioppavan gomitate; tutti volevan vedere la
fata Scarabocchiona ed il plaustro di madreperla ed i quattro
dragoncelli. E se li mostravano a dito e stupivano e strasecolavano.
Disse la Rosmunda:--«Cara santola, scusate l'incomodo: ma, ve ne prego,
raccontate anche voi a questi Signori qui, come sono andate veramente le
cose, e qual parte ci avete avuto voi, acciò si sperda ogni dubbio dagli
animi loro».
E la fata leggiadrissima, compiacendo la figliozza, narrò del consiglio
dato alla Rosmunda; averglielo dato perchè prevedeva e sapeva, perchè il
suo libretto magico le aveva dimostro che in tal modo sarebbe accaduto
quel ch'era poi accaduto di fatti: lo scombinamento degli assurdi
matrimoni e la morte delle tre belve scettrate. Narrò in qual modo
Sennacheribbo avesse raccolto il legaccio incantato e l'avesse baciato
senza sospettarne la virtù magica, anzi come reliquia della Principessa,
che celatamente, timidamente, ma potentissimamente amava. Povero
Sennacheribbo, udendo così spiattellare _coram populo_ ciò, che egli si
apponeva a delitto ed avrebbe voluto nascondere a sè stesso e stimava
ignorarsi da tutti, si fece scarlatto e chinò il capo come un reo
convinto, si coprì la faccia con le palme ed avrebbe voluto essere a
cento palmi sotterra.
Oh che mortificazione! oh come tutti lo dileggerebbero! oh che amaro
sogghigno di sprezzo avrebbe scoperto sulle labbra della Principessa se
avesse osato guardarla! oh che fischiate gli toccherebbero! oh come gli
sarebbe rinfacciata la nascita ignota e la povertà! Così pensava:
ma..... la Principessa stava tutta composta a capo chino presso la
madrina, e l'uditorio s'inteneriva e s'interessava per lui.
La fata proseguì, dicendo come avesse ventiquattruplicato col tocco
della verga eburnea ed aurea il vigore dei cavalli e de' cavalieri;
rendendo ferocissimi i miti d'animo, zelantissimi i più timidi, e
freneticamente zelante, feroce, geloso ed appassionato Sennacheribbo che
già da sè era superlativo in tutto. Questa vigoria ventiquattrupla aver
fatto raggiungere i rapitori; a questa esagerazione ed esaltazione
soprannaturale del carattere e della passione in Sennacheribbo doversi
attribuir soprattutto, principalmente, il pensiero del triplice
regicidio, del monarchicidio di Baldassarre Quinto il gobbo, del
despoticidio di Melchiorre Decimosettimo il zoppo, dell'autocraticidio
di Gasparre Primo il guercio; non altra essere stata la ragione
persuasiva di quello sterminio, di quell'eccidio, di quella carneficina
di regnatori. La vera colpevole, in fondo, la vera ammazzaprincipi ed
afforcasovrani esser forse lei che parlava; ma, come fata, non esser
sindacabile, giudicabile nè punibile che da Demogorgone: ed avere
motivi, aver buono in mano per credere che Demogorgone, lunge dal
punirla, l'encomierebbe dell'opra santa provocata, che non eccedeva del
resto i suoi poteri, no davvero.
