_per grazia di Dio e volontà nazionale Re di Scaricabarili_.
«Art. 1. Dal 1º maggio del corrente anno al 30 aprile del venturo, è
aperto un concorso per ottenere la mano della principessa Rosmunda,
erede presuntiva del trono.
«Art. 2. I proci dovranno soggiornar tutta l'annata sul territorio
scaricabarilese e studiarsi di meritare l'affetto del popolo.
«Quegli, che le acclamazioni popolari ed un voto del Parlamento
dichiareranno pel Beniamino della nazione, avrà la Principessa per
moglie ed il titolo di Principe Ereditario di Scaricabarili.
«Art. 3. È aperto al Governo del Re un credito straordinario di 41
milione, quattordicimila settecentotto lire e quarantaquattro centesimi
(41,014,708,44) ripartito sul bilancio dell'anno presente e del venturo
e da pagarsi alla Lista Civile in rate mensili di tre milioni
quattrocendiciasettemila, ottocentonovantadue lire e centesimi
trentasette (3,417,892,37) per sopperire alle spese di ospizio de'
concorrenti e del seguito.
«Questo credito sarà iscritto nella parte straordinaria del bilancio
delle Finanze, in apposito paragrafo 7 _bis_, sotto la rubrica: _Spese
per ospitare e festeggiare i proci della Principessa ereditaria_.
«Art. 4. Non potranno concorrere i minorenni, gli ebrei, i negri, i
rognosi, i tignosi e generalmente chiunque è affetto da malattia della
pelle.
«Art. 5. Lo sposo della Principessa dovrà passare almeno otto mesi
dell'anno nel Regno; e non potrà condurre fuori la moglie. Caso fosse
una testa coronata, l'unione dei due Reami dovrà essere puramente
personale, ed il soggiorno abituale nel territorio scaricabarilese.»
Questa legge non passò mica per acclamazione: anzi incontrò molte
difficoltà, sofferse emendamenti, e stette lì lì per pericolare.
L'opposizione voleva modificare l'art. quinto; e pretendeva che il
marito della Principessa, se Re altrove, dovesse abdicare. Il Ministero
pose la quistione ministeriale, e vinse. Anche all'articolo quarto,
quello delle esclusioni, ci fu tempesta. I partigiani del monarca
d'Introibo avrebber voluto annoverare fra le cause d'esclusiva la
claudicazione e lo strabismo; i fautori del despota d'Exibo la
scrignutaggine e gli occhi torti; e gli aderenti dell'autocrate d'Antibo
la gibbosità e la zoppaggine. Ma fu fatto osservare, che la Camera si
metteva su d'una mala strada; e che, se s'avevan da scartare tutti i
difettuzzi corporali, probabilmente nessun principe sarebbe in grado di
pretendere alle nozze della Rosmunda, e bisognerebbe ricorrere ai
facchini, ai bazzarioti, ai camalli, ai bastagi, nei quali soli si trova
la perfezione statuaria del corpo. Dopo lungo discutere l'articolo venne
votato in questa forma: «Sono esclusi dal concorso i minorenni, gli
acattolici, i negri, gli epilettici, i mutilati, i ciechi, i sordomuti,
i gozzuti, i rognosi, i tignosi, e generalmente chiunque è affetto da
malattie dermatiche. Sarà considerato maggiore chiunque è tale per le
leggi del proprio paese».
Ma la burrasca tremenda fu all'articolo terzo, che venne rimandato e
discusso per ultimo. Chi sosteneva eccessiva, esorbitante, la somma
stanziata; e paragonava invidiosamente i banchetti ed i palagi offerti
a' proci della Principessa col pan di cruschello e co' tuguri affumicati
del povero popolo, dal quale dovevano spremersi le lire quarantun
milione, quattordicimila settecentotto ed i centesimi trentasette. Altri
invece affermava, che la somma domandata riuscirebbe scarsa all'uopo ed
insufficiente, meglio aumentarla allora, che esporsi alla presentazione
di crediti suppletori. Finalmente, dietro mozione di un partigiano delle
economie sino all'osso, la somma totale venne ridotta a quarantun
milione, diecimila trecenventinove lire e settantasei centesimi; ossia
ridotta di quattromila trecensettantotto lire e centesimi sessantotto,
cioè di trecensessantaquattro lire ed ottantanove centesimi al mese,
come può verificarsi da chiunque ha poco abbaco. La _Società tutelatrice
dei diritti del popolo_ votò un indirizzo ed una medaglia d'oro
all'animoso deputato, che aveva saputo procacciare un tanto disgravio ai
contribuenti, incoraggiandolo a proseguire nel difficile cammino: _Sic
itur ad astra_. Il dritto della medaglia doveva rappresentare esso
deputato in figura di Ercole, che strappava un'offa ad un Cerbero col
motto: _Pochi compagni avrai per l'alta via_. Il rovescio conteneva le
parole: _Economia di quattromila trecensettanta lire e centesimi
sessantotto. La Società tutelatrice dei diritti del popolo al deputato
Lesina._ L'indirizzo venne subito presentato: della medaglia i
sottoscrittori ed il deputato Lesina stesso aspettano ancora le notizie.
E stando, che la Camera, per avere impiegati sette giorni alla
discussione di questo articolo e tredici a quello delle esclusive, si
trovava stanca ed i Deputati avevan fretta di tornarsene alle case loro
a celebrarvi la Santa Pasqua; la legge pel rinnovamento del privilegio
alla Banca fu votata in quindici minuti alla svelta, e si sbrigarono due
o tre bilanci in una seduta sola.
Il primo maggio fu la presentazione e l'accettazione dei concorrenti.
Principali erano: il monarca d'Introibo, il despota di Exibo e
l'autocrate d'Antibo. Poi ci fu un vecchio general di esercito o
maresciallo che dir si voglia, di non so che lontano paese, di
Fanfaronia, credo; due poeti; cinque o sei nobilicchi spiantati; un
dipintoruzzo di sorici; un maestro di pianoforte; ed un tenore. Insomma,
tutti i cenci vollero entrare in bucato. Un banchiere ricchissimo,
millionario, nella cui anima plutocratica era, non si sa come,
germogliata una più degna ambizione, venne scartato a termini
dell'articolo quarto perchè afflitto da un orzaiuolo.
In questa schiera di corteggiatori, certo, non ve n'era alcuno che
potesse non dispiacere alla bella Rosmunda; ed il denaro pubblico
sarebbe stato meglio sprecato, mantenendo un serraglio di fiere, un
giardino zoologico. La presunzione e l'albagìa degli avvocati la
stomacava: sapevan tutto, parlavan di tutto, discutevan di tutto,
sofisticavan su tutto, securamente, imperturbatamente, arrogantemente.
Figurarsi! quegli avvocati, obbligati dalla professione ad immischiarsi
di tutto, finanze, agricoltura, commercio, industria, religione, guerra
e persino giurisprudenza, erano onniscienti, onnipotenti; o, per meglio
dire, solo una cosa ignoravano: la coscienza, sola una cosa non
potevano: esser galantuomini. La facondia loro volgare; gli artifizi
rettorici triviali; i sofismi plebei; le frasi ad effetto plateali;
offendevano il buon gusto della Principessa. La quale non sapeva
comprendere, come que' farabutti potessero tanto nelle assemblee e nelle
adunanze popolari. Ma noi possiamo comprendere il perchè: le assemblee
ed i comizi non sono composti in maggioranza da persone ammodo, colte ed
intelligenti quanto la Principessa Rosmunda!
Raffaello Granata, il Cimadibue dalla lunga zazzera e dalla berretta di
velluto, era almeno soltanto noioso. S'aveva imparate non so che frasi
sul pittore universale e faceva di tutto: lui frescante, lui
acquarellista, lui pittore ad olio, a guazzo, con l'encaustico; lui
pittore di genere e di storia; lui ornatista, fiorista, figurista,
paesista, prospettista, ritrattista, internista, animalista, scenografo.
Persuaso, che l'arte, per la quale si credeva nato ed alla quale tutti
il giudicavano negato, fosse quanto v'ha di più grande al mondo, degna
di ogni corona e d'ogni esaltazione, voleva rinnovare il miracolo di
Borgo Allegro. Pretendeva, che la Rosmunda gli stesse a mossa per una
Madonna grande al vero, ch'egli avrebbe poi regalata alla Metropolitana
di Scaricabarilopoli. Con quel modello e con la sua valentìa come non
fare un capolavoro? Ma il premio sperato da questo impiastratore, da
questo pittor da sgabelli, da boccali, da fantocci, da candele, da
chiocciole, da taverne, da colombaie, da marzocchi, era ben altro da
quello ottenuto da Cimabue. Gli Scaricabarilopolitani, entusiasmati al
paro de' Fiorentini del Dugento, lo avrebber portato in trionfo e la
Principessa sarebbe stata sua.
