Questo falso denaro è la lebbra dei nostri tempi, la lebbra che la

civiltà occidentale ha riportato a casa dalle trincee. Per quanto tempo

ci tormenterà? Il fuoco soltanto può salvarci dal contagio micidiale di

questa lebbra incurabile. Ritorniamo a coniare il denaro vero, che è la

misura sacra e autentica del lavoro umano. Tra le espiazioni del sangue

versato, a cui la civiltà occidentale dovrà sottostare, è necessaria

anche una purificazione del denaro. Non l’esige l’Economia, scienza

senza cuore: la vogliono la Verità, la Rettitudine, la Lealtà.

Ma questa parola di verità sarà intesa dagli uomini?

VIII.

La vittoria acefala e l’ora di Barabba

Domenico Giuliotti ha letto sull’orologio della storia che questa è

«l’ora di Barabba». L’intuizione è profonda.

Questa cronaca di quattro anni narra una storia sanguinante di errori

caparbi. Hanno sbagliato tutti e sempre, impantanandosi nel proprio

errore: i governi, le diplomazie, la Banca, gli Stati maggiori, la

Scienza, gli oracoli della pubblica opinione e perfino la Retorica!

Sono stati delusi nelle loro speranze i popoli, gli Stati, i partiti,

cosicchè tutti maledicono oggi la pace e si accusano a vicenda. Non è

contenta l’Inghilterra, che invece di conquistar tutta l’Asia e tutti

gli Oceani, ha perduto e sta perdendo l’Egitto, l’India, l’Irlanda,

la parte migliore della sua clientela forestiera; ed è minacciata sul

mare dall’America e dal Giappone. Non è contenta la Francia, che si

sente in pericolo quanto più la Germania si indebolisce; non è contenta

l’Italia, non è contenta la Polonia, non è contenta la Jugoslavia...

Dei vinti non parliamo. L’Europa è tutta rancori, dispetto e rabbia.

La pace è il lavoro di Sisifo. Ogni stagione arriva con una nuova

promessa; ma il solleone uccide insieme con le rose anche le speranze

della primavera, e l’autunno volta le spalle al solleone e alle sue

promesse, per rincorrere un’altra illusione e delusione.

Sì, lo so: fare la pace era difficile, ma non più, e forse meno, che

nel 1814. Quando Napoleone sprofondò con tutto lo scenario dipinto

di quella sua spettacolosa coreografia a cui aveva dato il nome di

impero, lasciò — monumento della sua sapienza — l’Italia, la Francia,

il Belgio, l’Olanda, la Spagna e una metà della Germania senza governo.

E a quei tempi i popoli, quando si trovavano ignudi a quel modo,

avevano ancora bisogno del sarto, che facesse loro il vestito, perchè

non sapevano maneggiare la forbice e l’ago. La sartoria di Vienna

dovette, nel 1814 e 15, tagliare e cucire molti abiti nuovi, ripulire

rattoppare e rammodernare molti abiti vecchi, per tanti popoli che la

rivoluzione e l’impero avevano lasciati in camicia e che aspettavano

il vestito da quella famosa bottega. Ma ora i popoli sanno come si fa,

quando un regime casca; sanno come in dodici ore si taglia nel panno

di una rivoluzione un governo provvisorio, e in un mese o due, una

costituente, una costituzione e una repubblica definitiva. Nel 1919,

quando il Congresso di Parigi aprì le porte, tedeschi, polacchi, russi,

ungheresi, boemi, austriaci, tutti i popoli che sul finire del 1918

avevano gettato la livrea della Corte, s’eran già tagliati da sè un

casacca repubblicana. Il Congresso di Parigi doveva soltanto giudicare

se la casacca era troppo ampia o troppo piccola, fare qua e là qualche

ritocco al taglio, e cucire.

