CAPITOLO VI.

Il fratricidio.

Suona a morte il funebre rintocco d’una squilla... Dio!... come le

tenebre son cupe!... Mai notte più grave di nebbia calò sulla terra...

senti un vociar di salmi?... e la terra che cade sovra una bara?...

Vedi i lumi del cimitero vagar tra le croci come anime di morti che

escon fuor delle loro tombe?.. L’uomo della casa maledetta riposa

sotterra... L’ultima vangata è caduta sul suo feretro, oramai non

rende più suono.... è colmo l’orlo della fossa, il becchino vi distende

sopra la smossa argilla, fra poco vi spunterà l’erba, e l’anemone vi

olezzerà vicino fecondato dal sole.... Il giardiniere del cimitero

è prodigo di fiori alle tombe. È un nobil cuore il giardiniere del

cimitero.... se lo chiedete ai parenti dei morti vi diranno per quanti

scudi egli coltivi i suoi fiori... per quanti scudi con cura più che

pietosa copre di terra i feretri... per quanti scudi... vi sterra un

teschio e lo imbianca colla calce perchè vi brilli liscio e lucido

sullo scafale d’una biblioteca, o dentro un museo d’anatomia. È un uomo

che si vende a buon mercato il giardiniere del cimitero!... ed egli non

domanda altro che di stringere colla pietà pubblica i suoi contratti

di mestiere... È il più onesto dei trafficanti, chè da alcuno dei suoi

avventori mai fu mossa lagnanza sul suo conto!... Madre pietosa che

vuoi spargere una lagrima sulla tomba della tua fanciulla... la vuoi tu

vedere ornata dei fiori che tanto le erano cari?... Paga uno scudo al

giardiniere del cimitero... per meno ei ti lasceria crescer le ortiche,

e potresti pungerti le mani se il dolore ti facesse della terra un

bisogno a sostenerti. Giovane innamorato, vuoi tu veder fiorita la

tomba della tua bella che sapeva offrirti quelli del suo giardino

con tanta grazia?... Dà uno scudo al giardiniere del camposanto... È

l’ultima speculazione della vita il traffico del cimitero!... e costa

così poco la tomba, se ne togli la tariffa del prete!...

S’udiva uno strano fracasso nella casa della valle; esso veniva da una

camera che faceva parte dell’ala sinistra del cortile. Era una stanza

senza arredi sotto cui passava l’acqua del Mincio; l’acqua si sentiva

rumoreggiar di sotto e frangersi ai piedi dell’edificio che rasentava

seguitando il suo corso. Era come un martellar di picca... lungo,

continuato, monotono...

La vecchia Marta sedeva immota d’innanzi al portone e sogguardando

dalla parte dove veniva quel rumore, mormorava a voce bassa:

— È passata l’ora in cui al cimitero si seppelliscono i morti... L’ora

è passata, ma i morti non sempre si seppelliscono al cimitero.

S’intese un fragor sordo come di terreno che rovini... poi un tonfo

nell’acqua.

— Caino!... Caino!... mormorava la vecchia la cui voce diventava

più cupa, e dentro alle sue livide occhiaje balenò un lampo: Caino,

Caino!... ripetè ancora fra sè.

Enrico pallido, affannato, usciva dalla stanza verso cui guardava la

vecchia.

Buh, buh, buh, buh!.... non strider

Uccellaccio della notte

Senti?.... è il gemito del morto

Che risponde a quel tuo canto.

No, non strider — buh!... buh!... buh!...

Quando i morti sono morti

Va pur via, non tornar più.

Mandando dal petto la chioccia sua voce la vecchia Marta si era

avviluppata nel bigio sciallo s’era ranicchiata nel suo seggiolone,

lugubre profetessa di sventura, e pareva starsi là tremenda accusatrice

d’un delitto che altero sfidava la legge, perchè la morte gli era

eterno suggello.

— La pazza!... mormorò Enrico che gli passava vicino nel salir la scala

che metteva all’interno del palazzo.

E l’eco dei deserti saloni pareva che ripetesse in tuon lamentevole

come la voce della vecchia, Caino!... Caino!...

Il palazzo del diavolo, vol. 1/2 · 第 17 / 34 题