La taverna del Gallo Nero.
Dove ora si distende fiancheggiata da modesti caseggiati la contrada
anticamente _Via torre dello Zucchero_, ora _Via Tazzoli_, nome
che prese da uno dei nostri più illustri martiri che col sangue
consacrarono la grande opera del nazionale riscatto.
A destra volgendo verso la piazzetta del Bargello, esisteva un
viottolo stretto stretto; i muri laterali degli edifici che vi facevano
angolo sembravano combaciarsi all’estremità del tetto e formavano una
specie di vôlta sotto cui echeggiavano or le frequenti risa, or le
imprecazioni con buona volontà sonore degli avventori del Gallo Nero.
La taverna del Gallo Nero aveva una rinomanza _sui generis_, se ne
discorreva molto, e talvolta a voce molto bassa; attorno ai tavoli
forniti sempre di buoni boccali vedevi maschie figure dal colorito
bruno e rosso, dai capelli arricciati, colle loro maniche rimboccate
sul gomito che facevan sfoggio d’una nervatura da toro; vi si giocava
pacificamente una partita di carte, si somministrava qualche ceffone
e si tirava dritto, per una parola di traverso.... erano buona
gente affè gli avventori della taverna dello Gallo Nero! E quel
caro padron Tonio.... Aveva una moglie che la faceva in barba alle
dame di città!... e alle castellane di provincia!.... pesava più di
200 chilogrammi!... senza l’aggiunta delle sue dieci sottane che le
davano la periferìa d’un tino; era grossa come un frate, rossa come un
cocomero!.... Sapeva la storia di Guerino.... e ti parlava a mena dito
della grande spada di Bovo d’Antona primo cavaliere del mondo!.. e di
cui diceva che si sarebbe innamorata morta, fregiandolo dei suoi colori
in onore dei quali col suo spadone avrebbe ammazzato più Turchi che
ella non ammazzasse polli per gli avventori del Gallo Nero....
Guai però se l’ottima mamma Gaetana, guardando fuor della bottega
avesse susurrata una parolina all’orecchio dell’ottimo marito e se
l’ottimo marito, quel dabben uomo del padron Tonio, l’avesse fatta
correre per l’eccellente brigata... ogni mano lasciando la tazza o la
carta si cacciava a frugare il fondo d’una tasca, ed in ognuna delle
tasche di quei bravi figliuoli c’era da scommettere che non mancava
un buon coltello o qualch’altra cosarella!... chè i tempi correvano
calamitosi, dicean essi, e il pane costava caro.
— Porta da bere, vecchio orso!... gridò uno della brigata, battendo
forte col pugno sul tavolo in modo da far traballare le colme tazze dei
compagni.
— Ohè!... lì!... piano colle tue smanie, Enrico... gingillo mio! Affè,
cos’hai stassera?... hai veduto l’orco per istrada?... gli borbottò un
vicino a cui avea fatto spandere dal bicchiere un po’ del suo vino.
— Ho... ho... borbottò l’apostrofato con mal umore crescente, che
m’avete fatto liscio come un uovo!... ma... dannazione dell’anima mia!
che raddoppio la posta!...
— Raddoppia la posta... sogghignò un compagno urtando nel gomito un
omaccione corpulento il quale andava sfogliando le carte in attesa che
si sciogliesse la questione.
— Che ci hai a ridire tu... eh?... ribattè di nuovo Enrico a cui il
mal umore montava al capo coi vapori del vino... tienti in gola quei
tuoi sogghigni o che a quella tua strozza nata fatta pel boja, fo io un
occhiello da cui tu abbia a tirar fiato più presto!...
— Eh, eh! come si galoppa, saltò su l’omaccione... la fai presto cogli
occhielli tu... è vero che della forca non hai paura, che il Mago della
Valle avrà ben qualche filtro per il suo giojello di nipote, per farlo
tramutare in chi sa che arnese!... senti, Enrico! se fossi in te vorrei
prendermelo il gusto di farla al compare!... che resterìa di stucco
vedendoti sfuggirgli di mano come un’anguilla proprio allora che ti
stesse facendo il tiro.
La facezia fe’ rider la brigata e calmò l’ira che s’addensava nel
cervello del giovine.
— Va là... siedi qua e bevi... e lascia andare la fortuna per la sua
strada!... la fortuna!... e tu vuoi dar di cozzo contro le muraglie
se la non ti fa il viso dolce?... La è una maranna di strega da far
ammattire san Giobbe che l’era quel santo che tutti sanno e che nessuno
di noi lo somiglia... Corpo d’un otre!...
E porse la tazza ad Enrico che la vuotò d’un sorso.
