B. C.

C'era una volta un Re di Scaricabarili, vedovo e padre di figliuola

unigenita, bella quanto il sole. E, dicendo _bella quanto il sole_, par

che si dica quel più che può dirsi. La Rosmunda, ereda presunta del

trono scaricabarilese, portava due grandi occhi bruni in fronte, che

innamoravano; ed in capo una chioma lunga e folta tanto, che avrebbe

potuto vestirsene. La voce di lei sembrava una musica, ammaliava.

Sebbene andasse appena pe' sedici anni, le sue movenze eran tutta grazia

e disinvoltura, non aveva il solito fare impacciato delle giovanette. Nè

poteva rinvergarsi od immaginarsi la più colta ed assennata

principessina in tutto l'universo mondo. E buona e caritatevole era:

dovunque accadesse una sventura, si era sicuri di vederla giungere,

recando consolazioni, distribuendo elemosine e sussidii e quelle parole

di conforto, spesso più giovevoli di maggiori ajuti materiali, le quali

sole hanno virtù di rasciugar le lacrime, di rasserenar gli animi.

Figuriamoci come il popolo intero dovevano tener cara questa donna

Rosmunda! Non si sarebbe trovato nel Regno uno, che le volesse male! I

sudditi travedevano per lei. Ed ella, conscia di tanto amore, era

tuttogiorno in giro senza compagnia, senza scorta, senza corteggio,

senza seccature, certa di non incontrare se non reverenza ed ossequii.

Frattanto il padre s'apparecchiava a darle marito.--«Io mi son vecchio;»

pensava Maestà.--«Più che vecchi non si campa: oggi o domani mi toccherà

a tirar l'aiuolo. Una volta ch'io sia andato a rincalzar cavoli, che ne

accadrà di questa ragazzaccia? Posso lasciare senza scrupolo il Regno ad

una fanciulla inesperta? Quando regnan le donne, i sediziosi si

accrescono degl'innamorati. La Rosmunda è savia: pur che la duri! La

Rosmunda è buona: ma non si governa con la volontà d'animo; non si

reprimono o scongiurano le insurrezioni con un bel par d'occhi; non si

rintuzzano e sconfiggono gli eserciti nemici, sciogliendo all'aura i

capei d'oro. Con questi vicini, con questo popolo, con questo

Parlamento, con questi uomini politici, e' ci vuole la mente ed il polso

d'un uomo. Provvediamoci a tempo: senza fretta precipitosa; ma... chi ha

tempo non aspetti tempo».

Parlò del suo divisamento alla figliuola, che veramente non aveva ancora

pensato al matrimonio, ned altro ambiva se non rimanersene eternamente

libera e felice, com'allora.--«Ci ho voi di amare e mi basta, babbo.

Tanta fretta avete di sbrigarvi di me? E che bisogno c'è d'un marito?

L'Elisabetta d'Inghilterra non se l'è cavata male, eppure seppe farne

senza. E gli scaricabarilesi sono concordi nell'amarmi».--Pure,

assennata come era, la Rosmunda finì per arrendersi ai voleri paterni;

ed ammettere in principio, ch'era espediente ed urgente il munirsi d'un

consorte.

Ma chi scegliere? Veramente, di proci non si penuriava. Tutti i Re da

corona o spodestati, tutti i Principi reali del mondo, sarebbero stati

prontissimi ad impalmare una donnina bella quanto il sole, la quale

recava in dote il Reame di Scaricabarili, con seicencinquantaquattromila

e trecenventun miglio quadrato di superficie e cenventitrè milioni

quattrocencinquantaseimila, settecentottantanove abitanti (secondo

l'ultimo censimento ufficiale). E i sovrani dei tre Regni confinanti: il

monarca d'Introibo, il despota di Exibo e l'autocrate d'Antibo, avevano

già richiesta officiosamente, ciascuno per conto proprio, la mano di

Donna Rosmunda, dichiarandosi innamorati cotti per fama e per ritratto

della perla scaricabarilese (così la Principessa veniva chiamata da'

