Giulietta.
Era uno di quei bei mattini d’Italia, quali si ammirano col cuore
sussultante di voluttà sulle amene rive del Lario; ove si ascolta il
fremer dolcemente delle acque del lago contro i massi di granito di
quelle roccie, sul cui dosso l’opera della civilizzazione ha coltivato
leggiadri giardini e vaghi caseggiati, che si fiancheggiano l’un
l’altro gareggiando in pompa di bellezza. L’usignuolo nascosto tra le
verdi siepi vi trilla il suo gorgheggio, mesto talora come il sospiro
d’un cuore che su quelle belle sponde venga a cercare l’oblio, e vi
trovi rinvigorita la memoria. Ove l’amore martelli l’anima qual altra
cosa che amore si può egli sognare sotto l’azzurro di quel cielo che si
contempla in quello specchio lucente contornato da tanta magnificenza
indefinibile?...
Faceva angolo alla strada che da Chiasso conduce a Mendrisio una
modesta casetta; una delle sue finestre che dominava la campagna era
aperta e vi vedevi ad ogni tratto apparire il bel sorriso d’un labbro
roseo, da cui era animato, leggiadramente un fresco volto di fanciulla.
Essa era bella!... aveva le guance paffutelle, occhio vispo e nero,
capelli che le scendevano in ciocche d’oro sugli omeri tondeggianti;
era un bel angelo, una di quelle care creature che crescono là, al
rezzo di quelle arie imbalsamate dagli aromi della montagna, ove
passano la loro prima età, correndo come vispi capriuoli su e giù per
gli sdrucciolevoli sentieri delle amene vallate, inerpicandosi di masso
in masso tra i pruni e gli sterpi, e riducendosi alle soglie delle loro
case, con più di forza nel corpo, con più di fame allo stomaco, e con
una salute cresciuta a norma delle trascuratezze d’una vita libera di
quei tanti riguardi che intisichiscono sul fior dell’età quelle gracili
complessioni che talora si svolgono tra le sontuose mura d’un palazzo,
prive d’aria e di sole, come un fiore tra le vetraje d’una serra.
Giulietta era la figlia di onesti bottegai che facendo scrupolosamente
il lor dovere avevan lasciata la vita, la madre l’aveva perduta in una
malattia che da qualche anno infieriva nei dintorni del lago; il padre,
perchè era arrivato a quell’età nella quale s’accetta la morte come una
tassa che tutti s’ha da pagare a quel inesorabile doganiere che è il
tempo.
Giulietta rimasta erede della casetta che abitava e di un piccolo
censo, viveva tranquilla colle soavi memorie de’ suoi cari e colla
vecchia governante che fanciulletta l’aveva cullata sulle sue
ginocchia. Era la sua governante una buona pasta di donna, dalla
voce burbera piuttosto che no, e dal cuore largo, aperto, per buttar
fuori senza cerimonia quanto le passava nell’animo; tutto amore per
la sua figlioccia, e guai a chi la toccasse!..., chè le comari del
paese ne sentivan di sode allora!... Ma nessuno sparlava della bella
bionda... e la sua vita scorreva tranquilla, come il rigagnolo che
lambiva il margine del praticello che le aveva lasciato suo padre...
Diceva qualche voce, sommesso sommesso, che una buona ragazza non
deve far scapucci, e che chi si lascia andar giù per quel sentiero, è
ben difficile che si rizzi in gambe, ed il suo scapuccio la Giulietta
l’aveva fatto, e sulle ginocchia della mamma Gaetana, salterellava
fatto baloccar dalla nonna un vispo fanciullino che aveva allora appena
dai 4 ai 5 anni, e che la chiamava mamma con tanta grazia, che la
Giulietta ne divorava coi baci il bel visino che le sorrideva tutto
gioja ed amore.
