Anche questo è un caso strano davvero. Nessuna epoca ha tanto amato,

magnificato, studiato la ricchezza. La ricchezza passa per essere la

cosa più positiva, solida, reale, che esista. Ed ecco che, tutto ad

un tratto, nessuno la sa più distinguere dalla povertà e riconoscere a

segni sicuri e stabili, in uno degli Stati più grandi del mondo e che,

fino a sette anni fa, passava per uno dei più ricchi.

Ogni tanto l’Europa rabbrividisce. Un grido di spavento si leva dalle

Borse, dalle Banche, dalle Gazzette, «La Germania sta per fallire; la

sua moneta è vilissima carta; il suo governo implora dai vincitori

una dilazione del riscatto, come lo scampo supremo dalla imminente

catastrofe». Ogni tanto giungono dalle città, un tempo così floride,

dell’impero, notizie di una miseria profonda, che rode le ossa e i

muscoli della nazione: le classi lavoratrici e la condizione media.

Senonchè nel tempo stesso l’Europa si domanda se per caso l’asse della

terra non si sarebbe spostato. Con la moneta ancora poco inquinata

e la finanza non del tutto a brandelli; con un immenso impero di

cui la vittoria ha arrotondato i confini, gli inglesi hanno sulle

braccia milioni di operai senza lavoro. Invece la Germania, sola

tra le grandi potenze manifatturiere, può oggi mantenere accesi

tutti i fuochi, far muovere tutti i telai. Essa ha già riconquistato

tutti i mercati, da cui la guerra l’aveva staccata, scacciandone i

concorrenti inglesi, americani e francesi; e già ricomparisce con navi

e commercio suo sugli Oceani, su cui l’Inghilterra si era illusa di

non ritrovarla per secoli. La flotta mercantile tedesca è la sola che

non marcisce nei porti, e tutti prevedono che sarà tra poco la prima,

se non per il numero bruto, per la giovinezza, per l’attività, per la

potenza. Perfino con la Russia i tedeschi sembrano avviare di nuovo

il commercio, e con profitto! Gli inglesi ci si erano provati, anche

essi; e non era certo la voglia che difettava loro. Lloyd George non

aveva forse dichiarato che «un popolo di mercanti non può aver troppi

pregiudizi?» Un imperatore romano non aveva già detto dell’oro _non

olet_ e gli inglesi non si vantano di essere i romani moderni? Ma il

desiderio è stato vano. Là dove essi hanno fallito, soli i tedeschi

sembrano riuscire.

L’Europa assistè ad una specie di risurrezione della Germania, che

sembra una sfida a tutte le leggi della ragione e della giustizia,

perchè segue una sconfitta rovinosa, una rivoluzione più rovinosa

ancora, e procede di passo con il fallimento dello Stato. Ebbi spesso

occasione, negli anni passati, di osservare che la guerra mondiale era

tutto un tragico groviglio di controsensi. Ma questa risurrezione del

vinto è l’ultimo, il più profondo ed arcano di quei controsensi; quello

che colpisce più fortemente la immaginazione dei popoli e turba con

una specie di sbigottimento mistico quel po’ di buon senso, che ancora

sopravvive nelle menti. Molti si domandano in cuor loro, con un certo

terrore, se la Germania non era nel vero, quando mosse alla guerra con

quelle dottrine, da sette anni oggetto di tante maledizioni ufficiali.

Altri si chiedono se non abbia fatto qualche patto con il Diavolo,

così caro ai suoi poeti e ai suoi filosofi; e conosciuto dal Diavolo

il segreto di cavar oro, fortuna e prosperità anche dalle catastrofi.

E non pochi spiano ogni suo atto e gesto, per veder se riesca loro di

scoprire questo segreto.

Ma il segreto non c’è. La Germania si è messa a lavorare con furore,

perchè è stata impoverita molto più che i suoi nemici dalla guerra.

Impoverimmo tutti durante la guerra; ma noi popoli dall’Intesa meno

della Germania, perchè facemmo guerra da signori, indebitandoci fra

noi, con i neutri di tutto il mondo e con gli Stati Uniti, limitando

quanto era possibile, sia pure a spese dell’avvenire, le privazioni.

Questo è oggi il vero, l’unico e semplice segreto della ricchezza e

della povertà in Europa.

