Dieci anni dopo.
Sotto la capanna di Bortolo il carbonaro, dove s’era patteggiato il
delitto, s’era pagato un cadavere; Francesco era morto forse in causa
della sua ferita.
Enrico s’era presentato a Giulietta ardente di voluttà e aveva
trovato una morente stesa sul suo letto di dolori, che maledicendolo
insegnava un nome da odiare al figlio che pauroso si stringeva al suo
seno, e nella cui mente si scolpiva una larva che aveva strappato
un grido d’esecrazione all’agonia di sua madre!... Nell’animo del
fanciullo echeggiava il suono fiocco di quella voce che gli mormorava
all’orecchio: È l’assassino di tuo padre!...
Fra Mantova e Cremona a destra dello stradale, per una via
fiancheggiata da una siepe di rubinie verdi e fiorite si faceva capo ad
un cancello di ferro da cui vedevasi un elegante e vasto giardino. — Ne
eran vaghe le ajuole gemmate di fiori; vi si intrecciavano ameni viali
di pini e di tigli; una fontana zampillava con dolce mormorìo nel mezzo
di un quadrato angolare cinto all’intorno da vaghe spalliere d’aranci
e di cedri; vi cinguettavano i passeri tra le fronde, il capinero e la
cingallegra volteggiavano inseguendosi di cespuglio in cespuglio, le
farfalle dalle ali bianche e dorate vi vagavano gaje, parlandosi il lor
linguaggio d’amore e baciandosi librate sugli steli ancora umidi dalla
notturna rugiada. S’avrìa detto che la felicità non potesse trovare
miglior albergo!... Un silenzio che parea il soave raccoglimento della
pace regnava in quel luogo, vago _Eden_ nel quale le Uris dell’Oriente
sarien venute a sciogliere le loro leggiadre carole ed i Fauni della
vecchia Mitologia le loro canzoni d’amore al suon delle tibbie e della
zampogna pastorale.
Dal fondo del giardino si elevava una bella casa di campagna; ne erano
le finestre socchiuse, vi si sentiva di dentro un mormorìo come di
voci, si sentiva un passo affrettato correr di stanza in stanza, poi
tutto vi ritornava silenzioso.
Era un tristo silenzio — l’arpa che altre volte rallegrava quella
solitudine sì adorna di incanti, taceva polverosa nell’angolo d’un vago
gabinetto di fanciulla; i libri erano chiusi, i fiori appassivano non
colti nelle ricche alee del giardino.
Ove era il vago angelo dal lieto sorriso che avria dovuto spandere a
sè d’intorno tanta onda di poesia?... là dove tutto pareva disposto ad
invitarne l’espansione?...
Angela, la bella regina di quel paradiso di fiori e di verzura, giace
in un letto travagliata da un lento malore per cui l’arte medica ha
esaurite le sue facoltà. Sotto gli occhi di una madre che l’ama a non
dirsi, d’un padre, d’un fratello che la vegliano con tutta l’ansia
d’un affetto profondo e tenero, essa deperisce ad ogni volger d’un
giorno che ne avvicina l’estremo; ti pare osservandola nel progresso
di quella terribile malattia per cui la scienza non ha nome, che ella
si decomponga man mano, povero fiore a cui nè l’aria, nè la luce, nè
l’amore possono alimentare la vita!...
Eppure.... quanto è bella!... Il suo occhio nero velato da folte ciglia
d’ebano, erra a sè d’intorno ed esprime ai suoi cari tutto il tesoro
della riconoscenza e dell’affetto chiuso in quel giovane cuore di
diciassette anni!... Neri capelli ne contornano la fronte d’alabastro;
intrecciati ed in vago disordine composti le scendono sul petto
candido; colle sue belle manine bianche e fusellate, essa se li liscia
sulla fronte, ne guarda con un sorriso di vergine le anella, e pare che
nel suo pensiero segua un fatuo sogno... forse un’immagine di felicità
a cui non consente la speranza il suo palpito vitale.
Povero angelo!... e sarà dunque destino che tu ti parta dalla terra
senza aver gustate le gioje che ti prepara l’amore?... senza che il
tuo cuore avido d’affetti attinga a quella fronte le serene dolcezze
che fanno beata l’esistenza?... Povero fiore languito sul tuo stelo
senza che alcuno ne abbia colto il profumo? la tua bocca esalerà
essa l’estremo sospiro senza aver sentito sulle labbra il soffio
ardente d’un bacio che risponda agli arcani battiti del tuo cuore di
fanciulla?...
Il padre ed il fratello di Angela, mentre la sua buona madre la veglia,
in un istante in cui il male le concesse la tregua d’un leggiero
assopimento, si sono recati in giardino e s’intrattengono in un
colloquio che pare sia giunto alla estrema deliberazione d’un progetto
che sia stato già altre volte scopo ad un’analisi a cui non venisse
data alcuna soluzione positiva.
— Non v’è altro mezzo onde cercare se è possibile lo scongiuro di
questo pericolo, diceva Alberto, il fratello d’Angela, come se egli si
opponesse alle dimostrazioni del padre... L’arte è impotente a trovare
un rimedio al suo male, non resta che fare l’esperimento suggeritoci
dal dottore... la stagione è opportuna onde cercare una villa sul
Ceresio, forse che l’aria della Svizzera potrà infondere un po’ di vita
nelle sue fibbre prostrate.
— Lo credi, Alberto?... domandò il vecchio con un sospiro.
— Lo spero almeno, rispose il giovane.
— Quand’è così non resta che fissare il come eseguire questo progetto.
— Partiremo insieme onde trovare un luogo adatto, padre mio... Angela
ha ancora bastevol forza per sostenere un trasporto, più tardi forse
non lo potrebbe. La mamma resta presso lei nei brevi giorni della
nostra assenza.
— Domani dunque?...
— Domani!... Essi s’erano internati nel viale del giardino, lo
rifecero comunicandosi a vicenda i loro pensieri, le loro speranze, e
ritornarono alla stanza dell’ammalata che riposava ancora sorridente
del suo sorriso d’angelo!... sorrideva forse ad una vaga visione che
scendeva leggiadra sul suo guanciale di dolori ad allietarne le quiete
ore del sonno!...