— Hai ragione, Giacomaccio!... tanto fa!... quando si è rotto il capo
bisogna tenerlo rotto, o pagar la fattura del medico, e al gioco quando
quel birbo di satanasso dice di no... non c’è corna di santo che gliela
faccia tener dura!... Ne ho perduti tanti stanotte da far baldoria per
un secolo... Porta del vino... oste!... Compare Tonio!... orso!...
Il giovine che si scalmanava in tal modo, dando sfogo all’orgasmo che
gli arrovellava l’animo, era uno dei due nipoti dell’alchimista; era
venuto da Milano ove era stato al servizio d’uno di quei signorotti
che reggevano con ferreo giogo quell’infelice paese!... s’era venduto
per tanti scudi d’oro al mese, che aveva spesi orgiando e giuocando,
ed imprecando ad ogni giorno che ritardava la morte di suo zio da cui
sperava un’eredità che le dicerie del volgo dicevano favolosa, benchè
patteggiata col diavolo. Seguitava la sua vita di prima, correndo
dietro a tutte le donzelle che gli fosser date nell’occhio, frugando
in tutte le bettole ove avesse stanata una bisca, e gozzovigliando
colla peggior feccia della plebaglia, che non moriva sulla forca quando
i signorotti dei dintorni ne facevano carne da macello per servire
ai loro capricci in quelle eterne rappresaglie che per tanti anni
insanguinarono la nostra povera terra.
Avvenente di figura, dalle fattezze regolari, dall’abito lindo ed
azzimato, dall’occhio ardito, in cui il pensiero lampeggiava rapido,
mobile, ardente, aveva fortuna come si suol dire, col bel sesso.
Ond’egli pareva si fosse assunto la missione d’essere la pietra
di prova sulla generale specialità di queste gentili eredi della
seduzione, e che propendono tanto ad amare i cattivi soggetti, forse in
omaggio all’antica Eva che scelse un serpente fra tutti gli angeli del
Paradiso.
Dissimile da suo fratello Carlo, animo avido e cupo; chiuso in sè
e dominato da una sordida avarizia, Enrico metteva nel fare il male
quella sfrontata impudenza che talvolta lo rende scopo all’ammirazione.
Egli faceva il male per il male, per la voluttà di compierlo, per poter
dire a sè stesso, dovevo arrivare fin qui, e vi sono arrivato!... la
donna da lui oggi tradita, non era domani per lui neppure una memoria,
dacchè il suo nome non era che uno di più aggiunto agli altri che
insultava col cinismo del labbro, e seppelliva col gelo del cuore....
Avrebbe ucciso un rivale, non per soddisfare al suo amor proprio
oltraggiato, ma per far pesare un rimorso di più sull’animo di colei
che giurava d’amare, ed a cui avrebbe portato in dono il suo pugnale
tinto di sangue.
Mantova sotto la signoria del duca Ferdinando Gonzaga offriva ampio
campo allo sfogo di un’indole di tal tempra; nato in un’epoca in cui
l’audacia era l’arme più potente onde imporsi alla forza che gli stava
ringhiosa di fronte, gelosa solo, non della giustizia che avrebbe
dovuto difendere, ma di lasciarsi torre il passo!... cosa non era
lecito a chi avesse animo d’osare tutto, sconoscendo tutto quanto
non era l’impulso della propria volontà imposta a legge e conseguita
coll’arbitrio?...
La superstizione popolare che almanaccava sui sortilegi del Mago della
Valle, a lui suo nipote era più che egida, attorniandolo d’una tal qual
paurosa trepidazione che non osava scrutare apertamente ne’ suoi atti
per timore che ad un suo scongiuro il diavolo a cui la sua anima si
doveva essere al certo venduta, gli comparisse fedel servo, e giocasse
chi sa qual tiro a chi fosse stato da tanto da immischiarsi negli
affari suoi!...
Tale era in faccia al volgo il più giovane nipote all’alchimista
della valle, ed in faccia a sè stesso poi, un rompicollo che se non
entrava nella casa di suo zio mentre stava morendo, lo faceva forse per
togliersi alla tentazione di dargli un’ultima mano e con pietosa opera
finir così la sua lunga e per lui molto seccante agonia.
Compar Tonio, l’oste del Gallo Nero, al sol sentirlo gridare da
indemoniato, corse a spillar la sua botte migliore, e gli portò vino
con umile sommissione.
— Bravo, compar Tonio... gli disse il giovane poi che ebbe gustato il
vino, battendogli famigliarmente sulla spalla, acquetato forse nella
sua rabbia dall’effetto che aveva prodotto sul vecchio ostiere che
sapeva uomo di buona stoffa e degno di essere a capo della fida brigata
de’ suoi avventori.
