simili agli impegni tra i singoli: valgono o per il consenso o per
la forza. Io fo’ a voce una promessa; e mi sento così obbligato dalla
mia parola, che la mantengo spontaneamente anche a mio danno: questo
è un impegno, che vale per consenso. Ma firmo un contratto, poi me ne
pento, e vorrei, giunto il tempo, non osservarlo; senonchè ho paura di
un processo, della giustizia, dell’usciere, e perciò lo adempio: ecco
un impegno che vale per la forza. È manifesto che tutti gli impegni,
privati o pubblici, con cui i singoli uomini e gli Stati si legano —
contratti, promesse, trattati, convenzioni — vanno ascritti all’una
o all’altra famiglia. Dove non c’è nè volontà pronta ad adempiere, nè
forza capace di costringere la volontà riluttante, non c’è nè contratto
nè trattato, ma un inutile pezzo di carta.
Tale è purtroppo il caso delle riparazioni tedesche. Quale è la forza
che potrebbe costringere la Germania a pagare per quaranta, o cinquanta
anni il riscatto del sangue? Minacciando di varcare il Reno, gli
alleati possono costringere il governo tedesco a firmare nuove cambiali
e nuovi «pagherò», che alla scadenza saranno poi gettati con gli
impegni precedenti nella fossa comune degli inadempienti. Per spremere
dalla nazione tedesca i miliardi del riscatto, neppure l’occupazione
della Ruhr basterà; gli alleati dovrebbero impossessarsi addirittura
dell’intero governo del paese. Lo scrissi qui nel 1919, quando
l’universale si illudeva che la vittoria avesse conferito all’Intesa
una specie di sovranità illimitata sulle cose del mondo; lo ripeto
ora, che i fatti incominciano a parlare chiaro anche ai sordi. Un
riscatto, che deve essere pagato in cinquanta anni, non è una indennità
di guerra, è un tributo. Ma per riscuotere un tributo, e un tributo di
quella forza, occorre un esattore spietato. Sperare che in Germania,
e in una repubblica governata dal suffragio universale per giunta,
ci sarà mai un governo nazionale, disposto ad affrontare l’odio della
esazione per il piacere all’Intesa, è puerile. La Intesa dovrà andare
ad esigere il tributo in Germania, in tutta la Germania, e non soltanto
nella Vestfalia, se proprio vuole il denaro. Ma chi crede gli alleati
capaci di assumersi per mezzo secolo anche il governo della Germania,
alzi la mano.
La forza dunque non c’è. E non c’è neppure il consenso. È ridicolo
chiedersi e discutere con tanta serietà, come fanno i governi, i
ministri, gli esperti, i giornali, se la Germania possa o non possa
pagare il riscatto. Ma se volesse, potrebbe pagare anche le somme che
Lloyd George chiedeva nel 1918! Se volesse: ossia, se il popolo tedesco
fosse disposto a vivere di pane e acqua e ad andare a piedi scalzi,
per mettersi in regola con il trattato di Versailles. Ma non vuole,
purtroppo; e non vuole perchè...
Il «perchè» è il punto che la stoltezza dei vincitori non ha voluto
capire nel 1919 e non vuol capire nemmeno adesso. Eppure in questo
sta il tutto. Si dice spesso nei discorsi ufficiali — a Capodanno
l’ha ripetuto anche il Presidente Millerand — che in Europa non ci
sarà nè ordine nè pace, finchè i trattati internazionali non saranno
rispettati. Verissimo. Ma poichè i trattati non sono rispettati che o
per forza o per consenso, sarebbe stato necessario che i vincitori,
là dove la loro forza non giungeva, avessero cercato di assicurare
ai trattati il consenso «spontaneo e sincero» dei vinti. Non c’è
impegno valido, nè nel diritto pubblico nè nel privato, se il consenso
è viziato dalla violenza. Voler imporre ai vinti con la forza dei
patti che i vinti non vogliono, e pretendere poi, quando la forza per
imporli manca, che li osservino spontaneamente, come impegni d’onore
liberamente accettati, è vana illusione.
Molti si meravigliano che nel 1814 Talleyrand, pochi giorni dopo essere
arrivato a Vienna per sostenere le ragioni della Francia vinta, fosse
trattato dai vincitori come un amico, un collaboratore, un maestro.