La presunzione del pianista era più fatua. Quel tartassator di tasti
dalle spiovute chiome, ragionava così:--«Il Parlamento ungherese ha
votato una spada di onore a Francesco Liszt, per qual merito? per una
grande agilità negli arpeggi e per aver composto sonate, che intronano
gli orecchi. Darò io dei concerti, io, che assorderanno, altro che
intronare! farò vedere io, cosa sia lo spadroneggiar sul pianoforte, sul
cembalo. E se questo Parlamento non mi decerne la Principessa, vuol dire
che son tutti barbari, che nulla comprendono dell'arte, nulla!».
Il tenore guardava dall'alto in basso il musico. Egli era un pezzo
d'omo, con certe spallacce, con un petto! e pettoruto! Le marchese e lo
banchieresse di tutta le città, nelle quali s'era prodotto, lo avevano
sempre distinto. I palchi, le platee, i lobbioni gli avevan prodigati
gli applausi ed i battimani; gli erano stati offerti gioielli per
sottoscrizione pubblica; i Municipii gli avevano data la cittadinanza
onoraria; il popolo gli aveva staccati i cavalli dalla carrozza e ci
erano stati degl'imbecilli, che vi si erano attaccati per istrascinarla.
Del resto, salvo queste virtù amatorie e canore, nulla: ignorava la
grammatica e le creanze. Ma stimava facile di piacere alla Principessa,
e di destare negli Scaricabaripolitani lo stesso fanatismo suscitato
presso non men colti pubblici e non meno inclite guarnigioni.
Parliamo un po' de' poetonzoli, entrambo compenetrati dalla missione
dell'arte; entrambo convinti il poeta essere superiore a tutti ed a
tutto (persino alle regole di sintassi e di prosodia) ed il genere umano
doversi stare in ammirazione innanzi ad esso e rispettarne e secondarne
i capricci ed aspettarne la parola, il verbo, la luce, la rivelazione.
Perchè la parola è rivelazione; e la rivelazione è luce; e la luce è
verbo; ed il verbo è dio, ed il poeta è vate, ed il vate è profeta.
Nell'animo cristallino del cantore ispirato si ripercote tutto il mondo
umano e divino; esso animo è il vero centro del mondo. Infelice il
secolo, che disprezza e lapida e crocefigge e schernisce e frantende il
poeta-messia! Misera quella donna, che potrebbe intrecciar le rose agli
allori ed invece circonda di spine le teste radianti ed ispirate! Ma un
verso, una parola del poeta vindice reca loro il meritato castigo e li
mette alla berlina per l'eternità. Sentir tutto il giorno questa litania
non è uno spasso.
--«O Dio!»--pensava la Rosmunda, «quanti vituperii diran costoro di
Scaricabarili e di me! Eppure preferisco qualunque ingiuria loro alle
lodi, di cui m'infastidiscono adesso!»
Quanto al general Fabrizio Tremolowski, gli era uno di quegli
avventurieri, che portano la loro spada dovunque si combatte per la
libertà, per una causa giusta e santa! che ogni Governo provvisorio
promuove di uno o due gradi, ed i quali hanno arraffata riputazione di
prodi senza aver mai preso parte ad una battaglia affrontata o di
strategici per una resa. Sono eroi delle quattro parti del mondo,
perseguitati da tutte le Polizie, ed alimentati da tutte le
sottoscrizioni patriottiche. Ostentano sempre alcun solenne di
sberleffe... ricevuto in qualche bisca ed un naso rosso a peperone.
Talvolta le rivoluzioni gli impongono anche ai Governi ammodo: allora
perdono in tutta fretta una battaglia e poi si pappano per una ventina
d'anni la pensione di ritiro.
Ma insomma tutti costoro avevan pure o s'illudevan pure di avere qualche
merito: parte vantava nobili studii; parte o giusta o ingiustamente
aveva ottenuta o scroccata celebrità o popolarità. Tenore, maestro di
musica, poetucolo, pittorello, condottiero, cavalocchi, erano qualcosa.
Ma la nullità piena, la più stucchevole oltracotanza, il grado massimo
di fatuità si rattrovava nei nobiluzzi spiantati, ne' gentiluomini
squattrinati. Nel Regno di Scaricabarili, aboliti feudi e fidecommessi e
maggioraschi, i cosiddetti nobili, sprovveduti di qualsiasi privilegio o
prerogativa, erano ormai semplicemente de' titolati: e la vanità del
titolo faceva sì che non istudiassero e lavorassero; che attendessero
soltanto alle femmine, al giuoco, a' cavalli, a futilità. E nondimeno si
reputavano dappiù, si figuravano d'essere l'eletta della nazione,
chiamavano _altavita_ le occupazioni, che non erano neppure una _vita_!
La Rosmunda, avvezza a conversazioni meno sguaiate, non sapeva
rassegnarsi ad ascoltarne i pettegolezzi; ed avrebbe preferito persino
il tenore ad uno di siffatti duchi o marchesi.
Tali erano i candidati da burla: privi d'ogni probabilità, non si erano
potuti escludere a _priori_ dal concorso, essendosi il partito
democratico assolutamente opposto ad ammettervi i soli rampolli di
famiglie reali, di dinastie. I candidati serii erano pur sempre
Baldassare V d'Introibo, Melchiorre XVII d'Exibo, e Guasparre I
d'Antibo, triade scontraffatta.
Il vecchio Baldassare, rimbambito e melenso, supponeva _bona fide_
d'essere un uomo di spirito; e, se non fosse stato monarca, avrebbe
fatto stampare la raccolta delle freddure dette e delle melonaggini
stampate. Vecchio squarquoio e cascatoio, cascante di vezzi, si pose a
fare il cascamorto con la Rosmunda. Brutto gobbo! e' non s'accorgeva
nemmanco, che le sue scene, la sua svenevolezza provocava solo i
cachinni e gli sghignazzamenti della intera Corte. Componeva e declamava
certe anacreontiche, da disgradarne quelle dello Ingarrica; e diceva le
più belle corbellerie del mondo con faccia cornea. Un giorno, la
Principessa intervenne ad un pranzo di gala con una collana di cammei. E
lui:--«Che bel collare porta vilipeso al collo donna Rosmunda!».--Si
doveva andare al teatro: la Principessa chiese che musica si dèsse; e
lui pronto:--«Il Saffo!».--Per quanto garbata, la Principessa non
potè dissimulare affatto un risolino; e lui:--«Lo so, lo so,
signora letterata; lo so, ch'è una _s_ impura, lo Saffo, lo
Saffo».--Passeggiavano in giardino: la Rosmunda notò, ch'egli
stropicciava il piede in terra:--«Che c'è, Maestà?»--«Nulla,
ammazzavo uno scarabocchio».--In un gran ballo, mentre la Rosmunda
ballava, egli esclamò ad alta voce:--«La Principessa balla come una
Stinfalide!».
Per acquistarsi poi l'affetto del popolo, era divenuto la vera
caricatura di que' sovrani alla Giuseppe II, celebri per la
famigliarità, con la quale permisero a' sudditi d'intrattenerli:
frequentava i caffè, i bigliardi, le birrerie, le fiaschetterie, le
osterie, le bettole, i liquoristi, i balli pubblici, ogni luogo di
ritrovo, e persino quelli che la gente per bene schiva, dimostrandosi
affabile, alla buona, alla mano. Ma la famigliarità è pericolosa:
mostrarsi nudo e senza prestigio non fa mai conto. Gli stessi
grand'uomini non son mai tali pe' loro camerieri; e scapitano sempre
nell'estimazione di chi li avvicina con dimestichezza. Figuriamoci poi
uno sciocco! Ben presto il monarca d'Introibo divenne il buffone, il
zimbello degli Scaricabarilopolitani. Tutti ne facevano strazio. I
bell'ingegni del volgo il caricatureggiavano, il mettevano in novelle ed
in canzone. Gli si affibbiavano più corbellerie, più balordaggini
ancora, ch'egli non facesse o dicesse, e s'era trovato verso e modo di
calunniarlo. Gli appiccicavano _appigionasi_ dietro le spalle; i monelli
gli facevan ressa intorno e gli si accalcavano alle spalle con battimani
e tripudio e grida ironiche. Insomma la plebaglia godeva di vilipendere
e schernire in lui la Maestà Regia; ed egli s'immaginava d'esser davvero
amatissimo ed accettissimo all'universale, e che quelle beffe fossero le
acclamazioni trionfali, mercè delle quali avrebbe ottenuta la Rosmunda.
Il despota d'Exibo era un tipo d'altro genere. Mischiarsi nella folla,
lui, Don Melchiorre XVII, lui, persona inviolabile e sacra? E se lo
avessero aggredito? E se qualche gaglioffo avesse osato por le mani
addosso all'unto del Signore? E se quelle maledette gambacce disuguali,
spaiate, fossero state motteggiate da qualche temulento o temerario?
