Una notte infernale.
Fischiava il vento curvando i canneti della valle, dall’orizzonte
avanzavano neri nuvoloni carichi di tempesta; s’avanzavano come se
gli uni sugli altri si rotolassero per lo spazio. L’aria istessa
grave, quasi ferma, pareva stesse trepitando in attesa d’uno di
que’ sconvolgimenti che fanno desiderare al viaggiatore il focolare
domestico lasciato deserto, e pesano sull’animo involontariamente come
il preludio di quelle sventure che stanno nascoste nell’infinito, come
le folgori che si fondono in quel _caos_ tempestoso.
Il temporale saliva, saliva... dal fianco sinistro di Porta Leona; il
nibbio volteggiava in larghe ruote, l’atmosfera soffocante, satura
di elettrico lampeggiava foschi baleni... Regnò per qualche momento
quella calma queta non rotta da un soffio, che precorre sempre gli
uragani!.... Poi come onda sfrenata un sibilo passò agitando gli alti
pioppi, fuvvi un lampeggiare spesso, incessante, un fragore di tuoni.
Le folgori scrosciando pareva volessero aprire le caterate del cielo.
Sulla cima d’un albero un nero uccellaccio gracchiava movendo il lungo
becco come se intuonasse uno strano canto!.. L’albero colpito a mezzo
dal fulmine cadde, il nero uccello spiegando le larghe ali, ristette
immoto come sospeso nello spazio..... poi chiudendo l’ali, ratto qual
freccia si disperse travolto forse dalla buffera; la grandine tempestò,
l’acqua si riversò a torrenti sulla terra.
Nella casa della valle tutto era silenzio... Vedevi solo un lume passar
rapido da una all’altra delle finestre.
Nella stanza abitata dal vecchio alchimista il fornello era spento. Nel
vasto laboratorio terreno, le storte di vetro, gli imbuti, i cilindri
giacevano polverosi ed abbandonati ingombrando le larghe tavole di
legno, che ne occupavano le latitudini; la vecchia Marta dimentica
del suo pollajo e delle sue galline che solea chiamarsi attorno al
suo seggiolone di legno, se ne stava in una camera vicina a quella
dell’alchimista, immersa in un cupo meditare.
Le sue labbra si movevano come agitate impercettibilmente, mentre
nessuna parte del suo corpo dava segno di vita; la testa aveva china
sul petto, l’occhio fisso sul terreno, le mani incrociate sulle
ginocchia quasi ratrappite....
Ti pareva una di quelle bizzarre creazioni della vecchia scuola
germanica... un essere non umano raggomitolato in quell’angolo della
stanza.
— Marta!... Marta!... s’intese mormorare una voce fiocca, rauca.
La vecchia si scosse — Chiama me, borbottò fra i denti, scuotendo la
testa grigia, ed il suo occhio mandò un lampo di viva intelligenza. E
cosa sono venuti a fare i suoi nipoti se ha bisogno ancora di me?...
continuò essa, come se queste parole fossero la chiusa di chi sa quale
ragionamento che era passato nel suo pensiero durante la sua lunga
meditazione.
— Marta!... chiamò di nuovo la voce, fatta più stridula dal fremito
dell’impazienza che scuoteva le fibbre del vecchio.
Marta levatasi si mosse... si appressò alla porta, l’aperse ed entrò.
Era una stanzaccia larga e disadorna, le pareti nere ed umide erano
tappezzate di quadri, ad alcuni dei quali si attribuiva un valore
immenso; sul camino ardeva il fuoco e riverberava tutto all’intorno una
luce oscillante; sovra ad un mobile vicino al letto era situata una
lucerna di ferro sormontata da un coperchio di pergamena ingiallita
dal tempo che stringeva la luce in un circolo e lasciava in una
semi oscurità il resto della stanza; sul camino i tizzoni ardenti
crepitavano, si sentiva al di fuori infuriare la procella.
Marta entrò e mosse verso il letto che era di fianco al camino, e sovra
il quale giaceva il vecchio.
Quasi sepolto sotto alle coperte che si era ammonticchiate addosso onde
difendersi forse dal freddo della morte che già l’agguantava col suo
inesorabile artiglio, non scorgevasi di lui che la smunta faccia ed
il crine rabbuffo sovra cui in atto d’impazienza si agitava un braccio
quasi di scheletro che si movesse nella tomba.
Le pupille roteavano dentro alle livide occhiaje come fosse sotto
l’impressione d’uno spasimo convulso... — Marta... Marta... strega
del demonio.... vuoi farmi morir dannato che non ti avvicini al mio
letto?.... strideva egli con tuono gutturale. Un violento impeto di
tosse gli ruppe la foga del dire... e bianche le labbra, per lo sforzo
operato agitatosi un istante sul letto ricadde.
