interpone il ricordo di una favolosa avventura.
Più di un secolo fa, un popolo volle rifare l’«edificio dei
tempi»: l’ordine sociale. Per rifarlo, rovesciò la colonna maestra
dell’edificio: l’autorità del Re. L’edificio rovinò addosso al
demolitore; e sembrò seppellirlo per sempre, sotto le macerie.
Quand’ecco, a un tratto, il popolo, scosse di dosso queste macerie, e
sbucò fuori non solo illeso, ma con una forza così indiavolata, che
in un baleno rifece l’edificio dei tempi, e conquistò mezza Europa,
infondendole la propria energia.
Dopo venti anni di guerra si trovarono tutti, vinti e vincitori, più
forti che prima di impugnare le armi. Per la prima volta una civiltà
fu rinsanguata e ritemprata da una emorragia torrenziale. Una guerra
implacabile di venti anni fu il vestibolo del più operoso e del più
fortunato tra i secoli della storia.
Non c’è, da quattro generazioni, precetto umano o divino, dottrina
sacra o profana, ammonimento dell’esperienza o dettame del buon senso,
il quale abbia forza di resistere al ricordo di questa favolosa
avventura, nella civiltà occidentale. Da quattro generazioni, la
Rivoluzione e la Guerra sono due divinità, a cui la civiltà occidentale
offre i suoi sacrifici in segreto, quando non osa pubblicamente. La
poesia le ha inghirlandate; la scultura le ha onorate con il marmo e
con il bronzo; la filosofia e la storia le hanno inchinate, adulate,
sfruttate. Due antiche dinastie — gli Hohenzollern e i Savoia —
le hanno prese tutte e due — non la Guerra soltanto, ma anche la
Rivoluzione — al loro servizio, insieme con la Religione e la Scienza.
E i popoli in travaglio, le classi e gli uomini maltrattati dalla
fortuna, le dottrine in lotta con il presente le hanno invocate e
attese come la vendetta e il riscatto.
Ricordate la spensierata baldanza della Russia, quando le fiamme della
rivoluzione incominciarono a lambirla e l’investirono? Essa rideva e
danzava. Era così sicura — e il mondo con essa — che il fuoco l’avrebbe
ringiovanita! L’antico regime era così guasto, corrotto, iniquo! E
quando di nuovo, spezzata la colonna maestra, l’edificio dei tempi
cascò addosso al demolitore, nessuno si spaventò.
Come cento anni fa, il popolo sarebbe sbucato anche questa volta
di sotto alle rovine più forte. Al dettame del buon senso, che il
distruggere è facile, il creare difficile, nessuno pensò.
E nessuno se ne ricorda neppur ora. Il mondo aspetta sempre, dopo
cinque anni, sperando o temendo, le grandi sorprese della nuova
rivoluzione. Che anche una rivoluzione possa spegnersi oscuramente e
lentamente in una lunga miseria, non viene in mente a nessuno.
Che giorno sarebbe quello in cui il mondo si persuadesse che la
rivoluzione russa porta in grembo una sorpresa sola, la sorpresa che
il semplice buon senso poteva prevedere sin dal principio: l’obbligo di
rifare in molti anni quanto fu distrutto in poche settimane!
Da quel giorno la civiltà occidentale rientrerebbe, camminando verso
l’avvenire, in quello che si potrebbe forse chiamare «l’eterno
passato»; nel destino comune di tutte le generazioni. Nessuno
lo conosce più, questo «eterno passato»; perfino la storia l’ha
dimenticato, per lo zelo di servire la Guerra e la Rivoluzione; e
perciò tutti aspettano di rivedere ancora una volta il miracolo del
fuoco che rigenera, dell’emorragia che rinsangua, della creazione che
vince la distruzione alla corsa.
Sì! più di cent’anni fa l’Europa uscì ringiovanita dal fuoco. Ma
quando, di nuovo, tante benigne influenze pioveranno dalle stelle sopra
il capo di un’epoca, come allora? Quanti secoli dovranno correre, prima
che di nuovo tante circostanze favorevoli si incontrino nella breve ora
di poche generazioni e si fondano in una unica spinta?