poeti aulici). Ma (c'era un ma) il guaio era che la perla

scaricabarilese non si sentiva nient'affatto proclive ad innamorarsi

della fama o del ritratto di alcuno di quei tre proci. La ragione n'è

facile ad assegnarsi: il monarca d'Introibo era gobbo, il despota di

Exibo era zoppo, l'autocrate di Antibo era guercio; questo riguardo al

corpo, al fisico, come suol dirsi. Il monarca d'Introibo aveva fama di

sciocco, il despota d'Exibo veniva reputato vigliacco, l'autocrate

d'Antibo era in voce di crudelissimo; questo riguardo agli animi, al

cosiddetto morale. La Rosmunda, potendo senza irragionevolezza

attendersi a trovar meglio, avrebbe scartati tutt'e tre senza molto

riflettere: ma ciascun d'essi era un Re possente, ciascun d'essi

assoldava un esercito poderoso ed aveva lasciato chiaramente

sottintendere che farebbe un _casus belli_ del rifiuto. Come regolarsi?

Tutti e tre, già, la Principessa non poteva sposarli. Preferirne uno, il

men cattivo, equivaleva a sacrificarsi barbaramente, dando un pessimo

signore al paese ed appiccando guerra con gli altri due. Dar le pere a

tutti e tre, significava averli tutti e tre sulle braccia, ed esporre il

Regno di Scaricabarili agli orrori ed a' pericoli d'un conflitto

micidiale contro una coalizione fortissima. La povera della Rosmunda

impetrò dal padre un pò di respitto per ben ponderare prima di

risolversi. E questo tempo passava piangendo, crucciandosi, disperando e

non sapendo a qual partito appigliarsi.

Un giorno, mentre stanca di piangere passeggiava sola sola nel più opaco

boschetto ed appartato del giardino reale, vide sopra un sedile rustico

una figura di vecchierella da muovere a compassione ed a raccapriccio

chiunque. Era una nanerottola scrignuta, con le grucce; curva che il

mento quasi toccava le ginocchia; tutta grinze, crespe e rughe; con gli

occhi scerpellati e cisposi; senza sopracciglia; con la zucca tignosa e

calva; con la pelle chiazzata e piena di croste purulente; scarna e nera

come una mummia; mal coperta da cenci lerci, che brulicavano d'insetti.

Questo mostricino stese la mano e la Rosmunda subito, senza dimostrar

punta nausea, si frugò nelle tasche e le porse quanti spiccioli vi

trovò. La vecchierella, preso il denaro, e ringraziato con voce stridula

e tremante, soggiunse: «Grazie di quest'elemosina, è carità fiorita. Ma

l'Altezza Vostra potrebbe beneficarmi viemaggiormente se volesse!».

--«Dite pure, buona donna; ormai non mi riprometto altro al mondo che di

procacciar qualche piacere altrui».

--«Io sono decrepita; ed ho tanti malanni addosso che basterebbero a

sotterrare una giovane: tiro il fiato co' denti. Tra pochi giorni non ci

sarò più. Ma morrei contenta se mi toccasse una consolazione prima di

andare a Patrasso. Oh se l'Altezza Vostra volesse!..»

--«Cosa ch'io possa!»

--«Può, può; basta che voglia».

--«Allora... Di che si tratta?»

--«Vegga l'Altezza Vostra: io, ho novantanove anni, ed ho sempre

stentato al mondo o sofferto e servito: sempre sono stata maltrattata e

schernita. La vita mia è sempre appunto il contrario della vostra, di

voi che siete accarezzata ed ossequiata da tutti, che non avete mai

sperimentato cosa sia bisogno e penuria, che innanzi di aver finito di

esprimere un desiderio lo vedete già adempito. Prima d'esser buttata nel

carnaio vorrei scialarla un giorno solo; ed in quel giorno assaporar

tutti i comodi della vita; e che l'Altezza Vostra stessa m'accudisse,

attendesse a servirmi per quella giornata lì».