Qui riprese la parola la Principessa, e fattasi coraggio, imporporandosi
tutta d'un bel rossore, disse:--«Signori, può darsi che politicamente e
militarmente il capitano Sennacheribbo Esposito abbia mal fatto ed
ecceduto; e che, come il Ministero ha stimato opportuno di accusarlo,
voi stimiate utile il condannarlo. Sebbene, vel confesso, non comprenda
come possano scindersi due parti del medesimo atto ed approvar la mia
liberazione e condannar la vendetta. Nè so se sarebbe stata miglior
politica lasciar la vostra Infanta morire fra gli strazî o lasciarne
impuniti i rapitori delusi che avrebber mossa immantinente guerra feroce
a noi impreparati. Ad ogni modo è anche buono che voi sappiate quel
ch'io penso e sento di quest'uomo; io, beneficata da lui e salva per
opera sua dalla vergogna e dalla morte, e vendicata. Non ho riputazione
di esser crudele, io, credo; e certo non v'ha persona nel Reame che
spaventi la prospettiva di avermi per sovrana. Ignoravo affatto cosa
fosse il desiderar male altrui, e l'ira e lo sdegno, e la voluttà del
mal talento appagato. Eppure la vostra futura Regina ha sofferto tanto e
tanto in quella notte del rapimento, che, vel giuro, ogni più efferata
crudeltà in quei mostri le sarebbe sembrata pena inadeguata alla colpa
loro. Ella s'è rallegrata del castigo inflitto a coloro che non
offendevano in lei, lei sola, anzi tutta la nazione. Capitano
Sennacheribbo, io vi ringrazio; capitano, io vi lodo ed approvo; ed
intendo che tutti stimino e ritengano aver voi operato per espresso
comando mio. La gratitudine mia non ha limite alcuno, oso confessar qui
arditamente che mi stimola e consiglia e induce e persuade a
contraccambiar l'affetto onde mi avete date prove così grandi ed
efficaci e che mi avete manifestato con questi atti, non altrimenti,
mai. Se io potessi ciò che volessi, invece di sedere al presente su
quello sgabello, mi sedereste al fianco accanto al trono. Se le
preghiere mie, se queste lacrime mie non valgono a commuovere gli animi
e le menti di questi Signori, io mi trascinerò nella polvere a' piedi di
mio padre, acciò vi renda giustizia sotto nome di grazia; e vi mantenga
la promessa profferita nello spedirvi in cerca della figliuola alla
macchia di Valquerciame: _Non tornare senza la Principessa, e se mi
riconduci sana e salva la figliuola, ti giuro che nessuno sarà
quind'innanzi al di sopra di te nel mio Regno_. Se tutto tornasse
indarno, se non ottenessi per voi giustizia e guiderdone, quel
guiderdone che meritate, io vi giuro che mi reciderò le chiome, che
prenderò il lutto; che non perdonerò mai ad alcuno di quanti avranno
contribuito alla vostra rovina. La tua sovrana porterà la gramaglia per
te, finchè viva; la tua amante non si piegherà mai ad altre nozze. E
ch'io non dica così per dire, per rettorica, e che intenda impegnarmi
solennemente sarà chiaro a te ed a tutti. Sono stata già una volta nelle
tue braccia all'osteria del _Gallo d'oro_, ma incosciente; ho
abbandonato una volta il capo sul tuo petto, ma svenuta,
involontariamente. Ebbene, ora, qui, nell'aula del Senato del Regno,
costituito in Alta Corte di giustizia, io, Principessa ereditaria, vi
chieggo questa grazia, di lasciar ch'io liberamente vi butti le braccia
al collo e di concedermi un bacio, un bacio d'amore e di fede».
Chi potrebbe descrivere l'effetto di questo discorso; le lagrime, i
pianti, i plausi, gli evviva, i battimani che gli tenner dietro; ed il
giubilo popolare, quando si vide la bella donna Rosmunda pendere dalla
cervice del capitano ch'era sorto in piedi, smorto, tremante, convulso,
fuori di sè? Ella spossata, come dopo una crisi nervosa, caduta la
esaltazione, singhiozzava disperatamente: ma negli occhi di lui v'era lo
splendor sereno dell'orgoglio soddisfatto e contento, dell'uomo che ha
avuto dalla vita quanto e più di quanto bramava, e cui nessuno può
spogliare di tanta ricchezza. La fata Scarabocchiona s'appropinquò al
gruppo, riprese, come là nella bettola del _Gallo d'oro_, la figlioccia
dalle braccia di Sennacheribbo e la portò sul plaustro, che i
dragoncelli rosei, dall'ali bianche e dalle creste scarlatte involarono
in men di quella agli occhi dell'adunanza stupefatta. Le invetriate si
aprirono e richiusero da per loro, onde passasse. Frattanto il
Commissario del Re ed i Senatori riflettevano: nessuno sentiva la benchè
minima velleità d'incorrere nell'ira e nell'animosità della Principessa
ereditaria, la quale, a breve andare, secondo l'ordine natural delle
cose, avrebbe dovuto succedere al padre decrepito. Anche l'amor di
patria raffigurava loro i guai di una Regina zittellona che avesse poi a
morire senza prole.
