CAPITOLO VIII.

Giulietta.

Era uno di quei bei mattini d’Italia, quali si ammirano col cuore

sussultante di voluttà sulle amene rive del Lario; ove si ascolta il

fremer dolcemente delle acque del lago contro i massi di granito di

quelle roccie, sul cui dosso l’opera della civilizzazione ha coltivato

leggiadri giardini e vaghi caseggiati, che si fiancheggiano l’un

l’altro gareggiando in pompa di bellezza. L’usignuolo nascosto tra le

verdi siepi vi trilla il suo gorgheggio, mesto talora come il sospiro

d’un cuore che su quelle belle sponde venga a cercare l’oblio, e vi

trovi rinvigorita la memoria. Ove l’amore martelli l’anima qual altra

cosa che amore si può egli sognare sotto l’azzurro di quel cielo che si

contempla in quello specchio lucente contornato da tanta magnificenza

indefinibile?...

Faceva angolo alla strada che da Chiasso conduce a Mendrisio una

modesta casetta; una delle sue finestre che dominava la campagna era

aperta e vi vedevi ad ogni tratto apparire il bel sorriso d’un labbro

roseo, da cui era animato, leggiadramente un fresco volto di fanciulla.

Essa era bella!... aveva le guance paffutelle, occhio vispo e nero,

capelli che le scendevano in ciocche d’oro sugli omeri tondeggianti;

era un bel angelo, una di quelle care creature che crescono là, al

rezzo di quelle arie imbalsamate dagli aromi della montagna, ove

passano la loro prima età, correndo come vispi capriuoli su e giù per

gli sdrucciolevoli sentieri delle amene vallate, inerpicandosi di masso

in masso tra i pruni e gli sterpi, e riducendosi alle soglie delle loro

case, con più di forza nel corpo, con più di fame allo stomaco, e con

una salute cresciuta a norma delle trascuratezze d’una vita libera di

quei tanti riguardi che intisichiscono sul fior dell’età quelle gracili

complessioni che talora si svolgono tra le sontuose mura d’un palazzo,

prive d’aria e di sole, come un fiore tra le vetraje d’una serra.

Giulietta era la figlia di onesti bottegai che facendo scrupolosamente

il lor dovere avevan lasciata la vita, la madre l’aveva perduta in una

malattia che da qualche anno infieriva nei dintorni del lago; il padre,

perchè era arrivato a quell’età nella quale s’accetta la morte come una

tassa che tutti s’ha da pagare a quel inesorabile doganiere che è il

tempo.

Giulietta rimasta erede della casetta che abitava e di un piccolo

censo, viveva tranquilla colle soavi memorie de’ suoi cari e colla

vecchia governante che fanciulletta l’aveva cullata sulle sue

ginocchia. Era la sua governante una buona pasta di donna, dalla

voce burbera piuttosto che no, e dal cuore largo, aperto, per buttar

fuori senza cerimonia quanto le passava nell’animo; tutto amore per

la sua figlioccia, e guai a chi la toccasse!..., chè le comari del

paese ne sentivan di sode allora!... Ma nessuno sparlava della bella

bionda... e la sua vita scorreva tranquilla, come il rigagnolo che

lambiva il margine del praticello che le aveva lasciato suo padre...

Diceva qualche voce, sommesso sommesso, che una buona ragazza non

deve far scapucci, e che chi si lascia andar giù per quel sentiero, è

ben difficile che si rizzi in gambe, ed il suo scapuccio la Giulietta

l’aveva fatto, e sulle ginocchia della mamma Gaetana, salterellava

fatto baloccar dalla nonna un vispo fanciullino che aveva allora appena

dai 4 ai 5 anni, e che la chiamava mamma con tanta grazia, che la

Giulietta ne divorava coi baci il bel visino che le sorrideva tutto

gioja ed amore.

Ma quei del paese che sapevan tutte queste cose, sapevan anche che

Francesco il suo fidanzato era un bravo ragazzo, che aveva un buon

cuore, buon nome di lavorante alla filanda di seterie, che il suo

principale teneva ben montata in Como, e che se lo teneva a petto come

il miglior capitale della sua fabbrica... I begl’imbusti dal canto

loro l’avevan veduto più d’una volta che s’era trovato in qualche

ingarbugliata faccenda uscirne a forza di braccia, che madre natura

gli aveva fornito con vigorosa muscolatura, e tutte queste buone

ragioni sommate insieme, facevan sì che di lui s’avesse quella stima

che meritava il fidanzato alla bella bionda del paese, che l’avrebbe

sposata appena avesse finito un suo affare.

