magnificato, studiato la ricchezza. La ricchezza passa per essere la
cosa più positiva, solida, reale, che esista. Ed ecco che, tutto ad
un tratto, nessuno la sa più distinguere dalla povertà e riconoscere a
segni sicuri e stabili, in uno degli Stati più grandi del mondo e che,
fino a sette anni fa, passava per uno dei più ricchi.
Ogni tanto l’Europa rabbrividisce. Un grido di spavento si leva dalle
Borse, dalle Banche, dalle Gazzette, «La Germania sta per fallire; la
sua moneta è vilissima carta; il suo governo implora dai vincitori
una dilazione del riscatto, come lo scampo supremo dalla imminente
catastrofe». Ogni tanto giungono dalle città, un tempo così floride,
dell’impero, notizie di una miseria profonda, che rode le ossa e i
muscoli della nazione: le classi lavoratrici e la condizione media.
Senonchè nel tempo stesso l’Europa si domanda se per caso l’asse della
terra non si sarebbe spostato. Con la moneta ancora poco inquinata
e la finanza non del tutto a brandelli; con un immenso impero di
cui la vittoria ha arrotondato i confini, gli inglesi hanno sulle
braccia milioni di operai senza lavoro. Invece la Germania, sola
tra le grandi potenze manifatturiere, può oggi mantenere accesi
tutti i fuochi, far muovere tutti i telai. Essa ha già riconquistato
tutti i mercati, da cui la guerra l’aveva staccata, scacciandone i
concorrenti inglesi, americani e francesi; e già ricomparisce con navi
e commercio suo sugli Oceani, su cui l’Inghilterra si era illusa di
non ritrovarla per secoli. La flotta mercantile tedesca è la sola che
non marcisce nei porti, e tutti prevedono che sarà tra poco la prima,
se non per il numero bruto, per la giovinezza, per l’attività, per la
potenza. Perfino con la Russia i tedeschi sembrano avviare di nuovo
il commercio, e con profitto! Gli inglesi ci si erano provati, anche
essi; e non era certo la voglia che difettava loro. Lloyd George non
aveva forse dichiarato che «un popolo di mercanti non può aver troppi
pregiudizi?» Un imperatore romano non aveva già detto dell’oro _non
olet_ e gli inglesi non si vantano di essere i romani moderni? Ma il
desiderio è stato vano. Là dove essi hanno fallito, soli i tedeschi
sembrano riuscire.
L’Europa assistè ad una specie di risurrezione della Germania, che
sembra una sfida a tutte le leggi della ragione e della giustizia,
perchè segue una sconfitta rovinosa, una rivoluzione più rovinosa
ancora, e procede di passo con il fallimento dello Stato. Ebbi spesso
occasione, negli anni passati, di osservare che la guerra mondiale era
tutto un tragico groviglio di controsensi. Ma questa risurrezione del
vinto è l’ultimo, il più profondo ed arcano di quei controsensi; quello
che colpisce più fortemente la immaginazione dei popoli e turba con
una specie di sbigottimento mistico quel po’ di buon senso, che ancora
sopravvive nelle menti. Molti si domandano in cuor loro, con un certo
terrore, se la Germania non era nel vero, quando mosse alla guerra con
quelle dottrine, da sette anni oggetto di tante maledizioni ufficiali.
Altri si chiedono se non abbia fatto qualche patto con il Diavolo,
così caro ai suoi poeti e ai suoi filosofi; e conosciuto dal Diavolo
il segreto di cavar oro, fortuna e prosperità anche dalle catastrofi.
E non pochi spiano ogni suo atto e gesto, per veder se riesca loro di
scoprire questo segreto.
Ma il segreto non c’è. La Germania si è messa a lavorare con furore,
perchè è stata impoverita molto più che i suoi nemici dalla guerra.
Impoverimmo tutti durante la guerra; ma noi popoli dall’Intesa meno
della Germania, perchè facemmo guerra da signori, indebitandoci fra
noi, con i neutri di tutto il mondo e con gli Stati Uniti, limitando
quanto era possibile, sia pure a spese dell’avvenire, le privazioni.
Questo è oggi il vero, l’unico e semplice segreto della ricchezza e
della povertà in Europa.
