Il vendicatore.
Erano scorsi tre giorni, non si sapeva alcuna notizia di Francesco, il
suo principale era tuttora a Milano, e nell’animo di Giulietta andavano
formandosi le più allarmanti inquietudini.
Tramontava il giorno; le campane del villaggio suonavano l’ave maria
della sera, e quel suono mesto e monotono scendeva sul cuore della
giovane madre come l’incubo di uno di quei presentimenti contro cui
la ragione non sa trovar argine per quanto essa sofistichi sulla
incoerenza indefinita delle umane passioni. Si è tristi talvolta
per qualcuna di quello impressioni di cui a sè stessi non si sa
render ragione, ma egli è perchè talvolta si mente a noi stessi per
farci d’un’illusione un conforto della vita. In queste apprensioni
dell’animo, ove si cerchi v’ha sempre il perchè, come non v’ha moto
senza vita, o vita senza moto... Il presentimento, la divinazione, non
è una follia stigmatizzata dal materialismo che vorrebbe ridurre le
aspirazioni dell’anima, a più o minori gradi d’azoto, o d’altro!... che
costituisca l’organismo animale dell’uomo.
Come un corpo si compone di infinite particelle, corpi essi puri legati
insieme da questo grande organizzatore della materia che è il tutto
della creazione, il presentimento si forma ed ingrandisce o scema
a seconda che i mille palpiti del cuor variano nel loro svolgersi a
seconda che le impressioni dell’anima subiscono quelle modificazioni
che sono prodotte dai fatti che le promuovono. È un senso dominante
il pensiero che si forma coi varj sensi che vi danno vita, e che li
riassume quando abbiano raggiunto il loro sviluppo; è una conseguenza
psicologica delle relazioni della vita per la qualità dei fatti che
le danno movimento.... E queste indefinite sì, ma pur reali cause
ai presentimenti vaghi di Giulietta non esistevano forse negli
strani incontri dell’incognito di cui subì sempre quell’involontaria
ascendenza quasi che alla sua vita fosse legata qualche causa che lo
riguardasse?... e le previsioni di Francesco non erano unite a quella
lettera che lo separava da lei, nel momento appunto che la fatalità
pareva ruggirgli sul capo minacciosa?... In tutto ciò v’era qualche
cosa di più che non fosse il sogno d’una mente inquieta. Giulietta
contemplava assorta in così tristi pensieri il sole che tramontava
recando ad altre terre il suo saluto mattiniero e tingeva l’orizzonte
di quel colore di fuoco onde rilucevano le vette della montagna.
Il suono dell’ave maria vagava giù per la vallata tristo tristo,
s’udiva da lungi il tintinnar dei sonagli delle mandrie guidate alle
cascine dalla lenta cantilena del mandriano che le accompagnava, e
la vaga canzone delle spigolatrici che a frotte se ne ritornavano al
domestico focolare.
Il fanciullo piangeva dal suo letticciuolo e respingeva le carezze
della vecchia nonna chiamando la sua mamma con alte strida... Accorse
Giulietta ad acquetarlo, ond’egli a poco a poco s’addormentò. Giulietta
lo posò nella sua culla, lo baciò sovra i suoi labbruzzi di color
carminio e si accinse a lavorare una sua cuffiettina di pizzo.
Si bussò alla porta della stanza; un fremito corse per le membra
di Giulietta, ella si alzò di soprassalto, prima che ella avesse
toccata la soglia, la porta si aperse ed un uomo le si affacciò; ritto
sulla soglia, atteggiate le labbra ad uno di quei sogghigni che sono
l’insulto beffardo che la forza lascia cadere sulla debolezza nella
impudente violazione del diritto e della coscienza.
Era un giovine, bello ed elegante, nere ciocche di capelli gli
sfuggivano sotto alle larghe tese del suo cappello andaluso, alla moda
di quei tempi in cui tutto era infestato dalla Spagna che invadeva le
nostre più belle provincie sotto il titolo di tutelatrice delle nostre
franchigie, che manometteva a sua voglia.
