pericolanti a danno e con minaccia di tutti, solo perchè alcuni Stati
di Europa si ostinano a fare il broncio al governo dei Sovieti.
Aspettano quindi con impazienza che la pace con i bolscevichi sia
suggellata, per gridare anch’essi: _nunc est bibendum!_ A leggere certi
giornali si direbbe che il giorno in cui tutta l’Europa abbraccerà la
Russia e con questo abbraccio accoglierà di nuovo la figliuola prodiga
nella famiglia, la antica felicità perduta ritornerà a far lieti tutti
i popoli.
Ma sono anche queste illusioni. Purtroppo gli affari dell’Europa
orientale non sono così semplici, come molti pensano. Quale è il
pericolo, che sordamente minaccia quella tormentata parte dell’Europa?
L’incerta posizione in cui la Polonia, la Ceco-Slovacchia e la Rumenia
stanno di fronte alla Germania e alla Russia. Amici o nemici? In guerra
o in pace? Non si sa. Intermettendosi tra la Germania e la Russia,
la Polonia e la Ceco-Slovacchia si sono poste in istato di ostilità
latente con ambedue. La Polonia ha anche esasperato la ostilità
latente, quando ha preso territori, che la Germania e la Russia, a
torto o a ragione, considerano ancora come proprî.
A sua volta la Ceco-Slovacchia è sorta come una sfida al mondo
germanico, che per tanti secoli aveva oppresso le popolazioni slave
della Boemia. Che meraviglia se i tedeschi la guardano con occhio
torvo? Nè la Rumenia ha esitato ad aprire un grosso conto con la
Russia, prendendo la Bessarabia. La piccola Intesa si schiera dunque
sopra un doppio fronte: contro la Russia e contro la Germania. Ed
ha alle spalle l’Ungheria che, persuasa anch’essa di essere stata
derubata, spia un’occasione....
Le nuove frontiere tracciate dall’Intesa nell’Europa orientale tra le
rovine degli imperi moscovita e austro-ungarico non sono riconosciute
nè dalla Germania, nè dalla Russia, nè dall’Ungheria, come l’annessione
dell’Alsazia e della Lorena non fu riconosciuta dalla Francia dopo
il 1870. Il nuovo ordine di cose, creato nell’Europa orientale dai
trattati di pace del 1919, posa sopra un diritto, riconosciuto per
tale soltanto dai vincitori, il che vuol dire che non posa su nessun
diritto, ma sulle baionette. E allora, come si regge? Si regge perchè,
_per il momento_, Ungheria, Russia, Germania sono incatenate.
È impotente l’Ungheria, mutilata e decapitata: monarchia senza re. È
impotente la Russia, la cui spada, già spuntata dagli czar, è stata
spezzata dai bolscevichi. È impotente la Germania, esausta dalla
guerra, disarmata dai trattati, e minacciata sul Reno da un grosso
esercito di francesi e di belgi. Molti giornali si meravigliano
che a Genova la piccola Intesa segua la Francia, piuttosto che la
Inghilterra e l’Italia. Pensano forse che, per far l’Europa obbediente
ai vincitori, bastino i discorsi di Lloyd George? Ma le catene
dell’Ungheria, della Germania e della Russia, non saranno eterne.
Se le tre nazioni sono oggi impotenti, quanto tempo potrà durare per
noi questa comoda felicità di cose? In questo sta il tutto. È inutile
farsi illusioni: le potenze vittoriose saranno fra poco capaci forse di
pacificare il mondo, ma non più di sorreggere con la forza gli Stati
che hanno creati o ingranditi nell’Europa Orientale. L’Inghilterra e
l’Italia hanno già ridotto i loro eserciti alla stretta misura della
difesa; e presto la Francia dovrà imitarle. La Francia sta impegnando
il letto e la pentola per fare con un grosso esercito il gendarme
dell’Intesa e dei trattati nell’Europa continentale, lucrando per di
più, come ricompensa, l’odio universale. Si stancherà di questo ingrato
e rovinoso ufficio. E allora? Che cosa accadrà, quando la Polonia, la
Ceco-Slovacchia e la Rumenia dovranno fare assegnamento sulle proprie
forze soltanto? Massime se al Sansone moscovita ricominceranno a
spuntare i capelli?