La domanda indiscreta della vecchiarda fece dapprima quasi ribrezzo alla

Principessa. Una richiesta siffatta ne offendeva l'orgoglio legittimo ed

i sensi delicati. La figliuola d'un Re di corona, l'ultima discendente

di cinquanta sovrani, l'erede del Regno di Scaricabarili, la futura

dominatrice di 654,321 miglio quadrato di territorio e 123,456,789

sudditi (secondo l'ultimo censimento ufficiale), educata come a nobil

principessa s'appartiene, abbassarsi a prestar cure servili ad

un'accattona, alla più umil persona dell'infima plebe! Come, lei, donna

Rosmunda, sempre linda e schifiltosa, sempre profumata d'acque nanfe,

toccar quelle caccole, quelle croste, quelle gromme, quella tigna,

quella scabbia, que' cenci sordidi e puzzolenti!, esporsi a prender

quelle malattie schifose!, sentir trasmigrare nella propria biancheria,

sul proprio corpo, nella bella capigliatura, i pidocchiacci, i

cimicioni, le pulci, gli àcari, tutte le generazioni di insetti che

formicolavano sopra e sotto la cute della vecchiarda! Brrrrr!, c'era di

che svenire al solo pensiero! E la Rosmunda stava per rispondere

sdegnosamente alla mendicante ch'ella era matta, che si facesse in là,

che non ardisse toccarla, che chiamerebbe gente per espellerla dal

giardino e condurla al manicomio..., ma poi, riguardando quell'avanzo

del tempo e della miseria, si sentì rintenerire. Vide una tale agonia,

una tale intensità di brama espressa in quegli occhi, in quel volto che

ebbe a impietosirsene. Cominciò a pensare:--«Poveretta! costei ha

tribolato novantanov'anni continui, miserrima, scontraffatta,

malaticcia, zimbello di tutti, litigando con la fame, senza gustare una

dolcezza, senza impetrar mai soddisfatto un voto suo, per quanto onesto

e discreto. E sta in me di appagartene uno, tanto naturale! Ma come si

fa a vincere la ripugnanza che provo, ch'è somma? Se almeno fosse più

pulita! Se non avesse quella rogna e quella tigna e quel brulichio

addosso... Allora non avrei tanto schifo.... Ed allora che merito ci

sarebbe? A voler fare atto gentile, questa repugnanza appunto vuole

esser vinta, e vinta senza ch'ella pur lo sospetti. Mostrata, torrebbe

ogni pregio all'opera umana. Sono o non sono cristiana? E dubito di fare

una buona azione, di contentare un poverello di Cristo? Io, che malgrado

la minaccia di nozze abborrite ho ancora consolazioni e speranze, che il

padre comune ha trattato da figliuola prediletta, sento l'obbligo di

procacciare una consolazione a questa meschina, di realizzarne una

speranza. Non è mia suddita? O non è dovere pe' Principi il curare il

bene e la felicità dei sudditi? Povera vecchiarella, mi fa compassione

proprio.... Quand'anche, dopo, dovessi radermi i capelli o trovarmi

mischiato qualche malore, non ho il cuore di negarle quel che desidera».

Risolvendosi adunque, invitò con benigno volto la vecchiarda sciancata a

seguirla; e, non potendo questa camminare agevolmente, le offerse il

braccio. La mendicante vi si aggrappò rozzamente, e, passo innanzi

passo, più arrembatamente delle tartarughe, più lentamente delle

lumache, confortandola sempre la Principessa con buone parole, mentre

ella ad ogni pedata traeva un gemito, giunsero al palazzo.

La Rosmunda fece preparare un bagno caldo profumato e rimandò le

cameriste e spogliò con le proprie mani quella pezzente e se la tolse in

collo e l'adagiò essa stessa nella vasca di giallo antico; la soffregò

col sapone e poi la rasciugò con lenzuola ed asciugamani tepidi; la pulì

tutta, la pettinò, la medicò con unguenti prescritti dal protomedico di

Corte, la rivestì di buone vesti. Quindi la presentò al padre.--«Come un

ospite»--diceva lei--«che mi ha recata una commendatizia di Colui, ch'è

giudice de' Re della terra. Come! se il più abjetto principe e dappoco

ci manda un qualunque ambasciadore, un misero ministro plenipotenziario,

un aborto d'incaricato d'affari, uno spione salariato, lo si accoglie

con pompa, gli si smalta il petto di _crascià_ smaglianti, gli si danno

simposii e balli e rappresentazioni di gala. E trascureremmo poi i

miserelli, quando i miserelli appunto sono i messi dì Gesù!»--Il padre,

che trovava sempre ottimamente fatto quantunque la Rosmunda facesse,

sebbene non consentisse in cuor suo a questa teorica, che, largamente

praticata, avrebbe trasformata la Corte in un ricovero di mendicità,

pure accolse con benignità la vecchia e degnò chiacchierar seco. E fu

stupito egli stesso e fu stupita la Rosmunda e tutta la Corte fu

stupita, che un'accattona avesse tante cognizioni e sapesse parlar tanto

per benino.