Se gli uomini nel 1814 seppero tagliare e cucire tanti vestiti, come

mai gli uomini del 1919 non sono stati capaci neppure di cucirli alla

meglio? L’arte della grande sartoria è così decaduta? Eppure nel suo

piccolo studio nascosto in fondo a un giardino, senz’altro oracolo da

consultare che pochi volumi nei quali era scritta la storia del secolo

XIX, lontano dai conciliaboli dei grandi e senza partecipare ai loro

segreti consigli, uno scrittore aveva capito, e giorno per giorno

aveva avvertito i popoli e i governi, che quei trattati resterebbero

in molte parti lettera morta, che in troppi punti deluderebbero le

speranze e befferebbero gli ingenui propositi dei compilatori. Nè lo

spirito di Ezechiele era entrato in lui: l’involontario profeta vuole

essere il primo ad attestarlo! Gli era bastato conoscere che cosa è

un trattato, come si osservi e si imponga; gli era bastato sapere

che cosa è un governo, come si regga e donde attinga la forza di

comandare e il diritto di farsi obbedire; gli era bastato possedere

una nozione approssimativa dei limiti oltre i quali la forza non può

essere adoperata con buon successo da uno Stato con i suoi e fuori dei

confini; gli era bastato conoscere un po’ la storia dell’Europa prima

e dopo il 1789 e applicare con buon senso e serenità queste conoscenze

ai compiti differenti dei compilatori del trattato. Gli era bastato,

insomma, avere un po’ di testa...

Senonchè qui appunto, nella testa, era il vizio. La vittoria, che per

quattro anni noi abbiamo cercata ansiosamente con gli occhi in tutti

gli angoli dell’orizzonte; la vittoria, che apparve all’improvviso

un giorno, ad Oriente, dopo quattro anni di disperati richiami e di

inenarrabili stragi, era acefala, come il marmo di Samotracia. Nessuno,

lì per lì, nel tumulto della gioia, se n’accorse. Ed era acefala,

perchè era apparsa, quando sull’orologio dei secoli batteva l’ora di

Barabba.

Il male, di cui l’Europa muore, è questo. Non l’intelletto soltanto è

tocco, ma anche, e più, la volontà. I vincitori hanno fatto male i loro

conti allora; e oggi che si accorgono di averli sbagliati, non sanno

rifarli, perchè hanno voluto e vogliono abusare di una forza che non

posseggono se non nella eccitata fantasia; e hanno voluto e vogliono

abusare di una forza che non posseggono, perchè non sanno e non

vogliono più sapere che cosa è un trattato, un governo, un esercito;

e non lo sanno e non vogliono più saperlo, perchè sono dominati da

cattive passioni: ambizione, orgoglio, prepotenza, cupidigia, vendetta,

fatuità. La catena che la vittoria acefala ha gettato al loro collo e

con cui li trascina al macello, è questa.

