La ballata dei morti.
I due fratelli uscirono dalla taverna; eran cupi e silenziosi come la
notte che s’addensava sul loro capo fosca di tenebre. Addentratisi per
le varie vie della città, giunsero a Porta Leona quasi senza scambiare
un motto; tutto taceva a loro d’intorno, dalle finestre non splendeva
un lume, sentivasi solo il suono alternato dei loro passi al cui rumore
si volgevano talvolta di soprassalto, poi riprendevano la via.
La casa dell’alchimista giganteggiava nelle tenebre, il vento della
notte vi fischiava intorno, l’acqua del canale rumoreggiando seguitava
il suo corso, essi ristettero, pareva che un arcano senso di paura li
rattenesse dall’avvicinarla.
Enrico mosse per il primo con passo fermo, squassò le sue lunghe
chiome che gli scendean sugli omeri a guisa di chi voglia scacciare un
importuno pensiero o vincere un’infantile impressione dell’animo e si
fe’ innanzi. Il portone era chiuso.
— Chi è entrato in casa? domandò al fratello.
— Sarà la vecchia Marta che venne a cercarti alla taverna.
Enrico diè di piglio al battente ed il silenzio della notte fu rotto
dai reiterati e gravi colpi percossi sul maglio e che sinistramente
echeggiarono nella valle.
Non un rumore interno vi rispose.
— Apri, strega del diavolo!... gridò Enrico con accento irritato.
Carlo stava immoto, con fissi gli sguardi al suolo, s’intese lo
stridere d’un finestra che si aperse, egli trassalì, un lume brillò
dall’aperto vano.
— Apri, Margherita, mormorò Enrico.
Il lume disparve ed indi ad alcuni istanti, dalla toppaja si vide
splendere una luce, poi s’intese una voce chioccia in tuon gutturale
cantare con monotona cadenza alcune strofe d’una vecchia ballata.
Buh! buh! buh! — non strider tanto
Uccellaccio della notte!...
Senti?... è il gemito dei morti
Che risponde a quel tuo canto,
Uccellaccio della notte
No, non strider — Buh, buh, buh!...
Quando i morti sono morti,
Va pur via, non tornar più.
— Apri strega! borbottò ma più piano la voce d’Enrico, quasi che egli
stesso ne avesse avuto paura.
La porta stridette sopra i suoi cardini arrugginiti, la vecchia sempre
avvolta nel bigio suo sciallo, reggendo una lanterna che spandeva
d’intorno una fiocca luce, diè passo ai due fratelli che entrarono e
mossero verso la scala che metteva al solo piano di cui era formata la
casa ripetendo fra sè mentre richiudeva la porta le strofe della sua
lugubre ballata...
Buh, buh, buh!... non strider tanto
Uccellaccio della notte.
Un guffo squittì dal comignolo come se volesse rispondere all’appello
della vecchia... Essa rise mostrando i pochi e gialli suoi denti sotto
la floscia epidermide delle sue labbra raggrinzate e smunte.
— Vuoi tacere, Margherita!... col tuo gingillo di canzone, gli gridò
irritato Enrico.
— È la notte dei morti ed io canto il canto della morte, rispose la
vecchia... Ardeva il lume nella stanza del vecchio, un soffio ha spento
il lume, e l’assassinio ha soffocato il respiro della sua bocca...
— Che parli tu d’assassini e di lume?!... si volse a dirle Carlo con
voce che appena appena poteva dirsi intelligibile.
— Il lume ardeva quand’io sono uscita dalla casa... non ardeva più
quando sono entrata, l’olio non era consunto e il vecchio non poteva
spegnerlo... La notte dei morti è fredda come questa notte, e i gufi
cantano sui tetti delle case ove abitano i cadaveri.
Uccellaccio della notte
No, non strider — Buh, buh, buh!...
Quando i morti sono morti
Va pur via, non tornar più.
— È pazza, mormorò Enrico... e trascinò pel braccio Carlo che pareva
inchiodato sulla soglia della stanza verso cui movevano ascoltando la
voce stridula della vecchia che si perdeva lenta e monotona come il
lamento che si scioglie sopra una tomba.