Quando scoppiò la guerra il mondo, per un momento, ritornò in se

stesso, scorse l’abiezione in cui era caduto, volle rialzarsi... Chi

l’ha udito e veduto, non dimenticherà mai il silenzio religioso in

cui, durante gli ultimi mesi del 1914, si avvolse Parigi: simbolo di

un’epoca che capiva ad un tratto di avere troppo errato. Ma durò poco.

Questa diabolica guerra esasperò in tutti, negli uni con il pericolo,

la sofferenza, la schiavitù, negli altri con la baldoria, i piaceri,

gli immeritati lucri, l’atroce egoismo del tempo. Quando la strage

finalmente cessò, erano morte tutte le virtù, per cui la civiltà nostra

era stata nobile e grande; la santità, la saggezza, la giustizia, la

cavalleria, l’umanità, il senso del dovere, il disinteresse civico,

la sobrietà del pensiero, la compostezza del sentimento, il rispetto

dell’altrui diritto e dell’altrui dignità. Sopravvivevano ancora un

po’ di carità nelle donne, e negli uomini il temerario eroismo di

Icaro. Chi negherà all’ardore con cui tanti giovani delle classi alte

e colte si sono sacrificati nella guerra, l’omaggio che merita ogni

forma del sacrificio? Ma è forza riconoscere pure che questo spirito di

sacrificio era facilmente trascinato dal suo impeto fuori dell’umano,

talora perfino nel selvaggio; e che dopo aver moltiplicato gli eroi in

mezzo alla mischia furente del genere umano, moltiplica ora nella pace

i _dervish_ urlanti del nazionalismo, che vanno in giro per l’Europa

predicando la guerra eterna.

Ma qui odo una voce irritata interrompermi: «Lo confessate dunque. La

guerra per la libertà e per la giustizia, che i governi dell’Intesa

avevano bandito, era una impostura. Se ci avete creduto in buona fede

foste degli imbecilli. Avevamo ragione noi di ammonire il popolo;

si combatteva per il carbone e per il petrolio. Noi soli vedemmo

chiaro». No: non vedeste punto chiaro. Il sentimento che mosse

l’Europa a prendere le armi contro la soverchiante potenza della

Germania era sincero; e non era punto, come troppi stolti che si

credano savi ripetono, una romanticheria quarantottesca; era un moto

improvviso e irresistibile dell’istinto di conservazione, finalmente

ridesto. L’Europa aveva capito, in quel breve ma lucido intervallo,

che la forza, di cui era così fiera, distruggerebbe alla fine la

sua ricchezza, la legge equa e savia sotto cui viveva, i tesori più

preziosi di una civiltà secolare. Quale era il dovere di chi conosceva,

perchè era stato il solo ad esplorarlo nelle sue pieghe più riposte,

il disordine morale e intellettuale in cui il Ferro e il Fuoco, il

trionfo della civiltà quantitativa, la rozza ideologia del progresso

avevano gettato la civiltà occidentale? Doveva dire all’Europa, proprio

nell’istante in cui sembrava accorgersi dei suoi errori e dei suoi

vizi e volersi emendare: «tu sei dannata; non sperare redenzione; ogni

tuo buon proposito sarà vano; ritornerai dalla guerra come una Furia

anguicrinita?» La civiltà occidentale è da un secolo tiranneggiata da

alcune passioni violente e feroci che ormai, nelle generazioni viventi,

non sentono più freno alcuno: nè la religione, nè la tradizione,

nè la saggezza di qualche autorità rispettata, e neppur la nozione

chiara del proprio interesse o l’istinto di conservazione, se si vuole

adoperare una parola più corrente. Per questo ha combattuto la guerra

più atroce della storia. Per questo non sa fare la pace, ossia non sa

ricavare dalla guerra il solo frutto che avrebbe potuto compensare in

parte i vincitori e salvare dalla disperazione i vinti. Per questo è

minacciata di distruzione totale e rimbarbarisce; perchè civiltà è il

prevalere di certe virtù difficili e di certi sentimenti generosi sulle

passioni elementari della perversa natura umana. Si potrebbe definirla

altrimenti? Ma la tirannia sempre più fiera di queste passioni non s’è

stabilita in un giorno e non dura per caso, senza ragione profonda,

anche se porta nel suo grembo una rovina apocalittica. Chi potrebbe

presumere di indovinare quando questa tirannide cederà lo scettro

a sentimenti più umani e a dottrine più illuminate? Forse domani,

forse tra un secolo. Ed anche se ci fosse un genio così potente, da

indovinare che il grande rivolgimento avverrà tra un secolo, sarebbe

forse dispensato dal dovere di ripetere ai contemporanei che le loro

passioni li accecano, e di incoraggiare tutti i tentativi, anche se

timidi e saltuari, di detergere dalla propria vista questa cecità?

