L’agguato.
Inconscio di quanto tramava contro lui l’astuzia e la vendetta a cui
la frode accordava la sua patente di servizio, il giovane montanaro,
con occhio vigile cercava però di lottare alla sua volta contro
l’inesorabilità di quel destino che andava di giorno in giorno
stringendolo sempreppiù nei ferrei suoi nodi.
Sull’alba del domani... scambiatosi nella capanna del carbonaro tra
quei due sinistri patteggiatori del delitto, il giovane uscito da una
casa di campagna che gli aveva dato ricovero, mosse verso il paese; ei
s’arrestò sul declivio del sentiero dal quale vi si scendeva, poggiò i
gomiti sul suo fucile, un piede incrociò sull’altro, e stette guardando
una casa che scorgeva tra il verde dalla sottoposta collina... Come era
bello il sole che entrando dalle aperte finestre poteva liberamente
guardare il sorriso della madre che pensando a lui ornerà delle sue
gaie vesticciuole il suo bambino e gli insegnerà colla prima preghiera
il nome di suo padre!... Come vago sarìa poter fondersi in quel raggio
che ne bacia le chiome d’oro!... a cui ella sorride e benedice come ad
una speranza!... Erano questi al certo i pensieri che passavano nella
mente di Francesco; egli pure guardò il sole, e parve gli volesse
affidare il senso della sua parola, il pensiero della sua anima, poi
declinò la fronte sul petto e si fe’ tristo.
Non era quel raggio sereno, pieno di vita, che egli potrebbe guardare
beato d’un palpito d’amore, stretta la sua destra in quella di lei,
fisso nel suo l’occhio di fuoco!... insieme assorti nelle vaghe
e lontane immagini dell’avvenire, creandosi un magico sogno in
cui fisserebbero avidi il pensiero, a cui il cuore si volgerebbe
coll’aspirazione ardente di un incanto che è un’illusione!... Come il
malfattore pauroso della luce che potrìa essere testimone della sua
colpa, egli doveva aspettare che le tenebre della notte avvolgessero
col mistero i brevi e fugaci istanti di quella gioja che egli furtivo
ed ansioso era costretto rubare alla vendetta, all’odio che stava
guardiano inesorabile a quella porta... a quella sosta della vita
umana, su cui la mano di Dio scrisse per mezzo de’ suoi angeli: —
Felicità!...
Il giorno tramontava splendido e sereno come era incominciato; le
vette delle montagne erano avvolte da un manto di porpora e d’oro, gli
uccelli cantavano salutando il grande astro a cui s’elevava il loro
inno di gioja!... Il lago rifletteva tranquillo lo splendido panorama,
sul suo dorso scorrevano agili le barchette, la brezza della sera
ventilava dolcemente sulle sue acque d’argento; le rondini cinguettando
si inseguivano lambendone la superficie appena increspata leggiermente.
Eppure Giulietta che al davanzale della sua finestra contemplava
questo spettacolo non sentivasi l’anima compresa dal dolce insieme di
quel quadro sublime in cui l’indefinibile maestosità della creazione
lampeggiava a gran tratti l’immensità della sua grandezza.
V’era un non so che di tristo per lei in questo scendere della notte,
così tacita e silenziosa. Nell’inquieto suo pensiero vi si attaccavano
mille immagini di delitti, di frodi, di tradimenti; ad ogni istante le
pareva d’intendere un gemito, fiocco fiocco, come di moribondo, ed in
quel gemito ella ascoltava una voce, quella del suo Francesco... Essa
lo vedeva errare furtivo di monte in monte, aspettando un’ora che gli
tardava come la stilla d’acqua alle arse labbra del ferito, e lo vedeva
agitarsi e fremere nella indicibile tortura del suo animo ansioso d’una
parola, del suo sguardo avido d’uno sguardo, dalla sua bocca su cui
mormorava un nome avida d’un bacio!...