Dopo il pranzo la vecchierella affermò d'aver proprio bisogno di

schiacciare un sonnerello. La Principessa la condusse nella camera

propria e la vestì lei stessa come si veste un bambino, ed introdottola

nel letto e chiusi i cortinaggi, sedette poco discosto in una poltrona,

e cominciò a leggere un libricciuolo al lume di una lampada a petrolio,

posta sul tavolino da lavoro. Di tempo in tempo, interrompeva la

lettura, posava il libro sul tavolinetto, si alzava e si approssimava

alla dormiente, per assicurarsi che riposasse tranquilla. E quando

riboccava le lenzuola, e quando rincalzava il letto, e quando

sprimacciava la coltrice, e quando rassestava i guanciali, e quando le

tergeva il madore dalla fronte; insomma le prodigava quelle cure

pietose, che le buone infermiere tributano agli ammalati affidati loro.

E la guardava con affetto, perchè le anime gentili si affezionano

appunto beneficando; e pensava:--«Domattina, avrò cuore di rimandar

costei? Mi basterà l'animo a permetter, che mi lasci? Per opera mia

questa meschinella avrà gustato, delibato un po' di bene, acciò le

appaia quind'innanzi più squallida la miseria? Un giorno di vita comoda

la farà tribolar peggio ne' dì vegnenti! Bella carità! O non sarebbe

stato più umano il respingere senz'altro, ricisamente la sua preghiera?

Esaudendola, ho contratto in certo modo l'obbligo morale di provveder

per sempre a lei. No, la mia vecchierella non se ne andrà nè domani, nè

mai; non mi abbandonerà più, più. Io già non le do licenza di partire,

dovesse anco costarmi maggiori e peggiori ripugnanze l'assisterla. Dio

mio, ispiratele di non opporsi alle intenzioni mie ed allungatele la

vita, acciò non le incresca di esser nata, e non commetta il peccato di

mormorare contro la provvidenza vostra!».

Così pensando, aveva posato il libro sulle ginocchia e congiunte le

mani; e guardava verso il letto. Vide agitarsene le cortine, e stava per

accorrere a' servigi dell'ospite. Qual non fu mai la sorpresa, anzi lo

spavento di lei, quando le tende del parato si aprirono, e ne uscì una

donna vaghissima, tutta velluti e trine e gemme, la quale diffondeva

intorno una luce vivida tanto, da rischiarare splendidamente la zambra e

da fare impallidire il lume a petrolio. Contemporaneamente tutta la

Reggia fu scossa come da un tremuoto e s'udì come lo schianto di un

tuono. La Principessa balzò in piedi esterrefatta; il libro ruzzolò per

le terre; ed ella aprì la bocca per gridare _accorruomo_: ma lo spavento

e la meraviglia le avevan tolta la voce. E quella donna vaghissima le

mosse incontro, sorridendo amorevolmente; ed aprendole le braccia,

disse:--«Non gridare! non temer nulla! Chi credi tu, ch'io mi sia? Ho

faccia di cattiva, io? Ti sembra, ch'io possa voler far del male a te o

a chicchessia?»

--«Signora... Io.... Lei.... Come qui?»--rispose la Rosmunda, non ancor

del tutto rassicurata, ma vergognandosi d'avere avuto paura. La paura

non era nelle abitudini de' membri di quella dinastia.

--«Son la tua santola, sai! sono la fata Scarabocchiona; quella, che ti

ha tenuta sul fonte battesimale....»

--«E la vecchierella?»

--«La vecchierella era io. Volli sperimentare il buon cuore della mia

figlioccia: ecco perchè avevo assunto quella forma esosa di vecchia

scrignuta, cisposa, claudicante, tignosuzza, che faceva stomaco, nausea,

vomito, recere ed arcoreggiare. Io ti leggeva nella mente ogni pensiero:

ho scorto quali ripugnanze t'è stato mestieri di vincere. E le

ripugnanze vinte appunto dànno pregio all'operato tuo. Vien qua,

abbracciami!».

