La =Signora Borkman, Ella Rentheim, Erardo Borkman=.
Sig.ª BORK. È poi vero che la signora Wilton possa esercitare sugli
altri una forza ipnotica?
ERARDO. Neppure per sogno! Come puoi prestar fede ad un simile scherzo?
La signora Wilton scherzava.... ecco tutto. (_interrompendola_) Ora non
parliamo più della signora Wilton.
(_Erardo obbliga la zia di prender posto sul seggiolone accanto la
stufa._)
ERARDO (_accanto alla zia e fissandola_). Come ti sei decisa di fare
questo lungo viaggio, zia Ella? E per sopra più con questo freddo!
ELLA. Vi fui costretta, Erardo.
ERARDO. Davvero? E perchè?
ELLA. Ho dovuto decidermi a venir in città per consultarmi una buona
volta coi medici.
ERARDO. Brava zia!
ELLA (_sorridendo_). Ne sei contento?
ERARDO. Certo; godo che finalmente ti sia decisa a venire in città.
Sig.ª BORK. (_alzandosi dal sofà; fredda_). Ella, sei ammalata?
ELLA (_guardandola con severità_). Lo sai bene che sono ammalata.
Sig.ª BORK. So infatti che da parecchi anni sei un po’ sofferente....
ERARDO. Già all’epoca del mio soggiorno in casa tua, ti raccomandai più
d’una volta di consultare qualche medico.
ELLA. Non ho nessuna fiducia nei medici del mio paese: e poi in
quell’epoca la malattia non aveva ancora raggiunto la fase attuale.
ERARDO. E adesso?
ELLA. Adesso è subentrato un peggioramento.
ERARDO. Fortunatamente non ci sarà pericolo?
ELLA. È questione di opinioni.
ERARDO (_premuroso_). Ma ora non ritornerai a casa, non ci lascerai
tanto presto?
ELLA. No, no; ora voglio rimanere qui.
ERARDO. Probabilmente ti fermerai in città, dove ci sono parecchi
medici di grido?
ELLA. Partendo da casa avevo anche io quest’intenzione....
ERARDO. Procura di trovarti un buon alloggio.... una pensione
tranquilla e comoda.
ELLA. Stamane ho preso alloggio all’antico albergo, dove ero solita
prender stanza anche negli anni passati....
ERARDO. Ti troverai ottimamente in quell’albergo?
ELLA. Ottimamente; però penso di non rimanervi a lungo.
ERARDO. Ed il motivo?
ELLA. Dacchè mi trovo in questa casa ho cambiato idea.
ERARDO (_con meraviglia_). Hai cambiato idea?
Sig.ª BORK. (_tutt’intenta nel suo lavoro, senza alzare gli occhi_).
Tua zia vuol prendere dimora nella sua villa, Erardo.
ERARDO (_guardando ora la madre, ora la zia_). Qui? Da noi? Nella sua
villa?... È vero, zia?
ELLA. È questa la decisione che ho preso poco fa.
Sig.ª BORK. (_come sopra_). Spero bene che non avrai dimenticato che in
questa villa tutto è di proprietà di tua zia.
ELLA. Ormai ho stabilito di rimanere qui, Erardo; almeno per il momento
e sino a nuova deliberazione. Mi farò accomodare un appartamento
nell’edifizio abitato dal fattore.
ERARDO. Ottima idea! Quelle stanze sono sempre pronte per te. (_con
improvvisa vivacità_) Ora che ci penso, zia.... tu sarai stanca del
viaggio?
ELLA. Sì, sono un po’ stanca.
ERARDO. Perciò sarebbe bene che ti coricassi per tempo.
ELLA (_sorridendogli_). Lo farò.
ERARDO (_premuroso_). Continueremo le nostre chiacchiere domattina....
o un altro giorno. Parleremo di quello che più t’aggradirà: di cose
vecchie e di nuove.... E la mamma sarà pure con noi.... Ti pare?
Sig.ª BORK. (_interrompendolo ed alzandosi dal sofà_). Erardo....
comprendo bene che tu vuoi congedarti da me!
ERARDO (_scrollando le spalle_). Che dici?
Sig.ª BORK. Dico che tu hai vivissimo desiderio di andare dall’....
dall’avvocato Hinkel!
ERARDO (_sopra pensiero_). Infatti vorrei.... (_ritornando in sè_)
Ti parrebbe forse miglior cosa se io rimanessi piuttosto a casa per
intrattenere la zia Ella fino ad ora tarda?... Pensa che la zia è
ammalata!
Sig.ª BORK. Vuoi dunque andare in casa Hinkel?
ERARDO. Sì, mamma.... mi pare che sarebbe bene di approfittare di
quell’invito. Che ne pensi, zia?
ELLA. Penso che nelle tue azioni sei completamente libero, Erardo.
Sig.ª BORK. (_avvicinandosi minacciosa ad Ella_). Tu vuoi adunque
portarmelo via!
ELLA (_alzandosi_). Oh se lo potessi, Gunilde!
(_Al di sopra, nel salotto, si odono gli accordi di un
pianoforte._)
ERARDO (_stizzito_). Questo poi non lo posso sopportare. (_cercando
intorno con gli occhi_) Dov’è il mio cappello? (_ad Ella_) Zia, conosci
il pezzo di musica, che si sta suonando qui sopra?
ELLA. No — non lo conosco, Erardo.
ERARDO. È la _danse macabre_ — la danza macabra. Non conosci, zia, la
danza dei morti?
ELLA (_con sorriso melanconico_). Non ancora.
ERARDO. .... Mamma.... te ne supplico.... lasciami uscire.
Sig.ª BORK. (_guardandolo con uno sguardo severo_). Vuoi dunque
lasciare tua madre?
ERARDO. Ritornerò più tardi.... domani.
Sig.ª BORK. (_in preda a violenta agitazione_). Vuoi tu dunque
lasciarmi per andare da quel signore, per andare da.... no, no; non
voglio nemmeno pensarvi!
ERARDO. Mamma — nei salotti splendidamente illuminati di quel signore,
non si vedono che facce allegre e raggianti di giovinezza.... vi si fa
della buona musica....
Sig.ª BORK. (_indicando il salotto superiore_). Anche là sopra si fa
della musica, Erardo.
ERARDO. Ed è proprio la musica.... la musica di là sopra che mi obbliga
ad uscire di casa.
ELLA. Vorresti forse proibire a tuo padre di obbliare, per un momento,
sè stesso!
ERARDO. Oh no! Vorrei anzi che quell’obblio avesse su lui un’efficacia
ben più duratura. Ma quella musica io non la posso soffrire.
Sig.ª BORK. (_con aria d’ammonizione_). Sii forte, Erardo mio! Sii
forte! Non dimenticarti che t’incombe una grande missione.
ERARDO. Mamma.... non sciorinarmi tanti paroloni! Non sono nato per
fare il missionario! Addio, buona zia! Addio, mamma! (_esce in fretta_)