Ma quei vincitori che, nonostante la vittoria, avevano conservato un
po’ di testa e un po’ di buon senso, sapevano che con la forza sola
non avrebbero potuto imporre il trattato per molti anni alla Francia;
volevano che valesse nel tempo e nello spazio oltre il breve raggio
delle loro spade sguainate; si proponevano di esigere il rispetto anche
in nome dell’onore e della lealtà. Ma come avrebbero potuto, se il
consenso della Francia fosse stato strappato a forza, con la spada alla
gola?
La diplomazia del Sei e del Settecento era piena di singolari artifici,
per escludere dalle trattative di pace l’argomento della forza. I
protocolli del congresso di Vestfalia sono una interminabile accademia
di discussioni giuridiche. Quanto hanno riso di queste sottogliezze,
durante il secolo XIX, gli uomini di penna e di spada! Ma quei sovrani
erano più savi dei loro matti motteggiatori; poichè essi volevano —
e perciò aguzzavano l’ingegno a quelle sottigliezze — che i trattati
valessero per se stessi, come impegni liberi dell’onore, e non
solamente nella misura della forza pronta ad imporli.
Che cosa hanno fatto, invece, i vincitori nel 1919? Hanno addirittura
ostentato di imporre ai vinti i trattati di pace con la forza, con la
sola forza, non tenendo conto del loro consenso, al punto che si son
rifiutati di discuterli! Quando il Brockdorf-Rantzau tentò a Versailles
di mercanteggiare la somma del riscatto offrendo cento miliardi, non
fu nemmeno ascoltato. I tedeschi dovettero impegnarsi a occhi chiusi
a pagare la somma, che una certa commissione fisserebbe nell’avvenire;
ossia firmare una cambiale in bianco, sulla quale i vincitori avrebbero
poi scritto a piacere la cifra del debito! E ora si vorrebbe che i
tedeschi si sentissero impegnati dall’onore ad adempiere il patto? Ma
siamo sinceri: ci sentiremmo noi in obbligo, se un trattato di questo
genere ci fosse stato imposto dai tedeschi? I tedeschi ripetono oggi
il ragionamento che i francesi fecero dopo il 1870: «il trattato ci
è stato imposto con il coltello alla gola; nella misura in cui ci
costringeranno ad osservarlo, lo subiremo; ma non lo riconosceremo
mai».
Per salvare nel 1919 l’Europa da una pace calamitosa quanto la guerra,
occorreva capire il grande esempio del 1815 e sforzarsi di imitarlo:
consorziare la Germania in una pace, discussa ed accettata da lei
con la maggiore sincerità e libertà, che possano accordarsi con lo
stato di necessità in cui si trova un vinto; impegnarla moralmente e
interessarla nel tempo stesso a fare il possibile per riparare i guasti
della guerra. L’impresa, lo so, era molto più difficile che nel 1815;
ma bisognava almeno tentarla! Invece i vincitori volsero brutalmente le
spalle al dovere. Ed ora le conseguenze dell’errore maturano...
Sarà forza espiarle. Se le riparazioni sono un nodo insolubile nelle
condizioni presenti, non vuol dire che il nodo non sarà sciolto mai
e che ministri e giornalisti continueranno _in aeternum_ a emulare
Sisifo. Questo problema, che non può essere sciolto nelle condizioni
presenti, graverà su queste condizioni, per trovar modo di sciogliersi
in una condizione di cose diversa. Il non poter gli alleati nè
applicare nè modificare il trattato in una parte di tanta importanza
come le riparazioni, indica che tutto l’ordine di cose creato dai
trattati è precario; e che potrebbe essere sconvolto da inaspettati
rivolgimenti. Il primo di questi rivolgimenti sarà l’invasione della
Germania. Questa invasione era scritta, per chi lo sapeva leggere, nel
trattato di Versailles; e il momento in cui non potrà esser differita
dalla tardiva ma impotente saggezza dei vincitori, non dovrebbe esser
lontano. Incomincerà timidamente; e forse è destinata a scatenare
quella rivoluzione, che a molti segni si vede maturare in Germania, e a
cui la caduta della dinastia servirà forse soltanto di modesto prologo.
XIII.
La nuova guerra (10 settembre 1923)
«Una nuova guerra tra Francia e Germania è il vero pericolo che ci
minaccia. Il trattato di Versailles matura lentamente nei suoi fianchi
questa nuova guerra, che potrebbe incominciare con una invasione, non
contrastata, della Germania e finire.