Che la guerra abbia impoverito il mondo, tutti, più o meno, sono
persuasi. Molti, tuttavia, osservando che il danaro circola, che se
ne spende più di prima e che il mondo continua a camminare, almeno in
apparenza, come una volta, si domandano in che cosa consista questo
impoverimento; e se veramente è grande quanto si suppone. Cerchiamo di
rispondere a questi dubbi, e di chiarire come la guerra abbia distrutto
una parte della ricchezza comune.
L’ha distrutta con lo sterminio degli uomini e con la devastazione
dei territori. Ogni uomo che sa lavorare è un capitale, perchè ha
costato e perchè produce. Noi raccapricceremmo, se potessimo valutare
in denaro gli otto o dieci milioni di uomini che la guerra ha uccisi,
le devastazioni che hanno mutato in deserti tanti floridi territori.
La lista era già lunga nel 1918; bisogna ora aggiungere l’Asia Minore,
spopolata dai Greci e dai Turchi.
Ma la guerra non ha soltanto ucciso milioni di uomini e devastato
ricchi territori; ha anche sperperato immensi capitali. Prima della
guerra l’Europa e l’America consumavano ogni anno una parte di quello
che possedevano, non per soddisfare i propri bisogni ma per produrre
altri beni; per costruire fabbriche, per coltivare terre, per sfruttare
miniere, e via dicendo. Perciò la ricchezza totale cresceva ogni
anno. Dal 1914 al 1921 pochissimi capitali sono stati destinati alla
moltiplicazione dei beni che gli uomini consumano; i risparmi sono
stati quasi tutti, negli Stati più ricchi del mondo, inghiottiti
dalla guerra o dai disavanzi dei bilanci; non hanno dunque servito ad
accrescere il lavoro ma ad alimentare il consumo; ossia a permettere
a molte, a troppe persone di consumare più che non producessero. Da un
anno, per questo rispetto, si va un po’ meglio; ma il miglioramento è
lento. E quanti anni ci vorranno per recuperare il perduto!
Si aggiungano i paesi ormai esclusi dal giro degli scambi, come la
Russia, l’Austria, la Turchia. Si aggiungano gli impegni contratti dai
governi con i debiti di guerra, con le pensioni, con i risarcimenti. Si
aggiungano le imposte, il caos monetario e gli impacci del commercio,
moltiplicati dalla guerra e dalla pace. Questa lista delle cause che
spiegano la povertà presente del mondo, è già lunga. Ma non basta.
C’è ancora una complicazione, a cui troppo poco si bada, ma che è
di grandissima importanza, perchè esaspera la povertà comune. _La
ricchezza totale non è soltanto diminuita, ma è anche distribuita
in maniera diversa._ In tutti i paesi la guerra ha smisuratamente
arricchito un piccolo numero di persone e impoverito più o meno le
masse.
Quando la ricchezza totale aumenta, tutti possono arricchire, perchè
ognuno migliora il suo stato, attingendo a questa nuova ricchezza
aggiunta all’antica. La guerra invece arricchisce sempre un piccolo
numero di persone nel tempo stesso in cui, attirando a sè tutti i
capitali, impedisce che la ricchezza totale cresca, e, distruggendone
una parte, la diminuisce. Ma se la somma della ricchezza totale resta
uguale o diminuisce, un piccolo numero di persone non può arricchirsi
che impoverendo tutti gli altri. E questo è successo, più o meno,
dappertutto, dopo il 1914.
Così è accaduto che in tutti i paesi belligeranti, le classi medie
sono impoverite ed ora impoveriscono anche le moltitudini, mentre un
piccolo numero ha accumulato favolose fortune. Proprio come accadde
in tutta l’Europa durante le guerre della Rivoluzione e dell’Impero.
Ma in Germania questo sbilancio della fortuna tra i pochi arricchiti
e la massa impoverita è maggiore che nei paesi dell’Intesa, perchè noi
abbiamo in parte fatto la guerra col danaro del mondo. Dal 1914 al 1919
l’America e l’Inghilterra hanno guadagnato favolose ricchezze, vendendo
al mondo intero a caro prezzo le loro materie gregge, i loro manufatti,
i loro servizi. Con questi guadagni hanno pagato una parte delle
proprie spese di guerra e fatto i prestiti agli alleati: prestiti che
sono stati fino ad ora dei regali, perchè i debitori non hanno pagato
nessun frutto. C’è dunque stato durante la guerra, e per causa della
guerra, un trasporto di ingenti ricchezze da tutto il mondo nei paesi
dell’Intesa, per il quale una piccola minoranza ha potuto arricchirsi
senza troppo impoverire la massa.
