CAPITOLO XI.

La trama.

Da quel giorno incominciò pel giovane montanaro, quella vita agitata

del profugo a cui non dava tregua nè posa l’odio e la vendetta di

tutta quella ciurmaglia temuta e più disprezzata, che erano le mille

braccia per cui la forza brutale del potere dominava i paesi e vi facea

gazzarra di ladrerie e di violenze d’ogni modo.

Errante di montagna in montagna, alla sfuggita egli era costretto

recarsi in paese allorchè le tenebre della notte potevano favorirlo;

dopo una breve ora di gioja passata con Giulietta nella quale cercava

di quietare le pur troppo ragionevoli trepidazioni, e le paure che ne

sturbavano la dolce quiete, ritornava di bel nuovo a quel vagabondaggio

a cui maturava in pensiero come dar tregua.

Portar Giulietta lontano da quei luoghi dove ormai era loro impossibile

sperare la pace... ma poi?... la strapperebbe egli alla casa dove

era cresciuta pargoletta?... la toglierebbe dal tetto paterno?...

la farebbe sua, per farle dividere, che?... le angoscie d’una vita

di stenti?... il terrore d’un’esistenza di pericoli?... nelle lotte

ch’egli aveva a sostenere, nelle imboscate che gli si preparavano ogni

momento, non avrebbe potuto perdere la vita?... nulla di più certo!...

e che sarebbe stato allora di lei?... di quella povera creatura esposta

senza difesa alla fatalità della sua sorte?... abbandonata alle mani

dei suoi nemici?...

Tutti questi pensieri s’affollavano inquieti, tormentosi, nella mente

dell’infelice, onde ei se ne sentiva schiacciato con più s’affannava

con tutte le forze dell’anima per uscirne.

Muto, freddo, impassibile scorreva frattanto il tempo e con lui

l’incagliarsi degli avvenimenti che lo seguono, e le pene a cui non

porta sempre rimedio.

Enrico, il comandante della sgherraglia del duca era stato trasportato

al Castello Baradello, e guariva della sua ferita d’altronde non troppo

allarmante.

Se la toccatagli lezione gli diè serii pensieri sul garbuglio in cui

s’era cacciato, non gli tolse però di capo la caparbietà cocciuta

di quel suo capriccio a cui vi s’era attaccato con una picca da

indemoniato!... Ei capì soltanto dall’avvenuto che si doveva pervenirvi

per altra via che non fosse quella che già aveva tentata e che poteva

esporlo a chi sa che brutti rischi... e quando un uomo della sua tempra

s’intesta di venir a capo di quei maledetti puntigli, non è da pensare

che per poco smetta dal gioco... E qui è da notarsi come ci andasse di

mezzo una sete divorante di trar vendetta dello smacco, e di far pagare

a mille doppi al giovane ch’ei chiamava, gradasso, e peggio!... quella

stoccata che gli diè misura quale fosse la mano esperta che gliela

mandava come un saggio da farsene guardia.

Uno diverso dall’altro ei ruminò quindi nella mente un buon numero di

progetti che gli servissero all’uopo; ma niuno faceva capo ove ei volea

venire, e si diè ad almanaccar di nuovo con quanta forza di pensiero

più gli consentiva il vigore della convalescenza che l’aveva omai tolto

da ogni paura di mal giuoco.

In una delle sale del castello egli camminava a passi agitati come

chi sia in preda ad interna ed irrequieta lotta; da un ampio balcone

di forma gotica scorgevansi indorate da un sanguigno raggio di sole

che volgeva al suo tramonto, le vette delle montagne verdeggianti

di vigneti, ricche di olmi e di quegli infiniti boschetti di roveri

fronzute che vi vegetano in tanta abbondanza, ed in mezzo alle quali

volteggia gaja la cingallegra ed il capinero, e vi trillano lo loro

canzoni, vaghe armonie della montagna che vi risponde col dolce fremito

delle scosse fronde.

Enrico ristette a guardare dall’aperto balcone, ma non era il tramonto

del sole circondato dal suo manto di porpora che egli ammirava, nè

l’ammantarsi della natura nel suo drappo di tenebre... Il suo pensiero

errava fantastico e torbido... si diè col pugno sulla fronte e stette

per alcuni momenti immobile e muto.

Si batterono alcuni colpi alla porta della sala; chi è là?... gridò

la voce aspra del giovane, corrucciato che lo si distraesse dalle sue

meditazioni.