Come potrebbe finire nessuno lo sa. Non auguro alla nostra generazione
di vedere come potrebbe finire, e perciò le auguro di non vederla
neppure incominciare. La nuova guerra non rassomiglierebbe punto
a quelle, che i due popoli hanno combattuto nel secolo passato e
presente».
Così scrivevo nel _Secolo_ il 24 maggio 1922. La facile previsione si
è avverata. La nuova guerra tra la Francia e la Germania, che maturava
da quattro anni, è incominciata con la invasione non contrastata della
Vestfalia; e non rassomiglia alle altre guerre della famiglia.
La resistenza passiva, a cui il Governo tedesco si appiglia, sarà
impotente. Utile nelle lotte intestine di un popolo e nelle guerre
civili, lo sciopero e il _sabotage_ sono un _telum imbelle_, contro un
esercito che avanza numeroso, agguerrito, compatto. In questa guerra
tra un armato e un inerme, l’inerme non ha speranza. Chi tra le due
parti in guerra ne andrà di mezzo sarà la Vestfalia, ridotta a grande
scuola pratica di tattica rivoluzionaria — scioperi, _sabotage_ e via
dicendo — per il proletariato dei due paesi. Poichè anche i soldati
francesi, combattendo la guerriglia rivoluzionaria dei tedeschi,
impareranno come si fa. Oh intelligenza dei governi!
Ma se la resistenza della Germania è sterile, sterile è pure la forza
della Francia e del Belgio. Nè la parte armata nè l’inerme possono
sperar nulla da questa strana guerra. Quale risultato positivo
palperanno la Francia e il Belgio alla fine della loro spedizione?
Se la Francia e il Belgio vogliono che il Governo tedesco sottoscriva
qualche nuovo «pagherò», vinceranno facilmente. Ma quello che importa
alla Francia e al Belgio sono i pagamenti. E questi pagamenti, nelle
condizioni in cui è ridotta, la Germania, neanche volesse, non potrà
più farli per lungo numero di anni. L’effetto più terribile — o il più
benefico — del rinvilio della moneta è proprio questo: che di quanto
esso cresce, altrettanto diminuisce la potenza fiscale dello Stato. Là
dove la moneta è distrutta, come in Germania, l’erario dello Stato non
esiste più.
L’esercito francese e l’esercito belga potranno arrivare fino a
Berlino; non potranno spazzare via il lenzuolo di assegnati sotto cui
la Germania è sepolta. Eppure questo miracolo soltanto potrebbe salvare
i loro crediti e con i loro crediti l’Europa. La Germania è uno Stato
fallito e insolvente. Solo il giorno in cui la sua moneta e il suo
erario fossero ricostituiti, si potrebbe ricominciare a parlare sul
serio dei suoi debiti e dei suoi impegni. Ma quanti anni ci vorranno,
ed anni di vera pace?
E allora?
Più medito sugli eventi, e più mi pare probabile che dobbiamo aspettare
o un miracolo o grossi rivolgimenti. La stretta a cui siamo giunti può
definirsi così. Il trattato di Versailles e la Germania, quale oggi è,
non possono coesistere. O il trattato di Versailles è stracciato; o la
Germania presente sparirà per ricomparire in altra forma: quale, Dio
solo lo sa.
Molti inclinano oggi in Italia a credere che per la Francia il denaro
del riscatto sia un pretesto, e copra il proposito di spezzare e
smembrare la Germania. Questa supposizione sembra invece a me uno
di quegli errori storici con cui il senno di poi fa combaciare le
intenzioni e gli effetti. Il trattato di Versailles fu fatto con il
sincero proposito che la integrità morale e territoriale della Germania
fosse salva. La Francia aveva chiesto da principio che i territori
posti sulla sinistra del Reno fossero staccati e ridotti a forma di
repubblica indipendente. Inorriditi, Wilson, Lloyd George e Orlando
gridarono «no»; e posto il principio che, quando avesse restituito
il mal tolto, la Germania dovesse essere inviolabile nel corpo e
nell’anima, come tutte le altre nazioni, compilarono il trattato di
Versailles, credendo di togliere di mano alla Francia il coltello con
cui avrebbe volentieri squartato il nemico.