Che la guerra abbia impoverito il mondo, tutti, più o meno, sono

persuasi. Molti, tuttavia, osservando che il danaro circola, che se

ne spende più di prima e che il mondo continua a camminare, almeno in

apparenza, come una volta, si domandano in che cosa consista questo

impoverimento; e se veramente è grande quanto si suppone. Cerchiamo di

rispondere a questi dubbi, e di chiarire come la guerra abbia distrutto

una parte della ricchezza comune.

L’ha distrutta con lo sterminio degli uomini e con la devastazione

dei territori. Ogni uomo che sa lavorare è un capitale, perchè ha

costato e perchè produce. Noi raccapricceremmo, se potessimo valutare

in denaro gli otto o dieci milioni di uomini che la guerra ha uccisi,

le devastazioni che hanno mutato in deserti tanti floridi territori.

La lista era già lunga nel 1918; bisogna ora aggiungere l’Asia Minore,

spopolata dai Greci e dai Turchi.

Ma la guerra non ha soltanto ucciso milioni di uomini e devastato

ricchi territori; ha anche sperperato immensi capitali. Prima della

guerra l’Europa e l’America consumavano ogni anno una parte di quello

che possedevano, non per soddisfare i propri bisogni ma per produrre

altri beni; per costruire fabbriche, per coltivare terre, per sfruttare

miniere, e via dicendo. Perciò la ricchezza totale cresceva ogni

anno. Dal 1914 al 1921 pochissimi capitali sono stati destinati alla

moltiplicazione dei beni che gli uomini consumano; i risparmi sono

stati quasi tutti, negli Stati più ricchi del mondo, inghiottiti

dalla guerra o dai disavanzi dei bilanci; non hanno dunque servito ad

accrescere il lavoro ma ad alimentare il consumo; ossia a permettere

a molte, a troppe persone di consumare più che non producessero. Da un

anno, per questo rispetto, si va un po’ meglio; ma il miglioramento è

lento. E quanti anni ci vorranno per recuperare il perduto!

Si aggiungano i paesi ormai esclusi dal giro degli scambi, come la

Russia, l’Austria, la Turchia. Si aggiungano gli impegni contratti dai

governi con i debiti di guerra, con le pensioni, con i risarcimenti. Si

aggiungano le imposte, il caos monetario e gli impacci del commercio,

moltiplicati dalla guerra e dalla pace. Questa lista delle cause che

spiegano la povertà presente del mondo, è già lunga. Ma non basta.

C’è ancora una complicazione, a cui troppo poco si bada, ma che è

di grandissima importanza, perchè esaspera la povertà comune. _La

ricchezza totale non è soltanto diminuita, ma è anche distribuita

in maniera diversa._ In tutti i paesi la guerra ha smisuratamente

arricchito un piccolo numero di persone e impoverito più o meno le

masse.

Quando la ricchezza totale aumenta, tutti possono arricchire, perchè

ognuno migliora il suo stato, attingendo a questa nuova ricchezza

aggiunta all’antica. La guerra invece arricchisce sempre un piccolo

numero di persone nel tempo stesso in cui, attirando a sè tutti i

capitali, impedisce che la ricchezza totale cresca, e, distruggendone

una parte, la diminuisce. Ma se la somma della ricchezza totale resta

uguale o diminuisce, un piccolo numero di persone non può arricchirsi

che impoverendo tutti gli altri. E questo è successo, più o meno,

dappertutto, dopo il 1914.

Così è accaduto che in tutti i paesi belligeranti, le classi medie

sono impoverite ed ora impoveriscono anche le moltitudini, mentre un

piccolo numero ha accumulato favolose fortune. Proprio come accadde

in tutta l’Europa durante le guerre della Rivoluzione e dell’Impero.

Ma in Germania questo sbilancio della fortuna tra i pochi arricchiti

e la massa impoverita è maggiore che nei paesi dell’Intesa, perchè noi

abbiamo in parte fatto la guerra col danaro del mondo. Dal 1914 al 1919

l’America e l’Inghilterra hanno guadagnato favolose ricchezze, vendendo

al mondo intero a caro prezzo le loro materie gregge, i loro manufatti,

i loro servizi. Con questi guadagni hanno pagato una parte delle

proprie spese di guerra e fatto i prestiti agli alleati: prestiti che

sono stati fino ad ora dei regali, perchè i debitori non hanno pagato

nessun frutto. C’è dunque stato durante la guerra, e per causa della

guerra, un trasporto di ingenti ricchezze da tutto il mondo nei paesi

dell’Intesa, per il quale una piccola minoranza ha potuto arricchirsi

senza troppo impoverire la massa.