Come spiegare adunque la mestizia della giovane madre che vedeva in
quel tramonto avvicinarsi l’ora di quella gioja che le consentiva la
notte?... Egli è che l’animo umano è soggetto alle mille stranezze
che se ne fanno giuoco; egli è che il presentimento, questa
divinazione della sventura più che della gioja, la stringeva sotto
il suo giogo fatuo sì, ma che pur gli pesava sul cuore come l’incubo
d’uno spaventevole sogno... Ella si ricordava vagamente d’un altro
giorno; d’un giorno terribile in cui come ora, era inquieta della
stessa inquietudine, in cui come allora non sapeva rendersi ragione
dell’arcana agitazione della sua anima. Essa fissava il sole che
tingendosi d’un calore di fuoco inesorabilmente s’abbassava, come
avesse voluto colla potenza convulsa della sua volontà fermarne il
corso... ella lo guardava come un amico che si lasci tra l’angoscie
dell’agonìa, come una speranza che si è rattenuta con tutte le mille
file dell’illusione quando l’ultima di queste si sia finalmente
spezzata. Si fe’ notte!...
Fu un grido quasi di spavento che emise la giovane quando ella vide
un’ombra rizzarsi sul davanzale del balcone mentre ella si stringeva al
petto il piccolo Adolfo baciandolo col trasporto dell’immensità del suo
amore.
Il giovane d’un balzo le fu appresso, egli se la strinse al petto
anelante, egli ne bevette dagli sguardi l’estasi di cui il suo cuore
aveva fame... Dalla bocca fremente nel trasporto del bacio, egli colse
i baci di cui le sue labbra avevano sete; egli avrìa voluto assorbirla
onde poter recarla con sè... fondersi in lei per restar con essa,
far tutto quello che non fosse separarsi!... tornare lontani l’uno
dall’altro, tornare ai palpiti di prima, alle angoscie d’ogni giorno...
alle speranze deliranti, alle paure disperate che costituivano la vita
febbrile dei suoi giorni, a cui solo benediceva per i brevi istanti che
ne temperavano l’amarezza insoffribile...
Fu quella la prima sera che Giulietta trovò lunghi troppo i suoi baci,
troppo lungo il tempo che lo ratteneva al suo fianco. Lui!... Egli!...
da cui il separarsi era lo strazio più crudele della sua anima!...
Forti colpi tempestano la porta... voci di minaccia mormorano ai piedi
della finestra!... È un grido supremo di spavento, d’angoscia, che esce
dal petto di Giulietta, è un fremito che corre le fibbre del giovane e
le accende con un sussulto.
Sorpresi!...
Questo grido è uscito rapido, istantaneo dalle loro labbra; ha
eccheggiato nel loro cuore, vi ha comunicati mille palpiti, lo ha
animato della vita d’un’intera esistenza concentrata nel volgere d’un
istante; si sono dette parole che favella umana non può concepire!...
Si levò un urlo di maledizioni di sotto alla finestra, la porta
scassinata crocchiò sotto l’impeto dell’assalto. Il giovine trasse
dalla cintola una pistola a due canne e si fe’ presso al balcone; una
scarica rintronò, una palla sibilando al suo orecchio si piantò nel
soffitto della stanza, Giulietta mandò un grido di spavento, il piccolo
Adolfo quasi fosse conscio del pericolo, non piangeva, e stretto alle
vesti della madre stava fissando su lei il suo occhio spaventato ed
immobile.
Altri colpi si susseguirono... non v’era a sperare altro mezzo
di salvezza che dalla finestra la quale metteva direttamente sul
sentiero del monte... Francesco comprese tuttociò con quello slancio
d’intuizione che dà al pensiero l’estrema agitazione del pericolo.
Con quanti mobili potè avere sotto mano egli barricò l’uscio della
stanza e stette ad attendere, l’occhio pronto, la mano sul grilletto
dell’arma, stretta al cuore col sinistro braccio la giovine madre sulle
cui labbra pallide mormorava col fremito dell’angoscia un nome che era
il ricordo più soave della sua esistenza!...
Fuvvi un istante eterno di indicibile ansia, un secondo urlo più
terribile perchè esprimeva la gioja selvaggia d’un progetto compiuto
echeggiò nel cortile della casa. La porta era stata atterrata, la folla
saliva!...
Francesco corse al balcone, tre colpi lo accolsero al suo affacciarsi,
egli soffocò un grido di dolore, gettò uno sguardo d’addio alla
giovane, e si slanciò... Giulietta abbracciata al figlio era caduta
ginocchioni ed una fervida preghiera usciva dal suo petto anelante.