Egli stette per qualche istante come assorto nella sua cinica
ammirazione a contemplare la bella giovane che nel suo smarrimento era
restata essa pure immobile nel mezzo della stanza e come annichilita da
quella apparizione che realizzava tutte le vaghe paure della sua anima.
— Ebbene? siamo soli, mia bella fanciulla!... disse l’incognito
avanzando d’un passo ardito...
Giulietta si slanciò verso il balcone.
— Non avrei che a modulare un fischio e i miei fidi mi attornierebbero,
continuò l’incognito conservando una calma che più di qualunque
trasporto spaventò la giovane.
La parola che era per uscire dalle sue labbra vi morì soffocata; un
gemito angoscioso irruppe dal suo petto. — Deh, per pietà!... sono una
povera donna e non vi ho mai fatto alcun male, mormorò essa fissandolo
col suo sguardo umido di lagrime che a stento poteva trattenere.
Il bimbo mandò un grido dalla sua culla, la povera madre se lo strinse
al cuore come volesse farsene egida, ella si sentì forte... e voltasi
all’incognito che la guardava colla sua calma insultante. — Signore,
gli disse, che volete voi qui? io sono donna, sono madre, e questa è
mia casa, posso dunque imporvi di parlare o d’uscire.
— Eh, eh, mia cara!... non tanta furia se vi piace, seguitò
l’incognito; se è una spiegazione per la mia presenza che volete, nulla
di meglio, in quanto ad uscire poi ne uscirò siate certa... affè pare
che quel marmocchio v’abbia cacciata di dosso la paura, ma siete bella
anche così, forse più bella, e si può perdonarvi una trasfigurazione
che non offende per nulla la plasticità dei vostri lineamenti da
Venere.
Giulietta si strinse con angoscia al seno del bamboletto che le
sorrideva; madre, si sentiva insultata nella sua creatura, donna nel
suo pudore, e l’uomo che l’insultava era là, freddo, impassibile, col
cinismo vigliacco sulle labbra impure, e ne godeva gli spasimi... ma
perchè? che pretendeva egli da lei?... innocente creatura che passava
sul cammino della vita ignara di tutto ciò che non fosse il suo
amore... la sua famiglia!... la casa dove era cresciuta; che nessuno
aveva mai offeso, che di nessuno avrebbe dovuto temere!... qual delitto
era il suo?... che aveva fatto?...
— Sei bella!... gli mormorò vicino la voce dell’incognito, e questa
volta quella voce aveva perduto quel suono freddo, ed accentato,
quasi straniero; v’era la febbre della voluttà in quel monosillabo
susurratole coll’alito ardente della passione. Giulietta tremò per
tutte le membra.
— Uscite signore!... ripetè ella ritrovando nella sua disperazione
la forza di reagire contro il senso del terrore che ne paralizzava la
vigoria.
— Senti, Giulietta... le mormorò l’incognito a voce bassa, soffocata,
e pure accesa d’un’espressione indefinibile; ti ricordi quel giorno che
inginocchiata ai piedi dell’altare pregavi, non so chi, ma pregavi?...
i tuoi occhi eran sì belli, la tua fronte sì pura!... Un uomo ti
divorava collo sguardo ardente, fisso, rapito in te, era io!... uscisti
dal tempio, e lo hai veduto muto ed immobile sul limitare della grande
porta del santuario, era io, e per me nella casa di Dio non esisteva
che un essere, eri tu!... l’avrei profanata, ed avrei fatto dell’altare
il letto dell’amore!...
Giulietta mandò un singhiozzo dal fondo del suo petto convulso.
— Io ti ho seguito in ogni tuo passo, continuò l’incognito, mi
posi fra te e l’uomo che era beato del tuo amore, come l’ombra che
è indivisibile dal corpo che si agita in mezzo alla luce; t’amo,
Giulietta... e vedi che qui nessuno può toglierti in questo istante al
mio bacio...
