Il Testamento.
L’indomani di quella notte tra le cui tenebre il delitto aveva compiuta
l’opera sua, per tutta la città e pei dintorni si sparse la voce
della morte del vecchio alchimista. Si parlava da per tutto d’un’ombra
bianca che qualcuno mentre chiudeva le finestre per mettersi a letto,
aveva veduto gironzare per le vie, e dicevano anche che cantasse uno
strano canto, onde taluno credette fosse l’anima del mago che andasse
chiamando lo spirito a cui s’era venduta. Quel che è certo si è che
un vecchio notajo chiamato dai nipoti dell’alchimista a schiudere la
stanza del morto trovò disteso sul letto il suo cadavere; gli occhi del
vecchio erano aperti tuttora, fissi ed immoti nell’orbita spalancata
enormemente, attorno al collo aveva delle violacee lividure, un
braccio scarno e stecchito improntato ancora dalla violenta contrazione
dell’agonia stava penzoloni fuori delle coltri arruffate, ond’ei si
sorprese di quegli indizi quasi d’una lotta disperata con cui pareva
avesse scongiurata la morte, mentre vecchio e debole come era avria
dovuto addormentarsi tranquillo nell’eterno sonno. Che, che però avesse
pensato tra sè il notajo, fu cosa che restò sepolta nel suo pensiero
nè anima mortale lo seppe, chè i due nipoti dell’alchimista assistenti
al funebre ufficio avean tali ceffi in quel momento da far gelare la
parola sulle labbra di chiunque non foss’ei pur stato un dei notaj
d’allora, avvezzi a ben strane funzioni inerenti alle pratiche del
loro ministero, e benchè vecchio, il notajo ci teneva alla vita per non
creder conveniente di sprecarla per pettegolezzi da donnicciuola. Egli
trovò che il morto era morto, che il cadavere era quello di Marco il
guardiano del palazzo, professo nelle scienze occulte, possessore della
casa che aveva ereditata dal signor conte Paride Ceresara, morto perchè
tutti devono morire, ed egli che passava gli ottant’anni di vita era
giusto che morisse.
Il testamento del vecchio era chiuso in una busta di pelle di daino
unito ad altre carte di famiglia. Lo dissuggellò in presenza ai nipoti
e ne fe’ regolare lettura.
Consisteva in pochissime righe, scritte con mano sicura.
_All’ultimo vivo de’ miei nipoti Enrico e Carlo lascio l’intera mia
sostanza di cinquantamila scudi romani chiusi nella cassa di ferro
che sta a capo del mio letto._
_Io Marco Berlinghieri._
_L’anno di grazia 1517._
Fuvvi un lampo di sangue nello sguardo che si lanciarono i due fratelli
alla lettura dello strano testamento, la vecchia che muta sedeva in un
angolo della stanza rise di quel suo mal riso da meggera.... Il buon
notajo sentì un fremito corrergli per l’ossa e gli sembrò mill’anni
d’esser lontano da quella casa, di respirare un po’ più liberamente
l’aria del mattino e di vedere all’aperto un raggio di sole. La sua
mente agitata gli dipinse strane immagini di sangue... e rantoli
d’agonia, e minaccie di morte... e ritto in mezzo a quella stanza
vide il fantasma del delitto battere le negre ali, e assidersi cupo
dominatore di quella casa maledetta... e gli parve che il braccio
stecchito del vecchio volesse levarsi per segnare sul fronte un
omicida... e quella bocca di morto mandar chi sa che strane accuse...
e con quel cadavere stringersi un altro corpo in un abbraccio, ond’ei
fuggì via spaventato, e non ebbe passata la soglia che un grido
tremendo d’agonia gli ghiacciò il sangue nelle vene e il fe’ restare
immoto, e ascoltò suo malgrado, e intese un dibattersi convulso come di
chi lotti, e un lamentar di chi muore... e giù dal fondo del cortile
intese di nuovo il ridere della vecchia, che andava ripetendo in tuon
funebre la triste ballata dei morti.