Quel che prepari l’avvenire nell’Europa orientale, nessuno può
indovinarlo. Ma il presente è minato sotto sotto da una incertezza
incurabile, perchè i vincitori _si sono illusi di potere rifare
l’Europa orientale da soli, contro la Russia e contro la Germania ad un
tempo_. Bisognava rifarla o d’accordo con la Germania o d’accordo con
la Russia: d’accordo con la Germania, dunque, poichè l’Occidente aveva
voltato le spalle alla Russia, infuriato, dopo la rivoluzione.
Si ricasca sempre lì. I vincitori non hanno capito che la rivoluzione
russa — la massima vittoria della Germania nella guerra — imponeva
loro l’obbligo, se non volevano precipitare l’Europa nel caos, di fare
alla Germania condizioni molto miti, perchè se la Germania era vinta,
non era però messa, e non poteva esser messa, nell’impossibilità di
vendicarsi di una pace cartaginese. Dico oggi queste cose, perchè le
ho dette e scritte nel 1919: ma allora chi dava retta, in Italia, in
Francia, in Inghilterra? Appena si nominava la Germania, si vedeva
spuntare, sul volto dei vincitori, il cipiglio truculento di Brenno.
Ci voleva invece il sorriso di Alessandro I, di Talleyrand e di
Metternich. Come le cose dell’Europa non poterono essere assestate nel
1815 senza il concorso e il consenso della Francia, così nel 1919 erano
condannate a restare in un rovinoso disordine senza il concorso e il
consenso della Germania. Lo so: soltanto una saggezza quasi sovrumana
avrebbe saputo sorridere nel 1919, sanguinanti ancora le ferite. Il
risentimento, che ha dettato i trattati di pace, era umano. Ma non
sarà, per questo, meno funesto alle vittime.
Sia che discutano la pace con la Russia, sia che preparino patti di
garanzia, sia che cerchino nella riduzione degli armamenti uno scampo
dal fallimento, sia che vagheggino l’intesa e la riconciliazione
con la Germania, i vincitori inciampano sempre in quello scoglio:
l’ordine di cose, creato da loro nell’Europa orientale, è subìto, non
è riconosciuto per giusto e legittimo dai vinti. Proprio come accadde
alla Germania, dopo il 1870, nell’Alsazia e nella Lorena. La storia
si ripete. La Polonia, la Ceco-Slovacchia, la Rumenia fanno ora vive
istanze, perchè i bolscevichi si impegnino per iscritto, nero sul
bianco, a riconoscere i mutamenti territoriali, operati dai trattati di
pace. E i bolscevichi acconsentiranno, come prometteranno di pagare i
debiti e di accogliere fraternamente i capitali stranieri. Ma i patti
sarebbero osservati, se domani le forze crescessero alla Russia? Quando
la buona fede non fosse più la maschera dell’impotenza?
Pericolo lontano, ma che turba e inquieta, quasi fosse imminente. Nè
può essere altrimenti. L’errore, commesso nell’ebbrezza della vittoria,
quando si volle rifare l’Europa orientale contro la Germania e contro
la Russia, è di quelli che incatenano a sè per lungo tempo; che non si
possono riparare, senza averne prima pagato il fio con molte sofferenze
e delusioni. Almeno se vinti e vincitori non fossero disposti
nell’Europa orientale a far omaggio alla Pace, gli uni di una parte dei
loro rancori e delle loro proteste, gli altri di una parte delle loro
ambizioni e delle loro cupidigie....
Ma sarebbe un miracolo!
X.
I trionfi dell’imperialismo europeo: la riscossa turca (22 settembre
1922)
Le grandi Potenze dell’Intesa possono ora contemplare in Oriente
l’opera propria e dichiararsi soddisfatte. La Grecia, rovinata e tra
poco in rivoluzione; l’Asia minore devastata; la Turchia in armi,
nemica, furente, e in procinto di chiudersi ai cristiani e all’Europa
forse per secoli.
Non la piccola Grecia è stata vinta, sotto Smirne; ma la grande
Inghilterra, ma l’Europa, ma tutto il mondo, che si dice ancora ed è
cristiano di nome soltanto, con le sue torbide o impotenti ambizioni.
Il male è sempre quello: il non voler riconoscere, i vincitori della
guerra mondiale, che la vittoria, _se ha accresciuto la loro sicurezza,
ha diminuito la loro potenza_. In Inghilterra, in Francia, in Italia,
gruppi pur troppo influentissimi, ma ciechi, si imaginano ancora che
la vittoria abbia conferito loro una specie di sultanato del mondo;
un diritto regio di dominazione su territori, su razze, su popoli che
sfuggono invece al loro infiacchito vigore. E per correre dietro a
questa immaginaria potenza quei gruppi farebbero getto anche del frutto
acquistato davvero con tanti sacrifici: la sicurezza!
