Che può servire d’introduzione.
Una leggenda! in pieno secolo 1868?!.... ehi! signor Romanziere, dirà
qualche gajo umore, dandomi una tiratina d’orecchi come faceva il
mio maestro buon’anima quando sbagliavo la regola del tre od il mio
professore di greco quando gli rispondevo latino.
Affè! perchè no?... una leggenda è una storia come un’altra; più o
meno vera, come tante altre storie vi sono, in cui si dà ad intendere
quel che più piaccia! _lanterna magica ad usum_, in cui si fanno vedere
lucciole per fanali.
D’altronde a che discutere sovra una o su tal’altra forma di
lavoro?.... scelsi questa leggenda perchè a me piace volar di fantasia
ed è un ghiribizzo come un altro.
Varian di gusti i saggi!...
Non già che io pretenda con ciò d’essere un saggio!.... Dio me ne
guardi!.... Vidi dei saggi far tante e tante sciocchezze che l’aver
un ramo di matterìa nel nostro secolo di lumi (gaz) è forse la miglior
cosa a desiderarsi!...
Siamo sullo scorcio del secolo 1512. Più d’uno dei miei lettori, e più
d’una delle mie amabili lettrici disponendosi al pranzo od agevolandone
la digestione, o facendo almanacchi alla luna, per qualsiasi cagione
insomma!... avrà passeggiato il Corso di Porta Pradella se è della
città, lo avrà sentito nominare se è della provincia, e se qualcuno non
l’ha veduto, non l’ha passeggiato, e non l’ha sentito nominare, vada
a vederlo!... Occorre così poca spesa adesso che il progresso umano
ha messo a disposizione di tutti un diluvio di quei cassoni ambulanti
che si chiamano le strade ferrate, mercè i quali, con un po’ di buona
disposizione ed una buona ammaccatura, ad una buona noja, e ad una
buona raccolta di polvere e di caldo, se si è d’estate, e di freddo
se si è d’inverno, si può pacificamente viaggiare il mondo, e dico
pacificamente tolto il caso d’un urto qualunque di convogli, opera
della diligente diligenza dei nostri servizii pubblici in generale!...
Il Corso di Porta Pradella pertanto è un bel Corso, lo dirò io, a chi
non abbia la volontà di andarvi!.... è un’amena via fiancheggiata da
bei caseggiati; alla bella facciata del teatro sociale, fa prospetto
la porta sul cui arco in occasione dell’anniversario dei martiri di
Belfiore la munificenza del Municipio ha fatto inchiodare delle figure,
non so se di legno o di cartone, che sembrano di marmo guardandole
d’innanzi, ma che per di dietro lasciano vedere le aste di legno che a
sostenerle furono loro inchiodate nel capo, nelle spalle, ed in qualche
altra parte più bassa!....
Quelle figure dovrebbero rappresentare credo la Storia, l’Italia,
o non saprei che altro patrio simbolo!...... Povera Storia e povera
Italia!..... Guardate dalla parte della campagna così acconcie a chiodi
e ad aste di legno, vi danno l’idea d’una Crocefissione di nuovo
genere, che parmi duri un po’ troppo!... e sarebbe oramai tempo che
dovesse finire!...
Il Corso di Porta Pradella è la passeggiata pubblica di tutti i giorni
e massime delle feste, ove conviene il fiore delle vaghe fanciulle
della città, colle rispettive loro mamme, e col codazzo dei loro
rispettivi occhieggiatori; è un Corso ristretto e quasi di famiglia,
chè Mantova è città cortese, città che ha conservata l’impronta d’una
vita abbastanza socievole sebbene sia passata fra i più crudi rigori
del dispotismo austriaco, forse anzi da quella cumunanza di sventure,
resa più fratellevole... Pronta ad accettare il germe di quelle idee
che avanzano i popoli sul cammino dell’umanità.... che ha i suoi
_Club_, le sue riunioni artistiche, scientifiche, agricole, politiche,
sociali. La cui vita insomma più che quella di altre provincie,
s’avvicina alla vita delle capitali.
