numero e per reputazione la flotta inglese. Ma le cresceva accanto la
flotta tedesca, più piccola, tutta nuova, tutto ardore e impazienza
di mostrare quel che sapeva fare; e sapeva — al Jutland si vide
— manovrare e tirare meglio dell’inglese. Venivano poi la armata
americana, poderosa per numero di navi e potenza d’armi; la francese,
un po’ invecchiata e di crescita lenta, ma illustre per tradizioni
e memorie, forte di navi magnifiche e condotta da ufficiali valenti;
l’italiana, giovane, un po’ ineguale, ma plastica e di forza crescente;
la russa, ferita dalla sconfitta recente e in convalescenza;
l’austriaca, piccola ma saldamente annidata nell’Adriatico.
Nell’Estremo Oriente la cadetta della famiglia, ma già celebre e
ammirata per le prodezze compiute nell’ultima guerra: la flotta
giapponese.
Tutte queste armate si facevano allora equilibrio con il solo
mostrarsi, nella sottintesa volontà comune a tutti i popoli di
rispettare il mare come la grande via del genere umano, e di non
intralciare l’accesso alle terre, se non con un protezionismo ancora
blando, non universale, e quasi dappertutto temperato da trattati
di commercio. Che nei libri dei giureconsulti e negli archivi dei
ministeri sonnecchiasse un diritto di guerra sul mare barbaro e
corsaro, chi lo sapeva? Il mondo viveva beato nella sicurezza di
tutti i suoi mari, finalmente esplorati in ogni più recondito seno,
finalmente purgati dagli ultimi avanzi della pirateria, liberi
finalmente e aperti a tutti i popoli laboriosi.
Che resta di questo bell’ordine, meraviglia dell’ultimo secolo? Tre di
queste flotte sono sparite in fondo al mare: la tedesca, l’austriaca,
la russa. Due — la francese e l’italiana — vegeteranno per molti
anni, scarseggiando il denaro a mantenerle. Scomparse o declinanti
le altre armate, l’Inghilterra è ormai padrona dell’Atlantico e del
Mediterraneo, il Giappone del Pacifico. L’armata inglese sarà anch’essa
costretta, per economia, a rimpicciolirsi, ma senza danno, perchè
resterà più forte dei rivali che nel 1914, alcuni di questi essendo
morti, gli altri feriti. Il Giappone invece è diventato in questi sette
anni un colosso dei mari. Arricchito dalla guerra mondiale e liberato
dalla rivalità della Russia, giganteggia nell’Estremo Oriente come il
campione dell’Asia contro i barbari dell’Occidente.
L’equilibrio delle forze è rotto sui mari; e con l’equilibrio delle
forze qualunque nozione di diritto. Nessuna dottrina o tradizione,
nessun trattato o pezzo di carta tenta neppure più di definire, nonchè
di garantire, i diritti che i più deboli potrebbero vantare contro
i più forti sui mari. La libertà dei mari, di cui godevamo prima del
1914, era uno stato di fatto, mantenuto dall’equilibrio e dal consenso;
e perciò vacilla ora che, venuto meno l’equilibrio delle forze, non
si sa più se il consenso sussista ancora. Se l’Inghilterra, _per il
momento_, non sembra voler abusare della sua forza, il Giappone è un
enigma. Il Congresso di Parigi, infuriato a disputarsi i brandelli
dell’Europa, ha lasciato il Giappone e l’Inghilterra impadronirsi dei
mari senza condizioni, restrizioni e servitù, in tempi in cui un furore
selvaggio di prepotenza agita tutti gli Stati, e il mondo sembra voler
ripiombare in un secondo Medio Evo, irto di monopolî e di pedaggi.
Ha lasciato: o piuttosto, avrebbe lasciato, se non ci fosse stata
l’America. Gli Stati Uniti sono ancora in grado di varare una flotta
pari all’inglese; e perciò possono assumersi il compito di chiarire se
il tridente di Nettuno sia un gingillo, da borseggiare nelle sale di
un congresso diplomatico, approfittando della distrazione degli altri
Stati.
Gli Stati Uniti non furono delusi dalla guerra meno che i grandi
Stati europei. Cadute la Russia e la Germania, indebolite la Francia
e l’Italia, mutato in un odio e in un sospetto universale quel tacito
consenso dei popoli, che era la legge non scritta dei mari, l’America
s’è trovata, a guerra finita, minacciata sui due fianchi.
In fondo ai due Oceani, che ne bagnano le coste e che sono le sue
porte sul mondo, stanno ora le due potenze egemoni del mare. Che esse
vogliano abusare della loro forza, non è provato: ma quali garanzie
offre il futuro? Chi potrebbe, per esempio, impedire domani al
Giappone, alleato con l’Inghilterra, di tentar di fare della Cina una
colonia? La Russia per il momento è in catalessi.
Molte cose, intorno a cui l’Europa farnetica assai, si spiegano se non
si dimenticano questi fatti. Si spiega che gli Stati Uniti abbiano
stracciato il trattato di Versailles, il quale imponeva loro grandi
obblighi e non riconosceva nessun diritto. Si spiega che vogliano
varare una grande armata. Si spiega che esigano i loro crediti di
guerra. Si spiega che convochino la conferenza di Washington. Non si
spiega invece — o si spiega come una contraddizione dei tempi babelici
— che vogliano fare di Panama un passaggio americano privilegiato:
pericoloso esempio, che l’Inghilterra potrebbe ritorcere contro gli
Stati Uniti.