Paragoniamo la rivoluzione francese a quella russa: che distacco nei
tempi! La rivoluzione francese nasce in grembo alla pace e ad una
tradizione di disciplina antica di secoli; è fatta da una generazione
che aveva imparato a ragionare e ad obbedire. La rivoluzione russa
scoppia in grembo alla guerra e ad una anarchia spirituale già vecchia,
in tutta l’Europa, di un secolo; è fatta da una generazione ormai
avvezza a non obbedire più che per forza e a ragionare con la logica
della passione e dell’interesse.
La rivoluzione francese distrugge lo Stato; ma libera l’industria,
l’agricoltura, il commercio dalle catene degli antichi privilegi e
monopolî: parziale compenso ai danni dell’anarchia. La rivoluzione
russa distrugge lo Stato; e incatena, imbavaglia, soffoca l’industria,
l’agricoltura, il commercio.
La rivoluzione francese arma le masse, incomincia le guerre dei popoli,
invade l’Europa, distrugge le antiche istituzioni e si salva con la
guerra dal fallimento. L’oro e l’argento, che la pietà dei fedeli
aveva deposti nelle chiese e nei conventi dell’Europa cattolica, i
tesori grandi e piccoli, pubblici e privati, dei paesi conquistati
risarciscono le sue distruzioni. Per guarire la piaga degli assegnati
prima che incancrenisca, la rivoluzione trova un rimedio: i tesori
degli uomini e di Dio.
La rivoluzione russa — fortunatamente! — è ridotta a difendersi con
gli avanzi dell’esercito imperiale. Nell’arte della guerra ha mutato
solo il colore delle insegne. Ma anche avesse la forza di saccheggiare
l’Europa, potrebbe curare la piaga degli assegnati con l’oro delle
conquiste? I tempi sono mutati. Oggi i metalli preziosi si nascondono
sotto terra come serpenti. Gli eserciti rossi non sarebbero ancora
giunti alla prima tappa e già tutto l’oro e l’argento dell’Occidente si
sarebbe messo in salvo. Non c’è speranza: la cancrena degli assegnati
divorerà la rivoluzione.
Vera scossa tellurica, la rivoluzione francese sprigionò il fuoco
interno, che da secoli ardeva, invisibile, sotto la crosta solidificata
dell’Europa. Da due secoli l’uomo aveva accumulato un tesoro di
cognizioni e di scoperte che, animato da una ambizione conquistatrice,
poteva far di lui un semidio. Al di là dell’Oceano l’America, immensa,
ricca di climi, feconda di biade e di messi, rigurgitante di metalli
e di combustibili, aspettava. Quando, alla fine, dalle mistiche nozze
del Fuoco con l’Imaginazione nacque la macchina a vapore, incominciò la
parte più gloriosa della favolosa sventura: la conquista della terra e
dei suoi tesori.
I cento anni, che corsero dalla battaglia di Waterloo alla battaglia
della Marna furono l’epoca più fortunata della storia universale.
Nessun secolo godè i privilegi, che un destino misterioso ha accumulato
sul capo di questo figlio prediletto della rivoluzione. Esso potè
sognare l’anarchia, adorare la Rivoluzione, giocare a distruggere e a
rifare il mondo sulla carta, godendo dell’ordine più solido e perfetto
che fosse mai stato stabilito sulla terra. Potè adorare la guerra,
inventare e fabbricare più armi che da Caino in poi, in grembo alla
pace più feconda che abbia mai allietato il genere umano.
Chi può sperare fortune simili a questa, dalla nuova rivoluzione che,
guardando torva verso l’Occidente, si ritira nelle steppe?
Non illudiamoci sulla fragilità della fortuna, che ha favorito
quel secolo felice tra tutti. Noi stiamo per rientrare «nell’eterno
passato», sotto l’impero di quelle semplici verità del buon senso, che
la fortuna aveva sospese a beneficio di poche generazioni.
Guerre e rivoluzioni ricorrono ogni tanto; fanno parte anch’esse,
come la pace e l’ordine, del nostro destino. Ma son prove lunghe e
terribili, che consumano alcune generazioni a beneficio di altre. Guai
a quelle, cui tocca! Solo ogni tanto, per misteriose ragioni, la prova
si muta in una avventura trionfale e in una specie di eroico baccanale.
