CAPITOLO X.

Schiarimenti.

La sera prima che avessero luogo i narrati avvenimenti, in una

delle osterie del paese sedeva un gruppo d’uomini d’armi, dai ceffi

abbronziti, dai folti mostacci, con larghi feltri sull’orecchio, che

bevendo a piena gola battevano i loro lunghi spadoni con quell’aria da

rodomonti ond’eran distinti quei mestieranti della spada, carne venduta

a chi facea professione d’armar sgherri ed ammazzar gente per la tutela

del pubblico bene, come dicevano gli ordini del giorno di quei tempi

gridati a squarcia gola dai pubblici banditori.

Si discorreva tra un bicchiere e l’altro di molte cose, e si parlava a

dritta e a rovescio di quanto loro veniva in mente, e siccome il vino

scioglie la lingua, così d’uno in altro discorso, un motto venne fuori

dal labbro d’un di loro; era un giovanotto dalla taglia robusta ed

altera, più bravaccio degli altri, ed a cui pel primo il vino bevuto

montava al capo a dargli volta.

— Enrico non viene!.... per bacco!... è mancar di galanteria far

aspettare gli amici; maledette le bionde!... borbottò egli terminando

la sua tazza.

Uno scoppio sonoro di risa seguì l’apostrofe semiseria del compagno!...

— Ha ragione Carlo, che il diavolo se lo porti!... gridò un altro

battendo il pugno sul tavolo.

— Piano!... chè getti a terra i bicchieri...

— Pago io!... esclamò Carlo!.. alla salute della nuova bella del

capitano. Tutti i bicchieri tintinnirono... Evviva!... si gridò in coro

dalla avvinazzata congrega.

— Se egli è innamorato... buon pro!... e poi quand’egli scommette non

paga!... riprese a dire Carlo.

Si fe’ silenzio nel circolo.

— Cos’ha scommesso?... domandò il gigante che aveva quasi sfondato il

tavolo col suo pugno di ferro.

— Oh bella, non lo sapete?...

— Io, no... conta Carlone... conta

— Sarà una delle solite sue storie, mormorò uno dei compagni bevendo.

— La sa lunga lui!... sogghignò additandolo Carlo e diè in uno scroscio

di risa.

— Silenzio... parla, Carlone, tuonò il gigante.

— Parlo io... grida Carlo levandosi per metà col bicchiere teso, e

ricadde versando il vino sul tavolo!... Parlo io... ripetè egli... e vi

dico che lo so io!...

— Ma cos’è che sai in tua malora?...

— So... che il capitano ha scommesso che domani salirebbe in casa della

bionda.

— Ah, ah, dalla bionda!.. sei matto... col suo damo che le ronza

intorno da non lasciarle tregua un istante!... gli ribattè il vicino

urtandolo colla mano sul capo che gli si inchinò quasi fin sul tavolo.

— E se vi dico che il vagheggino viaggia per Milano con tutta buona

pace?

— Non è allocco affè da pigliar in rete sì facilmente, il capitano!...

— Progetto in mente non è fatto compiuto, sofisticò il gigante.

— E la coda del diavolo non batte in fallo, mormorò Carlone lasciandosi

cadere sul petto la testa grave dalle esalazioni vaporose del

tracannato liquore.

Carlone non parlò più, ei dormiva il sonno dei giusti; s’era delle

braccia fatto guanciale alla fronte madida di sudore, russava

pacificamente e serviva d’accompagnamento al cicalio fragoroso della

brigata.

Là in un angolo dell’osteria bevevano silenziosi due giovanotti del

paese; essi parevano incuranti affatto di quanto avveniva d’intorno a

loro, e solo occupati ad assaporare il fiasco che lor stava d’innanzi.

Ma chi attentamente li avesse sogguardati si saria accorto che la

loro apparente distrazione era invece una fissa concentrazione a

cui non sfuggiva una parola del dialogo or ora narrato; sulla loro

fronte corrugata ad ogni moto che usciva dal labbro degli avvinazzati

bevitori che loro stavan di contro, riflettevansi le diverse sensazioni

dell’anima loro, ed avresti detto che si ribellassero al ributtante

cinismo di quelle labbra avvezze solo alla bestemmia od all’insulto!...

— Papà Giacomo!... il conto, e alla malora questo tuo vino da

indiavolati!..., gridò uno dei due compagni alzandosi.

Papà Giacomo, un omaccione d’oste dalla faccia rubiconda, rossa, ubbidì

tosto alla chiamata.

Quei della brigata li sogguardarono di sbieco, alzaron le spalle e

seguitarono i lor discorsi ed a vuotare le nuove tazze che andavansi

colmando d’innanzi.

Pagato lo scotto, i due amici uscirono; parve loro di respirare più

liberamente appena toccaron la soglia dell’osteria... ed assorbirono

colla forza dei loro polmoni da montanari quant’aria potè abbisognare

il loro petto a riprendere i suoi palpiti energici che la bile

soffocata dentro vi aveva repressi.

— Hai inteso, esclamò il più giovane dei due.

— La buona stella di Francesco l’ha voluto, replicò l’altro.

— Cosa fare?...

— Avvisare la Giulietta.

— Saria metterla in apprensioni e non scongiurare il pericolo, sarà

anche troppo inquieta la povera ragazza.

— E come si fa allora?...

Entrambi ristettero pensosi per alcuni istanti.

— Non v’ha che un mezzo, soggiunse uno di essi, e la più spiccia.

Fo sellare il cavallo di mio zio, e sbalzo a Milano; so dove trovare

Francesco, e l’arrivo in tempo.

Una vigorosa stretta di mano rispose al nobile pensiero dell’amico,

— E vedremo poi, gli soggiunse gettando uno sguardo minaccioso verso

l’osteria, se la faremo tenere a questi cagnacci.

Eran giunti allo svolto d’una via, vi s’addentrarono mulinando

sull’effettuazione del generoso progetto che arrideva alla loro mente.

Il lettore sa quali conseguenze ne avvennero, e come Francesco

fosse giunto appena in tempo per strappare la povera madre al

lascivo libertinaggio di tale, a cui non poteva esser freno valido

all’occasione, che il buon colpo assestatogli dal giovane montanaro.

Questi prodigiosamente erasi poi sottratto allo zanne di quei bracchi

ingordi di sangue che irruppero nella casa di Giulietta ed ove trovaron

ben poca ragione d’essere soddisfatti dell’opera loro.

Il palazzo del diavolo, vol. 1/2 · 第 21 / 34 题