maestro, e li incita ad applicare le sue dottrine, non chiede alle
masse rinuncie e sacrifici in vista di un bene ideale; ma promette
loro quegli stessi beni che prometteva il capitalismo — ricchezza,
agi, piaceri, potenza — e in misura maggiore, e con minor sacrificio;
offrendosi alle moltitudini come il continuatore del capitalismo, che
compirà la stessa opera ma molto meglio. Esso promette agli uomini
un’abbondanza anche più facile che la passata; ossia quello che,
per la sua stessa natura, non può dare. Il comunismo può assicurare
agli uomini le gioie spirituali di una convivenza allietata da alte
speranze comuni, non le orgie dell’abbondanza. A queste provvede il
«capitalismo».
Alla società moderna si possono rinfacciare mille difetti, appunto
perchè essa ha tutto sacrificato alla quantità, anche la virtù e la
bellezza. Ma non si può negare che abbia almeno scoperto il segreto
dell’abbondanza, moltiplicando le ricchezze del mondo. Supporre che un
«sistema comunista» possa vincerla in questa lizza è un sogno.
«_Io rido, quanto sento i socialisti dire che vogliono rovesciare la
potenza del capitale con le dottrine di Carlo Marx! Essi che gridano
primo dovere del popolo moltiplicare i suoi guadagni e i suoi bisogni!
L’impero del capitale rovinerà il giorno in cui il popolo prenderà in
orrore i lussi e gli sprechi e i piaceri e i vizi, che le classi alte
gli inoculano, per rinfacciarglieli poi, dopo che hanno battuto moneta
con quelli_».
Così scrivevo più di dieci anni fa, prima del cataclisma. In questo
passo sta la chiave di molti presenti misteri. Sinchè il popolo
aspirerà a calzarsi di seta, a mangiar polli, ad andare ai bagni come
alla perfezione e alla felicità, il «capitalismo» sarà il padrone del
mondo. Socialismo e comunismo dovranno servirlo, anche immaginandosi
di combatterlo. Il vero difetto del capitalismo sta nel crear _troppa_
ricchezza.
Non è dunque meraviglia che i bolscevichi siano oggi costretti a
fare la corte ai banchieri d’Occidente. I bolscevichi hanno potuto
distruggere, in Russia, il corpo della «società borghese», non lo
spirito. Questo vive anche in essi. Essi vogliono ciò che volevano
i loro predecessori: una Russia quanto più è possibile ricca e
potente. Per rifare rapidamente la ricchezza e la potenza della
Russia è necessario del «capitale». Per trovare del capitale è
forza rivolgersi al «capitalismo», anche dopo averlo maledetto.
Anche questa è una catena; e per spezzarla una rivoluzione politica
non basta. Occorrerebbe la sapienza di Socrate e di Aristotile,
la saggezza di Augusto e di Talleyrand, la poesia di Virgilio e
di Dante, l’insegnamento del Vangelo, un po’ dello spirito di San
Francesco d’Assisi e di San Francesco Saverio, qualche brandello
dell’Ecclesiaste, l’essenza depurata delle dottrine di Comte, di
Mazzini, di Lamennais. Troppe cose, perchè ci possiamo pensare! Sordi
alla voce del vero comunismo, ascolteremo noi il falso?
V.
Nè Cristo, nè Anticristo
Abbiamo esautorato lo spirito e la materia. Non obbediamo più nè a
Cristo nè all’Anticristo.
Molte leggende la passione politica ha accreditate intorno agli atti
ed ai disegni della Santa Sede e di Benedetto XV durante la guerra
mondiale. Si è perfino denunciato il Vaticano come un ufficio di
propaganda tedesca! Vero è invece che la Santa Sede fu alacre e zelante
nell’addolcire le crudeltà e nel lenire i dolori della ferocissima
lotta, quanto timida ed esitante nell’affrontare gli interessi, le
passioni e le dottrine, che hanno scatenato il flagello. La Chiesa
fu tra i combattenti ministra della Carità più che Cattedra della
Giustizia!
La paura della Russia, che ambiva immensi territori cattolici in
Europa e in Asia, soffocò nel papato, per tre anni, l’orrore della
violenza germanica. «La vittoria della Russia sarebbe stata una rovina
per la Chiesa non minore della Riforma» — disse a me, nella primavera
del 1918, uno dei più alti prelati della Curia. Se per le potenze
occidentali lo czar era il sovrano di un immenso impero, un amico e
alleato potentissimo, per Roma era il capo di una Chiesa scismatica,
che avrebbe tentato di sradicare il cattolicismo dagli Stati, in cui
fosse entrato. Curiosa coincidenza: la alleanza della Russia costò
alla Francia e all’Inghilterra non soltanto le simpatie dei partiti più
rivoluzionari, ma anche quelle della Chiesa cattolica!