Esporsi a pericoli, al ridicolo! Oh no, no, mai! per nulla al mondo! Ma
gli Scaricabarilopolitani son gente urbana, ossequiosa: e poi, chi
avrebbe dovuto avercela con esso lui? Eh non si sa mai! Nel dubbio,
astienti! Eccesso di prudenza non nocque mai. Per amicarsi la plebaglia
e propiziarsela, quando usciva in carrozza, preceduto dal battistrada e
da un picchetto d'onore, con gentiluomini a cavallo a' due sportelli e
seguìto da un plotone di cavalleria, gettava denari di qua e di là. Ne
gettava talvolta anche dalle finestre del palazzo, allibendo e
tappandosi poi dentro, tutto spaurito, quando i mascalzoni accalcati per
raccattarlo s'abbarruffavano od anche solo applaudivano tumultuosamente.
Una volta, in una festa a Corte, svenne al bel meglio, perchè alcuni
razzi del fuoco d'artificio presero fuoco inaspettatamente prima del
tempo. Lui n'ebbe a morir dalla paura: chi sa cosa immaginava che fosse.
Notò un'ombra d'uomo, che traversava il cortile verso mezzanotte: subito
mandò a chiamar la Polizia, fece circondare e rovistare tutto il
palazzo, e, quando fu dimostro, l'ombra esser un guattero, che si recava
a far visite notturne alla moglie del portinaio, scrollò il capo con
aria incredula, volle raddoppiate le guardie, si lagnò con Re Zuccone
della Polizia inetta o complice di non so che regicidio fantastico, e
fece cantare un _Tedeum_ in ringraziamento all'Altissimo, per averlo
scampato da tanto pericolo. I suoi agenti avevan però continui
abboccamenti con persone influenti, con membri del Parlamento; e,
profondendo tesori, cercavano di assicurargli buon successo.
Ma, se questi duo proci venivan disprezzati e dal popolo e dalla
Principessa, l'autocrate d'Antibo seppe farsi abominare; ed avrebbe
appreso ad esecrare il nome di Re alla più monarchica nazione. I modi
alteri e facchineschi; le violenze continue; il fasto scompagnato da
ogni caritatevolezza; la ferocia dimostrata perfino verso i cani delle
sue mute ed i cavalli de' suoi equipaggi: il fecero detestare da
tutti... Ma, poich'egli ebbe preso un paio di volte a _cravasciate_ i
borghesi, che nol salutavano abbastanza reverenti, tutti gli sciocchi, i
quali accorrevano in folla per ammirare lo sfarzo del suo corteo, gli si
scappellavano e lo inchinavano. Egli pensava:--«Tiberio avea ragione:!
tutto sta a farsi temere. Quelle quattro scudisciate han fatta una
impressione tale sugli animi degli Scaricabarilopolitani, anzi di tutti
gli Scaricabarilesi, che non c'è dimostrazion d'ossequio, ch'io non
possa ottenerne. Sceglieranno me, per paura del castigo, che verrei loro
ad infliggere, se osassero antepormi altri. Hanno visto, che meco non si
celia. Non sono mica un Re fantoccio alla moderna io, un di questi
Reucci costituzionali, o di questi Regoli illuminati: no, sono di quei
veri autocrati all'antica, che camminavan sempre con a lato sargenti
pronti ad eseguirne ogni comando; ed i quali non isdegnavano, quando
mancasse il sargente, maneggiar con le proprie anguste mani il
mazzafrusto o la bipenne, cattera!».
Nè Guasparre smargiassava, fanfaroneggiava, millantando vizii che non
avesse. Sentite questa. Aveva condotto seco, dal Regno d'Antibo,
grandissimo numero di cortigiani, famigliari, domestici e creati; fra
gli altri un coppiere, giovanetto imberbe ancora ed al quale diceva di
volere un bene grandissimo. Lo aveva soprannominato Coppa d'oro; nè
soffriva, ch'altri il servisse di coppa: ed il giovane riconoscente
sforzavasi di servirlo di coppa e di coltello. Pure, un giorno, gli
venne porto all'autocrate un calice di vino ammoscato; intendi: nel
quale stava in infusione il cadaveruccio d'una mosca. Chi descriverebbe
i furori di Re Guasparre, allorchè vide la bevanda moschifera? Fece
amministrar venticinque buone nerbate al Coppa di oro; e gli dichiarò
che, in caso di recidiva, gli avrebbe fatta esalar l'anima sotto le
verghe. S'era nell'agosto; ed in Iscaricabarilopoli, città moscosissima,
nessuno rimembrava di aver mai visto negli agosti precedenti tanta copia
di mosche, tal quantità di mosconi, tanti stuoli di moscerini, tali
turbe di mosconcini, tal novero di mosconacci, tal moltitudine di
mosconcelli, tanta folla di moschette, tanta adunanza di moscini, tanto
popolo di moschettine, tanta frequenza di moscherelli, tanto spesseggiar
di moscherini, tanto concorso di moschini, tanto esercito di mosciolini
e tanta folla di moscioni. Scaricabarilopoli era tutta un moscaio. I
signori salariavano persone apposta per moscare con gli scacciamosche,
le ventole, le roste, i ventagli, i paramosche: per ogni stanza si
tenevan tre o quattro piattelli con carta moschicida, cinque o sei
acchiappamosche prussiani; ed il suolo era bruno per gl'innumerevoli
cadaveri moscherecci. Ma non pareva, che quello sterminio le diminuisse:
e le moscaiuole ed i guardavivande non bastavano a riparare i cibi e le
provviste. La povera gente pappavano mosche in ogni pietanza. Anzi, il
dottissimo Dummkopf, professore a Gottinga, nella _Filosofia e Storia
comparata della culinaria e della gastronomia_ volume quarto, capitolo
sessagesimoquinto, pagina seicentonovantotto della settima edizione,
annotata dall'egregio Zeitverlust, racconta, che, abituandovisi, le
trovarono finalmente gustose; e che s'inventarono alcuni intingoli
speciali per condirle; e che gli Scaricabarilesi son tuttora moschivori
ed educano ed ingrassano apposta in certi loro moschili sciami, o gregge
di insetti. Cosa, della quale non può dubitarsi, vedendola affermata da
due tali rappresentanti della scienza tedesca!
Pensate come stesse attento il pocillatore di Re Guasparre! Pure, il
diavolo ci mise la coda; ed una volta, in quella appunto che porgeva un
bicchiere di barbèra spumante alla Maestà Sua, ecco una moscuzza scapata
e ghiotta casca nel vino. L'autocrate comincia a bere ed avverte un cosa
fra lo labbra. Gli salta la mosca al naso, prende la cosa con l'indice e
il medio della sinistra, guarda e riconosce la bestiuola semiviva.
Chiama Coppa d'oro e gliela mostra sul tondo di porcellana bianca, senza
profferir verbo, ma con una guerciata terribile.
Il fante di coppe allibì. Volentieri avrebbe fatto il passo della mosca;
ma come svignarsela? Cadde ai piedi del padrone, sclamando:--«Maestà,
non faccia d'una mosca un elefante!»
--«Ho giurato»,--rispose l'autocrate, che era uomo di parola.--«Vedrai
se so levarmi i moscherini dal naso!». E chiamò gli aiutanti:--«Prendete
costui, prendetelo; menatelo nel cortile e fategli esalar l'anima sotto
le verghe».
Così fu fatto. Le strida del vergheggiato andavano al cielo; ma quel Re
crudele non se ne lasciò impietosire; le strida s'affievolirono,
divennero gemiti; e l'autocrate chiamato un altro servo gli disse;--«Mi
farai tu da coppiere in seguito! Fa, che l'esempio di Coppa d'oro ti
valga!».
I gemiti cessarono e gli aiutanti tornaron di sopra, fecero reverenza e
riferirono, che la Maestà Sua era stata obbedita. Maestà, che non aveva
interrotto il pranzo, non aveva, nè perduto un boccone; sogghignò, e
dopo aver sorbillato un bicchierin di Malaga, soggiunse:--«Benone! ma
gli è inutile di divulgare il fatto: spero, che saprete tener tutti il
cocomero all'erta? Insomma, mosca di quel, ch'è accaduto!».
Ma come occultar certe cose? Quella insigne ferocia fu ben presto di
ragion pubblica, e tutta la città sossopra. Cominciarono a farsi
capannelli, che poi divennero attruppamenti: la folla sdegnata
profferiva minacce contro l'autocrate d'Antibo, contro gli altri
pretendenti della Principessa e vociferava di manometterli. Bisognò
batter la generale e far circondare dalla forza le residenze di
Guasparre, Melchiorre e Baldassarre. Quest'ultimo provò a mischiarsi
alla folla, bestemmiando anche lui contro l'iniquità del collega; ma non
era momento da scherzare con l'ira popolare, e ci volle il bello ed il
buono per ricondurlo salvo in casa. Don Melchiorre tentò di fuggire; e
poi, tremando come una vetrice, andò ad appiattarsi fra le materasse,
dove il soprappresero dolori colici. Nè dell'esercito stesso era molto
da fidarsi per la difesa dell'autocrate di Antibo. Il capitano
Sennacheribbo dei dragoni, uno degli uffiziali più stimati, fregiato
della medaglia d'oro al valor militare, rispose al colonnello che gli
ordinava di recarsi a difesa del Re Guasparre:--«Do piuttosto le
dimissioni, che espormi a torcere un capello a chicchessia in difesa di
quel mostro».--Fu mandato agli arresti di rigore. Frattanto cominciò
fortunatamente un acquazzone dirotto, che disperse la folla senza
spargimento di sangue.