--«Volentierissimo! O cara la mia santola, quanto godo anch'io di pur

vedervi! Me l'avevan ben detto le mille volte, che ci avevo avuto una

fata per commare; ma quasi la ritenevo una chiacchiera: chè non vi siete

mai ricordata della figlioccia vostra, chè non vi siete mai fatta

vedere, nè mi avete in alcun modo date le vostre nuove».

--«Ingrataccia!»--ripigliò sorridente la fata Scarabocchiona,--«ed a

chi, se non a me, ed a che, se non alle mie fatagioni, devi tutte le

belle parti che ti adornano, tutta la felicità che hai goduta sin qui?»

--«Oh sì, la felicità! Non ci può essere donna più infelice, più misera,

più cruciata, più dolente, più disperata di me, cara santola! Voi non

sapete....»

--«So tutto, so tutto, signorina. E perchè so tutto, mi vedi qua. Gli

amici si riconoscono nel bisogno, alla pruova. Tuo padre ti vuol dar

marito in tutti i modi?»

--"Sì, cara fata Scarabocchiona, mi vuol proprio affogare, mi vuole!"

--«I pretendenti sinora son tre?»

--«Appunto, santola mia, appunto!»

--«Vedi, s'io so tutto. C'è la Maestà di Baldassarre V, monarca

d'Introibo?»

--«Già, ch'è vecchio, gobbo e sciocco: il Ciel me ne scampi!»

--«E poi, c'è Don Melchiorre XVII, desposta d'Exibo?»

--«Ch'è un omaccio di mezza età, zoppo e vigliacco: Iddio me ne liberi!»

--«E finalmente l'autocrate d'Antibo, Guasparre I?»

--«Quel che più temo: un ragazzaccio imberbe, guercio e crudele. Oh, se

la Madonna mi salva da lui, regalerò una lampada d'argento alla

Cattedrale!»

--«Insomma, tu se' incontentabile! Non vorresti nessuno de' tre?»

--«Proprio nessuno, io. Ma ciascun d'essi minaccia guerra, s'io lo

rifiuto. Oh, son de' prepotentoni che non potete farvene un'idea. Come

ho da regolarmi, fata Scarabocchiona mia? Consigliatemi voi, che siete

la protettrice mia naturale, che avete spontaneamente assunto di supplir

mia madre! Se rifiuto tutti e singoli, ci piombano addosso coalizzati,

ed i poveri regnicoli dovranno scontarla. Se mi sacrifico e ne accetto

uno, avremo sempre guerra con gli altri due, e mi toccherà un marito o

gobbo o zoppo o guercio, e do agli Scaricabarilesi un Re o sciocco o

vigliacco o crudele. Ditemi adesso: non sono io la più infelice

principessa che sia mai stata al mondo? Quali alternative! Talvolta mi

viene in mente di farmi tagliare in tre parti e mandarne una a ciascun

proco, e toglier così di mezzo il pomo della discordia ed uscir da tante

pene!»

--«Non pianger così, figliuola mia, che mi squarci l'animo. T'insegnerò

io, come hai da fare per isfuggire a queste tre belve. Non temere: a

tutto c'è rimedio fuor che alla morte. Ottieni da tuo padre, che apra un

concorso fra quanti aspirano alle tue nozze, di qualsivoglia grado e

condizione. Con questo patto, che ciascun concorrente prometta di non

risentirsi menomamente, in modo alcuno, caso non venga prescelto. I

proci dovranno presentarsi a Corte e dimorare un anno intiero nel Regno.

Quegli, che in un anno sarà pervenuto a cattivarsi l'animo della

cittadinanza, in modo che il popolo lo porti in trionfo e manifesti in

ogni altra possibil guisa di essergli devoto, quegli sia tuo sposo. Ti

sto mallevadrice io, che nè Baldassarre V, nè Melchiorre XVII, nè

Guasparre I, la spunterà così; sebbene ognun d'essi debba illudersi di

spuntarla agevolissimamente. A te, poi, dono questa legaccia, con la

quale terrai sempre allacciata la calza destra. Quando mi vorrai

parlare, quando stimerai di aver bisogno dell'aiuto o del consiglio mio,

càvatela ed avvolgila intorno al polso sinistro e baciala. Io apparirò

subito».

