CAPITOLO IV.

La ballata dei morti.

I due fratelli uscirono dalla taverna; eran cupi e silenziosi come la

notte che s’addensava sul loro capo fosca di tenebre. Addentratisi per

le varie vie della città, giunsero a Porta Leona quasi senza scambiare

un motto; tutto taceva a loro d’intorno, dalle finestre non splendeva

un lume, sentivasi solo il suono alternato dei loro passi al cui rumore

si volgevano talvolta di soprassalto, poi riprendevano la via.

La casa dell’alchimista giganteggiava nelle tenebre, il vento della

notte vi fischiava intorno, l’acqua del canale rumoreggiando seguitava

il suo corso, essi ristettero, pareva che un arcano senso di paura li

rattenesse dall’avvicinarla.

Enrico mosse per il primo con passo fermo, squassò le sue lunghe

chiome che gli scendean sugli omeri a guisa di chi voglia scacciare un

importuno pensiero o vincere un’infantile impressione dell’animo e si

fe’ innanzi. Il portone era chiuso.

— Chi è entrato in casa? domandò al fratello.

— Sarà la vecchia Marta che venne a cercarti alla taverna.

Enrico diè di piglio al battente ed il silenzio della notte fu rotto

dai reiterati e gravi colpi percossi sul maglio e che sinistramente

echeggiarono nella valle.

Non un rumore interno vi rispose.

— Apri, strega del diavolo!... gridò Enrico con accento irritato.

Carlo stava immoto, con fissi gli sguardi al suolo, s’intese lo

stridere d’un finestra che si aperse, egli trassalì, un lume brillò

dall’aperto vano.

— Apri, Margherita, mormorò Enrico.

Il lume disparve ed indi ad alcuni istanti, dalla toppaja si vide

splendere una luce, poi s’intese una voce chioccia in tuon gutturale

cantare con monotona cadenza alcune strofe d’una vecchia ballata.

Buh! buh! buh! — non strider tanto

Uccellaccio della notte!...

Senti?... è il gemito dei morti

Che risponde a quel tuo canto,

Uccellaccio della notte

No, non strider — Buh, buh, buh!...

Quando i morti sono morti,

Va pur via, non tornar più.

— Apri strega! borbottò ma più piano la voce d’Enrico, quasi che egli

stesso ne avesse avuto paura.

La porta stridette sopra i suoi cardini arrugginiti, la vecchia sempre

avvolta nel bigio suo sciallo, reggendo una lanterna che spandeva

d’intorno una fiocca luce, diè passo ai due fratelli che entrarono e

mossero verso la scala che metteva al solo piano di cui era formata la

casa ripetendo fra sè mentre richiudeva la porta le strofe della sua

lugubre ballata...

Buh, buh, buh!... non strider tanto

Uccellaccio della notte.

Un guffo squittì dal comignolo come se volesse rispondere all’appello

della vecchia... Essa rise mostrando i pochi e gialli suoi denti sotto

la floscia epidermide delle sue labbra raggrinzate e smunte.

— Vuoi tacere, Margherita!... col tuo gingillo di canzone, gli gridò

irritato Enrico.

— È la notte dei morti ed io canto il canto della morte, rispose la

vecchia... Ardeva il lume nella stanza del vecchio, un soffio ha spento

il lume, e l’assassinio ha soffocato il respiro della sua bocca...

— Che parli tu d’assassini e di lume?!... si volse a dirle Carlo con

voce che appena appena poteva dirsi intelligibile.

— Il lume ardeva quand’io sono uscita dalla casa... non ardeva più

quando sono entrata, l’olio non era consunto e il vecchio non poteva

spegnerlo... La notte dei morti è fredda come questa notte, e i gufi

cantano sui tetti delle case ove abitano i cadaveri.

Uccellaccio della notte

No, non strider — Buh, buh, buh!...

Quando i morti sono morti

Va pur via, non tornar più.

— È pazza, mormorò Enrico... e trascinò pel braccio Carlo che pareva

inchiodato sulla soglia della stanza verso cui movevano ascoltando la

voce stridula della vecchia che si perdeva lenta e monotona come il

lamento che si scioglie sopra una tomba.

Il palazzo del diavolo, vol. 1/2 · 第 15 / 34 题