L’errore universale dei nostri tempi è proprio questo. Noi ragioniamo
oggi, ricordando troppo l’eroico baccanale di guerre e di rivoluzioni
di un secolo fa. Perciò i fatti voltano le spalle tutti i giorni
alle nostre previsioni e speranze. Perciò ci domandiamo sgomenti se
l’universo si è capovolto, se l’asse della terra si è spostato, se la
ragione stessa è entrata in delirio.
No, l’universo non si è capovolto, e l’asse della terra non si è
spostato. Questo caos universale degli imperi e delle idee, dei popoli
e delle dottrine, è una grande semplificazione. La mano misteriosa,
che muove le cose del mondo, ha scritto in quello, con caratteri
giganteschi, sulla faccia degli oceani e dei continenti, alcune
semplici verità, che avevamo dimenticate. Questa, per esempio: che il
fuoco brucia, incenerisce, distrugge, devasta, non rigenera o crea.
A ragione noi cerchiamo il filo che lega la rivoluzione francese e la
rivoluzione russa. L’una nasce dall’altra; ma non è la ripetizione
di ciò che non poteva e non potrà mai ripetersi. Tutte e due sono
invece il principio e la fine. La rivoluzione francese è la porta
fiammeggiante per cui la civiltà occidentale si slancia impetuosa,
giovane, spensierata nella favolosa avventura della conquista della
terra. Con la rivoluzione russa, essa inciampa e cade per la prima
volta a mezzo del suo cammino, stanca, ansante, invecchiata.
Si rialzerà di nuovo, curerà le ginocchia ferite, ripiglierà il
cammino: ma quando capirà di nuovo il senso profondo di quella umile
preghiera, che per tanti secoli la Chiesa insegnò ai popoli:
_A peste a fame a bello_
_libera nos, Domine?_
Anche questa è una parola di verità, alla quale il mondo è sordo.
III.
Il culto del fuoco
Noi siamo ritornati al culto del vecchio Agni; e in lui solo crediamo.
Ricordate le speranze, di cui si infiorarono l’Europa e l’America tanti
anni fa, quando la rivoluzione scoppiò in Turchia ed in Cina? L’aurora
della libertà e della democrazia albeggiava dunque anche sull’Asia,
antica madre del dispotismo! Ma l’illusione durò poco. Se gli antichi
regimi giacevano a terra, morti, il mondo vide presto i nuovi rotolarsi
nella polvere, come epilettici, nelle convulsioni dei colpi di stato,
dei pronunciamenti, delle dittature e delle guerre civili.
Ricordate le promesse anche più abbaglianti del 1918? Ad un tratto, sul
cadere di quell’anno, il grande sogno del 1848 parve realtà: la Polonia
risorta, la repubblica a Mosca, a Berlino, a Vienna; le corone nel
rigagnolo; i re in esilio; i popoli chiamati a governarsi da sè.
Ma anche questa volta l’illusione fu breve. In Russia e in Ungheria la
rivoluzione subito inciampò e cadde dopo i primi passi. In pochi mesi
il suffragio universale fu spossessato da dittature militari, il cui
solo titolo a governare era la forza: di tutti i titoli del comando, il
più incerto, mutevole e debole.
Negli altri Stati, che sono sorti sulle rovine degli Absburgo e degli
Hohenzollern, la volontà del popolo, espressa dal suffragio universale,
governa ancora. Ma chiamata da un giorno all’altro a cingere la
corona, è fiacca, incerta, vacillante; non comanda, balbetta; a stento
riconosce di volta in volta se stessa. Ed è in guerra con se medesima,
in tutti i nuovi stati; qui per antichi odî di parte, là per inveterate
rivalità di classi o di interessi; altrove per discordie religiose, per
diversità di lingua o di razza.
Tutto è incerto in questi governi; il titolo dell’autorità, la forza
di cui dispongono, la vera volontà che li muove. I loro discorsi
sibillini, i loro atti equivoci, non lasciano capire agli altri ciò che
forse è oscuro a essi stessi. Non si sa bene nè donde vengono, nè dove
vanno, nè quanto dureranno, nè quel che vogliono, nè quel che possono
fare, nè quali impegni prendere, nè in che misura mantenerli. La loro
natura è l’incertezza. Due volte il mondo fu illuso e deluso? Perchè?
La verità è questa: che i governi sono le ossa delle nazioni; e che il
mondo intero è affetto da rammollimento delle ossa.