Eppure anche questa pagina della storia è scritta in caratteri chiari,
per chi sa leggere il libro.
Negli ultimi secoli l’Europa ha potuto conquistare tante parti del
mondo, perchè dal giorno in cui un tedesco incominciò la guerra chimica
tritando e mescolando del carbone, del salnitro e dello zolfo, gli
europei sono stati sempre superiori nelle armi. Ma questa superiorità
è finita con la guerra mondiale. Con la guerra mondiale l’Europa si è
disarmata forse per secoli.
Se la spada dei vinti è spezzata, quella dei vincitori è spuntata
ed ottusa: questa è la verità. Nè l’Inghilterra, nè la Francia, nè
l’Italia non possono più mandare eserciti in terre lontane, per
spedizioni di lunga lena. Potremmo rifare, domani, l’impresa di
Tripoli?
Quando uno Stato è più forte per armi, può giustificare le sue
conquiste con la ragione del cannone. Tuttavia, se vuol ricorrere alla
dottrina, è regola di buona prudenza, anche per lo Stato più forte, non
contraddire con la dottrina la propria violenza: non incatenare in nome
della libertà, non saccheggiare a difesa del diritto di proprietà!
Ma i vincitori della guerra mondiale hanno commesso anche questo
errore. Mentre si assumevano, quasi inermi, una specie di protettorato
del globo, bandivano la teoria dei diritti delle nazioni. Il vero
nemico dell’imperialismo è il nazionalismo; eppure quasi dappertutto i
nazionalisti sono anche imperialisti.
Se la patria è il sommo bene per gli italiani, sarà il sommo bene
anche per i francesi, per i tedeschi, per gli slavi, per i magiari,
per i turchi. Che logica è questa, di volere che di qua da un palo il
difendere la patria sia il più santo dei doveri e il più infame dei
delitti di là da quel termine? Se le patrie non imparano a rispettarsi,
il patriottismo diventerà legge di universale sterminio per la
distruzione di tutte le patrie.
Se la logica manca, ci fossero almeno i cannoni! Se i cannoni
arruginiscono, ci fosse almeno un po’ di logica! Ma la bizzarra insegna
del nuovo imperialismo, fermentato nelle ebbrezze della vittoria,
è proprio questa: senza logica e senza cannoni. Inerme, impotente,
prepotente. Contro la ragione, fuori della verità, nella sfera dei
torbidi sogni!
Che meraviglia se le catastrofi si seguono? Poichè anche questa di
Smirne è una catastrofe. Aspettando di subirne gli effetti, poniamo il
quesito: quale fu la cagione?
Una piccola dimenticanza, in cui sono incorsi gli uomini di Stato
che imbastirono a San Remo il trattato di Sèvres. Costoro avevano
dimenticato una cosa da nulla: che la Russia era caduta; che, sparita
la Russia, non c’era più, in tutta l’Asia continentale, altro esercito
fuorchè l’indiano, troppo piccolo e troppo lontano, per servire al
caso; che quindi non c’era più alcuna forza capace di imporre alla
Turchia vinta il trattato, nelle parti in cui la Turchia non lo
accettasse.
Mezzo secolo fa, quando l’Europa era ancora un continente civile e
colto, queste cose si sapevano nelle Cancellerie. Nel 1920, i capi
di tre grandi Stati, tra i quali quel Lloyd George, a cui alcuni si
affiderebbero addirittura per l’alto governo dell’Europa, non ci hanno
pensato!
Kemal pascià si rifugiò tre anni fa ad Angora con tremila uomini.
Perchè ha potuto preparare pazientemente l’esercito, che ha
riconquistato l’Asia minore? Perchè non c’era più nessun esercito in
Asia, che potesse rompergli a tempo la tela sul telaio. L’Inghilterra
chiamò in aiuto i Greci: espediente vano e quasi ridicolo. La religione
e il sentimento nazionale fecero l’opera loro d’accordo. Il governo
di Angora ha puntato contro l’Intesa non solo i cannoni della vecchia
Turchia e dei bolscevichi, ma anche i principî della libertà dei
popoli, con cui l’Intesa avea sollevato il mondo contro i tedeschi.