Il Procurator generale avrebbe voluto procedere. Ma l'autocrate
d'Antibo, alle prime rimostranze fattegli fare officiosamente da Re
Zuccone, rispose:--«Essere Re, non esser sindacabile se non da Dio, per
la propria condotta verso alcun suo suddito. Non potersi sottoporre
ad alcun Tribunale scaricabarilese in virtù del principio
d'estraterritoralità. Aver esercitata la propria giurisdizione e compìto
un atto di giustizia sopra un suo subordinato. Il caso suo essere
identico a quello di Cristina di Svezia, quando fece mettere a morte il
Monaldeschi nella Galleria de' Cervi del palazzo di Fontanabellacqua, il
dieci dicembre milleseicencinquantasette. Il Re di Francia avere allora
riconosciuto il dritto di Cristina ed ammessa la propria incompetenza ad
esaminarne la condotta. E lui, Gasparre, esser di più Re effettivo, non
abdicatario, eccetera, eccetera».--Diplomaticamente parlando, secondo il
Diritto internazionale (che è spesso cosa stortissima) Gasparrino aveva
ragione pur troppo, come riconobbero i legisti della Corona. Si lasciò
cader la faccenda. Il professore di Diritto internazionale presso
l'Università di Scaricabarili ebbe diecimila lire dall'autocrate
d'Antibo per iscrivere alcune argutissime _Considerazioni sulla
giurisdizione, che gli autocrati conservano all'Estero su' loro sudditi
e specialmente sulle persone del seguito_: nessuno lesse lo scritto,
tutti il decantarono per un capolavoro; dopo dieci giorni quasi nessuno
pensava più alla morte del povero Coppa d'oro.
Ma come raffigurarvi l'orrore, che la Rosmunda provava per questa tigre
in volto umano? e 'l suo sgomento, riflettendo, che forse appunto pel
terrore incusso dall'autocrate e per cansare una guerra, ch'egli avrebbe
inumanissimamente condotta, popolo e Parlamento potevano lasciarsi
indurre, rassegnarsi ad acclamarlo Re, a darglielo per isposo? Diventar
moglie di uno capace di far morire un favorito sotto le verghe, perchè
ha trovato una mosca nel bicchiere! Uh, povera principessina!
Ella slacciava il legacciolo donato dalla fata Scarabocchiona, se ne
cingeva il polso sinistro, il baciava... e subito, immantinente, la
terra veniva scossa come da un tremuoto, s'udiva come un rombo d'un
tuono, ed appariva quella bellissima donna, tutta velluti e trine e
gemme, la quale diffondeva intorno una luce vivida tanto da rischiarare
splendidamente la stanza e da fare impallidire qualunque lume
artificiale o naturale. La Rosmunda si buttava in braccia alla santola,
e si querelava e rammaricava. Quella buona fata ad abbonirla, a
confortarla:--«Abbi fiducia! spera! Ti par egli, ch'io ti possa aver
porto un consiglio insidioso? che la tua comare ti voglia
ingannevolmente precipitare, affogare? Ti par egli? Sta pur certa, che
avrai uno sposo degno, un marito stimabile, un consorte conveniente, un
coniuge quale il desideri. Ma sai, che dovrei offendermi della tua
diffidenza?».--E proseguiva a garrir così per un pezzo. E la figlioccia
si rassicurava al quanto ancor essa. Ma poi, ripartita, rivolata via,
riscomparsa la madrina, la Rosmunda ricascava nelle perplessità
precedenti. Considerando come fra tutti i proci non vi fosse una persona
stimabile od amabile, un individuo, al quale potesse rappresentarsi
senza raccapriccio di vedersi indissolubilmente legata, ridisperava.
La triade de' concorrenti scettrati, per boriosa che fosse e piena di sè
e di poca levatura, capiva arcibenone di essere cordialmente esosa ed
abominevole alla reda del trono di Scaricabarili. Malgrado i riguardi
cerimoniosi ed il contegno affabile, che venivano imposti e suggeriti
alla Rosmunda dalla etichetta di Corte, dalla gentilezza naturale, dalla
buona educazione, dalla posizione difficile, in cui si trovava, e dalle
raccomandazioni paterne e da' consigli della santola, la poverina non
riusciva a dissimular l'avversione per quelle tre caricature mostruose.
Essa pensava:--«Qualunque di cotesti concorrenti venga prescelto, ed uno
di costoro dev'essere scelto pur troppo, checchè dica la fata per
confortarmi; perduta che abbia ogni speranza di redenzione e di salute;
quando si tratterà di firmare l'atto di matrimonio innanzi al Presidente
del Senato, che tiene i registri di Stato Civile della famiglia reale;
io..... sorbirò qualche gentil veleno, il quale mi sottragga
all'avvenire miserando, che mi si appresta».--Risoluzioni di tal fatta
(ed irremovibili) ben possono occultarsi: ma come nasconder
l'aborrimento per coloro, che ce le ispirano? nasconderlo in tutto?
Vederci costretti a desiderare ed apprestarci la morte, a
diciassett'anni, e quando potevamo ragionevolmente imprometterci una
vita felice, è crudele strazio: altera la salute ed il carattere.
Dunque, i tre Regnanti si sapevano in abominio alla Principessa: e
d'altronde cominciavano ad accorgersi, che, malgrado l'imbecherare ed il
subornare, malgrado i raggiri e lo cabale, difficilmente avrebbero
ottenuta la popolarità e le acclamazioni richieste dalla legge sul
concorso. L'autocrate d'Antibo, che aveva un po' più di giudizio, di
mitidio, di comprendonio, di sale in zucca degli altri due, pensò bene
di convocare il despota d'Exibo ed il monarca d'Introibo ad un concilio
privato. S'adunarono _inter pocula_, loro tre soli. Rimandata la livrea,
votate alcune bottiglie di un poderoso vino e squisito, atto ad infonder
coraggio persino a Don Melchiorre; il convitatore tenne a' convitati il
seguente discorsetto:
«Care Maestà, siamo competitori. Verissimo. Nondimeno abbiamo un
visibilio d'interessi comuni. Ciascun di noi brama per sè la bella
Rosmunda, e quel, che importa vieppiù, la corona di Scaricabarili.
Seicento cinquantaquattromila trecento ventun miglio quadrato di
superficie con centoventitrè milioni, quattrocentocinquantaseimila
settecentottantanove abitanti, non sono una bagattella. C'è un guaio
però: la Rosmunda non digerisce nessuno di noi, e la Nazione, che per
mezzo delle Camere mette sempre il becco in molle in tutto, ci ama
press'a poco quanto l'epizoozia, anzi l'epidemia. Oh quanto ci sarebbe
da riformare, in questo maledetto paese! se giungo ad insignorirmene, do
lo sfratto a tutti i chiacchieroni, e... Dunque io credo, che
Principessa e Parlamento, piuttosto che qualunque di noi accetterebbero
per marito e sovrano quel musico sfiatato, o lo scassinator di cembali,
o l'imbratta tele, o quel tagliacantoni del general Tremarella, od uno
di que' pennaiuoli, od uno di quei cavalocchi od uno di que' nobilicchi.
Io potrei rassegnarmi a vedermi anteporre uno di voialtri, che siete
teste coronate e ch'io riconosco per eguali miei; non un cialtrone.
Quindi mi parrebbe da escogitare un modo, che assicuri ad uno di noi tre
queste nozze. Io ritengo, che non abbiate neppur voi la debolezza di
credervi vincolati dal giuramento prestato il primo maggio? No, n'è
vero? Dunque il modo è bell'ed escogitato. Diamo una gran caccia, alla
quale inviteremo la Principessa. Noi, vi si andrà accompagnati da tutto
il nostro seguito; la Rosmunda verrà senza sospetto e con pochi seguaci
e senza scorta militare. Nel meglio della caccia, c'impossesseremo di
lei, ci sbrigheremo in un modo o nell'altro dei seguaci; e via, a
briglia sciolta verso la frontiera. Quando saremo in una piazza forte o
vostra o mia, decideremo a chi debba appartenere la preda».
--«Decidiamo ora,»--disse il monarca d'Introibo, ch'era sciocco sì, ma
fino ad un certo punto.--«Siamo tutti galantuomini, ma mia nonna diceva:
_fidarsi è bene, non fidarsi è meglio_. Patti chiari e amici cari!».
--«Ma»--rispose Guasparre--«se fissiamo prima colui, che deve godersi il
frutto della rapina e del ratto, gli altri due potrebbero credere di non
aver interesse ad assisterlo».
--«Bah!»--replicò Baldassarre.--«Facciamo così. Per cansare ogni
attrito, ogni gelosia, giochiamocela a' dadi, appena passata la
frontiera».
--«Felicissima idea! Ce la dadeggeremo! Che ne dice la Maestà del
despota d'Exibo?».