Lo sbilancio apparisce invece in tutto il suo orrore nella Germania,

la quale ha dovuto far la guerra e sostenere gli alleati con la sua

sola sostanza; senza altro sussidio di ricchezze esterne fuorchè i

saccheggi dei territori invasi, il Belgio e gli altri. Questi saccheggi

le hanno fruttato, ma le hanno anche costato assai; e non si possono

paragonare ai vantaggi assicurati all’Intesa dal commercio mondiale

dell’Inghilterra e dell’America. E questa è la vera ragione per cui

la Germania è agli estremi. Sulla Germania corrono oggi due opinioni

contradditorie. C’è chi la dice prospera; e chi la vuole rovinata. Ma

tutte e due le affermazioni sono, in un certo senso, vere. Una parte

della Germania — industriali, banchieri, speculatori, proprietari

grandi e piccoli — si è favolosamente arricchita; la condizione media

e le classi operaie sono impoverite. Il rinvilio della moneta è stato

l’agente più attivo di questa rivoluzione economica.

Gli operai si sono meno impoveriti che le classi medie, perchè possono

difendersi meglio, ma anche per gli operai la prosperità del 1914 è

ormai un lontano ricordo. E questo è, secondo me, il grande spavento

e pericolo della Germania, che non dobbiamo mai perder di vista, se

vogliamo capire ciò che succede e ciò che purtroppo succederà tra poco

nell’antico impero degli Hohenzollern.

Parlavo, alcuni giorni fa, con un uomo politico, colto e intelligente,

il quale mi diceva di non capire come la Germania potesse esser

stremata, poichè non aveva debiti con l’estero. «Ma la ragione della

sua povertà è appunto questa — risposi. La Germania è rovinata, perchè

ha dovuto far tutta la guerra con le sue sostanze, e non ha potuto far

debiti fuori. Chi fa un debito, finchè non lo paga, arricchisce. Quello

che ci ha salvati, sinora, noi dell’Intesa, son questi debiti. In parte

noi abbiamo fatto la guerra con il danaro altrui».

Singolare paradosso da aggiungere agli altri! I debiti sono oggi la

nostra vera ricchezza.

Ma sotto questa luce si vede subito quanto è vitale la questione nei

debiti, che tanti trattano così leggermente!

VII.

I debiti (16 maggio 1922)

In che consiste la vera questione dei debiti? Ci è facile di rispondere

ora che sappiamo come la guerra ha impoverito il mondo.

Indebitati siamo tutti, più o meno, in Europa. Vinti e vincitori siamo

tutti imprigionati in una intricatissima rete di crediti e debiti, il

cui capo è di là dell’Atlantico nelle mani dell’America, creditrice

di tutti. Di fronte agli Stati Uniti, che non hanno debiti ma crediti

soltanto, e in tutto il mondo, si allineano la Russia, la Germania,

l’Austria, l’Ungheria e la Bulgaria, che sono soltanto debitrici.

In mezzo stanno l’Inghilterra, la Francia, l’Italia, il Belgio, la

Rumenia, la Serbia, il Portogallo, che sono a volta a volta creditrici

e debitrici: tra loro, con l’America, con gli altri Stati vinti.

Quale è la dottrina dell’America, creditrice universale? Che i debiti

devono essere pagati. Ma a questa dottrina, gli Stati, che hanno debiti

soltanto, oppongono di non potere. Gli Stati intermedi, creditori e

debitori ad un tempo, inclinano a professare una dottrina a doppia

faccia: aver diritto di riscuotere interi i crediti, ma non poter

pagare i debiti. Come raccapezzarsi, ai piedi di questa nuova Babele?

Che tutti gli impegni — debiti antichi, debiti di guerra, riparazioni —

_dovrebbero_ essere mantenuti, è ovvio. Uno Stato, che promette e non

mantiene, compie un atto ostile, perchè defrauda lo Stato contraente

del suo diritto. Che fiducia e quale Spirito di intesa può regnare tra

Stati, i quali minacciano tra i denti l’uno all’altro di distruggere le

tavole su cui scrissero d’accordo i diritti e i doveri reciproci?