L’enorme scossa dell’Europa si è sentita, sotto, sotto, anche in
Asia. Anche là gli edifici più antichi si screpolano e scricchiolano.
Gli uomini di Stato inglesi avevano fatto un bel sogno: impadronirsi
dell’Asia dopo la caduta della Russia, con la penna ed il gesto.
Errore! La Russia la trascina con sè nella polvere. In Turchia, in
Persia, in India, l’Inghilterra aveva appoggi, amici, partiti che ne
desideravano l’aiuto e la protezione, sinchè il colosso russo era, nel
lontano settentrione, il terrore dell’Asia. Ma ora che il male maggiore
è sparito, l’Asia non vuole neppure il minore. L’Inghilterra ha dovuto
restituire all’Afghanistan la sua indipendenza e libertà, pericola in
India, non ha potuto mantenersi in Persia, non si reggerà a lungo nè
in Mesopotamia, nè a Costantinopoli, proprio perchè non c’è più la sua
potente rivale a disputarle la preda.
La dominazione europea vacilla in Asia come in Egitto. I popoli
orientali non possono più reggersi con le antiche istituzioni paesane,
nè far proprie le istituzioni dell’Occidente. L’Asia è insonne per
questa doppia impossibilità; e rovescierà la dominazione dell’Europa,
per cascare anch’essa in una lunga anarchia.
Le nazioni, che hanno ancora ossa dure e salde, sono poche. E anche
queste per quanto tempo?
«Chi ha il diritto di comandare e in quali limiti? Chi ha il dovere
di obbedire e sino a qual punto?» Ecco l’eterno e tormentoso quesito,
che non dà pace agli uomini. Gli uomini non possono vivere felici,
se non sono persuasi di averlo sciolto alla perfezione: onde tutti
i secoli e tutti i popoli si illudono, via via, di aver trovato la
risposta perfetta, ma per un istante solo! Chè presto o tardi tutti i
governi, anche i più ammirati, vengono in odio, sia che i governi con
il tempo si guastino, sia che si guastino gli uomini. E allora l’eterna
questione si ripresenta, ora qua ora là, sulla faccia del globo.
Senonchè oggi l’universo intero sembra malcontento di tutti i principî
di autorità, che il genere umano ha sinora inchinati, in Oriente
e in Occidente, nell’antichità e nel presente. Nessuno lo appaga
interamente; nessuno gli pare giusto, verace, schietto, scevro di
insidie nascoste; di nessuno si fida e a nessuno si affida. Perciò odia
il presente e dispera dell’avvenire.
Chi lamenta che il mondo si sfascia, non delira. Le sue ossa sono
frolle. Viviamo in tempi di disordine universale. Eppure, eppure.
Eppure ogni mattina, l’antico servitore, nostro prepotente Signore
e Dio, il Fuoco, si risveglia e risveglia il mondo. Le caldaie si
accendono, le ruote e le cinghie ricominciano a girare, allacciate.
Il contadino ritorna al campo, l’operaio all’officina, il mercante
alla bottega, l’impiegato all’ufficio, il banchiere e l’avvocato allo
studio. Non tutti ci ritornano volentieri; ma tutti ci ritornano, sia
pur brontolando.
Tutti i giorni, in Europa e in America, la grande macchina, che il
Fuoco anima, si rimette a girare, mantenendo nel mondo un certo ordine,
in luogo delle antiche autorità, o indebolite o cadute. Il Fuoco è
il nostro tiranno, perchè ci sforza a produrre e a consumare, anche
quando siamo stanchi e sazî; ma in compenso ci condanna a un lavoro,
che non è più, come il lavoro degli antichi, solitario. Appunto perchè
è gregario, il lavoro moderno lega le città alle campagne e i cittadini
allo Stato; incatena l’uno all’altro gli uomini, le classi, le regioni,
i popoli, i continenti. Finchè questa catena non si spezzi o non si
sciolga, un certo ordine regnerà nel mondo, anche orbo di leggi.
Il Fuoco è oggi il guardiano dell’ordine, il vicario dei Re e di
Dio, che esso ha deposti. Se le ossa dei popoli e delle nazioni
rammolliscono, il lavoro è una specie di busto o di armatura che
sorregge, invece delle ossa tramutate in poltiglia, i popoli e le
nazioni.