Don Melchiorre trovava dal canto suo infelicissima l'idea, perchè aveva
una paura sordida. Ma i colleghi, deliberati a fare il colpo, che lo
minacciavano caso non volesse cooperarvi, gli facevan paura anch'essi.
Fra' due pericoli scelse per minor male il più remoto; e si obbligò ad
esser complice dell'attentato.
Si apparecchiò la caccia nella macchia di Valquerciame, bosco famoso, a
non molti chilometri da Scaricabarili. Re Zuccone, vecchio e podagroso,
non seguiva più le cacce da qualche lustro ed aveva preferito sempre una
buona mensa a questi divertimenti faticosi, e la selvaggina e la
cacciagione in tavola alle fiere nelle selve. La Principessa invitata,
avrebbe voluto, ma non ardì scusarsi; e promise di trovarsi al convegno,
con pochi gentiluomini ed alquante gentildonne di Corte. Il monarca
d'Introibo, il despota di Exibo e l'autocrate d'Antibo partirono
nottetempo dalla città per giungere a punto di giorno al ritrovo. Ma
Baldassarre aveva nei giorni precedenti, sotto colore di disporre tutto
per la caccia, mandati i loro seguaci spicciolatamente a scaglionarsi
con cavalcature fresche lungo la consolare, che conduceva alla
frontiera, la quale non era lontanissima. Alle sei del mattino, la
Rosmunda giunse a cavallo co' suoi nel luogo fermato; e la caccia
cominciò lietamente.
Secondo il pattuito, la intera comitiva doveva ritrovarsi a cena, verso
le nove pomeridiane, nella Reggia di Scaricabarilopoli. E che cena, che
cena avevano preparata i maestri di bocca, i cuochi, i cucinatori, i
guatteri, i pasticcieri, i sorbettieri di Corte! che vivande! che
intingoli! che savori! che vini poi! quanta grazia di Dio! C'era di che
soddisfare la fame rabida del cacciatore e da solleticare il palato d'un
gastronomo sazio! Tutti aspettavano: ma si fanno le nove, e non giunge
nessuno; suonano le dieci, nessuno; siamo alle undici, nessuno; scocca
la mezzanotte, nessuno; canta il gallo, nessuno; albeggia, nessuno;
spunta il sole, nessuno. E quel ch'è peggio, non un messo, un corriero,
che recasse notizie. Cosa mai poteva essere accaduto alla principessa
Rosmunda, ed alla intera comitiva? Il povero padre, che non aveva chiuso
occhio tutta la nottata, e solo verso mezzanotte, per non venir meno, si
aveva mangiato un cestello di frutta di mare, (ostriche, angine,
fasolari, cannolicchi), un consumato, un pasticcio di fegato d'oca, una
fetta di timpale, del pesce in bianco, quattro costolette di cervo coi
piselli, dei petti di pollo ai tartufi, un ponce alla romana ed un po'
di cinghiale arrosto, il povero padre, dico, stava sulle spine. Manda
corrieri, spedisce aiutanti: non tornano. Finalmente, disperato, chiama
il capitano, che in quel giorno comandava la guardia a Palazzo e gli
dice:--«Figliol mio, qua dev'essere accaduto una gran disgrazia certo.
Fammi il piacere: raduna il tuo squadrone. Non importa che la Reggia
rimanga sguernita; basta la guardia nazionale. Corri alla macchia di
Valquerciame; frugala tutta, percorrila in ogni senso, per ogni verso,
informami d' ogni scoperta con qualche ordinanza e non tornare senza la
Principessa. Ha' tu inteso?»
--«La Maestà vostra sarà obbedita. Comanda altro?»
--«Va figliuol mio, che Dio ti benedica. Come ti chiami?»
--«Maestà, sono un trovatello educato per carità da una buona vecchia.
Mi han posto nome Sennacheribbo Esposito. M'arrolai volontario; servo da
undici anni; mi han conferita una medaglia d'oro per una bandiera presa
al nemico; son capitano di cavalleria di seconda classe con
dugentoventitrè lire e trenta centesimi al mese e due razioni di
foraggio».
--«Va, Sennacheribbo;»--disse Maestà, chiamandol gentilmente pel nome e
non pel cognome, quasi ingiurioso, come quello, che gli doveva
rammentare d'esser _filius nullius_,--«Va, Sennacheribbo mio, non perder
tempo. E se mi riporti o riconduci sana e salva la figliuola mia, ti
giuro che nessuno sarà quind'innanzi al di sopra di te nel mio Regno».
--«Il servire la Maestà Vostra è premio a sè stesso».
E senz'altro dire, fatta riverenza al Re, Sennacheribbo scese, al corpo
di guardia, chiamò il trombetta e fece sonare a raccolta. Venti minuti
dopo, lo squadrone partiva, galoppando per alla volta di Valquerciame.
Lasciamolo galoppare e vediamo di appurar più pel minuto la storia di
Sennacheribbo Esposito, capitano di seconda classe nel quinto reggimento
Dragoni della Maestà del Re di Scaricabarili.
Lo Esposito non aveva detta cosa al Re Zuccone, che non fosse vangelo.
Egli era un trovatello, raccattato un bel mattino per istrada da una
donnicciola, che un altro poco il calpestava nell'uscir di casa.
Rinvoltato in poveri cenci e sudici, vagiva lamentevolmente. La vecchia
sel recò a casa, il fece allattare da una capra e sel tirò su ed il fece
andare a scuola e lo amò proprio come figliuolo. Sperava farne un buon
operaio, che fosse il bastone della vecchiezza sua, perchè già,
l'affetto de' genitori più o meno, ha sempre della speculazione.
Sennacheribbo ascoltava a bocca aperta i racconti, che si facevano nelle
veglie; e sognava di figliuole di Re incantate, che dovevano esser
liberate dal suo valore. Quando a scuola gli cominciarono a spiegare le
prodezze di Ercole e degli altri Semidei, non pensava ad altro; e
piangeva di essere ancor bambino e di non poter girare pel mondo,
emulando i grandi esempli di valore antico. Quando fu più grandetto e
capì passati irrevocabilmente i tempi eroici, fu per lui un disinganno
amaro. Aborriva dall'ozio, ma il lavoro servile dell'operaio gli
ripugnava: aveva bisogno di faticare per guadagnarsi un tozzo di pane e
fretta di cessare di essere a carico della sua benefattrice; sentiva
profondamente la mortificazione di essere un projetto (Re Baldassarre
d'Introibo avrebbe detto, un _projettile_) d'essere un projetto,
allevato per carità, e non meno profondamente la riconoscenza verso
colei, che aveva supplito a' genitori suoi. Frattanto scoppiò una
guerra; egli poteva aver da quindici in sedici anni, ma era alto e
forte, come se non ne avesse contati meno d'una ventina. Vedendo i be'
reggimenti, che sfilavano al suono delle bande e delle fanfare e si
recavano al campo; vedendo tanti giovani arrolarsi allegramente; egli si
crucciava. Abbandonar secretamente la madre adottiva non osava;
manifestarle il desiderio di marciare nemmanco: e, per non affliggerla,
si macerava. La buona donna però, preoccupandosi della tristezza di
Sennacheribbo, che dimagrava, dimagrava e perdeva ogni freschezza di
carnagione e l'appetito, ed amorosamente osservando e notando, giunse a
discoprire qual baco il rodesse. Era poverella e vecchierella e d'umil
condizione, ma non di sensi volgari: sapeva amare con disinteresse e
devozione, sapeva. Aveva accolto ed educato quel fanciullo, sperando
farne il bastone della sua vecchiaia; ma seppe sacrificare senza
esitazioni la sua speranza, i suoi disegni, al bene di lui, alla
contentezza di lui. Raggranellò alcuni suoi piccoli risparmii, chiamò il
giovane e gli disse:--«Ho scoperto il tuo desiderio. Grazie di averlo
combattuto per amor mio. Segui il tuo genio. Non ti dico di
risparmiarti, perchè non sarebbe consiglio da darsi ad un soldato. Se
t'incoglierà qualche male, sta certo che la mamma tua non ti
sopravviverà. Torna, torna presto; torna illeso e glorioso; e non
dimenticar mai la povera vecchia, che non ha altra gioia che te».