L’Europa può oggi misurare dagli effetti la chiaroveggenza degli
uomini, a cui essa affidò il compito di fare la pace. _Ormai
il trattato di Versailles non è più, e non può essere più che
uno strumento per distruggere la Germania_. In che misura potrà
distruggerla, nessuno lo sa. Ma non c’è dubbio, per chi ha occhi e
vede, che una distruzione parziale o totale della Germania è il solo
frutto, che esso può ancora maturare. Ineseguibile e chimerico nelle
sue parti più importanti, ma non abrogabile perchè ci sono potenze che
non possono rinunciare gratuitamente e per buon cuore ai diritti che
conferisce loro, il trattato spinge e spingerà alcune tra le potenze
vittoriose a misure di coercizione, che si aggraveranno per via e che
non potranno aver altro effetto sicuro se non di gettare la Germania,
già rovinata dalla guerra e dalla pace, nel caos.
I lettori fedeli sanno con quale ostinazione batto e ribatto da
quattro anni questo chiodo: che il trattato di Versailles piega la
Germania sotto il protettorato collettivo dell’Italia, della Francia
e dell’Inghilterra; che questo protettorato è una combinazione
politica stravagante e fantastica, e sarà domani il vaso di Pandora di
tutta l’Europa! Immaginate quello che era stato sino al novembre del
1918 il popolo più potente del mondo, mutato da un giorno all’altro
nel Marocco di tre potenze tra loro discordi e di cui ciascuna è
più debole; questo, sì, è futurismo politico! Ma all’ignoranza dei
popoli il futurismo di Wilson, di Lloyd George, di Clemenceau e di
Orlando, piacque, anzi parve un po’ timido, e fu perfino accusato di
umanitarismo democratico. Erano stati davvero poco esigenti quegli
uomini, che non avevano neppur voluto andare a dettar la pace a Vienna
e a Berlino!
Ed ecco, dopo quattro anni, la Francia e il Belgio sono presi
nell’ingranaggio micidiale di questo protettorato impossibile, e
trascinati dall’impegno di imporlo a misure di coercizione, di cui si
può sicuramente prevedere che riusciranno a tutto fuorchè ai fini a
cui mirano; che rovineranno la Germania senza salvare, anzi spossando,
i suoi nemici. Poichè non è da credere che la Francia ed il Belgio
possano sostenere per mesi e mesi una fatica di tanta mole, senza
risentirsene.
PARTE QUINTA.
PRIMO DISCORSO AI SORDI
_Questo_ Primo discorso ai Sordi _fu composto in tempi diversi, a mano
a mano che le occasioni e gli eventi muovevano l’ispirazione. Alcuni
frammenti furono pubblicati nel_ Secolo, _nella_ Revue Universelle,
_nell’_Illustration, _e nell’_Hearst’s Magazine _di New-York. Lo
pubblico qui intero, come conclusione e coronamento di questa storia
ragionata di quattro anni._
INTRODUZIONE.
Noi non sappiamo quel che facciamo: questa è la nuda verità. Non
conosciamo il passato, non ci curiamo dell’avvenire, non sappiamo
neppur vivere nel presente. Viviamo fuori del tempo, fuori della
ragione, fuori della realtà, nel rapimento di un’allucinazione torbida.
Che cosa vogliamo? È un mistero, che non possiamo mai chiarire a noi
stessi, perchè vogliamo sempre l’opposto di quel che vogliamo. Sembra
assurdo, ma è così. Noi vogliamo l’assenzio volendo il miele; la
tenebra volendo la luce; la schiavitù volendo la libertà, la povertà
volendo la ricchezza, l’anarchia volendo l’ordine, la guerra volendo la
pace.
Noi costringiamo, tiranni crudeli, tutte le cose del mondo, anche le
più sacre, o a rinnegare la propria ragione di esistere, o a entrare
in guerra con se medesime, o a falsificare la propria natura, o
addirittura a suicidarsi sotto i nostri occhi per il nostro capriccio;
ma senza cessar di volere i beneficî di cui potevano esserci larghe
quando erano vive, schiette, coerenti.
Mi guardate stupiti, o miei diletti contemporanei, come se parlassi il
linguaggio della Sibilla? Queste parole vi sembrano oscure? Cercherò di
spiegarle con alcuni esempi, se le vostre orecchie non saranno colpite
da una sordità fulminea, appena giungerà loro la prima parola di
verità.
I.
Il suicidio della forza
Noi abbiamo creato l’impotenza moltiplicando la forza.