Ma quei del paese che sapevan tutte queste cose, sapevan anche che
Francesco il suo fidanzato era un bravo ragazzo, che aveva un buon
cuore, buon nome di lavorante alla filanda di seterie, che il suo
principale teneva ben montata in Como, e che se lo teneva a petto come
il miglior capitale della sua fabbrica... I begl’imbusti dal canto
loro l’avevan veduto più d’una volta che s’era trovato in qualche
ingarbugliata faccenda uscirne a forza di braccia, che madre natura
gli aveva fornito con vigorosa muscolatura, e tutte queste buone
ragioni sommate insieme, facevan sì che di lui s’avesse quella stima
che meritava il fidanzato alla bella bionda del paese, che l’avrebbe
sposata appena avesse finito un suo affare.
Quella mattina pertanto la Giulietta apparentemente agitata spiava
dalla finestra l’arrivo di Francesco che tardava d’alquanto, e
ritirandosi dalla finestra guardava con sorriso più tristo del solito
il suo vispo bimbo che giocava colla corona del rosario della nonna
Gaetana.
Pareva che un qualche segreto pensiero turbasse il bel sereno della
sua fronte sempre gaja, e questo senso d’ansia inquieta si faceva
sempreppiù visibile a seconda che il pendolo d’un orologio situato
sul davanzale del caminetto della stanza batteva monotono l’inalterato
suono del tempo che scorre sempre così lento allor che deve avvicinare
il momento della gioja, sì rapido quando affretta quello del dolore.
Non erano però scorsi che pochi istanti, dal labbro della giovine madre
uscì un grido che parve il fremito d’una nota d’armonia sublime! corse
al piccolo Adolfo, e se lo strinse al petto come per far argine ai
battiti del suo cuore, e quasi volesse rispondergli il vispo angioletto
gorgogliò nella sua lingua infantile uno di quegli affastellamenti di
suoni senza forma che solo il cuore delle madri sanno intendere, e che
essa concambiò con una pioggia di baci. Francesco svolgendo l’angolo
della via l’aveva salutata dal balcone e saliva la scala.
Giulietta gli corse incontro festosa e lo accolse con uno di quei baci
ardenti a cui l’anima affida tutte le espressioni che parola umana
invano si studierebbe d’imitare...
— Quanto hai tardato, Francesco!... gli disse poscia accarezzandogli la
fronte colla sua bella mano.
— Dovetti trattenermi in fabbrica per dare alcuni ordini, mia cara...,
il mio principale andò a Milano per qualche sua faccenda di premura.
— E tu sei rimasto in suo luogo... direttore... non è vero?...
— Già... proprio, mia cara... non serve che tu me la dia lunga!...
direttore!... è la vera parola...
Giulietta rispose all’apostrofe insolente con un bel bacio, che il
giovane gli ricambiò di tutto cuore. Poi Giulietta tolse di mano alla
nonna Gaetana il piccolo Adolfo, che stendeva verso l’artigiano le
sue piccole manine, glielo passò sulle ginocchia, ei se lo mise al
collo, poi gli parlarono come si suol parlare vezzeggiando con quelle
gentili creaturine quando l’amore fa assumere alla parola le mille
forme che ne sono l’indefinita ed indefinibile espressione, ed a cui
egli rispondeva a suo modo, chiacchierando alla sua maniera e dicendo
loro chi sa quante cose, onde il tempo scorse in modo da non accorgersi
ch’ei passasse. S’eran portati al balcone, ed a pieno petto respiravano
quell’aria vivificante, con quell’ebbrezza con cui pare che si guardi
l’immensa opera della creazione quando egoisti della propria felicità
si dica, è per noi tutto questo sorriso di cielo!...
Perchè tace sì repentino l’impeto di quella gioja così pura? perchè la
fronte della giovane impallidisce, mentre per contrazione convulsa si
stringono le pugna dell’artigiano, e il bimbo quasi avesse cognizione
di quanto avvenga s’aggrappa impaurito al collo della madre?
Un uomo aveva attraversato la strada, aveva gettato uno sguardo alla
finestra ed era scomparso scantonando.
— Lui!... mormora Francesco, levando il braccio in atto di minaccia
verso la parte per dove era scomparso l’incognito, lui!... sempre
lui!...
— Che hai, Francesco!... mio Dio!... che hai?... mormorò la giovane
rattenendogli il braccio che egli lasciò ricadere come scoraggiato.
