La trama.
Da quel giorno incominciò pel giovane montanaro, quella vita agitata
del profugo a cui non dava tregua nè posa l’odio e la vendetta di
tutta quella ciurmaglia temuta e più disprezzata, che erano le mille
braccia per cui la forza brutale del potere dominava i paesi e vi facea
gazzarra di ladrerie e di violenze d’ogni modo.
Errante di montagna in montagna, alla sfuggita egli era costretto
recarsi in paese allorchè le tenebre della notte potevano favorirlo;
dopo una breve ora di gioja passata con Giulietta nella quale cercava
di quietare le pur troppo ragionevoli trepidazioni, e le paure che ne
sturbavano la dolce quiete, ritornava di bel nuovo a quel vagabondaggio
a cui maturava in pensiero come dar tregua.
Portar Giulietta lontano da quei luoghi dove ormai era loro impossibile
sperare la pace... ma poi?... la strapperebbe egli alla casa dove
era cresciuta pargoletta?... la toglierebbe dal tetto paterno?...
la farebbe sua, per farle dividere, che?... le angoscie d’una vita
di stenti?... il terrore d’un’esistenza di pericoli?... nelle lotte
ch’egli aveva a sostenere, nelle imboscate che gli si preparavano ogni
momento, non avrebbe potuto perdere la vita?... nulla di più certo!...
e che sarebbe stato allora di lei?... di quella povera creatura esposta
senza difesa alla fatalità della sua sorte?... abbandonata alle mani
dei suoi nemici?...
Tutti questi pensieri s’affollavano inquieti, tormentosi, nella mente
dell’infelice, onde ei se ne sentiva schiacciato con più s’affannava
con tutte le forze dell’anima per uscirne.
Muto, freddo, impassibile scorreva frattanto il tempo e con lui
l’incagliarsi degli avvenimenti che lo seguono, e le pene a cui non
porta sempre rimedio.
Enrico, il comandante della sgherraglia del duca era stato trasportato
al Castello Baradello, e guariva della sua ferita d’altronde non troppo
allarmante.
Se la toccatagli lezione gli diè serii pensieri sul garbuglio in cui
s’era cacciato, non gli tolse però di capo la caparbietà cocciuta
di quel suo capriccio a cui vi s’era attaccato con una picca da
indemoniato!... Ei capì soltanto dall’avvenuto che si doveva pervenirvi
per altra via che non fosse quella che già aveva tentata e che poteva
esporlo a chi sa che brutti rischi... e quando un uomo della sua tempra
s’intesta di venir a capo di quei maledetti puntigli, non è da pensare
che per poco smetta dal gioco... E qui è da notarsi come ci andasse di
mezzo una sete divorante di trar vendetta dello smacco, e di far pagare
a mille doppi al giovane ch’ei chiamava, gradasso, e peggio!... quella
stoccata che gli diè misura quale fosse la mano esperta che gliela
mandava come un saggio da farsene guardia.
Uno diverso dall’altro ei ruminò quindi nella mente un buon numero di
progetti che gli servissero all’uopo; ma niuno faceva capo ove ei volea
venire, e si diè ad almanaccar di nuovo con quanta forza di pensiero
più gli consentiva il vigore della convalescenza che l’aveva omai tolto
da ogni paura di mal giuoco.
In una delle sale del castello egli camminava a passi agitati come
chi sia in preda ad interna ed irrequieta lotta; da un ampio balcone
di forma gotica scorgevansi indorate da un sanguigno raggio di sole
che volgeva al suo tramonto, le vette delle montagne verdeggianti
di vigneti, ricche di olmi e di quegli infiniti boschetti di roveri
fronzute che vi vegetano in tanta abbondanza, ed in mezzo alle quali
volteggia gaja la cingallegra ed il capinero, e vi trillano lo loro
canzoni, vaghe armonie della montagna che vi risponde col dolce fremito
delle scosse fronde.
Enrico ristette a guardare dall’aperto balcone, ma non era il tramonto
del sole circondato dal suo manto di porpora che egli ammirava, nè
l’ammantarsi della natura nel suo drappo di tenebre... Il suo pensiero
errava fantastico e torbido... si diè col pugno sulla fronte e stette
per alcuni momenti immobile e muto.
Si batterono alcuni colpi alla porta della sala; chi è là?... gridò
la voce aspra del giovane, corrucciato che lo si distraesse dalle sue
meditazioni.