Caduto l’impero russo e dileguate queste paure, le simpatie per la
Francia, per l’Italia e per l’Inghilterra presero forza anche in
Vaticano; ma non al punto da scuotere la persuasione, che gli imperi
centrali avrebbero vinto la guerra. Questa persuasione — molto diffusa
in tutti i paesi neutrali ed anche in quelli dell’Intesa, tra le
persone che non erano obbligate a credere alla vittoria per dovere
d’ufficio — spiega forse molti atti e atteggiamenti della Santa Sede,
a cui si sono cercati fini più reconditi. Molti, anche nel governo
della Chiesa, consideravano la vittoria della Germania e dell’Austria
una calamità: ma siccome la ritenevano sicura, pensavano che la Chiesa
dovesse, con una neutralità prudente, prepararsi a intervenire come
moderatrice presso il troppo feroce vincitore.
La forza e il furore degli Stati combattenti intimidirono anche la
più antica potenza spirituale della civiltà occidentale. Indebolita
dai colpi che il secolo XIX le ha inflitti e da quella specie di
irrigidimento ombroso con cui cerca di difendersi contro lo spirito
avverso dei tempi; armata solamente di libri e di pergamene, di carta
e di penna, la Chiesa non ha osato affrontare il furore di ambizioni,
di cupidigie, di odî, di orgogli scatenato dalla guerra sul mondo; le
coalizioni di interessi, che hanno armato per quattro anni l’Europa
contro se stessa. Ha cercato, quanto poteva, di soccorrere le vittime
di questo furore, ma senza correre il pericolo di esasperarlo, cercando
di frenarlo senza forze adeguate.
Che questa politica non fosse animata da uno spirito eroico, è
manifesto. Ma è pure manifesto che riesce oggi più facile ad un critico
e ad uno storico vantare a tavolino l’audacia del grande eroismo
cristiano, che non fosse al papa di praticarlo tra il 1914 e il 1918.
Lasciamo dunque all’avvenire giudicare se Benedetto XV sia stato o non
sia stato troppo cauto. L’osservatore contemporaneo deve piuttosto
cercare che cosa indichi e di che cosa sia segno questa prudenza.
Dell’indebolirsi e declinare dell’autorità spirituale della Chiesa?
Molti lo pensano e l’hanno ripetuto, in questi anni. Il coraggio è il
compagno della forza. Un potere che si lascia disarmare, confessa la
propria debolezza. E fino a questo punto chi ragiona così ragiona bene.
Se la Chiesa si fosse sentita più forte, avrebbe levato maggiormente
la voce in difesa dei deboli, che tante volte l’hanno chiamata in
aiuto, durante la guerra, come ministra di Carità e di Giustizia. Ma
l’illusione comincia, quando si spera, come tanti hanno sperato durante
la guerra, che su questo indebolimento della potenza spirituale più
antica debbano grandeggiare le nuove potenze spirituali e temporali,
che oggi reggono il mondo: lo Stato, la scienza, i grandi organi
dell’opinione, i maggiori imperi che si spartiscono il globo, il
capitale e i potenti strumenti che esso muove, le masse organizzate e
la loro volontà.
Purtroppo, Berlino e Parigi, la guerra e il Congresso della pace,
dimostrano che le potenze nuove non sono meno inferme delle antiche,
anche se la malattia di cui soffrono è diversa. Finchè l’impegno fu di
distruggersi a vicenda, le potenze spirituali e temporali del secolo
hanno fatto meraviglie: quando invece si sono accinte a rifare quello
che avevano distrutto, sono state forse meno modeste e caute della
Chiesa, ma non più capaci. Se la Chiesa ha potuto far poco, con le sue
pergamene e con i suoi libri, per ridare al mondo la pace, gli Stati
non furono più fortunati, con i mezzi immensi di cui disponevano.
Gli imperi centrali erano più forti per armi e sapevano fare meglio la
guerra. Questa è la ragione per cui la loro vittoria sembrò a tanti
sicura sino all’ultimo. Ma questa fu invece la ragione della loro
sconfitta. A che cosa ha servito la smisurata forza di cui disponevano,
se non a distruggere se medesimi, dopo avere dissanguato i nemici?