È vero che il mondo si sfascia, ma è vero anche che ci regna ancora un
ordine quasi miracoloso, se si pon mente che nessuno lo governa più: nè
Dio nè lo Stato; nè la Legge nè la Spada. Ha dunque il mondo trovato
un principio di ordine nuovo, nel Fuoco? Il Fuoco non è più soltanto
il padre delle arti, ma il legislatore dell’Universo senza gendarmi e
senza demonî?
Molti lo sperano e lo pensano. Il mondo moderno non è nè cristiano nè
ateo; è ritornato senza accorgersene alla idolatria; adora ancora un
Dio con fervore, e quello solo: il Fuoco, il vecchio Agni risorto dopo
tanti secoli. Lo adora con tanto fervore, che confida in lui, perchè lo
salvi anche dalla propria follìa.
Ed i fatti sembrano dargli ragione. Paragonate la Russia e la
Germania. In poche settimane i russi avevano rovesciate le colonne
della società: la Monarchia, la Chiesa, la Burocrazia, l’Esercito.
La dinastia deposta, l’amministrazione decapitata, la religione
esautorata, l’esercito sciolto, rimaneva intatto tra tante rovine il
tempio del Fuoco, la grande macchina della produzione, la proprietà
sola e nuda, non più difesa dal prestigio della Corona, dall’autorità
della religione, dalla forza dello Stato. «Distruggete anche quella:
abbiamo fatta la rivoluzione sopratutto per distruggere la proprietà»,
gridarono milioni di miserabili.
Incominciò allora il tragico dubbio della rivoluzione russa. Le
moltitudini non sentivano ragioni, volevano i beni dei ricchi; ma
la rivoluzione, dopo aver deposto Dio e lo Czar, esitava, esitava,
esitava, sacrilegamente savia, a devastare anche il tempio del Fuoco:
le officine, le fattorie, le banche. Esitò per otto mesi, dal Marzo
al Novembre, non osando dire che la proprietà era più sacra della
croce e dello scettro; ma riserbandole quel po’ di rispetto che ancora
sopravviveva. Sinchè la Follìa arrivò, armata di clava. Aveva letto
in un libro tedesco, che se tutto il mondo è fatto male, la macchina
della produzione è la sua parte più difettosa, che crea e distribuisce
la ricchezza nel dolore e nell’ingiustizia, che per rifare il mondo
bisogna rifarsi da quella. E poichè la trovava sola, e senza difesa,
con pochi colpi la spezzò.
Il castigo fu pronto. Gli uni non potendo e gli altri non dovendo
più neppur lavorare, non sopravvivendo alcun principio di ordine e
di coesione, neppure il lavoro, tutto si sciolse. Invano i demolitori
tentarono di improvvisare una rozza dittatura militare con gli avanzi
dell’esercito e della polizia dell’antico regime. Tre anni accumularono
nell’impero russo tante rovine, a cui in altri tempi non avrebbero
bastato tre secoli: città abbandonate, vie distrutte, terre devastate,
arti e industrie spente, peste, fame, guerra!
La Germania invece...
Il popolo, che dieci anni fa era retto dal governo più forte per
autorità e per armi, non ha oggi, e quel che è più terribile, non può
più avere — governo di sorta. Odia l’antico regime, perchè ha distrutto
la sua fortuna e una civiltà; non ama il nuovo, perchè è un ripiego
della disperazione imposto dalla forza delle cose al suo orgoglio.
Improvvisata, figlia della sventura, nuda di autorità e di prestigio,
retta da uomini oscuri, servita a malincuore da una burocrazia ligia
al passato, la repubblica tedesca è l’organo di una gigantesca
dilapidazione della fortuna pubblica. Non uno Stato, ma la sua
negazione. Il vecchio Dio dei tedeschi s’è ritirato, dopo l’armistizio,
in fondo al cielo, come i loro re nei castelli aviti.
Ma che importa? Il Fuoco impera in Germania, più potente che gli
antichi re, principi e duchi: e da solo mantiene l’ordine e la
prosperità. Disarmata, mutilata, isolata, la Germania si è tutta
immedesimata, anima e corpo, con la sua gigantesca macchina di
produzione: ammirazione e invidia del mondo. Si è rimessa all’opera
quasi con raddoppiato furore. Sole ormai nel mondo le sue navi non
marciscono neghittose nei porti; sole, le sue officine lavorano a
pieni fuochi; soli, i suoi operai protraggono la fatica oltre il terzo
del giorno, e, fatto il ragguaglio della moneta, per una mercede più
piccola, che quella che chiedevano prima della guerra. Pare che un
nuovo destino stia per rivelarsi all’uomo in Germania: governarsi senza
governo.