Lo sbilancio apparisce invece in tutto il suo orrore nella Germania,
la quale ha dovuto far la guerra e sostenere gli alleati con la sua
sola sostanza; senza altro sussidio di ricchezze esterne fuorchè i
saccheggi dei territori invasi, il Belgio e gli altri. Questi saccheggi
le hanno fruttato, ma le hanno anche costato assai; e non si possono
paragonare ai vantaggi assicurati all’Intesa dal commercio mondiale
dell’Inghilterra e dell’America. E questa è la vera ragione per cui
la Germania è agli estremi. Sulla Germania corrono oggi due opinioni
contradditorie. C’è chi la dice prospera; e chi la vuole rovinata. Ma
tutte e due le affermazioni sono, in un certo senso, vere. Una parte
della Germania — industriali, banchieri, speculatori, proprietari
grandi e piccoli — si è favolosamente arricchita; la condizione media
e le classi operaie sono impoverite. Il rinvilio della moneta è stato
l’agente più attivo di questa rivoluzione economica.
Gli operai si sono meno impoveriti che le classi medie, perchè possono
difendersi meglio, ma anche per gli operai la prosperità del 1914 è
ormai un lontano ricordo. E questo è, secondo me, il grande spavento
e pericolo della Germania, che non dobbiamo mai perder di vista, se
vogliamo capire ciò che succede e ciò che purtroppo succederà tra poco
nell’antico impero degli Hohenzollern.
Parlavo, alcuni giorni fa, con un uomo politico, colto e intelligente,
il quale mi diceva di non capire come la Germania potesse esser
stremata, poichè non aveva debiti con l’estero. «Ma la ragione della
sua povertà è appunto questa — risposi. La Germania è rovinata, perchè
ha dovuto far tutta la guerra con le sue sostanze, e non ha potuto far
debiti fuori. Chi fa un debito, finchè non lo paga, arricchisce. Quello
che ci ha salvati, sinora, noi dell’Intesa, son questi debiti. In parte
noi abbiamo fatto la guerra con il danaro altrui».
Singolare paradosso da aggiungere agli altri! I debiti sono oggi la
nostra vera ricchezza.
Ma sotto questa luce si vede subito quanto è vitale la questione nei
debiti, che tanti trattano così leggermente!
VII.
I debiti (16 maggio 1922)
In che consiste la vera questione dei debiti? Ci è facile di rispondere
ora che sappiamo come la guerra ha impoverito il mondo.
Indebitati siamo tutti, più o meno, in Europa. Vinti e vincitori siamo
tutti imprigionati in una intricatissima rete di crediti e debiti, il
cui capo è di là dell’Atlantico nelle mani dell’America, creditrice
di tutti. Di fronte agli Stati Uniti, che non hanno debiti ma crediti
soltanto, e in tutto il mondo, si allineano la Russia, la Germania,
l’Austria, l’Ungheria e la Bulgaria, che sono soltanto debitrici.
In mezzo stanno l’Inghilterra, la Francia, l’Italia, il Belgio, la
Rumenia, la Serbia, il Portogallo, che sono a volta a volta creditrici
e debitrici: tra loro, con l’America, con gli altri Stati vinti.
Quale è la dottrina dell’America, creditrice universale? Che i debiti
devono essere pagati. Ma a questa dottrina, gli Stati, che hanno debiti
soltanto, oppongono di non potere. Gli Stati intermedi, creditori e
debitori ad un tempo, inclinano a professare una dottrina a doppia
faccia: aver diritto di riscuotere interi i crediti, ma non poter
pagare i debiti. Come raccapezzarsi, ai piedi di questa nuova Babele?
Che tutti gli impegni — debiti antichi, debiti di guerra, riparazioni —
_dovrebbero_ essere mantenuti, è ovvio. Uno Stato, che promette e non
mantiene, compie un atto ostile, perchè defrauda lo Stato contraente
del suo diritto. Che fiducia e quale Spirito di intesa può regnare tra
Stati, i quali minacciano tra i denti l’uno all’altro di distruggere le
tavole su cui scrissero d’accordo i diritti e i doveri reciproci?