Le civiltà che furono prima della rivoluzione francese, anche
le più gloriose, erano deturpate da tre piaghe: l’ignoranza,
l’ozio, l’isolamento. Pochi studiavano; chi lavorava, e chi no; e
ciascuno da solo, o quasi; e schiavo delle regole dell’arte sua. Di
costoro i più diventavano alla fine maestri; ma guai a coloro che
l’eccellenza respingeva come indegni e incapaci! Cadevano nell’ozio,
nell’accattonaggio o nel delitto.
Nè i popoli, se rispettavano l’autorità, erano molto obbedienti.
Obbedivano al re e allo Stato, ma solo quando l’uno e l’altro erano la
voce e il braccio della tradizione e finchè si contentavano di poco.
Aborrivano dal nuovo, non volevano balzelli e imposte, odiavano le
armi; erano deboli, timidi, poveri, lenti, dispersi. Nè gli Stati erano
forti. Paghi del rispetto, esigevano poco oro e punto sangue; poco
potevano e poco osavano.
Che mutamento, nel secolo XIX! Il mondo pullula di giganti dalle membra
ciclopiche: popoli e Stati. Gli Stati diventano mostruose divinità
onnipotenti. Obbligano i popoli a studiare, a lavorare, a fare la
guerra; li smungono e taglieggiano senza tregua. Non li lasciano più
dormire; non cessano un istante dal tormentarli con qualche nuova
esigenza, in nome della libertà, del progresso, della patria, del re,
dell’imperatore, della repubblica, del socialismo — nomi diversi che
coprono tutti lo stesso dovere: obbedire, lavorare, pagare. Ma più
sono tormentati, più i popoli si prestano, si fondono in grandi masse
omogenee di professioni, di classi e di partiti; imparano a lavorare
indefessamente e gregariamente; si lasciano addottrinare dal maestro,
spremere dal pubblicano, maltrattare dal capo e dal sergente; vanno
alla scuola, all’officina e alla caserma; obbediscono a tutte le leggi
che i governi fanno in loro nome; vestono nel secolo della libertà,
l’abito di tre discipline — lavoro, stato, esercito!
L’ordine nato da questo straordinario rivolgimento era, fino a pochi
anni fa, la meraviglia della storia. Era così perfetto e così solido,
che pareva addirittura incastrato nell’ordine cosmico. Il giro delle
cose umane — lavoro, soddisfacimento dei bisogni, sollazzi, riposo
— procedeva regolare e puntuale come il giro del sole. Nella propria
cerchia, e purchè non volesse uscirne, ogni uomo, dall’artigiano al
milionario, poteva soddisfare ogni suo desiderio. L’obbedienza allo
Stato era pronta e precisa, come un riflesso. Una parola ed un cenno: e
le casse dello Stato rigurgitavano d’oro; e gli uomini più dolci e miti
partivano infuriati per la guerra; e sarebbero stati pronti a volare,
se una legge l’avesse ordinato.
Che cosa resta oggi, dopo dieci anni, di questo ordine meraviglioso?
Pochi rottami perduti in un caos apocalittico. Tutte le luci si
spengono nel cielo e tutte le autorità cadono sulla terra. Le corone
e gli scettri più antichi e venerati sono stati gettati dai popoli
inferociti nel rigagnolo. I parlamenti sono esautorati e disprezzati.
I figli non obbediscono più al padre; le donne non vogliono più
dipendere dall’uomo; i cittadini si ribellano allo Stato, i soldati
agli ufficiali, gli impiegati e gli operai ai capi. Chi ha il diritto
di comandare? Chi ha il dovere di ubbidire? Mistero. Coloro che fino a
dieci anni fa comandavano, oggi tremano. Coloro che ubbidivano, ridono
del dovere come di una superstizione passata. Si lavora ancora, ma
disordinatamente e a capriccio.
Come accadde? Perchè un ordine, che pareva così saldo, si sciolse in
così breve tempo nel caos? Si sono mai posti questi quesiti, i molti
Sisifi di ogni lingua che ogni tanto si radunano in qualche città
dell’Europa per ricominciare l’eterno lavoro della pace? Nessuna
preparazione sarebbe migliore che il meditare questo punto. Poichè
nella guerra mondiale noi abbiamo veduto compiersi uno dei fenomeni
più terribili e meravigliosi della storia: il suicidio della forza.
I vinti sono morti e i vincitori sono moribondi, perchè hanno abusato
della propria forza, i vinti anche più dei vincitori, oltre i limiti
dell’umano.