Scampati alla disfatta quasi per miracolo, e soltanto per una

abbondanza di uomini, di armi e di denaro così soverchiante, che tutti

gli errori, le negligenze, le leggerezze, le inettitudini non hanno

potuto annullarla, i vincitori tanto più si sono inebriati, perchè

da un pezzo ormai, in fondo al cuore, disperavano di vincere; hanno

dimenticato, sebbene fosse manifesto, che erano anch’essi spossati

poco meno dei vinti e che _la vittoria aveva accresciuto la sicurezza,

ma diminuito la potenza_ di tutti i grandi Stati dell’Intesa; si

sono invaniti, esaltati, inferociti. Tutte le passioni del dominio e

dell’acquisto, che sonnecchiavano in questo o quel gruppo dei ceti

governanti; tutti i vulcani che durante la guerra parevano spenti

per sempre hanno ricominciato a fiammeggiare. Gli uni adocchiarono

territori; gli altri sognarono vendette e rappresaglie, che

amareggiassero agli avversari la disfatta quanto la loro tracotanza

aveva inferocito la lotta; tutti furono invasi da una smodata smania di

bottino e di preda; tutti si convinsero che erano stati i più valorosi

che avevano fatto i sacrifici maggiori, che potevano rivendicare il

merito più insigne e i trofei più smaglianti della vittoria, che il

proprio interesse era diventato il fulcro dell’universo. Intanto i

redivivi delle trincee si precipitavano affamati nell’orgia in cui

già da tre anni tripudiavano i favoriti della guerra; e facevano della

pace una gigantesca _kermesse_. Tutti credevano — o vivevano come se

credessero — che la pace potrebbe continuare in eterno a liquidare il

capitale, di cui la guerra aveva già divorato tanta parte: fabbricanti

e mercanti, banchieri e accollatari, funzionari e giornalisti,

ministri e diplomatici. Era opinione universale — perchè nessuno voleva

pensare alle imminenti, fatali scadenze — che incominciava un’êra di

straordinaria prosperità per l’industria ed il commercio; e questa

sorridente ma un po’ sventata opinione si faceva forte, per rassicurare

i dubbiosi, di ragioni sostanziose come questa: esserci nel mondo

nazioni intere — la Russia, l’Austria, la Germania, l’Ungheria, la

Rumania e via dicendo — bisognose di tutto, perchè avevano logorato

nella guerra il proprio corredo! «Ma se domani io avessi bisogno del

castello di Versailles, non per questo potrei acquistarlo — dissi

una sera a Parigi, a tre banchieri, che si lusingavano a vicenda con

questo bel ragionamento. Per comperare un oggetto, non basta averne

bisogno; è necessario anche possedere i mezzi di acquistarlo, ossia

qualche cosa da scambiare con colui che lo possiede!» Ma questo

ragionamento, cascando in mezzo a quel crocchio di finanzieri, fece

proprio il tonfo di un incredibile paradosso. Tutti comperavano,

vendevano, giocavano, speculavano, spendevano, gozzovigliavano da un

capo all’altro dell’Europa. Uno sgualdrinaggio impudente svergognava

le strade, i caffè, i balli, i ritrovi privati; l’oro e i diamanti

scintillavano, la seta luccicava, le pelliccie si gonfiavano pettorute

in alto e in basso, in una ostentazione sfrenata che confondeva

principesse e contadine, meretrici e matrone, in ogni paese. Lo Stato,

stava al centro della _kermesse_, simile a un Gambrino ubriaco a

cavalcioni di una botte gigantesca; e dominava dall’alto il baccanale,

lo incoraggiava con la voce, con il gesto, con l’esempio, continuando

a gettare alle folle ubriache il salvadanaio di tutti a manciate. Guai

ad accennare che ormai gli impegni degli Stati erano tanti, da doversi

pensare con prudenza non solo a ritornare all’antica parsimonia, ma a

verificare se gl’impegni presi si potevano mantenere! Disfattismo della

pace; crimine di lesa patria!

Il mondo era a tal punto impazzito, che mentre affilava i coltelli

per scuoiare la Germania con il trattato di Versailles, le regalava

miliardi e miliardi per premiarla di aver fatto la guerra all’universo.

Proprio così: parlo sul serio. Un caso così straordinario non si era

ancora veduto. «Non comprate marchi. La Germania è stata rovinata dalla

guerra. Chi compera marchi, presta a un fallito».

Quante volte ho ripetuto questo consiglio, nel 1919, quando il marco

di carta valeva ancora un mezzo marco d’oro! Non ho mai presunto di

dare consigli al denaro in cerca di profitti. Ma mi pareva di dovere e

di poter dare questo consiglio, non come uomo di finanza, ma come uomo

provveduto di qualche grano di buon senso.

Ma anche questo savio consiglio, come tutti gli altri, è stato inutile.

I miei amici, ricchi e poveri, uomini e donne, ammiratori e avversari

del nome tedesco, comperarono marchi, marchi, marchi. E non i miei

amici soltanto, ma tutta la città, in cui abito, ma tutta l’Italia, ma

tutta l’Europa e l’America. «La Germania è intatta. La Germania lavora.

La Germania è la Germania. La sua carta sarà domani oro di zecchino»,

dicevano e pensavano tutti. E ad ogni ruzzolone che il marco faceva, in

folla e a precipizio, a comperare!

Chi potrebbe contare oggi i miliardi che l’Europa e l’America hanno

regalati alla Germania, dall’armistizio in poi, speculando balordamente

sul marco? Poichè le somme che i compratori hanno perdute sono state in

parte guadagnate dalla Germania; sono dunque un dono del mondo a quella

che ieri ancora era la «nemica del genere umano», fatto o in monete

buone o in monete migliori della sua.

In quale Stato di Europa una favilla di civismo sincero sopravvisse a

questo orrendo baccanale, celebrato su dieci milioni di tombe? Guerra e

pace, forza e diritto, patria e umanità, conservazione e rivoluzione,

ordine e disordine, bianco e rosso non furono più, dal giorno

dell’armistizio, che bandiere di interessi e di passioni in guerra.

Sulla rovina della monarchia e sulla inesperienza della democrazia,

gli uomini e i partiti più avversi sognarono tutti il potere eterno

e incontrollato, la dittatura; e se la disputarono, esaltando il

sentimento popolare già delirante con una gara di folli promesse. I

partiti e i gruppi che, per essersi trovati al potere quando finalmente

la Vittoria era apparsa, si erano imaginati di averla essi chiamata,

la presero in ostaggio e la costrinsero a promettere al popolo quel che

non poteva dare: territori, corone, tesori, ricchezze. Ma i socialisti

si erano accorti che la Vittoria era acefala; e stavan pronti a

coglierla in fallo con le sue promesse bugiarde, e ad ammutinare le

masse perchè la lapidassero.