Ed ora molti credono che, per ristabilire la pace in Oriente,
l’Inghilterra, la Francia e l’Italia debbano interporsi tra i Turchi
e i Greci. Beati coloro, che non hanno occhi! Ma se è proprio contro
i supposti pacieri che i Turchi combattono, per la riconquista di
Costantinopoli e di Adrianopoli! Smirne è solo una tappa: meta il
Bosforo, e le città sante dell’Islam.
Se i turchi non sono in grado di riconquistare Costantinopoli, dominata
dal mare, non andrà molto che il terreno di Bisanzio scotterà sotto
i piedi alle Potenze che la occupano. Presto o tardi — o forse più
presto che non si creda — l’Inghilterra, la Francia, l’Italia, saranno
costrette o a stracciare anche le ultime pagine del trattato di Sèvres,
sgombrando Costantinopoli, o a mandare in Asia eserciti a combattere i
turchi. Tener Costantinopoli dal mare è come voler appendere una donna
a un albero per i capelli.
Perciò non c’è da sperare una pace facile e prossima. Dopo la guerra
dell’Europa contro se stessa, incomincia con questa rivincita
dell’Islam la guerra dell’Asia contro l’Europa. Come le guerre
della rivoluzione e dell’impero fecero perdere all’Europa la maggior
parte dell’America, la guerra mondiale le costerà l’Asia e una parte
dell’Africa.
Dall’Asia minore lo spirito aggressivo dell’Islam passerà in Siria,
in Palestina, in Mesopotamia, in India, in Egitto, nell’Africa
settentrionale. Inghilterra, Francia, Italia si troveranno presto
impegnate in una guerra lunga, minuta e implacabile contro l’Islamismo.
Molto sangue sarà ancora versato; molte ricchezze saranno disperse e
distrutte.
Chi semina vento raccoglie tempesta. E l’Europa ha seminato tanto
vento, da un secolo in qua!
XI.
Il nodo insolubile delle riparazioni (24 maggio, 6 giugno e 22 novembre
1922)
Che la Germania non pagherà se non una piccola parte del riscatto
iscritto nei trattati, ed a stento, sono forse stato il primo a
dirlo, sino dal 1919. Dissi allora, ed ho ripetuto molte volte, che
la Germania non manterrà i suoi impegni, perchè le classi medie e le
masse sono state impoverite troppo dalla guerra; onde nessun governo
sarà così forte, da poter estorcere alla nazione le favolose somme
del riscatto. La giustizia sarà impotente contro questa immunità,
assicurata alla Germania dalla immensità stessa delle sue distruzioni.
Purtroppo la Germania gode «l’irresponsabilità del terremoto». Ma per
quanto sia persuaso di esser nel vero, riconosco che non tutti sono
obbligati a pensar così, perchè questa è una congettura verosimile, ma
non obbligatoria per la sua evidenza; perchè le teste non sono fatte a
squadra, e le passioni e gli interessi divergono anche più delle teste.
Anzi riconosco che a due popoli è ancor quasi impossibile di vedere
questa verità, che agli altri apparisce ogni giorno più evidente: onde
una nuova lacerazione dell’Europa.
Questi popoli sono la Francia ed il Belgio.
Molti credono che il nodo delle riparazioni sia insolubile, perchè
la Francia è governata ora da partiti a cui si fa colpa di essere
«militaristi» e «imperialisti». A un secolo di distanza Napoleone
minaccerebbe ancora la pace dell’Europa dalla tomba degli Invalidi.
Perciò molti sperano nelle elezioni future. Anche Mario Borsa è di
questo parere. Ma credo che questa illusione sia frutto di una scarsa
conoscenza delle cose francesi. Che la Camera francese del 1924 abbia
a rosseggiare in confronto della presente, è possibile; ma non per
questo la politica della repubblica muterà, nelle questioni che nascono
dall’applicazione dei trattati, _almeno se la situazione non muta_.
In questa politica è necessario distinguere le parole e i fatti, la
forma e la sostanza. I discorsi degli uomini che da tre anni governano
la Francia possono essere stati qualche volta poco felici; ma chi ha
seguito i convegni diplomatici, tenuti dal 1920 in poi per discutere
intorno all’applicazione dei trattati, sa che, pur cercando di non
dar troppo nell’occhio e spesso affettando un’aria di transigenza,
il governo francese ha concesso molto alla Germania. Per ricordare
un esempio solo: le ha concesso l’anno scorso di pagare un miliardo,
invece di dodici, alla prima grossa scadenza. Non è poco, mi pare.
