CAPITOLO III.

La taverna del Gallo Nero.

Dove ora si distende fiancheggiata da modesti caseggiati la contrada

anticamente _Via torre dello Zucchero_, ora _Via Tazzoli_, nome

che prese da uno dei nostri più illustri martiri che col sangue

consacrarono la grande opera del nazionale riscatto.

A destra volgendo verso la piazzetta del Bargello, esisteva un

viottolo stretto stretto; i muri laterali degli edifici che vi facevano

angolo sembravano combaciarsi all’estremità del tetto e formavano una

specie di vôlta sotto cui echeggiavano or le frequenti risa, or le

imprecazioni con buona volontà sonore degli avventori del Gallo Nero.

La taverna del Gallo Nero aveva una rinomanza _sui generis_, se ne

discorreva molto, e talvolta a voce molto bassa; attorno ai tavoli

forniti sempre di buoni boccali vedevi maschie figure dal colorito

bruno e rosso, dai capelli arricciati, colle loro maniche rimboccate

sul gomito che facevan sfoggio d’una nervatura da toro; vi si giocava

pacificamente una partita di carte, si somministrava qualche ceffone

e si tirava dritto, per una parola di traverso.... erano buona

gente affè gli avventori della taverna dello Gallo Nero! E quel

caro padron Tonio.... Aveva una moglie che la faceva in barba alle

dame di città!... e alle castellane di provincia!.... pesava più di

200 chilogrammi!... senza l’aggiunta delle sue dieci sottane che le

davano la periferìa d’un tino; era grossa come un frate, rossa come un

cocomero!.... Sapeva la storia di Guerino.... e ti parlava a mena dito

della grande spada di Bovo d’Antona primo cavaliere del mondo!.. e di

cui diceva che si sarebbe innamorata morta, fregiandolo dei suoi colori

in onore dei quali col suo spadone avrebbe ammazzato più Turchi che

ella non ammazzasse polli per gli avventori del Gallo Nero....

Guai però se l’ottima mamma Gaetana, guardando fuor della bottega

avesse susurrata una parolina all’orecchio dell’ottimo marito e se

l’ottimo marito, quel dabben uomo del padron Tonio, l’avesse fatta

correre per l’eccellente brigata... ogni mano lasciando la tazza o la

carta si cacciava a frugare il fondo d’una tasca, ed in ognuna delle

tasche di quei bravi figliuoli c’era da scommettere che non mancava

un buon coltello o qualch’altra cosarella!... chè i tempi correvano

calamitosi, dicean essi, e il pane costava caro.

— Porta da bere, vecchio orso!... gridò uno della brigata, battendo

forte col pugno sul tavolo in modo da far traballare le colme tazze dei

compagni.

— Ohè!... lì!... piano colle tue smanie, Enrico... gingillo mio! Affè,

cos’hai stassera?... hai veduto l’orco per istrada?... gli borbottò un

vicino a cui avea fatto spandere dal bicchiere un po’ del suo vino.

— Ho... ho... borbottò l’apostrofato con mal umore crescente, che

m’avete fatto liscio come un uovo!... ma... dannazione dell’anima mia!

che raddoppio la posta!...

— Raddoppia la posta... sogghignò un compagno urtando nel gomito un

omaccione corpulento il quale andava sfogliando le carte in attesa che

si sciogliesse la questione.

— Che ci hai a ridire tu... eh?... ribattè di nuovo Enrico a cui il

mal umore montava al capo coi vapori del vino... tienti in gola quei

tuoi sogghigni o che a quella tua strozza nata fatta pel boja, fo io un

occhiello da cui tu abbia a tirar fiato più presto!...

— Eh, eh! come si galoppa, saltò su l’omaccione... la fai presto cogli

occhielli tu... è vero che della forca non hai paura, che il Mago della

Valle avrà ben qualche filtro per il suo giojello di nipote, per farlo

tramutare in chi sa che arnese!... senti, Enrico! se fossi in te vorrei

prendermelo il gusto di farla al compare!... che resterìa di stucco

vedendoti sfuggirgli di mano come un’anguilla proprio allora che ti

stesse facendo il tiro.

La facezia fe’ rider la brigata e calmò l’ira che s’addensava nel

cervello del giovine.

— Va là... siedi qua e bevi... e lascia andare la fortuna per la sua

strada!... la fortuna!... e tu vuoi dar di cozzo contro le muraglie

se la non ti fa il viso dolce?... La è una maranna di strega da far

ammattire san Giobbe che l’era quel santo che tutti sanno e che nessuno

di noi lo somiglia... Corpo d’un otre!...

E porse la tazza ad Enrico che la vuotò d’un sorso.