Quella mattina pertanto la Giulietta apparentemente agitata spiava

dalla finestra l’arrivo di Francesco che tardava d’alquanto, e

ritirandosi dalla finestra guardava con sorriso più tristo del solito

il suo vispo bimbo che giocava colla corona del rosario della nonna

Gaetana.

Pareva che un qualche segreto pensiero turbasse il bel sereno della

sua fronte sempre gaja, e questo senso d’ansia inquieta si faceva

sempreppiù visibile a seconda che il pendolo d’un orologio situato

sul davanzale del caminetto della stanza batteva monotono l’inalterato

suono del tempo che scorre sempre così lento allor che deve avvicinare

il momento della gioja, sì rapido quando affretta quello del dolore.

Non erano però scorsi che pochi istanti, dal labbro della giovine madre

uscì un grido che parve il fremito d’una nota d’armonia sublime! corse

al piccolo Adolfo, e se lo strinse al petto come per far argine ai

battiti del suo cuore, e quasi volesse rispondergli il vispo angioletto

gorgogliò nella sua lingua infantile uno di quegli affastellamenti di

suoni senza forma che solo il cuore delle madri sanno intendere, e che

essa concambiò con una pioggia di baci. Francesco svolgendo l’angolo

della via l’aveva salutata dal balcone e saliva la scala.

Giulietta gli corse incontro festosa e lo accolse con uno di quei baci

ardenti a cui l’anima affida tutte le espressioni che parola umana

invano si studierebbe d’imitare...

— Quanto hai tardato, Francesco!... gli disse poscia accarezzandogli la

fronte colla sua bella mano.

— Dovetti trattenermi in fabbrica per dare alcuni ordini, mia cara...,

il mio principale andò a Milano per qualche sua faccenda di premura.

— E tu sei rimasto in suo luogo... direttore... non è vero?...

— Già... proprio, mia cara... non serve che tu me la dia lunga!...

direttore!... è la vera parola...

Giulietta rispose all’apostrofe insolente con un bel bacio, che il

giovane gli ricambiò di tutto cuore. Poi Giulietta tolse di mano alla

nonna Gaetana il piccolo Adolfo, che stendeva verso l’artigiano le

sue piccole manine, glielo passò sulle ginocchia, ei se lo mise al

collo, poi gli parlarono come si suol parlare vezzeggiando con quelle

gentili creaturine quando l’amore fa assumere alla parola le mille

forme che ne sono l’indefinita ed indefinibile espressione, ed a cui

egli rispondeva a suo modo, chiacchierando alla sua maniera e dicendo

loro chi sa quante cose, onde il tempo scorse in modo da non accorgersi

ch’ei passasse. S’eran portati al balcone, ed a pieno petto respiravano

quell’aria vivificante, con quell’ebbrezza con cui pare che si guardi

l’immensa opera della creazione quando egoisti della propria felicità

si dica, è per noi tutto questo sorriso di cielo!...

Perchè tace sì repentino l’impeto di quella gioja così pura? perchè la

fronte della giovane impallidisce, mentre per contrazione convulsa si

stringono le pugna dell’artigiano, e il bimbo quasi avesse cognizione

di quanto avvenga s’aggrappa impaurito al collo della madre?

Un uomo aveva attraversato la strada, aveva gettato uno sguardo alla

finestra ed era scomparso scantonando.

— Lui!... mormora Francesco, levando il braccio in atto di minaccia

verso la parte per dove era scomparso l’incognito, lui!... sempre

lui!...

— Che hai, Francesco!... mio Dio!... che hai?... mormorò la giovane

rattenendogli il braccio che egli lasciò ricadere come scoraggiato.

— Ho.... fremè egli con voce cupa, che non so spiegarmi perchè ogni

volta che io sono vicino a te, e dimentico l’esistenza beato del tuo

sorriso d’angelo!... quell’uomo sorge tra me e la felicità, e col suo

ceffo beffardo e provocatore mi gela nell’animo lo slancio della fede,

la speranza dell’avvenire!...