Egli aveva mosso un passo verso la giovane che stringendosi sempre più
al petto il bimbo, si rannicchiava nell’estremo angolo della stanza,
pallida di terrore, tremante, a cui la vertigine saliva alla fronte
colle sue vampe di fuoco. Col voto del cuore ella supplicava Iddio a
non assopire le sue forze, ella non volea cadere corpo inerte tra le
braccia di quell’uomo che non l’avrebbe rispettata.... essa lottava,
disperatamente lottava contro le sue forze che si esaurivano, e
nella lotta lo sfinimento vicino intorpidiva tutte le sue membra, un
sogghigno da demone contraeva i lineamenti dell’incognito che misurava
con l’occhio avido l’agonia convulsa di quell’essere frale che si
dibatteva contro il deliquio che gelava le sue fibbre spossate... già
innanzi ai suoi sguardi scendeva una fitta nebbia, in mezzo a cui si
elevava sinistra una figura di satiro che rideva un riso da demone, e
vedeva tendersi su lei un’immonda branca, e sentiva l’alito infuocato
d’una bocca soffocarle sulle labbra il respiro; mandò un gemito cupo,
angoscioso, come d’un’anima che si schianta sotto la foga d’un dolore
che mente umana non può ideare, protese una mano nel vuoto e serrandosi
coll’altra al petto la sua creatura cadde.
Nel medesimo istante uno sparo rintronò nella stanza e ne fe’ tremare
la vôlta, s’intese un grido di rabbia e di dolore, l’incognito che
s’era inclinato verso la giovane donna riverso rotolò al suolo colpito
dal piombo fulminatore.
Un uomo si slanciò verso Giulietta, era Francesco... non curandosi
che di lei che vide stesa inanime sul terreno, egli la recò tra le sue
braccia sul letto della vicina stanza; disperatamente egli la chiamava
per nome, ne spruzzava coll’acqua la fronte coperta d’un pallore
mortale; dal petto dell’infelice uscì un sospiro, il giovane alzò lo
sguardo al cielo ebbro di tutta la viva riconoscenza della sua anima...
— A me, a me!... grida contorcendosi fra gli spasimi della ferita
l’incognito; all’assassino!... all’assassino!...
La vecchia si precipitò dalla stanza ove Francesco stava prodigando
a Giulietta le cure che la ritornavano alla vita; svegliata da quel
frastuono, spaventata nel vedere un uomo giacersi in mezzo della stanza
in un lago di sangue. — Essi vengono!... essi vengono, gridò essa
presentendo vagamente l’avvenuto... fuggite, Francesco!... fuggite!..
Le grida degli assalitori si elevavano formidabili dalla strada...
Francesco strappò la spada dal fianco dell’incognito che bestemmiando
ruggiva come un tigre atterrato dal mastino, armò la pistola che gli
rimaneva carica alla cintola, e gettò una furtiva occhiata dal balcone.
— Una folla d’armigeri e di bravacci, che riconobbe per la sgherraglia
del duca installata nel suo castello di Baradello, dove facevan
gazzarra di tripudi, s’accalcava alla porta di strada; v’era ancora
una speranza, ed essa lampeggiò nel pensiero del giovane, quasi nello
stesso momento la porta cedette, e mossi da un solo impeto tutti vi
si precipitaron contro slanciandosi su per le scale da cui irruppero.
Francesco raccomandò con un cenno alla vecchia Gaetana l’infelice
che rinveniva allora dal suo torpore, e ratto si slanciò dal balcone
guadagnando in brevi istanti la montagna...
La sgherraglia penetrata nella stanza non appena egli era scomparso,
non vi trovò che il corpo quasi esanime del condottiero ed una donna
svenuta a cui la vecchia governante prodigava tutte le cure d’una
madre; si caricarono del corpo del lor capitano e bestemmiando e
ringhiando quai mastini cui sia mancata la preda lasciarono quella casa
che fu campo a sì tristo spettacolo.