Quando gli «zelanti» — chiamiamoli così — rimproverano al governo
francese di abbandonare in tutti i convegni qualche diritto della
Francia, esagerano, forse, ma non inventano.
Ma se gli atti inclinano spesso alla conciliazione, i discorsi sono
quasi sempre fieri. E non quelli degli uomini di governo soltanto.
Nessun capo di quella opposizione, che forse governerà domani la
Francia, ha mai ammesso che il trattato di Versailles possa essere
riveduto; tutti ripetono sempre, come il governo, che il trattato deve
essere rispettato. Come si spiega questa contraddizione?
Chi ama rovistare nei vecchi libri, può trovare nel Vattel, giurista
famoso del XVIII secolo, questa curiosa teoria: i sovrani in guerra
non dovere mai presumere che la causa propria sia più giusta di quella
dell’avversario o che l’avversano abbia torto in suo confronto; ma
considerare sempre la causa avversaria altrettanto giusta quanto
la propria, e quindi scendere in campo, ammettendo che il proprio
avversario abbia ragione.
Teoria strana e paradossale, che il giurista conforta con una
giustificazione non meno singolare. Egli dice che, tra due stati in
guerra, nessuna autorità può decidere. Ogni parte è giudice della
propria causa; tutte e due quindi si persuaderanno di avere la ragione
per sè; e una volta persuase tutte e due di difendere la giustizia,
la guerra diventerà eterna e universale. Diventerà eterna, perchè,
le due parti essendo persuase di avere ragione, nessuna si vorrà mai
rassegnare alla propria sconfitta, giudicandola immeritata. Diventerà
universale, perchè le due parti, persuase di difendere il diritto,
si crederanno obbligate a cercare in ogni parte quanti più alleati
potranno.
Anche a me le pagine del vecchio giurista erano parse strane ed
oscurissime, quando le lessi per la prima volta, tanti anni fa. Che
pretesa era questa, che uno Stato scendesse in campo contro un altro
Stato, ammettendo che le ragioni avversarie valevano le proprie? Ma
come la oscura dottrina mi sembra chiara e profonda, dopo le tragiche
esperienze degli ultimi anni!
Può sembrare strano, ma è così: l’Europa rischia di non avere più pace,
appunto perchè nella guerra mondiale gli animi sono stati infiammati
dall’idea della giustizia! Appunto perchè alla guerra i popoli sono
stati chiamati come a una grande ordalia, i vincitori non furono paghi
di averla vinta, ma vollero anche restaurare il diritto violato e
fare giustizia. Se no, la vittoria sarebbe apparsa parziale e in parte
inutile.
Il vero nodo delle riparazioni, che nessun convegno, accordo, progetto,
transazione o minaccia riesce a sciogliere, è questo. Si considerano
di solito le riparazioni come una questione di dare e di avere. Così
fossero! Le difficoltà, per quanto grandi, sarebbero piccole. Ma,
pur troppo, nello spirito dei due popoli maggiormente offesi dalle
invasioni tedesche, la Francia e il Belgio, le riparazioni sono anche
una questione di giustizia, un risarcimento dovuto al diritto violato.
Perciò la Francia e il Belgio sono intrattabili su questo punto; ed è
loro così difficile di intendersi con l’Italia e con l’Inghilterra, che
le considerano come un interesse economico. Gli uni parlano una lingua,
che gli altri non capiscono.
Provatevi a ragionare con un francese o con un belga, a dimostrargli
che la Germania, impoverita dalla guerra e dalla altrui povertà,
governata da un governo impotente, non riuscirà mai a mettere insieme
le somme del riscatto. Nove volte su dieci, egli vi ascolterà per un
po’, poi vi interromperà, dicendo concitatamente: «Noi volevamo la
pace. I tedeschi, un bel giorno, hanno voluto la guerra, sono entrati
nel Belgio a tradimento; grazie a questo tradimento hanno potuto
invadere la Francia, fare scempio dei suoi dipartimenti più floridi.
Hanno rotto: paghino. Non è giusto che la Francia e il Belgio debbano
essere ridotte alla miseria, perchè un bel giorno ai tedeschi è venuto
in mente di assalirli a tradimento, per la speranza di un grosso
bottino».