La Germania non è forse soggiaciuta ad una specie di congestione
della propria forza? Oggi i vincitori sono i più forti, per armi,
per ricchezza e per saldezza interiore; ma a che serve loro questa
forza se invano cercano di mettere pace e ordine nel mondo? Nè le
ricchezze dell’America, nè l’armata dell’Inghilterra, nè l’esercito
della Francia, nè la scienza degli esperti, nè la sottigliezza dei
diplomatici, nè la volontà dei popoli, nè le vociferazioni dei
giornali, nè l’oro e i consigli dei banchieri, nè le sedute dei
Parlamenti, nè la potenza gregaria e l’infatuazione dottrinale del
socialismo hanno potuto, finora, far più che le encicliche di Benedetto
XV. La parola sembra avere perduto la sua antica potenza sulle menti
degli uomini; ma dalla stessa impotenza sono colpite le armi, la
ricchezza, la scienza e tutte le altre forze, a cui i moderni facevano
più largo credito che alla parola.
Questa universale impotenza è il vero terrore dei nostri tempi. È vero:
Benedetto XV, non ostante il suo zelo cristiano e l’immensa autorità
di cui era investito, è riuscito soltanto a lenire alcune tra le più
atroci sofferenze della guerra. Ma gli altri potentati non sono stati
capaci di fare nè meglio nè più per ridare al mondo la pace. Nel
groviglio delle autorità spirituali e delle potenze temporali che se
la contendono annullandosi, l’Europa resta abbandonata a se stessa,
prostrata nell’inerzia smaniosa di un esaurimento spirituale, che
sembra disperare della propria guarigione.
Il pontificato di Benedetto XV, come il tormentoso smarrimento in cui
si dibattono gli Stati tutti dell’Europa, vincitori o vinti, provano
che nè la Chiesa nè lo Stato moderno, ciascuno da sè, sono in grado
di trarre l’Europa dalla stretta in cui si è cacciata. Ma potrebbero
riuscire meglio, unendo le loro forze? E se questo accordo non sia
possibile, quale sarà il destino dell’una e dell’altro nell’avvenire
prossimo? Quale la sorte dell’Europa?
Tremendi quesiti, con cui si troveranno alle prese i successori di
Benedetto XV, per molte generazioni! Che essi almeno non siano sordi,
come sono sordi i tempi!
VI.
Il ritorno dei barbari
«È vero: — si ripete spesso quando si ragiona dei nostri tempi
e dell’avvenire — l’autorità si sfascia oggi in Europa, come si
sfasciò nel terzo secolo. Ma oggi non ci sono più barbari capaci di
approfittare della nostra anarchia!»
È vero. I tempi sono mutati. Nel terzo secolo della nostra êra, civiltà
e barbarie combattevano ad armi uguali. Oggi non più. La barbarie è
inerme, di fronte alla civiltà. Il suo ardire e il suo impeto sono
impotenti contro le nostre armi.
Ma siamo noi veramente sicuri? È proprio vero che i barbari vivono
tutti sotto la tenda?
Barbara non è l’epoca in cui la forza e la materia dominano, non
limitate e non regolate nè dalla legge, nè dalla giustizia, nè
dall’amore, nè dalla socievolezza, nè dalla bellezza, nè dalla cultura?
Non diciamo barbari i popoli, che al disciplinato regno della giustizia
e della ragione preferiscono la violenta tirannide della passione e
della forza?
Ma allora quanti barbari ci sono ancora e vivono nel cuore stesso della
civiltà occidentale! Se ne incontrano dappertutto: nelle accademie e
nei governi, nelle università e nelle officine, fra gli eruditi e fra
gli analfabeti, in mezzo al popolo e in mezzo ai grandi, tra i ricchi e
tra i poveri. Anzi, ognuno di noi è quasi una doppia persona; in parte
civile, in parte barbaro. Guardiamo un po’ dentro noi, e ci accorgeremo
che l’uomo civile e il barbaro non guerreggiano più, come un tempo, ai
confini dell’Impero Romano, ma in ogni coscienza.
Noi siamo barbari, quando assumiamo la massa, il peso e il numero come
misura del merito e della eccellenza. Siamo barbari, quando ammiriamo
un edifizio perchè è massiccio e vistoso, una chiesa perchè luccica
d’oro e di marmi, un vestito perchè costa molto, un popolo e un uomo
perchè sono ricchi e potenti.