— Di qua!... di qua!... s’intese prorompere varie voci; di qua, di
qua.. fuvvi un tafferuglio disordinato su per le scale, un rumore di
passi precipitati risuonò dalla strada, poi tutto ritornò nel silenzio,
l’onda era passata. Erasi dispersa, oppure s’era diretta verso un punto
fisso?... aveva quella sgherraglia abbandonata la preda, oppure aveva
lasciata la casa per inseguirla?
Queste inquiete domande a cui non poteva rispondere che per vaghe
apprensioni, o per lusinghiere speranze, fervevano nella mente della
giovane madre. Ella sperò bene, che quel tumulto si fosse disperso,
vagheggiò il suo Francesco di balzo in balzo allontanatosi da quel
luogo fatale, raggiungere la sommità di qualche dirupo che gli desse
agio a sottrarsi ad ogni ricerca; alcuni spari di fucile alquanto
lontani della casa la convinsero che i bracchi non avevan lasciata la
caccia. Caccia orribile nella quale un uomo doveva fuggire inseguìto da
un’orda; fuggire, cadendo spossato dalla fatica, e rialzandosi colle
carni insanguinate per trascinarsi di masso in masso, per cadere poi
sotto il coltello d’uno sgherro colla gola squarciata, esalando sopra
una rupe l’estremo sospiro a cui risponderà la bestemmia insultante de’
suoi assassini!
Era un terribile quadro quello che passava d’innanzi alla mente di
Giulietta accesa dalla febbre. Le sue forze vitali spossate da quel
delirio convulso non ressero alla lotta, poggiò il capo sul seno del
suo bambino e svenne.
Il giovane montanaro inseguito dalla banda invelenita che per due
volte se lo vedeva sfuggir dalle mani, aveva preso il sentiero della
montagna; vi si era slanciato... Alle grida, di qua, di qua... che
mandarono i tre bravi appiattati sotto al balcone e che si diedero
primi ad inseguirlo, tutta la ciurmaglia s’accalcò sulle sue peste.
Egli aveva corso buon tratto di via, le forze però gli venivano meno
ad ogni volger d’istante; era stato ferito al fianco, e sui suoi
passi lasciava una striscia di sangue; dietro lui sentiva incessante,
continua minaccia di morte ruggirgli alle spalle il rumore della loro
corsa...
Fuvvi un momento di silenzio... Con quel tatto particolare che dà
l’esperienza a chi si cimenta in quella perigliosa vita del fuggiasco,
Francesco comprese che i suoi inseguitori pigliavano lena ma non ne
lasciavano il passo; v’era dunque un istante di risorsa, egli avrebbe
potuto guadagnare terreno; si provò a riprender la corsa, ma fu
costretto a piegarsi sulle ginocchia spossato.
Non poter fuggire, era morire... egli lo sapeva.
In un baleno mille pensieri corsero alla sua mente. La strada sfiancava
formando un angolo; egli era caduto dietro ad un grosso macigno che
lo copriva; le tenebre calavano ma non abbastanza fitto come egli le
avrebbe evocate col pensiero, la sua carabina era carica, non aveva
sparato che un colpo di pistola allora che s’era slanciato dalla
finestra, gli restavano tre colpi... e poi?... Era una certa morte che
lo aspettava; ei s’era provato, sapeva di non poter muoversi di là...
gli restava un partito, una carta da giocare, vi metteva per posta la
vita!... tanto valeva!... quando si è certi di perderla, che vale un
modo o l’altro? v’era però qualche cosa di terribile nell’accettazione
del partito che s’era affacciato alla mente del giovine.
Il suo progetto era di starsene appiattato dietro il sasso, e lasciar
passare i suoi inseguitori; era un aspettare la morte o la vita
passando per tutte le gradazioni della più terribile delle agonie...
era un sentir avvicinarsi la morte, analizzandola col pensiero convulso
in tutte le sue tremende forme... Ribellarsi contro la violenza che
vuol uccidere e restare invece uccisi, è cadere in una lotta... si
ha un’arma da usare, si risponde al fuoco col fuoco, coll’insulto
all’insulto; si può mordere la mano che ci afferra, si può morire
vedendo spirare ai vostri piedi uno dei nemici che avete colpito; il
sangue si accende, il pensiero tace occupato solo nello sforzo della
lotta... si muore e non si sa di morire se non allora che l’agonìa vi
gela sulle labbra l’ultimo anelito.