— Hai ragione, Giacomaccio!... tanto fa!... quando si è rotto il capo

bisogna tenerlo rotto, o pagar la fattura del medico, e al gioco quando

quel birbo di satanasso dice di no... non c’è corna di santo che gliela

faccia tener dura!... Ne ho perduti tanti stanotte da far baldoria per

un secolo... Porta del vino... oste!... Compare Tonio!... orso!...

Il giovine che si scalmanava in tal modo, dando sfogo all’orgasmo che

gli arrovellava l’animo, era uno dei due nipoti dell’alchimista; era

venuto da Milano ove era stato al servizio d’uno di quei signorotti

che reggevano con ferreo giogo quell’infelice paese!... s’era venduto

per tanti scudi d’oro al mese, che aveva spesi orgiando e giuocando,

ed imprecando ad ogni giorno che ritardava la morte di suo zio da cui

sperava un’eredità che le dicerie del volgo dicevano favolosa, benchè

patteggiata col diavolo. Seguitava la sua vita di prima, correndo

dietro a tutte le donzelle che gli fosser date nell’occhio, frugando

in tutte le bettole ove avesse stanata una bisca, e gozzovigliando

colla peggior feccia della plebaglia, che non moriva sulla forca quando

i signorotti dei dintorni ne facevano carne da macello per servire

ai loro capricci in quelle eterne rappresaglie che per tanti anni

insanguinarono la nostra povera terra.

Avvenente di figura, dalle fattezze regolari, dall’abito lindo ed

azzimato, dall’occhio ardito, in cui il pensiero lampeggiava rapido,

mobile, ardente, aveva fortuna come si suol dire, col bel sesso.

Ond’egli pareva si fosse assunto la missione d’essere la pietra

di prova sulla generale specialità di queste gentili eredi della

seduzione, e che propendono tanto ad amare i cattivi soggetti, forse in

omaggio all’antica Eva che scelse un serpente fra tutti gli angeli del

Paradiso.

Dissimile da suo fratello Carlo, animo avido e cupo; chiuso in sè

e dominato da una sordida avarizia, Enrico metteva nel fare il male

quella sfrontata impudenza che talvolta lo rende scopo all’ammirazione.

Egli faceva il male per il male, per la voluttà di compierlo, per poter

dire a sè stesso, dovevo arrivare fin qui, e vi sono arrivato!... la

donna da lui oggi tradita, non era domani per lui neppure una memoria,

dacchè il suo nome non era che uno di più aggiunto agli altri che

insultava col cinismo del labbro, e seppelliva col gelo del cuore....

Avrebbe ucciso un rivale, non per soddisfare al suo amor proprio

oltraggiato, ma per far pesare un rimorso di più sull’animo di colei

che giurava d’amare, ed a cui avrebbe portato in dono il suo pugnale

tinto di sangue.

Mantova sotto la signoria del duca Ferdinando Gonzaga offriva ampio

campo allo sfogo di un’indole di tal tempra; nato in un’epoca in cui

l’audacia era l’arme più potente onde imporsi alla forza che gli stava

ringhiosa di fronte, gelosa solo, non della giustizia che avrebbe

dovuto difendere, ma di lasciarsi torre il passo!... cosa non era

lecito a chi avesse animo d’osare tutto, sconoscendo tutto quanto

non era l’impulso della propria volontà imposta a legge e conseguita

coll’arbitrio?...

La superstizione popolare che almanaccava sui sortilegi del Mago della

Valle, a lui suo nipote era più che egida, attorniandolo d’una tal qual

paurosa trepidazione che non osava scrutare apertamente ne’ suoi atti

per timore che ad un suo scongiuro il diavolo a cui la sua anima si

doveva essere al certo venduta, gli comparisse fedel servo, e giocasse

chi sa qual tiro a chi fosse stato da tanto da immischiarsi negli

affari suoi!...

Tale era in faccia al volgo il più giovane nipote all’alchimista

della valle, ed in faccia a sè stesso poi, un rompicollo che se non

entrava nella casa di suo zio mentre stava morendo, lo faceva forse per

togliersi alla tentazione di dargli un’ultima mano e con pietosa opera

finir così la sua lunga e per lui molto seccante agonia.

Compar Tonio, l’oste del Gallo Nero, al sol sentirlo gridare da

indemoniato, corse a spillar la sua botte migliore, e gli portò vino

con umile sommissione.

— Bravo, compar Tonio... gli disse il giovane poi che ebbe gustato il

vino, battendogli famigliarmente sulla spalla, acquetato forse nella

sua rabbia dall’effetto che aveva prodotto sul vecchio ostiere che

sapeva uomo di buona stoffa e degno di essere a capo della fida brigata

de’ suoi avventori.