Siamo barbari, quando beviamo, mangiamo e fumiamo oltre il ragionevole,
con intemperanza. Siamo barbari, quando prodighiamo la ricchezza solo
per far vedere che la possediamo e per abbagliare i vicini. Siamo
barbari, quando ammiriamo con uguale ardore la bellezza di una donna
e il diamante che luccica nei suoi capelli. Siamo barbari, quando ci
lasciamo abbrutire dalla rude potenza delle macchine e dalla furia
frenetica dei nostri tempi. Siamo barbari, quando ci spogliamo del più
grande tesoro che Dio ci ha donato — la intelligenza — per infonderla
nella materia; quando ci vantiamo di rimbecillire, per creare dei
congegni di ferro ogni giorno più intelligenti.
Siamo barbari, quando, inorgogliti e inferociti dalla intelligenza
micidiale che abbiamo risvegliata nella materia, abdicando la nostra
sovranità, aspiriamo ad essere i re dell’Universo, innanzi a cui tutte
le cose della creazione devono inchinarsi.
Siamo barbari, quando crediamo di poter riscattare con le invenzioni
meccaniche e con le scoperte chimiche le nostre colpe, i nostri
errori, la nostra cecità e le nostre follìe. Siamo barbari, quando ci
illudiamo che il vapore, l’elettricità, i raggi X, il telegrafo senza
fili, il radium, i crogiuoli dei chimici, le imprese del commercio, le
audacie delle industrie, le meraviglie dell’agricoltura, effettueranno
la seconda redenzione del genere umano, dopo il sangue di Cristo;
e purificheranno il mondo dalle cattive passioni che lo infestano,
inaugurando il Regno della Pace e della Saggezza.
Spesso i barbari «_ab intus_» sono più pericolosi che i barbari
di fuori. Quelli di fuori si avanzano allo scoperto, e si possono
segnalare, contare e fermare con la forza. Ma a quale segno sicuro
riconoscere i barbari dei nostri tempi? Quando neppur essi hanno
sentore dell’essere proprio e gli altri sanno così poco discernerli,
che spesso li ammirano come i campioni e i difensori della civiltà?
Anche questo è un pericolo che ci minaccia sulle vertiginose altezze
della nostra potenza. Scambiando per segni di progresso i vizi della
barbarie, grossolanamente mascherati e contraffatti, la civiltà
occidentale si affida troppo spesso, per salvarsi, alla distruzione e
alla morte.
Osservate tutte le armi di cui è così fiera: quelle natanti fortezze di
acciaio, che infestano i mari; quei cannoni dalle gole profonde come un
abisso; quelle mitragliatrici che irrorano la terra con una pioggia di
morte minuta, incessante, invisibile; quei falchi di metallo, da cui
piovono i fulmini; quei milioni di baionette che scintillano ai raggi
del sole.
Ci siamo affidati a questi terribili strumenti di guerra, affinchè
tenessero a distanza i popoli che, a torto o a ragione, chiamiamo
barbari. Al riparo di questa muraglia di ferro e di fuoco, innalzata
dal nostro genio, noi viviamo sicuri, che non dovremo più fuggire
innanzi a una nuova passata alluvionale di Mongoli. Ma donde è mosso
l’uragano di violenza, che per cinque anni ha devastato l’Europa,
se non da quegli stessi strumenti di guerra, in cui avevamo posto la
nostra sicurezza e la nostra speranza?
La civiltà occidentale giace prostrata e agonizza sotto la mole di
quelle armi, con cui si era rivestita per difendersi.
Le armi che dovevano difenderci dai barbari, si sono rivolte contro di
noi. Eccoli, anzi, i veri barbari del nostro tempo: sono esse! Barbari
di ferro e di acciaio, temprati nel fuoco dalle nostre braccia, e
contro i quali siamo impotenti come i Romani erano impotenti contro i
Germani ed i Goti.
L’intelligenza letale, che abbiamo risvegliata nella materia con
il nostro orgoglio e la nostra ambizione; quell’intelligenza letale
che ammiravamo come il prodigio del nostro genio, quando sterminava
i nostri nemici, ha ormai annientato anche noi: vinti e vincitori
insieme. Questa è la grande nemica della civiltà occidentale, più
implacabile delle orde barbariche che distrussero l’Impero Romano.
Non potremo salvarci dai nuovi barbari con il ferro, poichè sono essi
stessi il ferro; non potremo salvarci con quell’oro che Roma gettò così
spesso agli invasori per fermarli quando non poteva respingerli, perchè
non sono avidi, come gli antichi barbari, della nostra ricchezza, ma
della nostra distruzione.