— Antonio, gli rispose la voce.
Un sorriso di gioja e di speranza brillò sulla cupa fronte del
condottiero; a passo rapido ei mosse ad aprire, e stette spiando in
volto al venuto colle nari aperte, a guisa di selvaggio puledro a
cui s’infreni la corsa. L’occhio acceso, le labbra contratte parean
favellare la domanda che si andava formando nel pensiero.
L’uomo che entrava allora coperto di polvere e spossato come da
intrapresa fatica era di pessimo aspetto... aveva lunga ed incolta
la chioma che gli scendea rabbuffata sulle spalle, coperte da una
carmagnola di fustagno su cui il tempo aveva lasciato non dubbie
impronte del suo passaggio; l’occhio aveva fosco, il labbro sporgente,
la fronte bassa... Egli era quale in quel momento potevasi aspettare
che entrasse onde far sorridere o di gioja o di speranza colui che solo
nel pensiero d’un delitto poteva acquetare il fermento della sua anima.
— Ebbene, Antonio, quali nuove?... domandò egli infine con impazienza,
come vide che l’altro appena entrato s’andava spolverando il largo
feltro mentre si tergeva colla destra il sudore che gli gocciava dalla
fronte arsa dal sole.
— Nulla!... borbottò con mal umore l’interrogato.
Enrico si morse le labbra a sangue... nel suo sguardo balenò un lampo
d’ira.
— Nulla!... ripete egli... affè che vale proprio la pena di satollarvi
d’oro!... Voi!... marrani poltroni!... a cui il diavolo al quale
vi siete votati non sa nemmeno cosa suggerire... che non sia una
bestialità!...
— Il diavolo!... il diavolo!.... mormorò Antonio colla fronte
accigliata. Affè che se qui non c’entra non saprei dove ei potesse
entrare, padron Enrico!... la ragazza la ci sguscia di mano quando meno
la s’aspetta!... e quel indiavolato del suo sbarbatello, fa gazzarra
di rodomontate da far credere che tutti i diavoli della terra gli dien
mano a farci le ficche!...
— Dite piuttosto che tu e tutta la tua congrega avete paura d’un
bambolo.
— Perdonate, padron Enrico... oh perchè se vi par cosa tanto facile
torlo di mezzo alla spiccia, vi siete lasciato conciare com’ei v’ha
conciato?...
Enrico si fe’ pallido come se un aspide l’avesse morso... Bada,
marrano!... mormorò egli fremente... e portò la destra al pugnale.
— Dissi così per dire, eccellenza... s’affrettò a rispondergli mogio
mogio lo sgherro, che s’accorse non esser momento da giuocar di
parole... Quello che vi dico si è che s’ha bel fare a tendergli le
reti, è merlo che non si prende in pania, e a torlo di fronte sa levar
il volo in modo che non resta tempo a dargli la girata.
Enrico camminava impazientito mentre l’altro gli venia dietro guardingo
ed alla rispettosa distanza di chi s’attenga, ove ragion non valga, al
diritto d’usar altri mezzi che gli consentano uscir d’impaccio.
Tutto ad un tratto ei si fermò sui due piedi come colpito da un’idea;
Enrico che lo seguiva con occhio inquieto lo interrogò rapido collo
sguardo, parve che entrambi si fosser compresi, chè le loro fisonomie
espressero simultaneamente la forma d’un pensiero.
— Ebbene, Antonio?... domandò Enrico con ansia.
— Ci sono! rispose l’altro... e affè!... che vostra eccellenza mi tolga
la sua protezione se non glielo do vivo o morto fra tre giorni.
— Come?...
— È un mio segreto; m’occorre una somma che deve servire all’uopo.
— Quanto t’occorre?... presto.
— Quaranta scudi; ad opera compiuta, vostro onore provvederà.
— Cento scudi!... se non manchi, fremè con voce alterata il giovane il
cui occhio si fe’ acceso come fuoco, numerandogli i quaranta scudi che
l’altro s’intascò freddamente e come uomo sicuro di sè.
— Bada a te marrano!... se m’inganni!
— Vi gioco la testa, padron Enrico, e messa in bilancia non la darei,
rispose Antonio che salutava dalla soglia.
— Dunque fra tre giorni
— Fra tre giorni.
— Chi va là?... gridò la sentinella del monte. Antonio usciva dal
castello.