Un impegno è un impegno, se non è un pezzo di carta. Ma se è vero che

i debiti _dovrebbero_ essere pagati, è anche vero, purtroppo, che a

pagarli c’è un impedimento quasi insuperabile in ogni paese; quello

sbilancio delle fortune, quell’impoverimento del maggior numero,

quell’arricchimento di pochi che è stato di tutti i frutti della guerra

il più amaro.

Soltanto le classi più numerose possono alimentare di somme ingenti gli

erari. Sulle classi più numerose vivevano prima della guerra i grandi

Stati. Ma chi può pensare che il popolo e le classi medie stremate

dalla guerra potrebbero oggi provvedere allo Stato le immense somme,

con cui ognuno potrebbe liberarsi?

La Germania per esempio: affinchè la Germania mantenesse gli impegni

del trattato, occorrerebbe un governo così forte, da potere estorcere

alle classi medie e alle moltitudini, senza compenso, per trenta o

quaranta anni, la somma di lavoro, necessaria a rifare in Francia

e altrove quanto gli eserciti hanno distrutto. Senonchè anche in

Germania, ora che la monarchia è caduta, il governo è creatura del

suffragio universalissimo, cosa propria di quelle classi medie e

popolari, che dovrebbe spremere sino alle ossa. Il suffragio universale

dovrebbe creare un governo, il quale lo riducesse dalla povertà in

cui è ora alla disperazione; essere, come un asceta di altri tempi, il

proprio tormentatore e flagellatore! Chi crederà che ciò sia possibile?

L’Italia non è stata impoverita dalla guerra, quanto la Germania

e l’Austria; perchè essa non è stata costretta a nutrire la guerra

soltanto con la propria sostanza; e ha potuto in parte alimentarla con

il credito altrui. Quei venti miliardi di oro, che l’Italia deve alla

Francia, all’Inghilterra, all’America, colmano la differenza tra la sua

discreta agiatezza e la povertà della Germania o dell’Austria. Ma se

noi dovessimo restituire quelle somme dovremmo spolparci e diventare,

come l’Austria, scheletri ambulanti. Gli Absburgo hanno potuto, durante

la guerra, ridurre il loro impero pelle e ossa: ma sono caduti proprio

per questa ragione. Nessun governo potrebbe ripetere questa crudele

operazione, in Italia ed in tempo di pace. Il governo che la tentasse

non arriverebbe al terzo giorno.

Per uscire da questa stretta mortale, non si vede che un mezzo: non

già le _tabulae novae_, la cancellazione, ma una riduzione generale

di tutti i debiti: russi, tedeschi, austriaci, ungheresi, bulgari,

francesi, italiani e via dicendo. Bisognerebbe che i creditori

acconsentissero di buon grado a ridurre i propri diritti alla misura

del possibile; e che i debitori si accingessero sul serio a mantenere

gli impegni così ridotti, riconoscendoli sacri. La America, che

riceverebbe il danno maggiore da questa riduzione universale, dovrebbe

ricevere compensi d’ordine politico.

Sarà possibile un atto di così generosa saggezza? Io non lo so.

Ma mi pare manifesto che, senza questo accordo, non ci sia modo di

sfuggire ad una frantumazione morale dell’Europa, ancora più atroce

del disordine, che oggi imperversa. Il fallimento universale, di cui

gli Stati si minacciano a vicenda, lascerebbe dietro sè rancori e

diffidenze implacabili, poichè tutti i popoli si crederebbero vittime,

i creditori spogliati come i debitori insolventi. Il diritto, in

nome del quale i creditori denuncerebbero la frode subìta, sarebbe

incriminato dai debitori come una mostruosa sopraffazione.

VIII.

I trionfi dell’imperialismo europeo: l’indipendenza dell’Egitto (23

marzo 1922)

Per quanto il proposito di eludere il principio nelle eccezioni

provvisorie sia manifesto, non è cosa di poco rilievo che l’Inghilterra

si rassegni a riconoscere l’indipendenza dell’Egitto. Gli artigli

incominciano ad aprirsi. Il tempo farà giustizia delle riserve mentali

e dei tranelli diplomatici.

La formula, che può definire la guerra dell’Intesa, si trova già nella

Somma di S. Tommaso. Fu una guerra combattuta «per una causa giusta

ma con prava intenzione». Le grandi potenze dell’Intesa volevano la

pace, perchè della guerra avevano troppa paura, e se fosse dipeso

dalla volontà loro, le armi sarebbero rimaste appese alla parete.