Un impegno è un impegno, se non è un pezzo di carta. Ma se è vero che
i debiti _dovrebbero_ essere pagati, è anche vero, purtroppo, che a
pagarli c’è un impedimento quasi insuperabile in ogni paese; quello
sbilancio delle fortune, quell’impoverimento del maggior numero,
quell’arricchimento di pochi che è stato di tutti i frutti della guerra
il più amaro.
Soltanto le classi più numerose possono alimentare di somme ingenti gli
erari. Sulle classi più numerose vivevano prima della guerra i grandi
Stati. Ma chi può pensare che il popolo e le classi medie stremate
dalla guerra potrebbero oggi provvedere allo Stato le immense somme,
con cui ognuno potrebbe liberarsi?
La Germania per esempio: affinchè la Germania mantenesse gli impegni
del trattato, occorrerebbe un governo così forte, da potere estorcere
alle classi medie e alle moltitudini, senza compenso, per trenta o
quaranta anni, la somma di lavoro, necessaria a rifare in Francia
e altrove quanto gli eserciti hanno distrutto. Senonchè anche in
Germania, ora che la monarchia è caduta, il governo è creatura del
suffragio universalissimo, cosa propria di quelle classi medie e
popolari, che dovrebbe spremere sino alle ossa. Il suffragio universale
dovrebbe creare un governo, il quale lo riducesse dalla povertà in
cui è ora alla disperazione; essere, come un asceta di altri tempi, il
proprio tormentatore e flagellatore! Chi crederà che ciò sia possibile?
L’Italia non è stata impoverita dalla guerra, quanto la Germania
e l’Austria; perchè essa non è stata costretta a nutrire la guerra
soltanto con la propria sostanza; e ha potuto in parte alimentarla con
il credito altrui. Quei venti miliardi di oro, che l’Italia deve alla
Francia, all’Inghilterra, all’America, colmano la differenza tra la sua
discreta agiatezza e la povertà della Germania o dell’Austria. Ma se
noi dovessimo restituire quelle somme dovremmo spolparci e diventare,
come l’Austria, scheletri ambulanti. Gli Absburgo hanno potuto, durante
la guerra, ridurre il loro impero pelle e ossa: ma sono caduti proprio
per questa ragione. Nessun governo potrebbe ripetere questa crudele
operazione, in Italia ed in tempo di pace. Il governo che la tentasse
non arriverebbe al terzo giorno.
Per uscire da questa stretta mortale, non si vede che un mezzo: non
già le _tabulae novae_, la cancellazione, ma una riduzione generale
di tutti i debiti: russi, tedeschi, austriaci, ungheresi, bulgari,
francesi, italiani e via dicendo. Bisognerebbe che i creditori
acconsentissero di buon grado a ridurre i propri diritti alla misura
del possibile; e che i debitori si accingessero sul serio a mantenere
gli impegni così ridotti, riconoscendoli sacri. La America, che
riceverebbe il danno maggiore da questa riduzione universale, dovrebbe
ricevere compensi d’ordine politico.
Sarà possibile un atto di così generosa saggezza? Io non lo so.
Ma mi pare manifesto che, senza questo accordo, non ci sia modo di
sfuggire ad una frantumazione morale dell’Europa, ancora più atroce
del disordine, che oggi imperversa. Il fallimento universale, di cui
gli Stati si minacciano a vicenda, lascerebbe dietro sè rancori e
diffidenze implacabili, poichè tutti i popoli si crederebbero vittime,
i creditori spogliati come i debitori insolventi. Il diritto, in
nome del quale i creditori denuncerebbero la frode subìta, sarebbe
incriminato dai debitori come una mostruosa sopraffazione.
VIII.
I trionfi dell’imperialismo europeo: l’indipendenza dell’Egitto (23
marzo 1922)
Per quanto il proposito di eludere il principio nelle eccezioni
provvisorie sia manifesto, non è cosa di poco rilievo che l’Inghilterra
si rassegni a riconoscere l’indipendenza dell’Egitto. Gli artigli
incominciano ad aprirsi. Il tempo farà giustizia delle riserve mentali
e dei tranelli diplomatici.
La formula, che può definire la guerra dell’Intesa, si trova già nella
Somma di S. Tommaso. Fu una guerra combattuta «per una causa giusta
ma con prava intenzione». Le grandi potenze dell’Intesa volevano la
pace, perchè della guerra avevano troppa paura, e se fosse dipeso
dalla volontà loro, le armi sarebbero rimaste appese alla parete.