Visibili o invisibili, questi barbari _ab intus_ non potranno essere
vinti che da armi invisibili e immateriali: la Ragione, la Giustizia,
la Saggezza. Il giorno in cui la Ragione, la Giustizia, la Saggezza
riappariranno nel mondo, i barbari, che sono ritornati a devastare
l’Europa, volteranno le spalle e partiranno per sempre. Ma per quanto
tempo, prima di questo ritorno, il mondo volterà le spalle anche a
questa parola della verità?
VII.
L’idropisia del denaro
Noi abbiamo tolto valore alla misura di tutti i valori concreti.
Una nuova malattia è apparsa nel mondo: «l’idropisia del denaro».
La civiltà occidentale è gonfia di una mostruosa idropisia di oro,
d’argento e di carta monetata.
Vi parrà forse inverosimile, o uomini del mio tempo: eppure è così.
C’è troppo denaro nel mondo; e perciò c’è troppo bisogno, tormento,
insoddisfazione, vizio, perversione, odio e povertà. Troppo denaro
vero — oro e argento, negli Stati Uniti d’America, e in tutti gli Stati
neutrali, impinguati sulla guerra degli altri; e troppo denaro spurio —
carta monetata — negli Stati che furono belligeranti.
Dalle trincee, nel 1914, incominciò a fluire un Pactolo rosseggiante,
nel quale si confondevano sangue e oro: il sangue di una generazione
immolata al Dio della guerra, e le ricchezze di tre generazioni
liquidate per acquistar ferro, bronzo, fuoco e congegni di guerra.
Piccolo in principio, questo fiume d’oro e di sangue è gonfiato di
anno in anno, finchè ha straripato sulla faccia della terra. Non
c’è mai stato tanto denaro nel mondo — vero o spurio. In dieci anni
si è raddoppiato, quintuplicato, decuplicato a seconda dei paesi.
L’alluvione l’ha trasportato dappertutto, anche nelle capanne e nei
tuguri. Tutti ormai lo posseggono, il denaro, che per tanti secoli non
aveva voluto rifugiarsi che in pochi palazzi. Il mondo dovrebbe dunque
essere felice secondo la nostra saggezza. Il denaro non è la ricchezza?
La ricchezza non è la felicità? Il mondo invece è malato e soffre!
Sì: mentre tutte le altre ricchezze servono l’uomo soltanto secondo la
propria natura, rigida e limitata, il denaro è — o sembra — uno schiavo
docile e mobile, pronto a tutti i travestimenti, solo che il suo
signore comandi.
Chi possiede una casa, una terra, del ferro, della lana, del grano
non può servirsene che per i fini e gli uffici a cui la natura
destina questi oggetti. Se vuol servirsene ad altri fini ed uffici
deve venderli, ossia convertirli in denaro. Ne è dunque il padrone, a
condizione di essere schiavo della loro destinazione. Il denaro no:
fa tutto ed è tutto. Si nasconde e si ostenta; corrompe e benefica;
incoraggia il genio e lo sfrutta; premia la virtù e assolda il delitto;
onora Dio e incoraggia il vizio. È amico e nemico, maestro e lenone,
creatore e distruttore.
Insomma è angelo e demonio. Ed è pronto a servir l’uomo come egli
vuole, nell’una o nell’altra di queste opposte persone.
Gli uomini, che sono persuasi di essere furbi, si sono accorti da
un pezzo di questa prodigiosa virtù. Perciò hanno immedesimato il
denaro e la ricchezza, sebbene il denaro sia non _la_ ricchezza ma
_una_ ricchezza, quando è d’oro e d’argento; e non sia neppure _una_
ricchezza, ma un segno della ricchezza spesso ipotetico e non di rado
addirittura fallace, quando è di carta. Perciò sono stati così cupidi
in tutti i tempi e in tutti i luoghi di denaro vero o spurio; e non si
reputano felici se non quando lo posseggono, sebbene a un uomo perduto
nel Sahara un pane ed un otre di acqua sarebbero più preziosi che un
sacco di monete d’oro.
Ma questo servo docile e sorridente è un nemico nascosto e implacabile.
La storia ce lo ripete a ogni pagina: quando, per una ragione o per
un’altra, una età è sorpresa da una improvvisa abbondanza di denaro,
ecco crescere il prezzo delle gioie, dei vini, delle vesti preziose;
ecco sorgere da ogni parte edifici di lusso e di piacere; ecco l’amore
farsi prodigo e venale; il Piacere e la Voluttà aprire taverne, teatri,
danze, lupanari e tutti i luoghi in cui l’uomo può comperare per denaro
e al minuto la spicciola felicità dei sensi.