Quale è il grande movimento della storia che non ha incominciato

con parziali fallimenti? Chi ha una coscienza e una fede, consulta

forse, prima di difendere un principio, il lunario del successo e tira

l’oroscopo per sapere quando trionferà?

Scrivevo nel 1920: «tutte le autorità sono cadute; e perciò la sola

forza governa il mondo; la forza sola e nuda, o coperta appena di

qualche cencio rosso o di qualche brandello della bandiera nazionale; e

governa il mondo come può, per accessi e sussulti, senza discernimento,

straziandolo, perchè la forza è così debole, quando è sola e nuda!

Non illudetevi, o uomini: in Europa i soli titoli di autorità che

ancora valgono sono il ferro e l’oro. La libertà è morta, come il

diritto divino. A volte a volte governerà chi riesca a farsi obbedire

per un’ora da centomila baionette, e ad impadronirsi dei torchi

ufficiali che stampano la carta moneta[16]». Questa pagina annunciava

il fascismo e il suo avvento. Dovevo perciò mettermi alla testa anche

io di spedizioni punitive o sovvenzionare squadre d’azione? Appunto

perchè la libertà è morta, non voglio fare il becchino; ma preparare la

resurrezione, prossima o lontana. Chi non è un commediante di dottrine

così fa.

Sì: la guerra, incominciata come una crociata per la difesa di idee e

di principî, termina in una furibonda rissa per i carboni della Ruhr

e per i petroli di Mossul. I vincitori non sono stati degni nè della

causa che difesero nè della vittoria che la fortuna aveva loro largito

perchè ne facessero uso migliore. Sono forse per questo mutate le leggi

che regolano il mondo e la pazzia è diventata ragione, il vizio virtù?

È vero nel 1923, come era vero nel 1914, che l’Europa non avrà mai la

pace finchè non la vorrà; ma l’avrà subito, intera, totale, sicura,

il giorno in cui la vorrà, ossia il giorno il cui le torve passioni

oggi dominanti cederanno il posto a un po’ di modestia, a un po’ di

generosità, a un po’ di considerazione, a un po’ di saggezza. Ridotto

a questi termini, che soli son veri, quanto è semplice e quanto è

complesso il «problema» della pace! È semplicissimo, poichè un moto

dell’animo, che mille volte si ripete nella vita dell’uomo più umile,

basta a risolverlo. È complicatissimo, perchè un moto, che è così

facile nell’animo del singolo, diffuso a tutta la civiltà occidentale,

deve sollevare e capovolgere il peso di un secolo — e di che secolo!

I nostri tempi possono calpestare, vilipendere, fare scempio del

cristianesimo, dell’umanesimo, dell’umanitarismo, quanto loro piace.

Ma dovranno ritornare ad essi con un po’ di sincerità, se vorranno

la pace, la prosperità e l’ordine; e sinchè non ci ritorneranno, si

struggeranno nella guerra, nell’odio, nella miseria, nell’anarchia

rossa o nella tirannia bianca. In questo sta il tutto.

