CAPITOLO V.

Il Testamento.

L’indomani di quella notte tra le cui tenebre il delitto aveva compiuta

l’opera sua, per tutta la città e pei dintorni si sparse la voce

della morte del vecchio alchimista. Si parlava da per tutto d’un’ombra

bianca che qualcuno mentre chiudeva le finestre per mettersi a letto,

aveva veduto gironzare per le vie, e dicevano anche che cantasse uno

strano canto, onde taluno credette fosse l’anima del mago che andasse

chiamando lo spirito a cui s’era venduta. Quel che è certo si è che

un vecchio notajo chiamato dai nipoti dell’alchimista a schiudere la

stanza del morto trovò disteso sul letto il suo cadavere; gli occhi del

vecchio erano aperti tuttora, fissi ed immoti nell’orbita spalancata

enormemente, attorno al collo aveva delle violacee lividure, un

braccio scarno e stecchito improntato ancora dalla violenta contrazione

dell’agonia stava penzoloni fuori delle coltri arruffate, ond’ei si

sorprese di quegli indizi quasi d’una lotta disperata con cui pareva

avesse scongiurata la morte, mentre vecchio e debole come era avria

dovuto addormentarsi tranquillo nell’eterno sonno. Che, che però avesse

pensato tra sè il notajo, fu cosa che restò sepolta nel suo pensiero

nè anima mortale lo seppe, chè i due nipoti dell’alchimista assistenti

al funebre ufficio avean tali ceffi in quel momento da far gelare la

parola sulle labbra di chiunque non foss’ei pur stato un dei notaj

d’allora, avvezzi a ben strane funzioni inerenti alle pratiche del

loro ministero, e benchè vecchio, il notajo ci teneva alla vita per non

creder conveniente di sprecarla per pettegolezzi da donnicciuola. Egli

trovò che il morto era morto, che il cadavere era quello di Marco il

guardiano del palazzo, professo nelle scienze occulte, possessore della

casa che aveva ereditata dal signor conte Paride Ceresara, morto perchè

tutti devono morire, ed egli che passava gli ottant’anni di vita era

giusto che morisse.

Il testamento del vecchio era chiuso in una busta di pelle di daino

unito ad altre carte di famiglia. Lo dissuggellò in presenza ai nipoti

e ne fe’ regolare lettura.

Consisteva in pochissime righe, scritte con mano sicura.

_All’ultimo vivo de’ miei nipoti Enrico e Carlo lascio l’intera mia

sostanza di cinquantamila scudi romani chiusi nella cassa di ferro

che sta a capo del mio letto._

_Io Marco Berlinghieri._

_L’anno di grazia 1517._

Fuvvi un lampo di sangue nello sguardo che si lanciarono i due fratelli

alla lettura dello strano testamento, la vecchia che muta sedeva in un

angolo della stanza rise di quel suo mal riso da meggera.... Il buon

notajo sentì un fremito corrergli per l’ossa e gli sembrò mill’anni

d’esser lontano da quella casa, di respirare un po’ più liberamente

l’aria del mattino e di vedere all’aperto un raggio di sole. La sua

mente agitata gli dipinse strane immagini di sangue... e rantoli

d’agonia, e minaccie di morte... e ritto in mezzo a quella stanza

vide il fantasma del delitto battere le negre ali, e assidersi cupo

dominatore di quella casa maledetta... e gli parve che il braccio

stecchito del vecchio volesse levarsi per segnare sul fronte un

omicida... e quella bocca di morto mandar chi sa che strane accuse...

e con quel cadavere stringersi un altro corpo in un abbraccio, ond’ei

fuggì via spaventato, e non ebbe passata la soglia che un grido

tremendo d’agonia gli ghiacciò il sangue nelle vene e il fe’ restare

immoto, e ascoltò suo malgrado, e intese un dibattersi convulso come di

chi lotti, e un lamentar di chi muore... e giù dal fondo del cortile

intese di nuovo il ridere della vecchia, che andava ripetendo in tuon

funebre la triste ballata dei morti.

Il palazzo del diavolo, vol. 1/2 · 第 16 / 34 题