Le sue donne senza essere tipi di bellezza classica, senza avere la
plasticità d’una statua di Carrer, sono d’una fisonomia simpatica
(quando non sono brutte); nel loro sguardo v’ha una languidezza
patetica, generalmente pallida è la tinta del loro volto, folte le
chiome e per lo più castane, portate per natura non all’astrazione
delle meridionali, ma facili
Al dolce vagheggiar, le fatue larve
Dal pensiero evocate!...
Ma non vorrei che qualcuno m’incolpasse di tessero l’apologia delle
donzelle della mia città natale, chi sa per qual malizioso fine,
chiudendomi la bocca, col gridarmi sul naso: Bah!... tutte le donne,
sono donne!...
Sta bene! e poco più, poco meno subiranno la conseguenza del peccato
originale che dannò i nostri primi padri, e che procurò a noi mille
altri diversivi di dannazioni più o meno in relazione colla vecchia
storia del pomo!...
Al fianco sinistro del Corso, vedesi anche oggigiorno un fabbricato
di forma antica, in cui abitano sartine e lavandaje, ove fanno capo
nei giorni di mercato i carrettieri e vi installano le lor rozze e le
lor carrette, e che si chiama — Stallo del Diavolo, — come è indicato
dall’insegna che si legge sulla sua porta arcuata.
La sua forma ha ben poco d’originale, oppure se v’ha d’originale, è una
struttura disadorna, rozza, lo diresti impastato su alla meglio senza
ordine architettonico, largo e stretto, con anguste scaluccie strette
strette, con finestre che pajon porte, e con porte che pajon buchi; tre
ale di fabbricato d’un sol piano, formano il quadrato del cortile, a
destra del quale scorre quel ramo del Mincio che attraversa la città e
scarica le sue acque nel lago, che poi le riversa nel Po.
La tradizione popolare lo veste di fantastiche forme, e per molto tempo
le dicerìe di spiriti che lo faceano echeggiare di gemiti, di folletti,
che vi ballavano la ridda, ed altri simili fanfalucche impedirono che
si abitasse; parve poi che gli spiriti prendesser paura dei primi che
ne ruppero la solitudine, onde messa la coda tra le gambe, ammesso che
gli spiriti abbiano una coda, se ne stettero zitti, zitti!...
Svestito da queste idee superstiziose, che or più non attecchiscono
che nella mente di qualche ebete, o di qualche scolaro del seminario
vescovile, da cui si esce presso a poco con ugual dose di istruzione
e d’ingegno, restò generale l’idea che per opera di uomini, o del
demonio, il detto palazzo, o piuttosto questo vasto casamento, fosse
sorto come per incanto, ed in tale spazio di tempo da far credere ad
alcun che di soprannaturale concorsovi alla sua fondazione.
La leggenda che io sto per narrare incomincia nell’anno 1512.
Ove ora pompeggia leggiadramente ornato delle sue belle case, della sua
doppia fila di lanterne a gaz, la larga ed amena via, non eravi allora
che un’immensa vallata a forma di praterie, quadreggiata da scannellati
filari di salici e di pioppi, e fin d’allora di fianco a questa
vallata, distante un breve tratto dall’arco di Porta Leona che è al
fianco destro del teatro sociale, sorgeva il vecchio palazzo erettovi
dal conte Paride Ceresara, in brevissimo spazio di tempo a forza di
braccia e di denaro. Era questi professo nelle scienze oculte, molto
in voga in quel tempo... era discendente di antica stirpe spagnola
stabilitasi poi in Italia... ed era nato in Mantova nel 1466. Aveva
già 72 anni nell’epoca del nostro racconto... e durante questo lungo
periodo di vita s’era molto distinto presso la Corte dei Gonzaga. Poco
amante della carriera delle armi a cui destinavalo suo padre, e tratto
dalla sua natura a studi poetici si era occupato nella solitudine del
suo palazzo intorno a varie traduzioni latine e greche... Dicesi essere
egli che tradusse alcune opere di Plutarco, la Dulnaria di Plauto, e
che sotto il nome di Tieste de Ceresari scrivesse una celebre opera
sull’astrologia giudiziaria. Amico del conte Nicolò d’Arco ne sposò
la sorella: rimasto vedovo senza prole impalmò Barbara Capralta e da
questo connubio ebbe quattro figli.