— Hai spillata una botte nuova eh?
— Padron Enrico!... è di quello che non tutti han la fortuna
d’assaggiar troppo spesso!....
— Bene.... Tonio!.... lascia che crepi mio zio e te ne vo’ lasciar
giù in questo tuo antro, di quei buoni scudi che tu fai suonar sì bene
ammucchiati... nella tua cassa...
— Io degli scudi!... padron Enrico.... borbottò il degno compare che
aveva provato un fremito al sentir nominare la sua cassa da quello
stimato avventore che era padron Enrico, e facendosi piccin piccino
seguiva: Madonna benedetta!.... l’assicuro io che si pena e come... a
viver di pane con questi tristi guadagni!
— Non aver paura... no... che non voglio già mangiarteli i tuoi
scudi!... vecchio orso... purchè tu mi dia vino, e non abbi ad aprir
becco.... e voi qua.... bevete!... alla salute di Belzebù!... e che
sulla sua groppa si porti presto l’anima del Mago!...
Le tazze furon vuotate in un sorso. La porta della taverna si aperse
d’un tratto... e sulla soglia apparve un fantasima avvolto in una
coperta di lana bigia che si confondeva colla oscurità dell’andito che
dava ingresso alla taverna.
I bicchieri caddero di mano ai bevitori!... Enrico si volse e diè in
una risata stridula e convulsa...
— Il vecchio muore!... balbettò la vecchia Marta dalla soglia sulla
quale era apparsa in sì improvviso modo, e da cui ritta ed immobile
avea ascoltate le ultime parole d’Enrico.
— Fratello che insulti tuo fratello, figlio che insulti tuo padre!...
la vendetta del cielo sta sul tuo capo... ripetè essa con voce fessa ed
acuta.
A quelle parole che parevan uscire dalla bocca d’uno scheletro,
dalle cui occhiaje larghe, aperte e profonde scintillava un raggio di
fuoco, Enrico sentì un brivido scorrergli le fibbre, un gelo rapido,
improvviso, gli serrò il cuore; si alzò quasi involontariamente. La
vecchia era scomparsa...
Degli avventori del Gallo Nero non uno trovò un accento.... quella
strana apparizione aveva gelate tutte le labbra, gli occhi di tutti
erano ancora fissi, immobili su quella soglia, sulla quale a ciascuno
pareva ancor di scorgere quella forma di cadavere che pure avea una
parola... e che pareva fosse sorta da sotterra per rispondere ad un
insulto, sollevando la parola della minaccia fra il fragore dell’orgia.
— Al diavolo la strega e pace ai morti!... mormorò Enrico vuotando di
nuovo la tazza che aveva deposta sul tavolo.
— Il vecchio muore!... gli ripetè una voce dietro di lui!...
Un pugnale scintillò rapido nella destra del giovane che si volse
tremando per tutte le fibre.
Suo fratello Carlo gli rise in faccia in strano modo.
— Hai proprio paura dei morti?... gli disse egli mescendosi vino.
— Al diavolo anche tu!... Bel modo d’annunciarti, con quel maledetto
ritornello.
Vieni fuori che il vecchio ci aspetta.
— Non ti vidi tutta notte.
— Ho passeggiata la campagna spiando il lume che arde nella stanza di
nostro zio.
— Lascialo spegnere in buona pace...
— E s’io ti dico che è spento?...
— Sarebbe morto il vecchio?... esclamò Enrico stringendo la mano del
fratello.
— La vecchia era uscita per chiamarci... ma il lume ardeva ancora nella
stanza del vecchio, disse il fratello con lugubre accento.
La vecchia camminava per la strada avvolta nel suo sciallo grigio
e pareva si confondesse colla nebbia... Il lume ardeva ancora, essa
poteva tornare, e il tempo fugge sì presto!... aveva lasciata aperta la
porta... io sono entrato... ed ora il lume non arde più nella casa del
vecchio.
Ad Enrico si rizzavano sulla cute i capelli, l’occhio di Carlo facevasi
fosco fosco, la sua voce cupa cupa.
La mano che gli serrava il braccio gli parve fredda come l’artiglio
d’un demone, provò quel ribrezzo che si prova al sentirsi girare
intorno alle membra le spire d’un serpe, gli sembrava di vedere
il vecchio steso sul suo letto, e il lume crepitare debolmente, e
un’ombra strisciare tra le tenebre, compiersi il delitto, e sul capo
dei colpevoli gracchiare la stridula voce della vecchia... sinistra
profetessa di sventura che sul capo degli assassini salmeggiava il
versetto della Bibbia che chiama il cielo a vindice sui delitti della
terra!...