— Antonio, gli rispose la voce.

Un sorriso di gioja e di speranza brillò sulla cupa fronte del

condottiero; a passo rapido ei mosse ad aprire, e stette spiando in

volto al venuto colle nari aperte, a guisa di selvaggio puledro a

cui s’infreni la corsa. L’occhio acceso, le labbra contratte parean

favellare la domanda che si andava formando nel pensiero.

L’uomo che entrava allora coperto di polvere e spossato come da

intrapresa fatica era di pessimo aspetto... aveva lunga ed incolta

la chioma che gli scendea rabbuffata sulle spalle, coperte da una

carmagnola di fustagno su cui il tempo aveva lasciato non dubbie

impronte del suo passaggio; l’occhio aveva fosco, il labbro sporgente,

la fronte bassa... Egli era quale in quel momento potevasi aspettare

che entrasse onde far sorridere o di gioja o di speranza colui che solo

nel pensiero d’un delitto poteva acquetare il fermento della sua anima.

— Ebbene, Antonio, quali nuove?... domandò egli infine con impazienza,

come vide che l’altro appena entrato s’andava spolverando il largo

feltro mentre si tergeva colla destra il sudore che gli gocciava dalla

fronte arsa dal sole.

— Nulla!... borbottò con mal umore l’interrogato.

Enrico si morse le labbra a sangue... nel suo sguardo balenò un lampo

d’ira.

— Nulla!... ripete egli... affè che vale proprio la pena di satollarvi

d’oro!... Voi!... marrani poltroni!... a cui il diavolo al quale

vi siete votati non sa nemmeno cosa suggerire... che non sia una

bestialità!...

— Il diavolo!... il diavolo!.... mormorò Antonio colla fronte

accigliata. Affè che se qui non c’entra non saprei dove ei potesse

entrare, padron Enrico!... la ragazza la ci sguscia di mano quando meno

la s’aspetta!... e quel indiavolato del suo sbarbatello, fa gazzarra

di rodomontate da far credere che tutti i diavoli della terra gli dien

mano a farci le ficche!...

— Dite piuttosto che tu e tutta la tua congrega avete paura d’un

bambolo.

— Perdonate, padron Enrico... oh perchè se vi par cosa tanto facile

torlo di mezzo alla spiccia, vi siete lasciato conciare com’ei v’ha

conciato?...

Enrico si fe’ pallido come se un aspide l’avesse morso... Bada,

marrano!... mormorò egli fremente... e portò la destra al pugnale.

— Dissi così per dire, eccellenza... s’affrettò a rispondergli mogio

mogio lo sgherro, che s’accorse non esser momento da giuocar di

parole... Quello che vi dico si è che s’ha bel fare a tendergli le

reti, è merlo che non si prende in pania, e a torlo di fronte sa levar

il volo in modo che non resta tempo a dargli la girata.

Enrico camminava impazientito mentre l’altro gli venia dietro guardingo

ed alla rispettosa distanza di chi s’attenga, ove ragion non valga, al

diritto d’usar altri mezzi che gli consentano uscir d’impaccio.

Tutto ad un tratto ei si fermò sui due piedi come colpito da un’idea;

Enrico che lo seguiva con occhio inquieto lo interrogò rapido collo

sguardo, parve che entrambi si fosser compresi, chè le loro fisonomie

espressero simultaneamente la forma d’un pensiero.

— Ebbene, Antonio?... domandò Enrico con ansia.

— Ci sono! rispose l’altro... e affè!... che vostra eccellenza mi tolga

la sua protezione se non glielo do vivo o morto fra tre giorni.

— Come?...

— È un mio segreto; m’occorre una somma che deve servire all’uopo.

— Quanto t’occorre?... presto.

— Quaranta scudi; ad opera compiuta, vostro onore provvederà.

— Cento scudi!... se non manchi, fremè con voce alterata il giovane il

cui occhio si fe’ acceso come fuoco, numerandogli i quaranta scudi che

l’altro s’intascò freddamente e come uomo sicuro di sè.

— Bada a te marrano!... se m’inganni!

— Vi gioco la testa, padron Enrico, e messa in bilancia non la darei,

rispose Antonio che salutava dalla soglia.

— Dunque fra tre giorni

— Fra tre giorni.

— Chi va là?... gridò la sentinella del monte. Antonio usciva dal

castello.

Il palazzo del diavolo, vol. 1/2 · 第 22 / 34 题