Sì, i popoli obbedivano. E perciò gli Stati li hanno sottoposti alla
più arbitraria delle tirannie, disponendo a capriccio della vita e
dei beni di tutti, dissipando in sei anni, in folli spese, la fortuna
faticosamente accumulata in cinquanta, gettando da un giorno all’altro
alla rinfusa tutte le età, la giovinezza imberbe insieme con la
maturità quasi canuta, in mezzo agli orrori e ai terrori della guerra
più micidiale che abbia mai insanguinato la terra; falsificando la
misura del lavoro, e profondendo tra gli uomini una vana ricchezza di
carta filogranata.
Neppure Tebe, Ninive e Babilonia hanno conosciuto questo delirio; hanno
esercitato sul gregge umano l’onnipotenza quasi divina degli Stati
moderni, tutti sorti in nome della libertà. Ma perciò i popoli non
vogliono più obbedire a nessuno, e gli Stati giacciono tutti fulminati,
rovinati, inermi, esautorati, senza finanze e senza esercito, i
vincitori ridotti a dar quotidiano spettacolo della loro impotenza
in faccia ai vinti, ai quali non resta nemmeno più la parvenza della
forza.
La Germania inerme o quasi disarmata incute più terrore che mai ai suoi
nemici. Sui pianori dell’Asia Minore sono cominciate le resistenze
passive, ben più difficili a vincere che i milioni di baionette e le
migliaia di cannoni mostruosi della guerra mondiale.
La forza si è suicidata! Noi non mediteremo mai abbastanza su questa
verità semplice, luminosa e profonda, che è la chiave del presente
e dell’avvenire. C’è un limite, oltre il quale la forza si annienta.
La civiltà occidentale l’ha spensieratamente oltrepassato; e colpita
fulmineamente da un’improvvisa incurabile debolezza, è stramazzata
ansante.
Noi abbiamo ancora milioni di soldati e milioni di baionette; ma non
possiamo più servircene che per distruggere noi stessi. Le armi ormai
non feriscono più che chi le fabbrica e le maneggia. La guerra e la
rivoluzione — le due figlie gemelle della forza — sono ormai egualmente
impotenti. Potranno impaurire, devastare, insanguinare ancora il mondo;
inferociranno forse ancora spietatamente; ma non debelleranno più la
debolezza inerme. A questa spetta ormai il dominio del mondo, sulle
rovine della forza, esautorata dal suo stesso eccesso.
Di nuovo il mondo si è capovolto. I deboli vinceranno i forti.
Ma saranno i tempi capaci di intendere queste parole di verità?
II.
L’eterno passato
Carichi di sapienza arcana, noi non sappiamo più quello che sanno
i fanciulli: che il fuoco brucia, arde, consuma, incenerisce; che
l’emorragia dissangua; che la distruzione vince sempre la creazione
alla corsa.
Il mondo non può credere ancora ai suoi occhi. Quella, proprio quella
è la Russia, che dieci anni fa abbagliava l’Europa con la corona di
Giustiniano e il mantello di Teodora? Quella che, coperta di piaghe,
affamata, a brandelli, insozzata di fango e di sterco, tende la
mano al passante sulle vie del mondo? L’antica regina dell’Oriente e
dell’Occidente?
Il nostro stupore non vuol arrendersi alla realtà. I re diventano
mendicanti e i mendicanti re solo nelle favole dei poeti e sulle scene
del teatro. Che questa regina sia stata deposta e condannata a marcire
per lungo tempo nella miseria e nella sozzura, non ci pare possibile.
Eppure, tra i dettami del buon senso e gli insegnamenti della pratica,
c’è anche questo: il distruggere essere più facile e pronto che
il creare. Occorrono all’uomo diciotto o venti anni per imparare a
sussistere da sè. Un secondo basta ad ucciderlo. Il fuoco, acceso dalle
nostre mani, è capace di divorare in una notte l’opera di molti secoli.
L’ascia, che noi abbiamo arrotata sulla mola, orba in un giorno del
loro pupillo prediletto — l’albero — gli innumerevoli anni, che lo
tirarono su a poco a poco dal seno della terra.
Se applicassimo questo dettame del buon senso alla Russia, non
misureremmo con una occhiata sola la voragine del così detto «problema
russo», spalancatasi nell’Europa orientale? Quattro anni di guerra
e quattro anni di rivoluzione hanno divorato l’opera di parecchie
generazioni. Molte generazioni saranno necessarie per rifarla. Il resto
è illusione.