Assalite con perfidia e all’improvviso, corsero a staccarle con il
solo proposito di difendere la propria vita. Ma poi, quando videro che
erano in molti, e in forze, e in grado di aver ragione del nemico, si
lasciarono tentare dalla gola di fare qualche «buon colpo». L’occasione
pareva di quelle che non tornano due volte in un secolo. La prava
intenzione entrò nella giusta causa, come un baco in un bel frutto
intatto.
L’Inghilterra fu la prima e la più audace ad allungare le mani. Già il
13 dicembre del 1914, con il pretesto di abolire gli ultimi diritti
sovrani della Sublime Porta sulla terra dei Faraoni, proclamava il
protettorato dell’Egitto. L’occupazione del 1882 era stata un atto
arbitrario e temerario, del quale l’Italia e la Francia onestamente e
saviamente non vollero essere complici; perchè mancava di ragione e
giustificazione, ed ebbe terribili conseguenze alla distanza di più
che trent’anni. Per quale ragione, nel 1914, la Turchia prendeva le
armi e scendeva in campo a fianco degli imperi centrali? Perchè l’altra
parte l’aveva costretta a questo passo, pericoloso per sè e funesto pel
mondo, con un seguito di minaccie e violenze, che incominciano appunto
con la occupazione dell’Egitto e terminano con la conquista della
Tripolitania. La Turchia incomincia a staccarsi dall’Inghilterra e ad
avvicinarsi alla Germania, dopochè, occupando l’Egitto, l’Inghilterra
si fu interposta tra essa e l’Africa mussulmana. Gli Inglesi furono nel
1882 troppo lesti di mano con il Nilo e l’Egitto; e perciò nel 1914 la
Turchia isolava la Russia dai suoi alleati, la precipitava nell’abisso,
e con la Russia avrebbe forse precipitato tutta la Intesa, se l’America
non accorreva al soccorso.
Gli uomini di Stato seminano vento e i popoli raccolgono tempesta.
L’Egitto è tanta parte del mondo mussulmano e del sistema mediterraneo,
che soltanto un imperialismo senza cervello poteva illudersi di
impadronirsene senza generare, presto o tardi, qualche enorme
disordine. Ma alla reazione degli eventi contro la sua prima violenza,
l’Inghilterra rispose ribadendo l’errore; proclamandosi protettrice di
un paese mussulmano che tollerava di mala voglia perfino la sovranità
nominale del Sultano di Costantinopoli; assumendo senza autorità
l’alto governo di un vasto paese, che non potrebbe reggere se non con
la forza. Ma di queste piccolezze nessuno si diede pensiero a Londra,
nel 1914. Il ferro e il fuoco dominavano allora la terra ed i mari.
Il mondo formicolava di soldati. La legge marziale impose all’Egitto
il protettorato, strappò alla gleba i coloni per arruolarli negli
eserciti, confiscò al «fellah» il cotone che aveva coltivato con il suo
sudore....
Ma alla fine la pace ritornò. L’Inghilterra si accorse allora che non
aveva alcuna autorità per installarsi in Egitto come erede dei Faraoni
e dei Tolomei: che non avrebbe potuto «proteggere» l’Egitto, se non
opprimendolo con centinaia di migliaia di soldati; e che questi soldati
non aveva. E allora, di mala voglia, si è a poco a poco incamminata
sulla via delle necessarie rinuncie....
Avrebbe dovuto accorgersi prima, che non possedeva nè l’autorità nè
la forza per governare l’Egitto, come potenza sovrana. La tragedia
della guerra e della pace sta tutta qui. Socialisti e imperialisti
hanno deriso insieme la «guerra liberatrice dei popoli» e «la pace
giusta e democratica»; hanno canzonato Wilson e coloro che lo hanno
preso sul serio; hanno detto che non c’è nulla di nuovo sotto il sole;
che anche questa guerra, come tutte le altre, doveva terminare con la
spogliazione e lo sterminio dei vinti. Eppure se coloro che bandirono
quelle formule, spesso le intesero confusamente, le spiegarono male
e confondendole si confusero essi stessi, essi balbettavano almeno
la verità vitale della guerra e della pace, chiusa agli ottenebrati
intelletti degli altri. Il mondo versa in tremenda confusione, perchè
non ha saputo estrarre questa verità da quelle formule confuse.