— Ho.... fremè egli con voce cupa, che non so spiegarmi perchè ogni
volta che io sono vicino a te, e dimentico l’esistenza beato del tuo
sorriso d’angelo!... quell’uomo sorge tra me e la felicità, e col suo
ceffo beffardo e provocatore mi gela nell’animo lo slancio della fede,
la speranza dell’avvenire!...
— Sei pazzo, Francesco!... si sforzò a dirgli Giulietta, la quale non
potè soffocare un sospiro che le irrompeva dal petto agitato.
— Pazzo!... mormorò il giovane, oh no, Giulietta... perchè... non è
forse vero che tu pure hai provato ciò che io provo?... perchè tu pure
hai paura di quell’uomo?...
Giulietta si strinse al seno il bambino che mandò un lamento.
Successe un momento di silenzio. — Ti ricordi, Giulietta?... riprese
Francesco a voce bassa quasi temesse di sè stesso... o del suono
istesso delle sue parole... fu a Como che l’abbiamo veduto per la
prima volta... tu pregavi, io ti guardava... eravamo nella casa del
Signore, e il prete mormorava dall’altare le sacre parole del rito...
ad un tratto un fremito corse le tue fibbre... il libro quasi ti cadde
di mano... i tuoi occhi errarono incerti, vaghi a te d’intorno, io ne
fissai la direzione e lo vidi; era là... ritto, immobile, appoggiato
ad una delle colonne della chiesa... guardava in un modo che pareva
non avesse guardo, io sentii un brivido corrermi per l’ossa... tu non
avevi più letto sul tuo libro di preghiera, io non t’ho più guardata
come prima ti guardava; uscimmo e fermo come prima, immobile a sinistra
della porta egli era là...
— Siamo fanciulli Francesco, gli disse Giulietta con un sorriso; e che
può egli su noi? che ci importa che ei sia passato?... saremmo noi meno
felici di quel che prima non lo fossimo se non l’avessimo veduto?...
Francesco scrollò il capo. — È una fatalità mormorò egli... quell’uomo
ci porta sventura!...
Si sentì battere alla porta.
La nonna Gaetana corse ad aprire, un fattorino della tessitoria portava
una lettera per Francesco... Era del suo principale che lo chiamava a
volo di corriere a Milano, i suoi affari eran minacciati di grave danno
ed aveva bisogno che Francesco fosse all’istante presso lui...
Quest’annuncio imprevisto che gli giungeva in sì tristo momento, in tal
momento in cui il suo animo era soggetto a così sinistri presentimenti,
fu scintilla che s’apprende ad esca preparata. Mille strane idee
s’affacciarono al suo spirito agitato, ei vagò di pensiero in pensiero
fino alle più assurde fantasticaggini, se non che per uno di quei
contrasti così fecondi nella psicologia delle umane passioni, a norma
che più nell’animo di Francesco sorgevano queste febbrili immagini che
sotto l’esaltazione della mente prendevano una forma ognor sì varia,
forse perchè combattuti dalla stranezza istessa di quella specie di
delirio febbrile, quei dubbi e quelle agitazioni scemavano nell’animo
di Giulietta che si fe’ a persuaderlo con ogni modo dell’esagerazione
dei suoi sentimenti, e come d’assurdo in assurdo vagasse senza tregua
e senza confine, ond’ei si fe’ se non persuaso, almeno più quieto, a
seguire il corso di quelle idee dolci e miti per mezzo delle quali essa
combattendo le sue esaltazioni lo conduceva alla realtà delle cose, gli
mostrava essere necessaria la sua partenza senza frapporvi indugio,
che nulla aveva a che fare la presenza di quell’uomo misterioso con
quanto riguardasse i suoi doveri, essere la lettera del carattere del
suo principale che ben ei conosceva; invece delle chimeriche visioni
della sua mente esaltata esser vero e reale il bisogno che egli aveva
dell’opera sua... e che infine ella ben sapria nel tempo di sua assenza
essere come lo fu altre volte, custode del suo onore contro qualsiasi
attacco da chi si voglia mosso!... Lo accompagnò fin sulla porta con un
bacio, gli fe’ prender la strada di Como, e colla mano ricambiando ai
reiterati cenni del fidanzato, lo seguì collo sguardo fin che lo vide
nello sviarsi del sentiero sparire.