I conciliaboli, in cui la pace fu tramata, erano infettati dalle

esalazioni asfissianti di queste torve passioni nemiche. Immersi nella

nebbia di quelle esalazioni, gli spiriti si sono ottenebrati, non hanno

potuto più discernere il vero dal falso, il possibile dall’impossibile,

il fittizio dal solido, il sogno dal reale. Per pensare rettamente,

come per pregare, occorre una certa purezza di anima. La passione a

volte fa incespicare, nonchè la logica, anche l’abbaco. Accadde così

che i vincitori — popoli e governi — non intesero più nè i comandi

del dovere nè i consigli della prudenza. Non hanno capito che, tolte

alla Germania l’Alsazia e la Lorena, spolverato l’articolo del vecchio

trattato di Praga ancora ineseguito dopo tanti anni che le faceva

obbligo di indire i plebisciti nelle terre dello Schlesvig, strappate

alla Danimarca, bisognava rispettare l’integrità della Germania, anche

a costo di deludere qualche speranza; andar piano con il coltello

ad oriente; sforzarsi di ottenere il suo consenso a quei mutamenti

territoriali che la risurrezione della Polonia imponeva; in ogni caso

non smembrare l’Alta Slesia ma lasciarla tutta alla Germania, dopo che

il plebiscito aveva scelto. Non hanno capito che avevano il diritto e

il dovere di dire alla Polonia: «tu sei resuscitata; e chi resuscita,

può essere contento anche se resuscita con le sole ossa e la sola

pelle. L’adipe verrà poi, se i tempi e la salute e il destino e la

Provvidenza vorranno...». Non hanno capito che dovevano incoraggiare e

aiutare la repubblica tedesca, mostrandosi con essa meno esigenti che

con la monarchia, e offrendole in ogni caso _una pace non umiliante

ma decorosa_, come quella che gli alleati avevano offerto nel 1814 a

Luigi XVIII e alla monarchia legittima restaurata sul trono di Francia.