Dedicò al duca Federico Gonzaga un libro di _Chiromanzia_, con
lettera di cui trovasi l’autografo nell’archivio del palazzo Ducale.
Istruttissimo come era nella scienza astrologica vuolsi che nel suo
libro la _Geomanzia_ predicesse al cardinal Farnese il suo Papato alla
morte di Pier Luigi... Era uomo piacevole, di ameno umore e carissimo
ai principi che lo tenevano in alta stima...
Toccai questi brevi cenni di biografia storica onde dimostrare che
il fondatore del Palazzo del Diavolo, o della casa della valle come
la chiamavano allora, era tutt’altro che un Diavolo, benchè il volgo
lo tenesse in concetto di stregone e di maliardo che con malefizi e
sortilegi viveva oltre ai mille anni.... e faceva patti col demonio per
non morir più.
Il vecchio conte intanto continuava nei suoi studi d’alchimia in cui
aveva educato un compagno, il vecchio Marco che quei di Porta Leona
chiamavano il segretario di satana perchè, dicevan essi, l’ajutava
nelle sue operazioni infernali.
I figli del conte Paride amanti pochissimo delle scienze, quanto
l’erano invece di quella vita guerriera dell’epoca, s’erano sbandati
per le vario corti d’Italia al servizio dei principi che vi tenevan
regno. Mortagli la seconda moglie, egli era rimasto solo col vecchio
Marco al quale portava tanto affetto d’amico e di maestro, che venuto a
morte lasciollo erede del palazzo in cui si dice ch’ei trovasse sepolto
un tesoro.
Che che fosse... dopo la morte del conte Paride, il vecchio Marco era
chiamato qualche volta ei stesso alla corte pei consulti astronomici
che prima vi teneva il suo maestro, e non a mani vuote ei v’andava e
ne veniva!... e la voce pubblica si dava a strepitar più forte ch’ei si
faceva ricco coi denari del diavolo!
Il paesano vedeva talvolta con terrore sulle ampie vetriate della
casa, guizzare ed agitarsi una fiamma infernale, e neri globi di fumo
uscir dai comignoli che pigliavan talora bizzarre forme di spiriti che
ballassero la tregenda sul tetto del palazzo.
Il paesano per buon conto si faceva il segno della croce, e vi
passava più lontano che avesse potuto onde evitare di sentirsi preso
pei capelli e costretto a firmare chi sa qual patto infernale in cui
avrebbe perduta la sua anima. Poi arrivava alla sua capanna ansante
e trafelato e messisi intorno i figli e la vecchia nonna, lor diceva
che se avesser veduto come aveva visto lui, fuor del balcone della
casa della valle eragli apparsa una testa nera nera, con sul capo due
corna da non potersi misurare a braccia, e dalla cui bocca grande al
pari d’un forno uscivano fiamme e serpenti, e che sul tetto v’eran
dei mostri che facevan grida da ispiritati, e i ragazzi si stringevano
intorno alle gambe della nonna, e la nonna biascicando pater nostri se
li stringeva al petto e scongiurava Tonio a non passar più neppur per
sogno dalla casa della valle, che il diavolo andandoci vicino tosto o
tardi la fa, e che col diavolo non bisogna prendersi confidenza.
E alla casa della valle regnava una calma misteriosa. Il sole era
presso al suo tramonto ed a norma che la sua luce andava scemando, lo
spazio raddensavasi fosco di tenebre. Nessun romore udivasi nella casa
della valle, la folaga strideva dalla vicina palude, una gallina restìa
di ritirarsi al suo pollaio raspava la terra chiocciando. Ai piedi
della scala che metteva nell’interno del palazzo, fuor della soglia
della bassa porta, era seduta una vecchia dalle ossa scarne, dalle dita
adunche, dalle occhiaie livide, a guisa d’una delle streghe di Machbet.
Essa appoggiava all’osseo palmo il mento ricurvo con cui terminava la
sua faccia incadaverita dall’età e guardava assorta in strani pensieri
la gallina che raspava chiocciando sempre.