Che cosa possono i numeri, gli argomenti, i calcoli del possibile e
dell’impossibile, contro questo ragionamento, dettato dal risentimento
dell’offesa ricevuta? Molti francesi e belgi vogliono il denaro
tedesco, come noi desideriamo che l’autore di un feroce assassinio
sia giustiziato. Noi sappiamo che la morte del reo non ridarà la
vita alle sue vittime; ma vogliamo la sua morte come una vendetta ed
una espiazione necessarie a placare il nostro senso della giustizia
offesa. Che la Germania non pagherà nè nella misura nè nei termini
stabiliti dai trattati, molti incominciano a pensarlo, anche in Francia
e in Belgio. Ma non importa: non vogliono rinunciare ai loro diritti,
anche se in parte illusorî; vogliono con quelli spaventare, umiliare,
maltrattare la Germania, perchè queste rappresaglie soddisfano il
sentimento della giustizia offesa dall’aggressione.
Moltiplicate questo stato d’animo per milioni di uomini e calcolate.
Che marea di pubblica collera!
L’Europa pericola tutta quanta, per la contraddizione, che corre tra
questo stato d’animo e la realtà. Sinora si è tirato avanti alla
meglio, supponendo l’insolvenza della Germania passeggera. Tutti
gli accordi e i convegni dei capi di Stato si fanno per concedere
differimenti e moratorie, che dovrebbero essere provvisorie, affinchè
la Germania abbia il tempo necessario per prepararsi a pagare.
Il giorno apocalittico sarà quello in cui la insolvenza della Germania
dovrà essere riconosciuta ufficialmente come definitiva.
Questo giorno, presto o tardi, verrà, e forse verrà più presto che non
si creda.
Che cosa accadrà quel giorno? In quali moti e scatti proromperanno
la Francia ed il Belgio sotto il colpo di questa, che offenderà i due
popoli come una delle più orrende ingiustizie della storia? Questo è
l’enigma dell’avvenire: enigma pauroso, perchè in quel giorno le annose
teorie del Vattel potrebbero avere qualche terribile riprova.
Nè purtroppo si vede, almeno per ora, quel che si potrebbe fare, per
parare questo pericolo. Ma forse sarebbe già un vantaggio, se gli
altri popoli si convincessero che le riparazioni sono, per la Francia
e per il Belgio, non soltanto affari di danaro, ma anche questione
di giustizia. Comprendendo questo animo dei due popoli, gli altri
Stati potrebbero almeno astenersi da argomenti e procedimenti che, pur
dettati dal desiderio di riconciliare gli antichi avversari, irritano
ancora più le ferite troppo fresche degli aggrediti.
Appunto perchè avevano chiamato i popoli a combattere per la giustizia
e per il diritto, gli uomini di Stato avrebbero dovuto sapere che era
una tremenda responsabilità l’avere vinto la guerra e il fare la pace.
Il fare giustizia tra i popoli è compito quasi divino. E invece... Ma
chi legge ancora il Vattel?
Aspettiamo, dunque, vigilando, che gli effetti degli errori maturino,
con la speranza che maturi insieme anche qualche rimedio; e sforziamoci
non tanto di fare la pace con la Russia quanto di prevenire una nuova
guerra tra Francia e Germania. Poichè questo è il vero pericolo che ci
minaccia. Il trattato di Versailles matura lentamente nei suoi fianchi
questa nuova guerra, che potrebbe incominciare con una invasione, non
contrastata, della Germania e finire....
Come potrebbe finire, nessuno lo sa. Non auguro alla nostra
generazione, di veder come potrebbe finire, e perciò le auguro di non
vederla neppur incominciare. La nuova guerra non rassomiglierebbe punto
a quelle che i due popoli hanno combattuto nel secolo passato e nel
presente.
XII.
Sisifo (9 gennaio 1923)
Una volta ancora il mondo aveva sperato che il nodo delle riparazioni
sarebbe sciolto, e una volta ancora è stato deluso. Ma la speranza
era vana. Non mi ero ingannato, quando avevo, mesi e anni addietro,
giudicato che le riparazioni sono un nodo che «_rebus sic stantibus_»,
nella presente condizione delle cose europee, non può essere nè
tagliato nè sciolto. E neppure è difficile scoprire per quale ragione,
a chi sappia che cosa è un trattato.