Calmato alquanto il subbuglio, il tumulto, la perturbazione che seguì la
partita della fata e della Rosmunda, il Commissario governativo alzatosi
in piedi ed impetrata la parola dal Presidente, dichiarò di ritirar
l'accusa contro Sennacheribbo:--«Dal momento che ci abbiamo un ordine
verbale di Sua Maestà, del quale sinora s'era taciuto e che investiva il
capitano di poteri eccezionali e discrezionali; dal momento che un
essere soprannaturale e non sottoposto alla giurisdizione dell'Alta
Corte, riconosce di aver posto il capitano in condizioni totalmente
diverse dalle ordinarie, sicchè questi può benissimo considerarsi come
operante senza coscienza, od almeno in uno stato espresso
d'irresponsabilità; io non posso insister più a lungo nell'accusa; prego
dunque l'Alta Corte di ordinare che l'accusato venga posto in libertà,
se non è trattenuto per altro motivo».
Il Senato si ritirò per deliberare. Dopo mezz'ora tutti i Senatori
rioccuparono i loro posti ed il Presidente fral silenzio altissimo degli
astanti pronunziò queste parole:--«Capitano Sennacheribbo, si alzi. Il
Senato, costituito in Alta Corte di giustizia, la dichiara prosciolto
d'ogni accusa alla unanimità. Ed alla unanimità stessa la dichiara
benemerito della patria e della dinastia, e la ringrazia di quanto ha
operato per l'una e per l'altra, salvando l'augusta Principessa, erede
del trono».--Veramente questa seconda parte della sentenza senatoriale
era incostituzionale, giacchè arieggiava un voto politico; ed il Senato,
quando è costituito in Alta Corte, non può legalmente farne. Ma i
signori Senatori volevano ingraziarsi con la Principessa e propiziarsi
Sennacheribbo.
Se l'aula del Senato non crollò per lo fragore delle salve di applausi,
del tripudio festoso e delle urla di gioia; se il povero Sennacheribbo
non fu dilaniato e soffocato almeno dagli abbracciari, dagli spintoni e
dalle strette di mano d'amici e d'ignoti, che volevan vederlo,
accarezzarlo, onorarlo; ascrivo la cosa a miracolo. Tutti gli erano
addosso, tutti gli si ricordavano. Il Commissario governativo gli fece
scuse umilissime, allegando gli ordini dei superiori, le necessità
dell'uffizio suo, eccetera. I Senatori si congratulavano. Il popolo poi,
facendo irruzione nelle sale del Senato, s'impossessarono del capitano,
lo sollevarono in alto sopra un tavolino, come nel Medio Evo si
innalzavano gli eroi sui pavesi, e checchè il poverino dicesse,
cominciarono a portarlo trionfante verso la Camera de' Deputati. La
notizia dell'assoluzione v'era giunta già da un pezzo; ed un membro
dell'Assemblea lì su due piedi propose un ordine del giorno di
ringraziamento e d'encomio per Sennacheribbo e di decretargli il
soprannome di _Vindice_. Il Ministero si oppose: il Ministro degli
Esteri protestò che lo si metteva in condizione impossibile di faccia
alle Potenze; il Ministro della Guerra che era un corromper la
disciplina; il Presidente del Consiglio pose la questione di
gabinetto;.... ma l'ordine del giorno fu votato ad una immensa
maggioranza. Allora i Ministri si ritirarono, dichiarando che
presenterebbero le dimissioni al Re e pregarono la Camera di chiuder la
seduta. Così accadde; ed i Deputati che uscivano dal palazzo,
frammischiandosi alla folla, vi sparsero la notizia de' nuovi onori di
Sennacheribbo.