Dette queste cose, la buona fata abbracciò nuovamente la Rosmunda. Poi

si scosse, e d'ogni intorno le piovvero per terra un'infinità di

gioielli: vezzi, collane, monili, smaniglie, anella, spilloni,

medaglioni, frontali, orecchini, buccole, rosette, pendagli, fioccagli,

bottoni gemelli, catenelle, oriuoli brillantati, fibbie, pennacchietti

di gemme, picchiapetti. E la Reggia venne scossa come da un tremuoto e

s'udì lo schianto di un tuono e la fata sparve. La principessa rimase

trasognata; e, se quelle preziosità, che ingombravano il pavimento, e la

legaccia, che teneva in mano, non le avessero fatto fede del miracolo,

avrebbe fermamente creduto d'essersi allucinata. Riavutasi, s'allacciò

il legaccio alla gamba destra, raccolse e rinserrò gli ori e le gemme;

e, tutta rasserenata e giuliva, corse difilato dal padre.

Maestà presedeva il Consiglio de' Ministri: ma nessun usciere,

ciambellano, ufficial d'ordinanza od aiutante di campo s'arrischiò a

costringere la erede presuntiva del trono a fare anticamera. Uno anzi

corse a spalancar la bussola e l'Infanta apparve sulla soglia, mentre si

discuteva sul rinnovamento del privilegio a non so che Banca. Giusto,

uno de' Consiglieri della Corona, al quale certi banchieri avversarii

della Banca promettevano una lauta mancia, si sforzava di dimostrare,

che il privilegio non era da rinnovarsi: e frattanto un altro, seduto

presso il Re, cercava di attirar destramente l'attenzione di costui su

d'una riservatissima de' principali azionisti della Banca, i quali

gergonando si offrivan pronti a pagare tutti i debiti presenti di Casa

Reale, purchè il privilegio venisse rinnovato. La Rosmunda apparve, come

un buon genio, proprio a tempo per distrarre il padre, che non desse

un'occhiata all'onesta profferta; e, gettandosegli d'un balzo al collo,

mentre i Ministri rispettosamente stavan su:

--«Babbo,»--disse,--«babbino mio caro, ho fatta una bella pensata!....»

--«Quando lo assicuri te!... Ma vediamo un po', che pensata è questa e

di qual momento, che ti fa interrompere il mio Consiglio?»--disse Re

Zuccone, che idolatrava la figliuola e non sapeva tenerle mai il broncio

per nulla.

--«Le idee di Sua Altezza sono sempre giustissime!»--sclamò il

Guardasigilli.

--«L'Infanta possiede una immaginazione fertile, industriosa,

ricchissima!»--soggiunse il Ministro d'Agricoltura, Industria e

Commercio.

--«Donna Rosmunda dispone di un esercito di buoni pensieri»--echeggiò il

Ministro della Guerra.

--«La perla scaricabarilese ha più senno in quella testolina

ricciuta, che tutti i professori delle mie Università nelle loro

cocuzze!»--balbutì il Ministro della Pubblica Istruzione.

--«L'erede del trono è un vero tesoro!»--mormorò il Ministro delle

Finanze.

--«La Principessa veleggia sempre alla scoperta di be'

concetti!»--borbottò il Ministro della Marina.

--«La figliuola del nostro Re batte un via, per la quale non può fallire

a glorioso porto!»--brontolò il Ministro de' Lavori Pubblici.

--«La futura nostra sovrana non ha la sua pari in tutto il

Regno!»--declamò il Ministro degl'Interni, presidente del Consiglio.

--«Nè fuori Regno ha pari lo illustre rampollo della nostra

dinastia!»--conchiuse il Ministro degli Esteri.

--«Godo infinitamente»--disse Re Zuccone, quando ebbero terminato--«che

vojaltri abbiate tutti in così buon concetto la mia figliuola carissima;

ma, se cicalate così, non potremo appurar mai la buona idea, che levate

a cielo, prima ch'ella abbia potuto dichiararcela».

Subito gli Esteri sclamarono:--«Ammutolisco!».

Gl'Interni:--«Taccio!».

Mastr'Impicca · 第 7 / 11 题