Assalite con perfidia e all’improvviso, corsero a staccarle con il

solo proposito di difendere la propria vita. Ma poi, quando videro che

erano in molti, e in forze, e in grado di aver ragione del nemico, si

lasciarono tentare dalla gola di fare qualche «buon colpo». L’occasione

pareva di quelle che non tornano due volte in un secolo. La prava

intenzione entrò nella giusta causa, come un baco in un bel frutto

intatto.

L’Inghilterra fu la prima e la più audace ad allungare le mani. Già il

13 dicembre del 1914, con il pretesto di abolire gli ultimi diritti

sovrani della Sublime Porta sulla terra dei Faraoni, proclamava il

protettorato dell’Egitto. L’occupazione del 1882 era stata un atto

arbitrario e temerario, del quale l’Italia e la Francia onestamente e

saviamente non vollero essere complici; perchè mancava di ragione e

giustificazione, ed ebbe terribili conseguenze alla distanza di più

che trent’anni. Per quale ragione, nel 1914, la Turchia prendeva le

armi e scendeva in campo a fianco degli imperi centrali? Perchè l’altra

parte l’aveva costretta a questo passo, pericoloso per sè e funesto pel

mondo, con un seguito di minaccie e violenze, che incominciano appunto

con la occupazione dell’Egitto e terminano con la conquista della

Tripolitania. La Turchia incomincia a staccarsi dall’Inghilterra e ad

avvicinarsi alla Germania, dopochè, occupando l’Egitto, l’Inghilterra

si fu interposta tra essa e l’Africa mussulmana. Gli Inglesi furono nel

1882 troppo lesti di mano con il Nilo e l’Egitto; e perciò nel 1914 la

Turchia isolava la Russia dai suoi alleati, la precipitava nell’abisso,

e con la Russia avrebbe forse precipitato tutta la Intesa, se l’America

non accorreva al soccorso.

Gli uomini di Stato seminano vento e i popoli raccolgono tempesta.

L’Egitto è tanta parte del mondo mussulmano e del sistema mediterraneo,

che soltanto un imperialismo senza cervello poteva illudersi di

impadronirsene senza generare, presto o tardi, qualche enorme

disordine. Ma alla reazione degli eventi contro la sua prima violenza,

l’Inghilterra rispose ribadendo l’errore; proclamandosi protettrice di

un paese mussulmano che tollerava di mala voglia perfino la sovranità

nominale del Sultano di Costantinopoli; assumendo senza autorità

l’alto governo di un vasto paese, che non potrebbe reggere se non con

la forza. Ma di queste piccolezze nessuno si diede pensiero a Londra,

nel 1914. Il ferro e il fuoco dominavano allora la terra ed i mari.

Il mondo formicolava di soldati. La legge marziale impose all’Egitto

il protettorato, strappò alla gleba i coloni per arruolarli negli

eserciti, confiscò al «fellah» il cotone che aveva coltivato con il suo

sudore....

Ma alla fine la pace ritornò. L’Inghilterra si accorse allora che non

aveva alcuna autorità per installarsi in Egitto come erede dei Faraoni

e dei Tolomei: che non avrebbe potuto «proteggere» l’Egitto, se non

opprimendolo con centinaia di migliaia di soldati; e che questi soldati

non aveva. E allora, di mala voglia, si è a poco a poco incamminata

sulla via delle necessarie rinuncie....

Avrebbe dovuto accorgersi prima, che non possedeva nè l’autorità nè

la forza per governare l’Egitto, come potenza sovrana. La tragedia

della guerra e della pace sta tutta qui. Socialisti e imperialisti

hanno deriso insieme la «guerra liberatrice dei popoli» e «la pace

giusta e democratica»; hanno canzonato Wilson e coloro che lo hanno

preso sul serio; hanno detto che non c’è nulla di nuovo sotto il sole;

che anche questa guerra, come tutte le altre, doveva terminare con la

spogliazione e lo sterminio dei vinti. Eppure se coloro che bandirono

quelle formule, spesso le intesero confusamente, le spiegarono male

e confondendole si confusero essi stessi, essi balbettavano almeno

la verità vitale della guerra e della pace, chiusa agli ottenebrati

intelletti degli altri. Il mondo versa in tremenda confusione, perchè

non ha saputo estrarre questa verità da quelle formule confuse.