Ma è l’ultima delle illusioni che il secolo XIX ha seminate con tanta
prodigalità! Diffidate, diffidate, diffidate di questa illusione,
se non volete aggiungere nuove rovine alle antiche. La Russia si
è suicidata distruggendo dopo lo Stato anche la macchina della
produzione; la Germania si suicida, più lentamente, quando abbandona
lo Stato alla rovina, pur di lavorare senza riposo. Il Fuoco è un
Dio potentissimo; ma non può governare il mondo. Una nazione non
può reggersi a lungo per il sostegno di un busto; ossa sane, dure ed
elastiche insieme, ci vogliono.
Il mondo ha bisogno di autorità in cui creda, di governi che la
governino. Ne hanno bisogno i popoli mussulmani come i cristiani, la
razza bianca come la razza gialla, l’Europa come l’America.
L’armatura degli interessi economici regge ancora alla meglio la
civiltà occidentale; ma stolto chi crede possa reggerla a lungo e
da sola! Tutti vogliono oggi farsi alchimisti, costruire macchine,
incanalare e maneggiare il fulmine. I tempi ci insegneranno tra poco
che il compito delle nuove generazioni non è preparare nuove ricchezze
per le future dilapidazioni, ma rispondere di nuovo all’eterno quesito:
«Chi ha il diritto di comandare? Chi ha il dovere di obbedire?»
Compito più difficile che il crear ricchezze.
Ma quando lo riconosceremo, e ci accingeremo ad assolverlo, non con
balorde improvvisazioni, ma seguendo gli insegnamenti dei savî?
IV.
Il supremo fiore della Storia
Noi abbiamo contraffatto, svisato, falsificato anche il Comunismo:
supremo fiore della storia!
Bussa a denari, e forte, il nuovo Comunismo![15]
Per una rivoluzione, che pochi anni fa gridava ai quattro venti di
volere rifare il mondo _ab imis_; che per un pezzo si è vantata di aver
ricominciato la storia, abolendo la moneta, non c’è male. In quattro
anni i riedificatori del mondo non solo hanno tentato di rifare alla
meglio la polizia, l’esercito e l’amministrazione degli Czar, ma ora
ritornano addirittura, seguendo le traccie dell’impero moscovita, a
bussare alle porte ben note, anche se qualche volta un po’ sorde, delle
banche dell’Occidente.
Chi se ne meraviglia? Gli ingenui o gli ignoranti, forse. Con la
rivoluzione, s’è sprofondato in Russia un ordine antico di cose;
non sono esplose forze nuove, capaci di creare un ordine diverso e
migliore. E non sono esplose, perchè non c’erano e non ci sono, queste
forze nuove, nè in Russia nè altrove; perchè sotto le dottrine che
sembrano più rivoluzionarie, anche sotto il socialismo e il comunismo,
si nascondono oggi le stesse passioni, che muovono e animano i tempi
presenti e il regime borghese: ricchezza e potere.
Il comunismo, per esempio: terrore dei borghesi e speranza dei
proletari! Siete voi proprio persuasi che il comunismo sia contrario
alla natura umana, come ripetono tutte le cattedre ufficiali?
Come si spiegherebbe allora che la storia sia piena di istituzioni
comuniste, alcune delle quali antiche come la civiltà? La famiglia è
una istituzione comunista. Istituzioni comuniste sono i più antichi,
gloriosi e meravigliosi ordini monastici.
No, non si può dire che in sè e per sè il comunismo sia contrario alla
natura umana. Vero è invece che le è conforme, ma solo _nella misura in
cui la natura umana è capace di spirito di sacrificio e di rinuncia_.
Non c’è comunismo, se non là dove i singoli rinunciano ad una parte
dei beni — proprietà e libertà — che potrebbero godere da soli, per un
fine ideale; se non quando una forte passione — l’amore paterno o il
fervore religioso, per esempio — rintuzza e deprime l’egoismo, avido
di godimenti. Inteso così, il comunismo è uno dei fiori più belli della
storia — ed uno dei più rari.