Al lavoro, dunque. I quattro calamitosi anni che ci separano dalla

guerra sono soltanto un momento della lunga storia che racconta gli

inciampi, le cadute, gli errori, le emende, le riprese dell’uomo

nella sua via tribolata. Non disperiamo; e se l’avvenire è oscuro,

rivolgiamoci a contemplare il passato, poichè lì almeno vediamo più

chiaro; e rallegriamoci che, a dispetto di tanti amari disinganni, il

troppo sangue profuso non fu tutto sprecato, perchè un acquisto almeno

è ormai assicurato: un acquisto immenso, di cui i secoli esulteranno

a mano a mano che, allontanandosi dai nostri tempi, lo vedranno

grandeggiare in cospetto della storia. La guerra ha spezzato nelle

mani dell’Europa quell’arme mostruosa, che era il tormento, il terrore,

l’orrore del mondo. Poco importa se dei governi spauriti impegnano gli

ultimi arredi per vestire e mantenere soldati, soldati, soldati! Quella

mostruosa elefantiasi della forza, che incominciò con la rivoluzione

francese e con l’impero napoleonico, è finita, e per sempre. L’esercito

tedesco, non è più. Non è più l’esercito austro-ungarico. Dell’esercito

russo sopravive un’ombra. Esistono ancora o non esistono più un

esercito inglese e un esercito italiano? Nessuno saprebbe rispondere

con sicurezza. L’esercito francese è ancora in armi, smisurato; e molti

eserciti minori, ma troppo grossi, luccicano tra le rovine dell’impero

degli Absburgo, agitando coccarde e bandiere nazionali. Ma manca ormai

a tutti questi eserciti, per mantenersi e per crescere, così il denaro

come il modello; quel modello da imitare, francese prima, tedesco

dopo il 1870, senza il quale non c’è e non ci può essere nè spirito nè

tradizione che vivifichi dei corpi così massicci. Il sistema è stato

distrutto dalle sue iperboli. _Mole ruit sua._ L’Europa non sarà più

lo scandalo e il terrore del mondo con la elefantiasi militare, che

l’aveva sformata.

Guardate l’America, guardate l’Asia: sono forse due selve di baionette?

Non si reggono con poche forze armate? Tutte le civiltà che furono

prima della rivoluzione francese, non professarono il principio che

le armi, per servire, devono essere buone ma poche? La mostruosa

parentesi, aperta con la rivoluzione francese, sta per chiudersi.

Ritorneremo anche noi, Europei, nell’eterno passato, in quella che è

stata — e sarà — la legge costante della vita, la regola indefettibile

della saggezza: non solo per vivere e camminare, ma anche per poter

combattere, esser necessario non caricarsi troppo di ferro.

E insieme con il sistema militare, agonizza anche l’imperialismo

europeo. Si può ora ricominciare a sperare che il mondo, liberato da

questo flagello, respirerà domani. Quella condizione di cose, per cui

alcuni popoli d’Europa poterono negli ultimi due secoli conquistare

così smisurati territori e assoggettare al prepotente loro dominio

tanti popoli, dei quali parecchi avrebbero dovuto venerare e ammirare

come maestri, volge al suo termine. Come le guerre della rivoluzione e

dell’impero fecero perdere all’Europa la maggior parte dell’America,

la guerra mondiale le strapperà l’Asia e una parte dell’Africa. Noi

vedremo l’Asia madre e maestra, il continente che diede la luce a

Confucio, a S. Paolo, a Maometto, dove si svolse il mistero della

Redenzione, dove furono scritti i Vangeli, libero finalmente dal

prepotente dominio dei barbari occidentali, adoratori del Fuoco.

Giorno memorando nella storia sarà quello in cui, scacciata dall’Asia,

l’Europa rientrerà in se stessa e nell’«eterno passato»! L’orgoglio,

per cui s’è creduta maestra e sovrana dell’universo, proprio quando

smarriva la nozione stessa del governo e dell’autorità, sarà umiliato

quanto merita.

Aspettiamo dunque quel giorno con fede. Quel giorno, forse, i sordi

incominceranno ad udire.

FINE.