Ma la più dolce ricompensa, il premio più soave aspettavano costui alla
Reggia, sulla gran balconata dalla quale stavano Sua Maestà Zuccone XIV,
e l'Altezza Reale della Infanta Rosmunda e la fata Scarabocchiona, che
applaudivano anch'essi e sventolavano i fazzoletti. La compagnia de'
dragoni di Sennacheribbo, comandata dal luogotenente, giunse finalmente
a riconquistar sulla folla il proprio capitano, che rimontato a cavallo
per la prima volta dopo quel memorando giorno, entrò nella Reggia al
suon dell'inno reale. Il primo ed il secondo aiutante del Re lo
aspettavano ai piedi della scalinata per complirlo in nome della Maestà
Sua che gli mosse incontro fin sul pianerottolo dell'appartamento, e lo
abbracciò e lo condusse sulla balconata dov'era la figliuola alla quale
lo presentò, dicendo:--«Rosmunda ecco il tuo sposo!».
Il resto può immaginarsi. I soldati semplici della compagnia liberatrice
furon creati tutti sottotenenti; i soldati scelti, luogotenenti: i
caporali furon fatti capitani; i sergenti, maggiori; il foriere, tenente
colonnello; il sottotenente fu promosso a colonnello; ed i due
luogotenenti a maggior generali. E, strano a dirsi, questi ascensi
favolosi, spagnoleschi, non produssero malcontento nell'esercito.
Vennero inoltre tutti fregiati di un'apposita medaglia commemorativa: da
un lato l'effigie della Principessa col motto: _Ch'io non credetti
ritornarci mai_; dall'altro un dragone a cavallo che galoppava con la
spada evaginata, e la scritta: _La Principessa ereditaria Rosmunda alla
IV Compagnia del V Reggimento Dragoni, riconoscente. Notte del XXVII
aprile_. La medaglia doveva portarsi appesa ad una fettuccia a quattro
liste: bianca, rosea, violetta e scarlatta in memoria delle ali, del
mantello, della picchiettatura nonchè della coda, della criniera e delle
creste degli otto draghi del plaustro della fata Scarabocchiona.
Il Ministero offerse le dimissioni che vennero accettate; e succedendo
al potere uomini energici e risoluti e che non avevan paura, gli Stati
vicini si contentarono di qualche osservazione fatta in via diplomatica
e della risposta che il Reame di Scaricabarili voleva vivere in pace con
tutti, ma che non tollererebbe che alcuno s'immischiasse nelle sue
faccende interne. E quando si parla così con un esercito corrispondente
ad una popolazione di centoventitrè milioni, quattrocencinquantaseimila
settecentottantanove abitanti, tutti vi lasciano in pace. Le relazioni
diplomatiche furono alquanto fredde per un po' col Reame d'Exibo, ma il
tempo fece miracoli, ed attutì tale rancore.
Sennacheribbo, cui non dispiacque di esser salvo per opera di quella
donna, al quale le Camere decretarono il titolo di _Vindice_; ma che il
popolo soprannominò _Mastr'Impicca_ e nella storia è noto più col
secondo, che col primo epiteto, sposò la Rosmunda. E la fata
Scarabocchiona volle sottoscrivere con un suo scarabocchio il contratto
nuziale, acciò non potessero in avvenire i Pubblici Ministeri negare il
suo intervento, anzi negarne l'esistenza. La madre adottiva di
Sennacheribbo venne a vivere col figliuolo, amata e riverita non men che
da lui, dalla Rosmunda, la quale, succedendo al padre del Regno, volle
prima associato il marito al poter regio e poi gliel rinunziò tutto,
dicendo che una donna deve pensare alla casa ed a' figliuoli unicamente.
E figliuoli ne ebber di molti i due sposi, ed egregi d'indole; e se la
vissero e se la godettero ed in pace sempre stettero ed a me nulla mi
dettero.
Stretta la foglia e larga la via,
Dite la vostra che ho detto la mia.