— Sei pazzo, Francesco!... si sforzò a dirgli Giulietta, la quale non

potè soffocare un sospiro che le irrompeva dal petto agitato.

— Pazzo!... mormorò il giovane, oh no, Giulietta... perchè... non è

forse vero che tu pure hai provato ciò che io provo?... perchè tu pure

hai paura di quell’uomo?...

Giulietta si strinse al seno il bambino che mandò un lamento.

Successe un momento di silenzio. — Ti ricordi, Giulietta?... riprese

Francesco a voce bassa quasi temesse di sè stesso... o del suono

istesso delle sue parole... fu a Como che l’abbiamo veduto per la

prima volta... tu pregavi, io ti guardava... eravamo nella casa del

Signore, e il prete mormorava dall’altare le sacre parole del rito...

ad un tratto un fremito corse le tue fibbre... il libro quasi ti cadde

di mano... i tuoi occhi errarono incerti, vaghi a te d’intorno, io ne

fissai la direzione e lo vidi; era là... ritto, immobile, appoggiato

ad una delle colonne della chiesa... guardava in un modo che pareva

non avesse guardo, io sentii un brivido corrermi per l’ossa... tu non

avevi più letto sul tuo libro di preghiera, io non t’ho più guardata

come prima ti guardava; uscimmo e fermo come prima, immobile a sinistra

della porta egli era là...

— Siamo fanciulli Francesco, gli disse Giulietta con un sorriso; e che

può egli su noi? che ci importa che ei sia passato?... saremmo noi meno

felici di quel che prima non lo fossimo se non l’avessimo veduto?...

Francesco scrollò il capo. — È una fatalità mormorò egli... quell’uomo

ci porta sventura!...

Si sentì battere alla porta.

La nonna Gaetana corse ad aprire, un fattorino della tessitoria portava

una lettera per Francesco... Era del suo principale che lo chiamava a

volo di corriere a Milano, i suoi affari eran minacciati di grave danno

ed aveva bisogno che Francesco fosse all’istante presso lui...

Quest’annuncio imprevisto che gli giungeva in sì tristo momento, in tal

momento in cui il suo animo era soggetto a così sinistri presentimenti,

fu scintilla che s’apprende ad esca preparata. Mille strane idee

s’affacciarono al suo spirito agitato, ei vagò di pensiero in pensiero

fino alle più assurde fantasticaggini, se non che per uno di quei

contrasti così fecondi nella psicologia delle umane passioni, a norma

che più nell’animo di Francesco sorgevano queste febbrili immagini che

sotto l’esaltazione della mente prendevano una forma ognor sì varia,

forse perchè combattuti dalla stranezza istessa di quella specie di

delirio febbrile, quei dubbi e quelle agitazioni scemavano nell’animo

di Giulietta che si fe’ a persuaderlo con ogni modo dell’esagerazione

dei suoi sentimenti, e come d’assurdo in assurdo vagasse senza tregua

e senza confine, ond’ei si fe’ se non persuaso, almeno più quieto, a

seguire il corso di quelle idee dolci e miti per mezzo delle quali essa

combattendo le sue esaltazioni lo conduceva alla realtà delle cose, gli

mostrava essere necessaria la sua partenza senza frapporvi indugio,

che nulla aveva a che fare la presenza di quell’uomo misterioso con

quanto riguardasse i suoi doveri, essere la lettera del carattere del

suo principale che ben ei conosceva; invece delle chimeriche visioni

della sua mente esaltata esser vero e reale il bisogno che egli aveva

dell’opera sua... e che infine ella ben sapria nel tempo di sua assenza

essere come lo fu altre volte, custode del suo onore contro qualsiasi

attacco da chi si voglia mosso!... Lo accompagnò fin sulla porta con un

bacio, gli fe’ prender la strada di Como, e colla mano ricambiando ai

reiterati cenni del fidanzato, lo seguì collo sguardo fin che lo vide

nello sviarsi del sentiero sparire.

Il palazzo del diavolo, vol. 1/2 · 第 19 / 34 题