INDICE

PREFAZIONE pag. 5

PARTE PRIMA

L’ALBA TORBIDA DELLA PACE

I. Le baionette e l’idea » 17

II. Il discorso e il pensiero di Clemenceau » 25

PARTE SECONDA

IL CONGRESSO DI PARIGI

I. Il Reno » 35

II. La nuova infanzia del mondo » 53

III. L’America e il miracolo di San Gennaro » 64

IV. Gli assenti presenti: Russia e Germania » 68

V. Sfogo » 72

VI. La radice del male » 83

PARTE TERZA

I TRATTATI

I. L’America e i mari » 95

II. Le garanzie » 102

III. Le riparazioni » 108

IV. Trattati di carta velina » 115

V. Il Capovolgimento dell’Austria-Ungheria » 119

VI. La Polonia e la Russia » 127

VII. Il protettorato del Mondo » 133

VIII. La politica realistica » 140

PARTE QUARTA

VINTI E VINCITORI NEL CAOS DELLA PACE

I. L’Europa dopo due anni di pace » 145

II. L’America e i mari » 151

III. Guerra e pace al Congresso di Washington » 156

IV. Concatenazione » 163

V. La Germania e il suo riscatto » 166

VI. La guerra e la ricchezza » 172

VII. I debiti » 179

VIII. I trionfi dell’imperialismo europeo:

l’indipendenza dell’Egitto » 183

IX. L’imbroglio orientale » 190

X. I trionfi dell’imperialismo europeo:

la riscossa turca » 197

XI. Il nodo insolubile delle riparazioni » 203

XII. Sisifo » 211

XIII. La nuova guerra » 218

PARTE QUINTA

PRIMO DISCORSO AI SORDI

_Introduzione_ » 227

I. Il suicidio della forza » 229

II. L’eterno passato » 234

III. Il culto del fuoco » 243

IV. Il supremo fiore della Storia » 253

V. Nè Cristo, nè Anticristo » 258

VI. Il ritorno dei barbari » 264

VII. L’idropisia del denaro » 269

VIII. La vittoria acefala e l’ora di Barabba » 277

_Altre opere dello stesso Autore:_

GRANDEZZA E DECADENZA DI ROMA.

Vol. I: _La conquista dell’Impero_ L. 7.50

Vol. II: _Giulio Cesare_ » 7.50

Vol. III: _Da Cesare ad Augusto_ » 7.50

Vol. IV: _La Repubblica di Augusto_ » 5. —

Vol. V: _Augusto ed il Grande Impero_ » 5. —

FRA I DUE MONDI L. 6.50

LA VECCHIA EUROPA E LA NUOVA » 5. —

MEMORIE E CONFESSIONI DI UN

SOVRANO DEPOSTO » 5. —

ROMA NELLA CULTURA MODERNA.

Discorso tenuto in Campidoglio il 21 aprile 1910,

commemorando il Municipio il «Natale di Roma» » 3. —

IN MEMORIA DI CESARE LOMBROSO

(1910). Conferenza, con due ignorati scritti

giovanili di Lombroso » 3. —

_In preparazione_:

LA ROVINA DELLA CIVILTÀ ANTICA.

NOTE:

[1] La vecchia Europa e la nuova, pag. 316.

[2] La vecchia Europa e la nuova, pag. 34-35.

[3] Memorie e confessioni di un sovrano deposto, pag. 289.

[4] 14 gennaio 1919.

[5] 7 gennaio 1918.

[6] Da un _Diario della Pace_, inedito. Scritto a Parigi, nel marzo del

1919.

[7] M.... è uno degli spiriti più forti e profondi della Francia;

come tale sarà ammirato, oltrechè dai suoi amici, anche dalla élite

colta dell’Europa, quando si deciderà a far partecipe del suo sapere

un pubblico più largo. Nel 1919 occupava una posizione ufficiale, non

certo adeguata al suo merito, ma tale da permettergli di sapere quanto

accadeva nel Congresso.

[8] Da un _Diario della Pace_, inedito. Scritto a Parigi nell’aprile

del 1919.

[9] Da un _Diario della Pace_, inedito. Scritto a Parigi nell’aprile

del 1919.

[10] 19 marzo 1919.

[11] Da un _Diario della Pace_, inedito. Scritto a Parigi nell’aprile

del 1919.

[12] 31 dicembre 1919.

[13] Allusione alle elezioni greche del 1921. I lettori ricorderanno

che in seguito a queste elezioni il Ministero del Venizelos fu

rovesciato e il re Costantino richiamato dall’esilio.

[14] Allusione al tentativo di restaurazione monarchica, fatto da Carlo

di Absburgo.

[15] Allusione ai prestiti chiesti dalla delegazione russa, alla

conferenza di Genova, nella primavera del 1922.

[16] _Memorie e confessioni di un sovrano deposto_, pag. 289.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

La tragedia della pace · 第 14 / 14 段