A quale mutamento soggiace l’ordine universale, per effetto del grande
cozzo dei popoli e degli imperi? Anche i meno chiaroveggenti lo vedono:
il mondo si sta spartendo tra un grande numero di stati medî. I grandi
imperi, o sono già stati distrutti come l’impero russo, l’impero turco,
l’impero austro-ungarico, o sono stati amputati e ritagliati come
l’impero tedesco, o vacillano, come l’impero inglese e il francese.
Francia e Inghilterra possono sperare di conservare ciò che possedevano
fuori di Europa prima della guerra, se useranno la necessaria prudenza;
ingrandirsi, no. La guerra le ha troppo indebolite.
«Il vincitore cadrà moribondo sul cadavere del vinto», dissi nel 1916.
Non occorreva virtù profetica, per indovinarlo; bastava avere occhi
e vedere. L’uomo di Stato può essere indifferente al bene e al male;
ma deve almeno capire e indovinare l’inevitabile. Invece i governi
dell’Intesa incominciano ad accorgersene appena adesso, dopo tre anni
di vaneggiamenti e litigi; leggono nel libro del destino, solo quando
la necessità li obbliga a compitarlo. Eppure l’avvenire è scritto
a lettere cubitali in quel libro, aperto a tutti. Non espansioni,
conquiste, nuove rivalità; ma o, come nel 1815, raccoglimento e
riconciliazione, o la rovina. L’Inghilterra cederà l’Egitto, sgombrerà
Costantinopoli, non si reggerà a lungo in Mesopotamia e in Palestina;
e Dio solo sa quel che l’aspetta in India. La Francia ha sgombrato la
Cilicia e non pare probabile che possa prender saldo piede in Siria,
tanto più che inglesi e francesi non sono riusciti ad andare d’accordo.
Molto incerto appare anche nell’Africa il destino delle più recenti
conquiste: Tripolitania e Marocco.
Il mondo si sta spezzettando in un grande numero di Stati di media
grandezza, distinti più o meno chiaramente e sicuramente secondo lo
spirito nazionale, retti da istituzioni elettive. L’êra dei grandi
imperi è finita. Quella condizione di cose per cui fu possibile ad
alcuni Stati europei, nel secolo XVIII e XIX, di raccogliere sotto il
loro dominio un grande numero di popoli e di territori, viene meno. Se
sarà bene o sarà male, si può discutere: ma è così. Sono queste le due
grandi realtà storiche, adombrate sotto le formule un po’ nebulose:
diritto dei popoli a governarsi e pace democratica. Gli imperialisti e
gli imperialismi arrivano in ritardo, come frutti fuori di stagione.
Non c’è ambizione, che possa resistere a questa forza dei fati e dei
fatti.
Alle grandi potenze superstiti dell’Europa — all’Italia, alla Francia,
all’Inghilterra, alla Germania — non resterebbe più che intendersi
per esercitare, aiutandoli, una certa autorità morale su questi nuovi
governi che sorgono, o sugli antichi che si rinnovano; per impedire
eccessi, sbalzi, scosse troppo violente; e per assicurare la pace e
la ricostruzione della fortuna universale. Questa è la sola politica
«realistica», a cui dovrebbe por mano la Lega delle Nazioni, il giorno
in cui scendesse dalle nuvole, dove amici e nemici l’hanno collocata.
Fuori di questo vero «realismo» non ci sarà per l’Europa che il
disordine, la violenza e la povertà.
IX.
L’imbroglio orientale (15 maggio 1922)
Nessuno cancro fu più difficile ad estirpare dalla chirurgia
diplomatica, che quello da cui oggi è rosa l’Europa: i recenti, non
imperialisti, ma chimerici trattati di pace. Se Stati e popoli sono
pronti a rifarli nelle parti di cui si lagnano, nessuno vuole che
siano toccati là dove gli assicurano — o sembrano assicurare — qualche
vantaggio o speranza, vera o illusoria. Pacificare il mondo, sì, tutti
vogliono — popoli e Stati: ma nessuno è poi capace per pacificarlo
davvero di fare un sacrificio serio e fecondo; tutti sperano anzi di
rifarsi nella Conferenza di Genova di molte delusioni passate, vere e
immaginarie.