Sennacheribbo abbracciò la madre, piangendo e giubilando; rifiutò i
quattrini; corse ad arrolarsi; e partì la sera stessa pel campo. Mandò
una prima lettera, che la povera donna rilesse cento volte; e poi,
affaticato dalla istruzione prima, e quindi dal servizio, smise di
scrivere, non riflettendo ai palpiti, che doveva provar la sua
benefattrice. Succedettero scaramucce e fatti d'armi, ai quali prese
parte, e finalmente una battaglia campale sanguinosissima, dove rimasero
molte e molte migliaia di combattenti, ma che fu vinta dagli
Scaricabarilesi. Parecchie vicine della madre adottiva di Sennacheribbo,
le quali avevano figliuoli o mariti o fratelli sotto le armi, avevano
ricevute le nuove de' loro ed erano uscite d'ambascia: ella sola non
sapeva nulla del suo diletto, se fosse superstite o soggiaciuto. Il
Generalissimo spedì, per presentare a Re Zuccone le bandiere conquistate
sul nemico, una deputazione, il cui ingresso in Iscaricabarilopoli fu
una vera festa nazionale. Tutta la popolazione le corse incontro per
vedere que' trofei; per consolarsi, con la vista di quei trofei, de'
lutti e del sangue, che costavano. Ma la povera mamma di Sennacheribbo,
dubbia ancora del fato del figliuolo, stimando pure di non potere se non
augurar male di un silenzio troppo protratto, stette tappata in casa,
piangendo e disperandosi, e quasi imprecando alla gioia universale che
esacerbava le sue lagrime. Cominciava ad annottare, quand'ecco sente
bussare indiavolatamente all'uscio.--«Chi sarà mai?»--s'alza, chè stava
filando presso una lucerna fumosa, guarda da una piccola grata e vede
sul pianerottolo un ufficiale di cavalleria, col braccio fasciato ad
armacollo, che batteva impazientemente la solfa con gli stivali
speronati.--«Oh! pover'a me! sarà qualche seccatura di alloggio e non
alloggio».--Apre e l'ufficiale le salta al collo e l'abbraccia stretta.
Essa lascia cader la rocca, tenta di svincolarsi e grida _accorr'uomo!_
Per tutta la scalinata si spalancano gli usci, accorrono vicini, e che
trovano? Trovano Sennacheribbo, che stringeva la madre al petto e le
diceva dolcemente:--«Come, non riconoscete più il figliuol vostro non
riconoscete, mamma? Non mi volete dar manco un bacio? Oh così va bene.
Ma piano per carità, piano, che ho questo braccio qua ferito. Oh che
buona mamma mia!».
Era proprio lui, Sennacheribbo, lui proprio, quel desso! Ferito sì, ma
con una medaglia d'oro sul petto ed uffiziale. Bagattelle! Altro che
risparmiarsi! S'era precipitato come un demonio tra le file nemiche,
conquistando una delle bandiere, che il Generalissimo lo aveva mandato a
presentare al Re, insieme con parecchi altri gloriosamente feriti. Ora
la madre sicuro che il riconosceva! e, mezzo impazzita dalla gran
consolazione, non rifiniva mai dal carezzarlo, dal vezzeggiarlo, dal
dirgli tante belle cose. Ed i vicini e le vicine a fargli corona e festa
e plauso; ad ammirare ed interrogare, a curiosare ed importunare.
--«Senti, mamma; era venuto a chiederti da dormire: sono quattro mesi,
che non ho provato un letto ammodo».
--«C'è il tuo lettino. Vi metterò le lenzuola di bucato, profumate di
spiganardo».
--«Ma chi va a letto senza cena, tutta la notte si dimena. I miei
compagni sono andati al banchetto del quale il Sindaco si fa onore alle
spese dei contribuenti; io no: ho voluto venir qua da te. Che mi dai?».
--«Oh poveretta me! Non ho se non un po' di pane stantìo e del cacio di
pecora. E come si fa? Tutte le botteghe son chiuse!».
--«Porta qua, che ci ho un appetito militare. E condito da questa salsa
ed in tua compagnia, il pan raffermo ed il formaggio mi sapranno meglio
d'ogni manicaretto».
--«Ma perchè non mi hai scritto? Avresti trovato qualcosa di caldo
almeno!»--dice la povera donna. E non osò soggiungere per non
mortificare Sennacheribbo,--«e mi avresti risparmiate tante angosce!».
--«Oh sì, scrivere! scrivere io! se tu sapessi, mamma, quanto pesa la
penna alle mani avvezze a trattar la sciabola. Preferisco dar la scalata
ad una piazza, anzichè scrivere due righi».
Ho voluto riferirvi questa scenetta particolareggiatamente, acciò vi
persuadeste, che Sennacheribbo, in fondo, era un buon figliuolo ed un
bravo soldato. Ed ottimo soldato si era dimostro sempre in prosieguo e
bravissimo figliuolo. Da sottotenente passò luogotenente, da
luogotenente capitano, amato dai compagni, stimato dai superiori,
modello proprio dell'ufficiale zelante. Ma, da qualche tempo, aveva
perduta l'ilarità naturale; era divenuto pensieroso e malinconico; non
professava più l'usato disprezzo pei libri, anzi leggeva di continuo e
recitava versi; fuggiva i compagni, e si dilettava nel passeggiar
solitario al chiaro di luna. Lo dicevano innamorato. Ma di chi? Vattel'a
pesca! Il fecero spiare, il tenner d'occhio; ma nessuno potette mai
scoprire la signora del cuor suo. Non un indizio, nonchè un principio di
prova, fu possibil di raccorre. A chi tentò di barzellettar seco
sull'argomento, fece quasi paura, tanto andò bestialmente in collera;
sicchè nessuno osò mai più ritoccar quel tasto. L'umor tetro di lui era
raddoppiato, dopo il bandimento del concorso matrimoniale per la
Principessa. Scansava di ragionarne e solo emetteva qualche tronca
bestemmia, quand'altri toglieva a discorrere, ed aveva più volte
dichiarato, che, espletato il concorso, quando avesse a rendere omaggio
com'a Re ad uno qualunque di quei proci, darebbe le dimissioni. Abbiamo
già riferite le parole profferite da lui nel giorno del tumulto contro
l'autocrate d'Antibo, parole, che, per la benignità del colonnello, gli
fruttarono solo un mese di arresti di rigore. Era appunto la prima
volta, che montava la guardia, dopo scontato quel mese di arresti,
quando venne chiamato da Re Zuccone e mandato in cerca della Principessa
smarrita.
Galoppa galoppa, senza mai far alto, lo squadrone giunse in una tratta
alla macchia di Valquerciame e precisamente al punto, ch'era stato il
luogo del convegno dei cacciatori. Lì Sennacheribbo te lo spartisce in
tante pattuglie, in tanti pelottoncini, per battere la selva in ogni
direzione. Imboscano con le debite cautele, come se eseguissero una
ricognizione. Cammina, cammina, ecco, dopo lungo andare, nel più folto
della macchia sentono rammaricarsi, un gemere compresso. Seguono la
direzione, onde venivano i lamenti, e veggono e trovano, che mai uomini
e donne legati agli alberi con salde ritorte ed imbavagliati. Erano i
gentiluomini e lo gentildonne di Corte, venuti alla caccia in compagnia
della Rosmunda, per farle seguito codazzo, corteo, scorta. La triade
regio-brigantesca li aveva fatti imbavagliare, legare ed abbandonar lì:
perchè, a condurli via, sarebbe stato un impiccio; ed ammazzarli, una
crudeltà supervacanea; ed a lasciarli liberi, avrebbero divulgato troppo
presto la notizia del ratto. I maligni dicono, che parecchi tra
gentiluomini ed i maggiorduomini... sbaglio, s'ha a dire maggiordomi e
maggiorduomini sarebbe troppo contrario al vero, che parecchi tra
costoro furono dolentissimi di non essere stati invitati a cooperare
all'attentato, e parecchio delle gentildonne scandolezzatissime di non
avere ispirato ancor esse idee di ratto. E stavan lì da meglio che
ventiquattr'ore, ed avevan passata la notte intiera intiera, battendo i
denti in nota di cicogna, crepando di fame, scoppiando di sete,
schiattando di paura. Il capitano li fece sciogliere, rifocillare alla
meglio e procedette ad uno interrogatorio. Dal quale, sebbene le
risposte di quella gente, poco svelta per natura, e più immelensita che
mai dal sonno e dallo spavento, fossero confusissime, risultò, che, una
ora all'incirca dopo cominciata la caccia, erano stati aggrediti e
sopraffatti da' satelliti de' tre sovrani stranieri, malmenati, affunati
ed abbandonati in quel modo con le sbarre in bocca. E la Principessa?
Anche lei era stata sacrilegamente manomessa: presa e tentando di
svincolarsi e difendersi con la coltella da caccia, aveva leggermente
vulnerato l'autocrate di Antibo. Ma, insomma, aveva dovuto cedere al
numero ed alla violenza: l'avevano legata in sella e portata via,
correndo a spron battuto verso Occidente, in direzione della frontiera,
insomma.