A quale mutamento soggiace l’ordine universale, per effetto del grande

cozzo dei popoli e degli imperi? Anche i meno chiaroveggenti lo vedono:

il mondo si sta spartendo tra un grande numero di stati medî. I grandi

imperi, o sono già stati distrutti come l’impero russo, l’impero turco,

l’impero austro-ungarico, o sono stati amputati e ritagliati come

l’impero tedesco, o vacillano, come l’impero inglese e il francese.

Francia e Inghilterra possono sperare di conservare ciò che possedevano

fuori di Europa prima della guerra, se useranno la necessaria prudenza;

ingrandirsi, no. La guerra le ha troppo indebolite.

«Il vincitore cadrà moribondo sul cadavere del vinto», dissi nel 1916.

Non occorreva virtù profetica, per indovinarlo; bastava avere occhi

e vedere. L’uomo di Stato può essere indifferente al bene e al male;

ma deve almeno capire e indovinare l’inevitabile. Invece i governi

dell’Intesa incominciano ad accorgersene appena adesso, dopo tre anni

di vaneggiamenti e litigi; leggono nel libro del destino, solo quando

la necessità li obbliga a compitarlo. Eppure l’avvenire è scritto

a lettere cubitali in quel libro, aperto a tutti. Non espansioni,

conquiste, nuove rivalità; ma o, come nel 1815, raccoglimento e

riconciliazione, o la rovina. L’Inghilterra cederà l’Egitto, sgombrerà

Costantinopoli, non si reggerà a lungo in Mesopotamia e in Palestina;

e Dio solo sa quel che l’aspetta in India. La Francia ha sgombrato la

Cilicia e non pare probabile che possa prender saldo piede in Siria,

tanto più che inglesi e francesi non sono riusciti ad andare d’accordo.

Molto incerto appare anche nell’Africa il destino delle più recenti

conquiste: Tripolitania e Marocco.

Il mondo si sta spezzettando in un grande numero di Stati di media

grandezza, distinti più o meno chiaramente e sicuramente secondo lo

spirito nazionale, retti da istituzioni elettive. L’êra dei grandi

imperi è finita. Quella condizione di cose per cui fu possibile ad

alcuni Stati europei, nel secolo XVIII e XIX, di raccogliere sotto il

loro dominio un grande numero di popoli e di territori, viene meno. Se

sarà bene o sarà male, si può discutere: ma è così. Sono queste le due

grandi realtà storiche, adombrate sotto le formule un po’ nebulose:

diritto dei popoli a governarsi e pace democratica. Gli imperialisti e

gli imperialismi arrivano in ritardo, come frutti fuori di stagione.

Non c’è ambizione, che possa resistere a questa forza dei fati e dei

fatti.

Alle grandi potenze superstiti dell’Europa — all’Italia, alla Francia,

all’Inghilterra, alla Germania — non resterebbe più che intendersi

per esercitare, aiutandoli, una certa autorità morale su questi nuovi

governi che sorgono, o sugli antichi che si rinnovano; per impedire

eccessi, sbalzi, scosse troppo violente; e per assicurare la pace e

la ricostruzione della fortuna universale. Questa è la sola politica

«realistica», a cui dovrebbe por mano la Lega delle Nazioni, il giorno

in cui scendesse dalle nuvole, dove amici e nemici l’hanno collocata.

Fuori di questo vero «realismo» non ci sarà per l’Europa che il

disordine, la violenza e la povertà.

IX.

L’imbroglio orientale (15 maggio 1922)

Nessuno cancro fu più difficile ad estirpare dalla chirurgia

diplomatica, che quello da cui oggi è rosa l’Europa: i recenti, non

imperialisti, ma chimerici trattati di pace. Se Stati e popoli sono

pronti a rifarli nelle parti di cui si lagnano, nessuno vuole che

siano toccati là dove gli assicurano — o sembrano assicurare — qualche

vantaggio o speranza, vera o illusoria. Pacificare il mondo, sì, tutti

vogliono — popoli e Stati: ma nessuno è poi capace per pacificarlo

davvero di fare un sacrificio serio e fecondo; tutti sperano anzi di

rifarsi nella Conferenza di Genova di molte delusioni passate, vere e

immaginarie.

La tragedia della pace · 第 8 / 14 段