Non hanno capito che, mettendo in un fascio, oltre il Reno, repubblica

e monarchia con un trattato umiliante, toglievano alla repubblica

la forza, nonchè di eseguire il trattato, di governare la Germania e

la precipitavano nel caos. Non hanno capito che le riparazioni e le

indennità non dovevano essere imposte in misura arbitraria e accettate

senza discussione come l’espiazione di un delitto orrendo, di cui

il popolo tutto fosse responsabile; ma presentate alla discussione

e al consenso del vinto, come un pegno della sua sincera volontà di

riconciliarsi con il mondo, contribuendo alla restaurazione di una

pace umana per tutti. Non hanno capito che il disarmo della Germania

o faceva parte di una tregua conchiusa con animo sincero dalle

maggiori potenze d’Europa _sulla terra e sul mare_, simile a quella

che le grandi monarchie avevano conchiusa a Vienna nel 1814, o non

sarebbe che una maldestra imitazione di uno dei più barocchi impiastri

dell’empirismo napoleonico. Non hanno capito che la Germania era stata

rovinata dalla guerra; e che era ridicolo immaginarsela scintillante

di oro e di raso quando era coperta di cenci, per non rinunciare

alla speranza di spogliarla. Non hanno capito che la caduta della

Russia mutilava la loro vittoria; che vincitori in Occidente, essi

erano stati vinti in Oriente; che tra i due punti cardinali poteva

intervenire soltanto un compenso parziale; che, caduta la Russia,

tutta la dominazione europea nell’Asia vacillava e la Turchia poteva

essere annoverata piuttosto tra le potenze vincitrici che tra le

vinte, essendo stata liberata dal nemico implacabile che da due secoli

la perseguitava a morte. Non hanno capito infine che, scioltosi il

nesso dinastico da cui sino al 1918 popoli e genti di lingua e di

razza diversa erano stati legati insieme, in vasti e potenti imperi,

nel cuore dell’Europa, occorreva legarli con qualche altro nesso, se

non si voleva che la Libertà si presentasse a questi popoli tenendo

in mano, come primo regalo, delle catene di ferro; e che questo nesso

nuovo non poteva essere cercato che nella volontà profonda dei popoli

stessi, espressa dai plebisciti. Non inarcate le ciglia per lo stupore,

o lettori. La volontà dei popoli, nella quale l’Europa cerca oggi

affannosamente quel principio di diritto, senza cui un governo non è

che un odioso atto di prepotenza, non può esprimersi e articolarsi,

ossia farsi una realtà viva e operante, se non per plebisciti,

lealmente fatti e osservati. Al di fuori di questa, per quanto rozza

articolazione, la volontà dei popoli è soltanto una maschera, di cui si

copre l’arbitrio del più forte, il quale si arroga di sapere quel che

un popolo vuole, meglio del popolo stesso! Bisognava dunque concedere

i plebisciti chiesti dall’Ungheria e dagli altri popoli vinti;

bisognava moltiplicare i plebisciti su tutti i punti controversi, dal

Montenegro all’Alta Slesia; farli e osservarli con quella lealtà, che

un anno prima della guerra mondiale avevo già invocata come divinità

tutelare dei tempi, i quali non credono più a nessun vero trascendente

e assoluto, ma si reggono su principî convenzionali, limitati e

facilmente rovesciabili. L’Europa non sarebbe, no, un Eden di pace

oggi; ma ci sarebbe già, sotto questa mobilità universale, qualche

punto fermo.

I vincitori non hanno capito nè queste cose nè molte altre, che li

avrebbero aiutati a salvarsi. Senonchè mi pare che questo studio

mancherebbe della sua conclusione e terminerebbe senza finire, se,

giunti a questo punto, non ci proponessimo il quesito: per quale

ragione queste cattive passioni sono state così forti, da spegnere

addirittura il senso di conservazione in Stati e in popoli interi?

Quale demonio è entrato in questi popoli e in questi Stati, che

sembrano tutti usciti di senno e posseduti? Se noi riusciamo a

sciogliere questo quesito, potremo abbracciar con una occhiata sola,

da una specola dominante, tutte le osservazioni fatte via via e

sparse nelle pagine di questo volume. E lo possiamo sciogliere con

una risposta sicura. L’Europa non ha avuto, alla fine della guerra,

la purezza d’animo necessaria a pensare rettamente e a discernere la

realtà dalle allucinazioni, perchè dal 1848 in poi ha logorato la sua

antica riserva degli ideali, senza rinnovarla, come un erede dissennato

che divora il patrimonio degli avi.

Questa riserva ideale si componeva di tre tesori: il cristianesimo,

l’umanesimo, l’umanitarismo liberale del secolo XVIII; e tutti e tre

i tesori rigurgitavano di sentimenti, di dottrine, di tradizioni,

di regole, di esercizi, di scuole e di precetti, che servivano a

comprimere e contenere gli egoismi violenti e brutali della natura

umana, a mansuefare la bestia, che sonnecchia in ognuno di noi. Ma

tutti questi tesori sono ormai dispersi e... Sì: in ogni strada le

chiese aprono le porte ospitali al passante, officiano, pregano,

suonano le campane. Ma dove e quanti sono ancora i veri cristiani,

i quali sentono che l’uomo è un Dio decaduto; e che non può lucrare

la redenzione di cui ha bisogno più che dell’aria per vivere, se non

riconosce tutta la depravazione della propria natura, per impegnare con

quella un disperato duello? Dove sono e quanti sono in questa strana

epoca, in cui ogni uomo è persuaso nel fondo della sua coscienza di

essere un Dio perfetto; ed è soddisfatto di sè al punto, che non trova

altra ragione di dolersi, se non della sorte e degli altri? Ci sono

ancora delle cattedre da cui si leggono e si spiegano Orazio e Pindaro,

Virgilio e Omero, Livio e Tucidide; ce n’è più che non ci siano

mai state e che non occorra. Ma queste cattedre oggi pretendono di

spiegare il _vero_ Orazio e il _vero_ Pindaro, il _vero_ Virgilio e il

_vero_ Omero, il _vero_ Livio e il _vero_ Tucidide. Chi cerca più, in

quegli avanzi di una civiltà morta, in parte anche falsandoli con una

ammirazione che riconosce in essi soltanto bellezze e virtù, e le vuole

esagerare di proposito per farne uno specchio di perfezione immacolato;