Sennacheribbo corso allo spiazzo, là dove gl'indicavano avvenuta la
lotta; e vi trovò di fatti l'erba calpesta, tracce di sangue, qualche
panno cruentato e qualche scampolo di fune. Vide brillare un
oggettucolo: corse a raccoglierlo. Era una legaccio con fibbia
d'acciaio, che evidentemente aveva dovuto staccarsi nel contrasto dalla
gamba o dalla coscia della Principessa; perchè veramente ignoro, se la
Rosmunda solesse allacciarsela al disopra o al disotto del ginocchio:
alcuni degli scrittori alemanni, che narrano le storie scaricabarilesi,
affermano l'una ipotesi, altri l'altra; ed io nel dubbio, son di parer
contrario. Sennacheribbo raccolse ed intascò quella reliquia della
rapita con maggior devozione certo, che Odoardo III d'Inghilterra non
provasse nel raccattar la giarrettiera della contessa di Salisbury; e la
lontananza della Principessa preveniva ogni pericolo che egli potesse
imitare la disadattaggine del Re ed essere costretto a rimediare con un
_Honny soit qui mal y pense_ ad un'alzata di sipario involontaria. Poi
pensò al da fare, e s'attenne al primo disegno, che gli si affacciò alla
mente e che stimò buono. Vale a dire d'inseguire i rapitori; lasciare,
che cavalli e cavalieri si riposassero per un quattro o cinque ore; e
poi, mettersi nella pesta dei tre Re, requisire cavalli di cambio per
via; sconfinare occorrendo; raggiungere i ladroni nelle loro tane; ma
non tornare indietro, se non ricuperata la Principessa, come il Re gli
aveva imposto. Era un giuoco difficile e rischioso: i plagiarii
avrebbero avuto circa trentasei ore di vantaggio, e dovevano aver prese
mille precauzioni per assicurare sè e la preda. Ma Sennacheribbo
calcolava appunto sulla sicurezza in cui dovevano essere, riposando su
questo vantaggio e queste precauzioni. Prese un soldato intelligente e
lo spedì alla Maestà del Re, latore d'un breve dispaccio ed incaricato
d'una lunga imbasciata. Ai gentiluomini ed alle gentildonne diede per
guida un taglialegna che li accompagnasse fuori della macchia. Ordinò ai
suoi uomini di inferraiolarsi e sdraiarsi per le terre e di riposare
alquanto, mentre alcuni comandati preparavano il rancio con la
cacciagione abbandonata da' tre Re.
Lui, Sennacheribbo, inferraiolato anche lui, si sdraiò anche lui per le
terre in disparte ed avrebbe voluto sonnecchiare e ristorarsi: ma che?
Non gli riusciva di chiuder occhio. Il sangue bollente gli scorreva
impetuosamente nelle vene, come metallo fuso ne' canaletti, pe' quali si
dirama nel gettarsi una statua. Le arterie delle tempie gli pulsavano
audibilmente al pensiero, che donna Rosmunda, per iniquo tradimento,
trovavasi in balìa, in potestà di tre malandrini senza coscienza. E, nel
silenzio di quella selva notturna, gli divenne chiaro per la prima
volta, confessò per la prima volta a sè stesso di essere innamorato
della Principessa. Non gli date del pazzo!; egli medesimo, stringendosi
sulla fronte il freddo fodero metallico della sciabola, chiedeva, se
avesse dato di volta? se un ramo occulto di follia si dichiarasse? Un
povero capitanellozzo di seconda classe, spiantato, orfano, esposito,
innamorarsi, ma quel che si dice innamorarsi perdutamente, della erede
di un Regno di seicencinquantaquattromila trecentoventun miglio quadrato
di superficie e con centoventitrè milioni, quattrocencinquantaseimila
settecentottantanove abitanti! Perchè non s'era presentato al concorso
matrimoniale? Appunto perchè non pazzo, appunto perchè consapevole della
distanza che il separava dalla sua donna. Amava disperatamente. Aveva
voluto negare a sè stesso quella passione aveva chiamato orgoglio
nazionale, zelo per la cosa pubblica, devozione alla dinastia, fervore
per l'onore di Casa Reale, cura per la felicità della figliuola de' suoi
Re, l'odio concepito contro i ridicoli proci ed abominevoli. Ma ora non
poteva dissimularselo: era gelosia bell'e buona. Le passioni conculcate
e contrastate divampano con veemenza maggiore: era gelosia frenetica.
Nello agitarsi, sentì in tasca un fagottino, che, stretto fra il suolo
ed il femore, gli dava noia. Era il legaccio della Principessa. Cacciò
fuori quel gingillo, che aveva toccate le belle membra della sua donna:
e si propose di non manifestare ad alcuno quel ritrovaticcio; di
custodirlo segretamente come l'avaro che fa del tesoro; di portarlo sul
petto in quella impresa avventurosa, che, secondo ogni probabilità,
doveva riuscirgli funesta, come un talismano. Lo guardò, lo considerò;
vi piovve sopra alcune lagrime virili; se l'avvolse al collo; se
l'avvolse intorno al polso destro, intorno al sinistro; e, senza saper
quel che si facesse, lo baciò.
Non appena l'ebbe tocco con le labbra, ecco scuotersi la terra ecco il
barbaglio d'un lampo, ecco brontolare il tuono. Una folata di vento
stormì di improvviso per la foresta. Ed il giovane sorpreso, nell'alzar
gli occhi si vide dappresso una donna leggiadrissima, tutta velluti e
trine e gemme, la quale diffondeva intorno una luce vividissima, tanto
da rischiarare splendidamente il bosco e da fare impallidire la luna che
spuntava roggia ed immensa. Sennacheribbo la squadrò dapprima attonito;
ma vinta la prima impressione di stupore, da quel cortese ufficiale che
egli era, balzò in piedi, si cavò il cimiero, le fece un inchino
umilissimo e chiese in che potesse servirla, alla bella incognita.
--«Veramente, io dovrei far io questa domanda»--gli fu risposto.--«Non
mi hai tu chiamata?».
--«Chiamata? io? come? quando? e perchè avrei dovuto chiamarla, se da
poi ch'io l'ho data a balia, non l'ho più vista? se ignoro persino il
suo riverito nome?»--replicò Sennacheribbo, impermalito un po' di quel
_tu_ famigliare.
--«O non ti sei tu cinto quel legaccio intorno al polso sinistro e non
l'hai baciato?».
Il povero capitano si fece _ponzò_, come un ladruncolo catacolto in
flagranti. Divenne burbero:--«Scusi, madama, chi le dà il dritto
d'immischiarsi nelle mie faccende, di spiare i fatti miei? Sacristia!
cosa importa a lei quel ch'io fo e quel ch'io non fo? Questo affare a
lei punto non appartiene. O per Bacco, forse che io la interrogo sul
perchè va gironzoni a quest'ora sola soletta nella macchia? faccia il
comodo suo; ed io e gli altri fare il proprio, cattera! E il tu, lo
serbi per i suoi domestici, sa ella? O guarda un po' cosa capita..».
La formosissima sconosciuta sorrise:--«Ma, capitano, signor capitano, è
Vossignoria che mi viene a disturbare. Io sono la fata Scarabocchiona:
della quale avrà senza dubbio inteso parlare, santola della Principessa
Rosmunda. E le fate non parlano in terza persona a nessuno, anzi in
seconda singolare a tutti, persino a Dermogorgone, ch'è il Re loro. Quel
legacciuolo è incantato di tal sorta, che, legandolo al polso sinistro e
baciandolo, mi si costringe ad apparire; mi trovassi lontana centomila
miglia, fossi occupata a... (stavo per dire una corbelleria) mi è forza
di apparire immediatamente. Lo avevo regalato alla mia figlioccia; e
strasecolo, nel ritrovarlo al polso di un capitano di cavalleria con
tanto di baffi. Che malgrado le mie fatazioni la Rosmunda m'abbia a
riuscire una scapatella?».
--«Ah, signora fata»--sclamò Sennacheribbo raumiliato,--«scusatemi
tanto! Avrei dovuto riconoscervi subito dalla bellezza e dalla maestà
vostra sovrumana. Perdonatemi! mi vedete turbatissimo, fuori di me. E
poi non sapevo nulla nulla della fatazione della legaccia».
La fata era donna: Sennacheribbo le apponeva carne di lodola; n'era
ghiotta, come tutte, e sorrise compiaciuta:--«Ma chi ti ha data la
legaccia?».
--«L'ho rinvenuta qui per le terre»--disse il giovane, e le narrò ogni
cosa: la caccia; il ratto della Rosmunda; e l'intenzione sua di
racquistarla o morire. E disse in modo, che palesava quanto gli stesse a
cuore la Principessa e quale altro affetto, e più potente che devozion
di suddito, lo stimolasse a quell'ardimento. Ah non sempre riesce il
dissimulare!
La fata Scarabocchiona ascoltò tutto attentamente e comprese quel, che
il signor capitano taceva. Cavò di tasca un suo libretto di marocchino a
fermagli d'oro e legato alla cintura con una catenella d'oro a grandi
anella, lo aperse, lo percosse con la sua verga criselefantina di
squisito lavoro, lo scartabellò, mormorando sempre:
Per questa verga magica,
Pel nome del Re nostro,
Libro degli incantesimi,
Dal tuo sincero inchiostro
Dove que' prenci fuggano
Tosto mi sia dimostro.
E poi lesse alcune pagine sotto voce. Rivolgendosi quindi al
capitano:--«Come farai per raggiungere que' rapitori, prima che siano in
salvo nel girone di qualche fortezza antiboina, exiboina od introiboina?
Sai quanti chilometri di vantaggio hanno?».
--«Circa trentasei ore; farò sferzare e sforzare i cavalli; li farò
cambiare per amore o per forza, con le buone o con le brutte, durante la
corsa; giungerò con dieci uomini, giungerò solo; ma giungerò, voglio
sperare, se non per liberare la mia Principessa, per ammazzare almeno
uno de' tre monarchi e per esser trucidato sotto gli occhi di lei».
