In cui si parla di ciò che si dice.
Enrico era rimasto solo signore della Casa della valle; ei vi stette
assente per molto tempo e tra le mura del vasto edificio non s’udia
in allora dai passanti che la monotona cantilena d’una canzone che
di tratto in tratto vi vagava come un lamento, era la canzone della
vecchia Marta.... la pazza della Casa della valle, che sola vi abitava,
ed a cui consentiva quella dimora la voce generale che tale la chiamò
pel tempo che vi visse chiusa sempre in sè stessa, muto il labbro ad
ogni inchiesta, se pur fuvvi qualcuno che avesse osato interrogare la
vecchia custode d’una casa fatta segno dalla superstizione dell’epoca
alle più assurde e strane dicerie.
Il signore di quel luogo v’era tenuto quasi per un essere
soprannaturale che avesse stretto chi sa qual patto colle potenze
infernali che gli davan mano a compiere le sue faccende, a voce bassa
il popolo lo chiamava il diavolo nero; il vecchio portone del palazzo
schiudeva i suoi battenti per lasciarlo passare montato sopra un nero
cavallo, alto di forme, robusto, indomato, che scalpitava caracollando
e via fuggiva portandosi sulla groppa il giovane cavaliere che i
passanti stavano paurosi a riguardare da lontano, parendo loro di
vederlo ad ogni sbalzo rotolargli tra le zampe; ma nulla di questo
accadeva, ed ei noncurante, reggendolo colla destra leggiermente,
via passava come una visione che impauriva i fanciulli e le vecchie
della città. Di notte allor che cupo sibilava il vento o scrosciava
la pioggia, sentivasi dagli abitanti che queti dormivano, batter
l’ugna ferrata del suo cavallo il quale galoppava per le vie...
e allora qualche finestra aprivasi furtivamente per tener dietro
all’ombra che rapida passava di via in via finchè ogni rumore taceva, e
bisbigliavansi al domani strane voci di fantasmi, e dicevasi che da un
balcone fosse sceso uno spirito bianco che il cavaliere aveva portato
con sè fuggendo a corsa verso il suo palazzo, e che quando il portone
s’era spalancato da sè stesso per lasciarlo passare, una gran vampa
di fuoco tutto lo avesse ravvolto... ond’ei scomparve non sapevan se
sotterra, ma lo credevano i più.
Fuvvi qualcuno che disse arditamente dover la giustizia metter mano
entro i misteri della Casa della valle; ma un tal fornajo che aveva
parlato di ciò troppo forte e con troppo calore fu trovato morto sul
ponte del canale là dove ove ora si fe‘ della vecchia casa che lo
fiancheggiava il macello pubblico della città, e le voci si tacquero
impaurite e tremanti, che dove c’entran le corna del diavolo diceva il
volgo, il berretto della giustizia non può far capo.
Arrivati a questo punto del nostro romanzo a cui la leggenda presta
le sue tinte fosche ed indefinite... ne è d’uopo portare l’attenzione
dei nostri lettori sopra alcuni fatti che accadevano prima ancora
che queste varie vicende si fosser compiute nella Casa della valle...
vale a dire quando appena lasciato il soldo del Visconti fra la cui
sgherraglia militava Enrico a Milano, ei venisse a Mantova chiamatovi
dal desiderio della vistosa eredità che sapeva spettargli dopo la
morte dello zio e che da uomo della sua tempra, stimava non potergli
sfuggire, qualunque fosse per essere il mezzo col quale avesse dovuto
conseguirla.