chi cerca più il modello di una compostezza, di una sobrietà, di una

eleganza, di una moderazione, di una nobiltà che temperi e raffini

così lo stile delle lettere come il pensiero politico, il gusto delle

arti come il costume privato? Dal secolo XVIII tre magiche parole

erano venute a volo fino a noi, come tre arcangeli, attraversando le

tempeste, e avevano messo il piede nel cuore dell’Europa: libertà,

uguaglianza, fratellanza. Erano parole un po’ leggere, e leggermente

vestite di un ottimismo iridescente un po’ frivolo; ma erano

anch’esse maestre, anche se talora un po’ deboli e svenevoli, di buoni

sentimenti, perchè insegnavano ai potenti a non abusare del potere, ai

fortunati a non presumere della loro fortuna sino al punto di credersi

migliori, agli uomini, alle classi, ai popoli ad aiutarsi ed amarsi.

Volgete oggi gli occhi intorno: che scempio e che rovina! Chi crede

ormai a queste parole, quando la nostra epoca le pronuncia, più che

alle moine contrattate della prostituta?

Noi viviamo — fu detto — del profumo di un vaso vuoto. La civiltà

quantitativa e l’ideale della potenza hanno bruciato a poco a poco

le radici dei sentimenti nobili, dei gusti delicati, del pensiero

disinteressato. A mano a mano che la popolazione cresceva, a mano a

mano che crescevano i bisogni, l’avidità, la fretta di lucrare; a mano

a mano che le ambizioni e le cupidigie si rincorrevano furiosamente a

gara nel mondo, come in un immenso circo, per contendersi il premio,

le masse acquistavano una certa istruzione e scioltezza di spirito,

una alacrità, una prontezza, una agilità prima ignote. Ma le _élites_

spirituali sparivano; tutte le eccellenze si livellavano in medie nè

troppo basse nè troppo alte; dal monte alla valle la terra a poco a

poco si spianava; si diffondeva vittoriosa una brutalità procacciante,

a cui non importava null’altro fuorchè il lucro, il successo e il

libro dei delitti e delle pene: non la carità e non il diritto, non

la legalità e non l’urbanità. Lavorare, produrre, vincere i rivali,

correre a rompicollo, non dormire, guadagnare, spendere, credersi Dio,

non ricordare mai il passato, non pensare all’avvenire, viver solo nel

momento presente, pensare solo e sempre all’interesse urgente e alla

passione traboccante! Tutti gli istinti nobili e tutte le aspirazioni

disinteressate si ottundevano, tutti i pensieri sostanziosi e profondi

si volatizzavano in queste frenesie. L’uomo disimparava il pregare

e il pensare; appunto perchè l’una e l’altra operazione richiedono

un’anima non troppo impura. Sulla smania del lucro singolo si accavallò

la ambizione della potenza e prepotenza comune. Tra il 1890 e il 1895

i grandi popoli dell’Europa parevano in procinto di dimenticare e di

perdonare. Perfino la Germania sembrava voler nascondere i suoi recenti

e troppo vistosi trofei di guerra. Ma l’ambizione delle conquiste

si risvegliò in Inghilterra nell’ultimo quinquennio del secolo. Una

sciagurata parola «imperialismo» contaminò il dizionario di tutta la

civiltà occidentale. Il cattivo esempio dell’Inghilterra fece subito

scuola, in America, in Germania, in Francia, in Russia, in Italia.

Mentre meccanici e chimici inferocivano la guerra armando la Morte di

mostruose falci a vapore, poeti, filosofi, pubblicisti incitavano i

popoli ad abusare spietatamente della propria forza contro i popoli

inermi o deboli; e i governi si impegnavano in una bassa gara di

prepotenze e di perfidie per «_etwas erwerben_», come diceva Nicola II

a Guglielmo II: per arraffar qualche cosa, poco importa che cosa e in

che modo. Neppure i popoli fratelli di razza, di lingua, di civiltà,

di storia, seppero più essere amici; Caino fu l’inconsapevole modello

e maestro di una civiltà dilaniata; la prepotenza, il disprezzo dei

trattati, lo spergiuro, l’inganno, la slealtà furono vantati come le

carte di nobiltà dei popoli grandi. E venne il giorno in cui noi, figli

primogeniti della civiltà europea, noi carichi di venticinque secoli

di gloria, tripudiammo tutti per tre mesi — popolo e signori — e ci

gridammo rinati all’antica grandezza, perchè, senza essere provocati,

avevamo assalito un impero decrepito e gli avevamo strappato una

provincia, che non poteva difendere!

La tragedia della pace · 第 13 / 14 段