--«Sai la strada battuta da' tre Re?».
--«Ne ritroveremo le orme, le vestigia; prenderemo lingua,
c'informeremo, cammin facendo. Non si tratta mica d'una brigatella, che
possa passare inavvertita affatto».
--«Que' ladroni galoppavano verso i confini d'Antibo. Per quanto
isferzassi ed isforzassi i cavalli, per quanto li cambiassi, non
potresti raggiungerli mai, tanto sono montati meglio di te e de' tuoi, e
tanto è il vantaggio, che han preso. E poi, scusami, morire senza
ottener l'intento e sapendo, che non può ottenersi per quella via,
sarebbe ragazzata».
--«Sua Maestà mi ha imposto di non tornare senza la nostra Principessa».
--«Ed io ti giuro, che, se non fossi qua io per assisterti, non tornare
potresti bene; ma tornare con esso lei non ti riuscirebbe. Ma io
toccherò dragoni e cavalli con questa mia verghetta criselefantina e ne
ventiquattruplerò le forze. Va, chiama il tromba, fa che lo squadrone si
raduni e salga in arcioni, e precipitati a galoppo sfrenato dietro il
fuoco fatuo, ch'io ti darò per guida.» E, così dicendo, percosse il
suolo con la magica bacchetta criselefantina, mormorando:
Da le profonde viscere
Di acquitrinoso suolo,
Levati, o fuoco fatuo,
Splendido e ratto a volo.
Immediatamente un bel fuoco fatuo, dalla fiamma azzurrina, ristette fra
le piante della macchia ad una ventina di passi da' due: tremolava,
oscillava, dondolava, s'incurvava, balzellava lievissimamente, come la
fiamma di una candela in mano di fanciulla che cammini pian piano,
guardinga. La fata proseguì:
Dove quei cani prencipi
Traggon la mia diletta
Questo drappello vindice
Pronto a guidar t'affretta;
Fa che agli empi sollecita
Incolga aspra vendetta.
Poi, rivolta a Sennacheribbo:--«Attergati a questa fiammella, senza
alcun sospetto, con la stessa fede cieca con cui ti si attergherà il tuo
squadrone. Quando la vedrai fermarsi e sparire, sappi che hai raggiunti
i rapitori della Rosmunda. Dipenderà dal tuo valore, dalla tua prudenza,
il liberare allora la Principessa. Io posso consigliar gli uomini ed
agevolar loro le imprese difficili e renderle possibili; non compierle
in vece loro io. A rivederci. Se hai bisogno di me, trovandoti
negl'impicci, sai pure come chiamarmi. Ma non farlo alla
leggiera».--Così detto disparve.
Sennacheribbo si rimase estatico, trasognato, strasecolato,
strabiliando, irresoluto, infraddue, non sapendo che si fare, a che
risolversi, a qual partito appigliarsi, che pensare di quell'avventura e
di quell'apparizione. Ed avrebbe stimato tutto immaginazione, sogno,
visione, illusione, allucinazione, fantasmagoria, se non si fosse veduto
a venti passi quel fuoco fatuo irrequieto, che andava e veniva su e giù,
che tremolava, oscillava, dondolava, s'incurvava, s'assaettava,
balzellava, come impaziente d'incamminarsi. Fidare in un fuoco fatuo,
sceglier per guida una meteora, non sembrava al capitano veramente il
più savio dei consigli, anzi vi ripugnava, come da cosa affatto
contraria a tutte le consuetudini delle truppe in marcia. E poi, come
applicare il Regolamento? come porgli allato due cavalieri con ordine
d'ammazzarlo al primo sospetto di tradimento, alla prima velleità di
fuga? E trascurando le precauzioni imposte da' regolamenti, non
incorreva forse nelle pene comminate dal Codice militare? non assumeva
una tremenda responsabilità? Poteva avvalersi degli spionaggi della fata
Scarabocchiona? E chi gli assicurava che fosse proprio lei quella donna?
Ci son tanti che negan persin l'esistenza delle fate! D'altronde il
desiderio di pur salvare la Principessa, cosa affatto impossibile (dovea
convenire) co' suoi mezzi naturali a sua disposizione; la tema di
passare per pauroso agli occhi di quella sedicente fata e del fuoco
fatuo istesso; la brama di adempiere e di obbedire alle raccomandazioni
di Re Zuccone; sopratutto poi l'amore e la gelosia, lo stimolavano a
profittare della scorta e dell'aiuto soprannaturale.--«Per mal che la
vada cosa può accadermi, eh? Che questo fiammazzurro mi conduca a
scavezzarmi il collo in qualche dirupo? Vada per lo scavezzacollo! Che
mi conduca ad affogar con l'intero squadrone nella mota d'un qualche
pantano? Vada per lo affogamento! Più che una volta non si muore.
Tromba, ehi tromba!».
--«Capitano!».
--«Suona la sveglia! suona a raccolta! Svelti, figliuoli! A cavallo e
seguitemi! Viva la Principessa donna Rosmunda!».
Ufficiali e bassaforza, furon tutti desti e pronti in un batter
d'occhio. Cattera, la fata Scarabocchiona li aveva tocchi con la verga
d'oro e d'avorio, ventiquattruplandone il vigore, il valore, la
disciplina, l'ardire, sicchè si sentivano da più di loro, più che
uomini. I destrieri vergheggiati anch'essi alla criselefantina,
nitrivano, innivano, scalpitavano, scodinzolavano, scuotevan le giubbe,
drizzavan le orecchie, tutti brio. Anch'essi valevan ventiquattro volte
più di prima. Era una bella notte serena, stellata: i cani uggiolavano,
gli allocchi bubbolavano, gli assiuoli chiurlavano, le civette
squittivano, i cuculi cuculiavano, i gufi gufeggiavano, le rane
gracidavano, i grilli grillavano, altri insetti stridevano e gli
usignuoli gorgheggiavano; mille diverse fragranze balsamiche ed
aromatiche, mille odori, mille profumi, mille olezzi impregnavano
l'aria; le stelle scintillavano, la luna rischiarava, i fuochi del
bivacco divampavano, le lanterne dello squadrone splendevano, ed il
fuoco fatuo brillava con dolce luce ed azzurrognola, tremolando,
oscillando, dondolandosi, incurvandosi, assottigliandosi, ballonzolando,
dimostrando con tutti i modi che madre natura ha concessi a' fuochi
fatui, l'impazienza di prender l'abbrivo. Finito l'appello, messi gli
uomini per due, Sennacheribbo gli si rivolse e disse:
O splendida meteora,
Eccoci pronti! Orsù,
Dacci il segnale, muòviti
Non indugiam di più.
Per vie battute e impèrvie
Selve, di su, di giù,
Donna Rosmunda guidaci
A trar d'affanno tu!
Il fuoco fatuo si mosse, con velocità iniziale poco minore di quella
d'una palla scagliata dal cannone liscio di ventiquattro, e dietro tutto
lo squadrone, come se caricasse. I cavalli spiccavan salti di
ventiquattro metri l'uno, anzi salti della distanza, che separa due pali
del telegrafo. Sarebbe stato uno spavento il vedere ed udire questa
massa nera, preceduta da una fiammella azzurrina, che passava con
l'impeto della tempesta, con lo scroscio del tuono, come una tromba
fragorosa e gravida di folgori: ma era notte fitta, ed i campagnuoli, i
contadini, i villani, gli agricoltori, i zappaterra, russavan tutti nei
tugurii. Galoppa, galoppa, galoppa; vola, vola e vola; divorarono le
tante miglia che conducevano alla frontiera del Regno. Frontiera, che il
monarca d'Introibo, il despota d'Exibo e l'autocrate d'Antibo avevan
frattanto già varcata con la bella prigione.
Rosmunda! Aveva tentato di difendersi, di svincolarsi e persino
vulnerato con la coltella da caccia Re Guasparre; aveva poi tentato di
fuggire; ma tutto indarno! l'avevano inbavagliata, ammanettata,
impastoiata, incapestrata, e gittata, e legata per la cintura,
trasversalmente sulla sella: con le braccia dietro, come un sacco di
grano e via! I cavalli eran lanciati al gran galoppo, e venivan mutati
ad ognuna di quelle stazioni, che il prudente autocrate aveva
scaglionate lungo la consolare. I tre, giunti sul territorio antiboino e
stimandosi ormai al sicuro da ogni inseguimento e sentendosi
stanchissimi da quella cavalcata a rompicollo, risolvettero di fare un
alto, anzi di far tappa e di riposarsi alla prima osteria. Di fatti
entrarono AL GALLO D'ORO, BUON VINO E BUON RISTORO, ALLOGGIO E
STALLATICO; che aveva per insegna un gran galletto giallo scarabocchiato
sul muro, accanto alla frasca canonica, col motto:
Quando questo canterà
Credito si farà,
Oggi no, domani sì;
Patti chiari, amici cari.