Appunto perchè questo pericoloso servitore si offre all’uomo per
servirlo a suo piacere, come un angelo o come un demonio, l’uomo è
più facilmente vinto dalla curiosità di vedere come serve un demonio.
Che cosa è stata la guerra mondiale? Una notte di Getsemani della
civiltà occidentale o un saturnale? Al genere umano, che sudava sangue
nella trincea, il denaro consigliava di consolarsi e rifarsi, dandosi
all’orgia nelle città.
Fortunata ancora l’America, che almeno ridonda di vero denaro — oro,
argento e biglietti che si possono convertire in oro ed in argento. Il
denaro vero è immune dalla moltiplicazione illimitata; perchè a scavare
dalle viscere della terra dell’oro e dell’argento ci vuole tempo e
fatica. Ha quindi un peso, una consistenza e un valore stabile, se non
immutabile; onde gli uomini sono spinti a conservarlo. L’Europa invece
è idropica di falso denaro.
In America il denaro, appunto perchè è vero ed autentico, è raddoppiato
soltanto. In Europa s’è moltiplicato in dieci anni, cinque, dieci,
venti volte. La carta e l’inchiostro costano così poco; i torchi girano
così veloci!
Ma moltiplicandosi all’infinito coi giri del torchio, questo denaro
perde via via consistenza, peso e quindi sicuro valore; perdendo
consistenza, peso e valore si volatizza e sfugge anche alle mani, che
più bramose vorrebbero stringerlo. Perchè conservare un denaro fluido,
volatile, il cui valore scompare da un giorno all’altro, come il
profumo di una fiala aperta? Tutti gli dànno la caccia, ma appena lo
afferrano, se ne disfanno per ricominciare la caccia e per disfarsene
di nuovo; il circolo non si ferma mai, anzi gira ogni dì più veloce;
il denaro non sta più fermo un minuto, passa da una mano all’altra,
insegnando l’ozio, la prodigalità, il lusso, la dissolutezza,
la ghiottoneria a milioni di uomini, che ieri ancora vivevano
semplicemente.
Il denaro vero, autentico, che ha un peso certo, una forma
obbligatoria, un conio indelebile, che l’uomo deve fabbricare di
buon metallo con lunga fatica, può servire l’uomo come angelo o come
demonio. Il denaro falso, segno menzognero di ricchezza immaginaria,
stampato in materie fragili e caduche, che l’uomo moltiplica senza
fatica, non può servirlo che come demonio.
Molti congegni infernali ha inventato la civiltà occidentale, ebbra
di morte, per suicidarsi al cospetto dei secoli. Tra questi congegni,
accanto alla bomba, al siluro, alle miscele esplodenti e all’otre dei
vapori letali, occorre annoverare anche l’umile pietra che stampa e il
suo torchio. Essa non ha sfondato tetti, affondato navi, ma ha fatto
di peggio: ha falsato una cosa sacra, una misura, la misura del lavoro
umano. Poichè in mezzo a tanti servigi loschi, frivoli o brutti che
esso rende all’uomo, questo è l’ufficio augusto del denaro, quello per
cui partecipa un poco della natura divina e corrompendolo, corrompiamo
noi stessi.
Ha falsato la misura del lavoro; e falsandola, se non ha ucciso uomini,
donne, fanciulli nel sonno, come la bomba e il siluro, ha ucciso e
uccide nel cuore degli uomini l’amore del lavoro, la preveggenza, la
parsimonia, la virtù di contentarsi; delude, tormenta, inganna tutto il
genere umano con il nuovo supplizio di Tantalo, con il miraggio di una
ricchezza che si allontana, appena l’uomo tende la mano per ghermirla.
Inganna e inferocisce, perchè l’uomo, esasperato da questo gioco
maligno, va in furia, dà in smanie, e vuol vendicarsi su qualche cosa e
su qualcuno.
Non ci fu mai tanto denaro nel mondo e non ce ne fu mai così poco.
Tutti ne hanno maggior bisogno, e si sentono più poveri, quanto più
abbondano di questo falso denaro che invilisce moltiplicandosi: Stato,
città, banche, industrie, commerci, famiglie. Ci fu mai per il genere
umano supplizio più atroce?
C’è troppo denaro nel mondo; e perciò ce nè troppo poco.