CAPITOLO XIV.

Dieci anni dopo.

Sotto la capanna di Bortolo il carbonaro, dove s’era patteggiato il

delitto, s’era pagato un cadavere; Francesco era morto forse in causa

della sua ferita.

Enrico s’era presentato a Giulietta ardente di voluttà e aveva

trovato una morente stesa sul suo letto di dolori, che maledicendolo

insegnava un nome da odiare al figlio che pauroso si stringeva al suo

seno, e nella cui mente si scolpiva una larva che aveva strappato

un grido d’esecrazione all’agonia di sua madre!... Nell’animo del

fanciullo echeggiava il suono fiocco di quella voce che gli mormorava

all’orecchio: È l’assassino di tuo padre!...

Fra Mantova e Cremona a destra dello stradale, per una via

fiancheggiata da una siepe di rubinie verdi e fiorite si faceva capo ad

un cancello di ferro da cui vedevasi un elegante e vasto giardino. — Ne

eran vaghe le ajuole gemmate di fiori; vi si intrecciavano ameni viali

di pini e di tigli; una fontana zampillava con dolce mormorìo nel mezzo

di un quadrato angolare cinto all’intorno da vaghe spalliere d’aranci

e di cedri; vi cinguettavano i passeri tra le fronde, il capinero e la

cingallegra volteggiavano inseguendosi di cespuglio in cespuglio, le

farfalle dalle ali bianche e dorate vi vagavano gaje, parlandosi il lor

linguaggio d’amore e baciandosi librate sugli steli ancora umidi dalla

notturna rugiada. S’avrìa detto che la felicità non potesse trovare

miglior albergo!... Un silenzio che parea il soave raccoglimento della

pace regnava in quel luogo, vago _Eden_ nel quale le Uris dell’Oriente

sarien venute a sciogliere le loro leggiadre carole ed i Fauni della

vecchia Mitologia le loro canzoni d’amore al suon delle tibbie e della

zampogna pastorale.

Dal fondo del giardino si elevava una bella casa di campagna; ne erano

le finestre socchiuse, vi si sentiva di dentro un mormorìo come di

voci, si sentiva un passo affrettato correr di stanza in stanza, poi

tutto vi ritornava silenzioso.

Era un tristo silenzio — l’arpa che altre volte rallegrava quella

solitudine sì adorna di incanti, taceva polverosa nell’angolo d’un vago

gabinetto di fanciulla; i libri erano chiusi, i fiori appassivano non

colti nelle ricche alee del giardino.

Ove era il vago angelo dal lieto sorriso che avria dovuto spandere a

sè d’intorno tanta onda di poesia?... là dove tutto pareva disposto ad

invitarne l’espansione?...

Angela, la bella regina di quel paradiso di fiori e di verzura, giace

in un letto travagliata da un lento malore per cui l’arte medica ha

esaurite le sue facoltà. Sotto gli occhi di una madre che l’ama a non

dirsi, d’un padre, d’un fratello che la vegliano con tutta l’ansia

d’un affetto profondo e tenero, essa deperisce ad ogni volger d’un

giorno che ne avvicina l’estremo; ti pare osservandola nel progresso

di quella terribile malattia per cui la scienza non ha nome, che ella

si decomponga man mano, povero fiore a cui nè l’aria, nè la luce, nè

l’amore possono alimentare la vita!...

Eppure.... quanto è bella!... Il suo occhio nero velato da folte ciglia

d’ebano, erra a sè d’intorno ed esprime ai suoi cari tutto il tesoro

della riconoscenza e dell’affetto chiuso in quel giovane cuore di

diciassette anni!... Neri capelli ne contornano la fronte d’alabastro;

intrecciati ed in vago disordine composti le scendono sul petto

candido; colle sue belle manine bianche e fusellate, essa se li liscia

sulla fronte, ne guarda con un sorriso di vergine le anella, e pare che

nel suo pensiero segua un fatuo sogno... forse un’immagine di felicità

a cui non consente la speranza il suo palpito vitale.

Povero angelo!... e sarà dunque destino che tu ti parta dalla terra

senza aver gustate le gioje che ti prepara l’amore?... senza che il

tuo cuore avido d’affetti attinga a quella fronte le serene dolcezze

che fanno beata l’esistenza?... Povero fiore languito sul tuo stelo

senza che alcuno ne abbia colto il profumo? la tua bocca esalerà

essa l’estremo sospiro senza aver sentito sulle labbra il soffio

ardente d’un bacio che risponda agli arcani battiti del tuo cuore di

fanciulla?...

Il padre ed il fratello di Angela, mentre la sua buona madre la veglia,

in un istante in cui il male le concesse la tregua d’un leggiero

assopimento, si sono recati in giardino e s’intrattengono in un

colloquio che pare sia giunto alla estrema deliberazione d’un progetto

che sia stato già altre volte scopo ad un’analisi a cui non venisse

data alcuna soluzione positiva.

— Non v’è altro mezzo onde cercare se è possibile lo scongiuro di

questo pericolo, diceva Alberto, il fratello d’Angela, come se egli si

opponesse alle dimostrazioni del padre... L’arte è impotente a trovare

un rimedio al suo male, non resta che fare l’esperimento suggeritoci

dal dottore... la stagione è opportuna onde cercare una villa sul

Ceresio, forse che l’aria della Svizzera potrà infondere un po’ di vita

nelle sue fibbre prostrate.

— Lo credi, Alberto?... domandò il vecchio con un sospiro.

— Lo spero almeno, rispose il giovane.

— Quand’è così non resta che fissare il come eseguire questo progetto.

— Partiremo insieme onde trovare un luogo adatto, padre mio... Angela

ha ancora bastevol forza per sostenere un trasporto, più tardi forse

non lo potrebbe. La mamma resta presso lei nei brevi giorni della

nostra assenza.

— Domani dunque?...

— Domani!... Essi s’erano internati nel viale del giardino, lo

rifecero comunicandosi a vicenda i loro pensieri, le loro speranze, e

ritornarono alla stanza dell’ammalata che riposava ancora sorridente

del suo sorriso d’angelo!... sorrideva forse ad una vaga visione che

scendeva leggiadra sul suo guanciale di dolori ad allietarne le quiete

ore del sonno!...

Il palazzo del diavolo, vol. 1/2 · 第 25 / 34 题