— I vostri nipoti non sono ancora arrivati... ma arriveranno in tempo,
state sicuro... e la vecchia lo guardò scuotendo il capo come allora
che s’era alzata dalla sua seggiola.
— Marta... vuoi farmi dannar l’anima sconoscendo il mio sangue!...
balbettò il morente... e dal suo ciglio uscì un lampo.
— Enrico e Carlo s’ubbriacano alla taverna del Gallo nero, ribattè
Marta. Nelle fibbre del vecchio corse un fremito!...
— Dannazione!... urlò sollevandosi come macchina inerte allo scatto
d’una molla... E il mio oro a chi lo lascierò io?... e ne ho molto
dell’oro!... dell’oro!... ripetè tra sè... dell’oro!...
— Verranno a tempo.... mormorò la vecchia.
Un lampo seguìto da uno scroscio di folgore passò dalla finestra, un
buffo di vento vi gettò contro la pioggia che diluviava.
Il vecchio rise... stese il braccio ed afferrò l’aggrinzata mano di
Marta.
— La dicono la casa dello stregone... gli susurrò piano all’orecchio,
e il demonio riderà. Ah si ubbriacano alla taverna mentre io muojo
qua?... solo, come un cane arrabbiato?... e tu, vecchia strega, dici
che verranno in tempo per avere il mio oro?... Ma sai tu ciò che io
lascio loro?...
— Quella cassa là... disse Marta segnando un angolo della stanza...
tanto di grazia di Dio!... che sarà gettata come un osso nella bocca
del lupo!...
— No... Marta... no... tu sei scema e non vedi un palmo al di là del
naso!...
Il vecchio s’era rizzato sul letto; Marta lo guardò e diè addietro
d’un passo; quasi ebbe paura di quella sua faccia che rideva d’un
riso da demone. — No, Marta, no!... ripetè egli... è la dannazione
che io lascio loro!... e l’ho accumulato per loro tutto quel tesoro...
guardalo, vecchia!... vi sono gemme che abbagliano, verghe d’oro che
pesano... ho sofferto ed essi non hanno mai avuto una parola per me...
li ho chiamati e mi hanno riso in volto... mi credevano povero, e mi
lasciano morire come m’hanno lasciato vivere... bisognava bene che mi
vendicassi dei loro torti!... bisognava bene che loro rendessi il male
che m’avevano fatto!...
— Ed avete lavorato e studiato, e vegliate le notti, e consumati i
giorni per far ciò?...
— Sì, ripetè il vecchio, il cui aspetto divenne cupo e severo. Sì,
Marta!... ho lavorato, ho studiato, ho vegliato le notti sui libri, ho
consumati i giorni chiuso nel mio laboratorio, mi abbisognava dell’oro
per coricarmi vendicato nel mio sepolcro... e ne ebbi... fra poche
ore... ebbri dall’orgia essi cacceranno le mani entro quelle gemme....
palleggeranno quelle verghe che io ho fuse... e sai tu che sia l’oro
per due anime dannate... in cui non ha alimento un’idea che non sia una
colpa?...
— Quell’oro dev’esser diviso, Marta!.. essi si uccideranno per non
dividerlo!...
Marta arretrò spaventata e biascicò tra le labbra non so quali parole.
— Sì, continuò il vecchio, aveva bisogno d’aver dell’oro perchè
voleva che fosse d’oro il pugnale avvelenato con cui voleva colpire...
L’oro... questa leva potente delle umane passioni è in mia mano.... ed
io me ne faccio strumento... Io punisco... Dio perdoni!...
Il vecchio erasi sollevato sul letto grande d’una maestosa imponenza...
L’avresti detto bello!... la lunga barba cadevagli sul petto e vi
tremolava sopra; il capo maestosamente teneva alto, sulla sua fronte
eransi appianate le rughe, il fuoco dell’animo ridesto come da
focolare sotto la di cui cenere si rimuova la bragia, lampeggiava
sinistramente... Egli lasciò il braccio di Marta che lo trasse
intormentito e levò gli occhi al cielo quasi chiamandolo a testimone,
giudice ei della colpa, a cui faceva tribunale la sua coscienza...
La procella infuriava sempre più, Marta attonita guardava il vecchio
alchimista la cui figura assumeva in faccia al suo spirito agitato
strane e fantastiche forme... le parve intendere all’orecchio un
ronzio di leggende, di fantasimi e di morti, e di diavoli che sulla
groppa portavano le anime che avevano comperate, e si ricantucciò
presso al fuoco ascoltando lo sbatter delle imposte scosse dal vento,
il rimbalzar della pioggia sui vetri delle finestre, e sogguardando
furtiva verso il letto, tal quale il vecchio si era disteso in un
assopimento che assomigliava l’immobilità della morte.