Ma essere pieno di vita ed aspettare la morte resa più orribile da
una speranza di vita.. ecco l’idea spaventevole!... Il condannato
che sta per essere dato in mano al carnefice sa che deve morire,
e se è orribile il pensiero di quell’istante in cui tutto ciò che
pensa in lui, tacerà... in cui sente svanire tutto sè stesso sotto lo
strettojo d’una idea che veste al suo pensiero il terribile atto del
suo disfacimento... L’attimo in cui tutto ciò che è in lui cesserà
di essere!... in cui tutto cesserà di esistere intorno a lui... V’è
qualche cosa di più orribile! ed è l’idea della morte quando nell’animo
invece dell’atonia che grava sulle facoltà intellettuali fino a
produrre quello prostramento che è la rassegnazione, vive in quella
vece in noi la vigoria suprema d’una speranza a cui è attaccata la
nostra vita; una speranza a cui s’avvincono tutte le facoltà della
vostra anima, su cui il pensiero si ferma anelante e sbigottito,
una speranza quasi impossibile, che combatte contro una realtà che
presentite certa ed a cui non volete abbandonarvi per paura di voi
stessi. Astenersi da una lotta a cui può essere attaccata una speranza
di salvezza per accettare una idea lontana di salvezza comperata
coll’agonia.
Ecco quale era la posizione di Francesco; posizione tremenda che gli
rizzava sulla fronte i capelli ad ogni agitarsi di fronde scosse dal
vento. A lui il sangue saliva violento al cervello, le tempia gli
battevano in modo da spezzargli il cranio, il cuore gli sussultava in
modo da frangerne le vertebre e scoppiargli nel petto.
Egli sentì prima un frastuono di voci... poi il crocchiar dei moschetti
che si armarono, poi un suono di passi che si avvicinavano... egli si
strinse al macigno come se avesse voluto scavarlo colla pressione del
suo corpo e farvisi dentro. Egli aveva paura... perchè al di là della
morte v’era un sogno!... nella morte un pensiero che non era per sè..
Gli inseguitori distavano da lui di qualche passo ad un breve tratto
al di là del posto ove ei si giaceva; s’intese un rumore di fronde
agitate, un moschetto scintillò tra lo spazio che era tra un cespuglio
di frassini ed una capanna... Partì un grido di gioja da quel gruppo
di sgherri che saliva spiando di masso in masso, e l’orda si slanciò
passando dinanzi a Francesco che ne sentì sul cuore i passi quasi che
egli stesso loro avesse servito di lastrico.
Il giovine sfinito da quella terribile agonia, alzò le mani al cielo
che scintillava gemmato di stelle... ei volle alzarsi, ricadde sovra sè
stesso e svenne.
La sgherraglia che passava dinanzi alla capanna del carbonaro, trovò
un uomo ritto sullo spianato verso cui erasi mossa; ei guardava
indifferente giù nella vallata col suo fucile al armacollo.
— È passato di qui un uomo che fuggiva?... gli chiese uno della brigata.
— Un ferito che si trascinava a stento, volete dire? rispose il
carbonaro.
Francesco al cui orecchio arrivava questo discorso, fremette in tutte
le sue fibbre...
— È passato in su.... camerati, ma può aver fatto poca strada perchè
era malconcio affè!...
— Purchè tu non gli abbi dato ricetto in quel maledetto antro,
marrano!... esclamò uno degli sgherri, e mise il capo dentro l’uscio
della capanna da dove lo ritrasse tosto.
— Non c’è nessuno, disse egli ai compagni, e la brigata continuò la
sua strada... Il carbonaro scese ratto, si avvicinò a Francesco... lo
guardò con fosco ciglio ed accertatosi che il suo cuore batteva ancora
se lo caricò sulle braccia e lo trasportò nella sua capanna...
Eravi qualche cosa di mostruoso in quell’assassino che ansioso spiava
che non gli si uccidesse la vittima già designata ai suoi colpi...
L’immondo ragno aveva afferrata la preda, il vampiro se la stringeva al
petto soffocandola nel mortale suo abbraccio!...