Il fratricidio.
Suona a morte il funebre rintocco d’una squilla... Dio!... come le
tenebre son cupe!... Mai notte più grave di nebbia calò sulla terra...
senti un vociar di salmi?... e la terra che cade sovra una bara?...
Vedi i lumi del cimitero vagar tra le croci come anime di morti che
escon fuor delle loro tombe?.. L’uomo della casa maledetta riposa
sotterra... L’ultima vangata è caduta sul suo feretro, oramai non
rende più suono.... è colmo l’orlo della fossa, il becchino vi distende
sopra la smossa argilla, fra poco vi spunterà l’erba, e l’anemone vi
olezzerà vicino fecondato dal sole.... Il giardiniere del cimitero
è prodigo di fiori alle tombe. È un nobil cuore il giardiniere del
cimitero.... se lo chiedete ai parenti dei morti vi diranno per quanti
scudi egli coltivi i suoi fiori... per quanti scudi con cura più che
pietosa copre di terra i feretri... per quanti scudi... vi sterra un
teschio e lo imbianca colla calce perchè vi brilli liscio e lucido
sullo scafale d’una biblioteca, o dentro un museo d’anatomia. È un uomo
che si vende a buon mercato il giardiniere del cimitero!... ed egli non
domanda altro che di stringere colla pietà pubblica i suoi contratti
di mestiere... È il più onesto dei trafficanti, chè da alcuno dei suoi
avventori mai fu mossa lagnanza sul suo conto!... Madre pietosa che
vuoi spargere una lagrima sulla tomba della tua fanciulla... la vuoi tu
vedere ornata dei fiori che tanto le erano cari?... Paga uno scudo al
giardiniere del cimitero... per meno ei ti lasceria crescer le ortiche,
e potresti pungerti le mani se il dolore ti facesse della terra un
bisogno a sostenerti. Giovane innamorato, vuoi tu veder fiorita la
tomba della tua bella che sapeva offrirti quelli del suo giardino
con tanta grazia?... Dà uno scudo al giardiniere del camposanto... È
l’ultima speculazione della vita il traffico del cimitero!... e costa
così poco la tomba, se ne togli la tariffa del prete!...
S’udiva uno strano fracasso nella casa della valle; esso veniva da una
camera che faceva parte dell’ala sinistra del cortile. Era una stanza
senza arredi sotto cui passava l’acqua del Mincio; l’acqua si sentiva
rumoreggiar di sotto e frangersi ai piedi dell’edificio che rasentava
seguitando il suo corso. Era come un martellar di picca... lungo,
continuato, monotono...
La vecchia Marta sedeva immota d’innanzi al portone e sogguardando
dalla parte dove veniva quel rumore, mormorava a voce bassa:
— È passata l’ora in cui al cimitero si seppelliscono i morti... L’ora
è passata, ma i morti non sempre si seppelliscono al cimitero.
S’intese un fragor sordo come di terreno che rovini... poi un tonfo
nell’acqua.
— Caino!... Caino!... mormorava la vecchia la cui voce diventava
più cupa, e dentro alle sue livide occhiaje balenò un lampo: Caino,
Caino!... ripetè ancora fra sè.
Enrico pallido, affannato, usciva dalla stanza verso cui guardava la
vecchia.
Buh, buh, buh, buh!.... non strider
Uccellaccio della notte
Senti?.... è il gemito del morto
Che risponde a quel tuo canto.
No, non strider — buh!... buh!... buh!...
Quando i morti sono morti
Va pur via, non tornar più.
Mandando dal petto la chioccia sua voce la vecchia Marta si era
avviluppata nel bigio sciallo s’era ranicchiata nel suo seggiolone,
lugubre profetessa di sventura, e pareva starsi là tremenda accusatrice
d’un delitto che altero sfidava la legge, perchè la morte gli era
eterno suggello.
— La pazza!... mormorò Enrico che gli passava vicino nel salir la scala
che metteva all’interno del palazzo.
E l’eco dei deserti saloni pareva che ripetesse in tuon lamentevole
come la voce della vecchia, Caino!... Caino!...