— Hai spillata una botte nuova eh?

— Padron Enrico!... è di quello che non tutti han la fortuna

d’assaggiar troppo spesso!....

— Bene.... Tonio!.... lascia che crepi mio zio e te ne vo’ lasciar

giù in questo tuo antro, di quei buoni scudi che tu fai suonar sì bene

ammucchiati... nella tua cassa...

— Io degli scudi!... padron Enrico.... borbottò il degno compare che

aveva provato un fremito al sentir nominare la sua cassa da quello

stimato avventore che era padron Enrico, e facendosi piccin piccino

seguiva: Madonna benedetta!.... l’assicuro io che si pena e come... a

viver di pane con questi tristi guadagni!

— Non aver paura... no... che non voglio già mangiarteli i tuoi

scudi!... vecchio orso... purchè tu mi dia vino, e non abbi ad aprir

becco.... e voi qua.... bevete!... alla salute di Belzebù!... e che

sulla sua groppa si porti presto l’anima del Mago!...

Le tazze furon vuotate in un sorso. La porta della taverna si aperse

d’un tratto... e sulla soglia apparve un fantasima avvolto in una

coperta di lana bigia che si confondeva colla oscurità dell’andito che

dava ingresso alla taverna.

I bicchieri caddero di mano ai bevitori!... Enrico si volse e diè in

una risata stridula e convulsa...

— Il vecchio muore!... balbettò la vecchia Marta dalla soglia sulla

quale era apparsa in sì improvviso modo, e da cui ritta ed immobile

avea ascoltate le ultime parole d’Enrico.

— Fratello che insulti tuo fratello, figlio che insulti tuo padre!...

la vendetta del cielo sta sul tuo capo... ripetè essa con voce fessa ed

acuta.

A quelle parole che parevan uscire dalla bocca d’uno scheletro,

dalle cui occhiaje larghe, aperte e profonde scintillava un raggio di

fuoco, Enrico sentì un brivido scorrergli le fibbre, un gelo rapido,

improvviso, gli serrò il cuore; si alzò quasi involontariamente. La

vecchia era scomparsa...

Degli avventori del Gallo Nero non uno trovò un accento.... quella

strana apparizione aveva gelate tutte le labbra, gli occhi di tutti

erano ancora fissi, immobili su quella soglia, sulla quale a ciascuno

pareva ancor di scorgere quella forma di cadavere che pure avea una

parola... e che pareva fosse sorta da sotterra per rispondere ad un

insulto, sollevando la parola della minaccia fra il fragore dell’orgia.

— Al diavolo la strega e pace ai morti!... mormorò Enrico vuotando di

nuovo la tazza che aveva deposta sul tavolo.

— Il vecchio muore!... gli ripetè una voce dietro di lui!...

Un pugnale scintillò rapido nella destra del giovane che si volse

tremando per tutte le fibre.

Suo fratello Carlo gli rise in faccia in strano modo.

— Hai proprio paura dei morti?... gli disse egli mescendosi vino.

— Al diavolo anche tu!... Bel modo d’annunciarti, con quel maledetto

ritornello.

Vieni fuori che il vecchio ci aspetta.

— Non ti vidi tutta notte.

— Ho passeggiata la campagna spiando il lume che arde nella stanza di

nostro zio.

— Lascialo spegnere in buona pace...

— E s’io ti dico che è spento?...

— Sarebbe morto il vecchio?... esclamò Enrico stringendo la mano del

fratello.

— La vecchia era uscita per chiamarci... ma il lume ardeva ancora nella

stanza del vecchio, disse il fratello con lugubre accento.

La vecchia camminava per la strada avvolta nel suo sciallo grigio

e pareva si confondesse colla nebbia... Il lume ardeva ancora, essa

poteva tornare, e il tempo fugge sì presto!... aveva lasciata aperta la

porta... io sono entrato... ed ora il lume non arde più nella casa del

vecchio.

Ad Enrico si rizzavano sulla cute i capelli, l’occhio di Carlo facevasi

fosco fosco, la sua voce cupa cupa.

La mano che gli serrava il braccio gli parve fredda come l’artiglio

d’un demone, provò quel ribrezzo che si prova al sentirsi girare

intorno alle membra le spire d’un serpe, gli sembrava di vedere

il vecchio steso sul suo letto, e il lume crepitare debolmente, e

un’ombra strisciare tra le tenebre, compiersi il delitto, e sul capo

dei colpevoli gracchiare la stridula voce della vecchia... sinistra

profetessa di sventura che sul capo degli assassini salmeggiava il

versetto della Bibbia che chiama il cielo a vindice sui delitti della

terra!...

Il palazzo del diavolo, vol. 1/2 · 第 14 / 34 题