La vecchia sorrideva, se poteva dirsi sorriso il raggrinzarsi della
sua pelle giallastra e ratrappita sul suo volto fatto più strano dal
scintillar della sua pupilla immota dentro le fonde occhiaje; sorrideva
come i fanciulli e come gli scemi.
— Marta!... Marta!... Vecchia strega!... borbottò una voce aspra dietro
di lei; non ti muovi quand’io ti chiamo?...
La vecchia non si mosse.
La gallina raspava sempre, e dalla terra smossa fe’ saltar fuori una
moneta.
La vecchia s’era per metà levata dalla sua seggiola.
— È mia... gridò, o per meglio dire, stridette raucamente la voce che
poco prima l’aveva apostrofata; ed un’ombra slanciandosi dal vano della
porta fermò il piede sulla moneta... La chioccia spaventata fuggì via,
la vecchia ricadde sulla sua sedia...
— Non valeva la pena che spaventaste così quella povera bestia,
borbottò essa.
— È oro... e tutto l’oro che v’ha qui è mio... ripetè la voce.
L’uomo che così improvvisamente era sbucato fuori della casa della
valle, era un vecchio dai capelli grigi, dalla lunga barba parimente
grigia ma folta, vestiva una nera vestaglia da camera che gli scendeva
sino ai piedi, avea rimboccate le larghe maniche e ne uscivano fuori
due braccia nude, lunghe, pelose; si appoggiava ad un nodoso bastone
portava sulla testa una specie di calotta a rabeschi, curvo della
persona, magro, abbattuto, l’avreste detto un’ombra viva in mezzo alle
tenebre che si addensavano ognor più colla nebbia che calava fitta
fitta... Sulla sua larga e alta fronte però, nel suo occhio piccolo ed
acceso il contemplatore avrebbe trovato qualche cosa che gli avrebbe
rivelato una mente viva di gioventù sotto a quell’osseo involucro
spolpato dal tempo, e dalle lunghe veglie perdute forse nello studio or
positivo dell’analisi, or astratto della meditazione.
Quel vecchio non era nemmeno un avaro come avrebbe potuto farlo credere
il moto che egli fe’ slanciandosi sulla moneta sterrata dalla gallina.
Era semplicemente Marco il cercatore, l’alchimista, il mago, come lo
chiamavano volgarmente coll’epiteto che avevan dato al suo maestro; uno
di quei genj del mondo antico che consumarono in pazzi sogni i tesori
della loro mente, intestati di fabbricar l’oro col prestigio della
magìa, mentre l’avevano a loro disposizione frutto della potenza del
loro ingegno.
Marco erede del palazzo e della scienza del vecchio conte, per un
delirio della vecchiezza erasi spinto più in là del suo maestro, ed
era entrato nel campo dell’impossibile; volea che l’alchimia gli
centuplicasse l’oro fuso da lui nel crogiuolo dove s’intestava di
trovarne la sorgente!...
Entusiasta del soprannaturale, come lo sono tutti coloro che nello
studio delle scienze così dette oculte, logorano la vita. Pel vecchio
alchimista che lasciava allora il suo fornello ardente, da cui uscivano
crepitando le vive fiamme che i paesani traducevano per le corna di
Belzebù, assorto nelle sue strambe contemplazioni, quella gallina che
chiocciando smuoveva dalla terra una lamina del prezioso metallo, che
egli forse aveva perduto al suo ritorno da un consulto scientifico,
assumeva una forma che si sbizzarriva colle accese immagini della sua
fantasia a quella stessa guisa che gli abitanti dei contorni di Porta
Leona tramutavano il fumo che usciva dal comignolo del suo laboratorio
chimico in bizzarri e spaventevoli spiriti che sul tetto della sua casa
ballassero la tregenda!.....
La vecchia che si era rimessa a sedere, si alzò per richiudere nel suo
pollajo la fuggiasca gallina.
L’alchimista prese da terra la moneta, la riguardò, e mormorando strane
parole ritornato lentamente al suo laboratorio, la gittò in un ampio
crogiuolo dentro cui alla cocente fiamma d’un fuoco infernale, bolliva
sprizzando strisce di liquida materia il metallo fumante, che si
contorse e si fuse.