La Conferenza di Washington, massime se l’America, come si dice,
tenterà di indurre le potenze ad un accordo, che apra a tutti
egualmente le porte della Cina e che limiti gli armamenti navali,
tenterà dunque per la prima volta di strappare gli Oceani a
quell’anarchia della forza, a cui il Congresso di Parigi li ha
abbandonati. Le potenze navali minori, quelle minacciate più seriamente
dalla presente anarchia, provvederanno al proprio interesse aiutando
l’America, perchè se la Conferenza non riescisse in questo suo
compito, non resterebbe a queste potenze minori, che lasciare la gara
degli armamenti infuriare tra i due colossi superstiti sino al cozzo
definitivo; e cercare allora che questo termini con la distruzione del
più forte e l’irrimediabile spossamento del più debole. Se spesso la
saggezza è impotente, qualche volta l’impotenza è saggia.
III.
Guerra e pace al Congresso di Washington (20 novembre 1921)
Per trent’anni la pace fu la più solenne tra le imposture ufficiali.
Ogni Stato era solito dichiararsi pronto a disarmare, se gli altri
avessero dato l’esempio; e siccome tutti aspettavano che qualcun altro
incominciasse, nessuno si muoveva. Non si potrà negare agli Stati
Uniti il merito di aver rotto questa tacita cospirazione di pravi
intendimenti e di aver preso le altre potenze in parola, dicendo loro:
«se davvero siete disposte a limitare gli armamenti, purchè una grande
potenza prenda l’iniziativa, son qua io. Eccomi pronta».
Dopo tante promesse, dopo tante menzogne, dopo tanti sofistici
contorcimenti, questa rude e quasi brutale franchezza è un ristoro. Gli
Stati Uniti hanno fatto quello che la Francia, l’Inghilterra, l’Italia
avrebbero dovuto fare a Parigi due anni fa. Hanno posto al mondo il
quesito, se vuol la pace o la guerra, se vuol rinascere o dissolversi;
hanno messo il mondo a confronto con la propria coscienza; gli hanno
intimato di uscire dalla torbida contraddizione, in cui si logora da
tanti anni, preparando la guerra mentre dice che vuole la pace.
Il merito è grande. Ma grande è pure la responsabilità. La prova
è ardua per gli Stati Uniti non meno che per gli altri Stati. Che
benedizione sarà, per l’intero universo, se il tentativo riesce, anche
soltanto in parte. Ma se non riesce?
Al quesito, posto così rudemente dall’America: «volete la pace o la
guerra?», tutti gli Stati hanno risposto: «la pace». Quale avrebbe
osato rispondere: «la guerra?» Ma non lasciamoci illudere dalla
unanimità di queste risposte. Il mondo non farà senza disperate
resistenze l’esame di coscienza e la scelta, a cui l’America lo sforza
con così categorico invito. La proposta americana non ha trovato e
non troverà innanzi a sè che sorrisi, inchini e vie cosparse di fiori!
Nessuno oserà affrontarla a viso aperto. Ma attenta alla spalle! Quante
insidie la minacceranno nei particolari tecnici, nelle applicazioni
pratiche, nelle commissioni segrete!
Quelli che mi fanno paura sono i «periti», gli «esperti», i «tecnici»,
che gli uomini di Stato hanno condotti a Washington in tanto numero.
Che curioso personaggio, l’«esperto», della guerra mondiale! È quasi
sempre un uomo oscuro e ignoto, pescato in fondo a qualche pubblico
ufficio, il quale in virtù di una competenza indefinibile dovrebbe
sapere tutte le cose, che nessun altro sa, anche le più difficili
e oscure. Come sarebbe: quali siano i giusti confini tra due Stati,
che non esistono ancora; o quali i necessari armamenti di due Stati,
che non sanno se sono amici o nemici. A Parigi gli «esperti» furono i
piloti nascosti che condussero a rompersi su scogli invisibili molti
buoni propositi.
In verità sono una delle tante imposture moderne: compiacenti
prestanome, dietro i quali gli uomini di Stato, con il pretesto
della competenza tecnica, mettono in salvo la propria responsabilità.
Confini e armamenti sono materie che appartengono non ai professori
di statistica e di geografia, o agli ufficiali di terra e di mare, ma
alla grande arte di governo, in cui l’uomo di Stato deve essere solo
esperto, perito, competente e maestro, con piena responsabilità. Se
avessimo uomini veri di Stato, essi creerebbero dalla propria mente
i principî direttivi della limitazione degli armamenti, consultando
gli uomini dell’arte militare soltanto per i particolari e per
l’applicazione. Con uomini come quelli che oggi reggono tanti governi,
deboli, incerti, poco autorevoli, gli «esperti» possono diventare
gli occulti e irresponsabili sicari, che strozzeranno al buio, con i
sofismi e gli egoismi della propria arte limitata, un’idea di valore
universale.
Nè la tecnica è il solo pericolo. Non si potranno limitare gli
armamenti, se non si freneranno le cupidigie e le ambizioni che si
appiattano dietro le armi e che le muovono. Un disarmo parziale suppone
una parziale pacificazione; e perciò richiede che almeno alcune tra
le maggiori discordie, da cui i popoli sono oggi fatti l’uno all’altro
nemici, siano composte con una transazione, che accontenti per qualche
tempo tutte le parti. La Conferenza sarà dunque costretta a tentare di
comporre le discordie e le rivalità di maggior momento: compito arduo,
nel quale i nemici occulti della pace cercheranno di colpire a morte il
piano della limitazione degli armamenti.
I popoli vogliono la pace, ma non sempre ne sanno il prezzo, o
son disposti a pagarlo. Facilmente si accendono per rivalità e per
interessi, che un giorno o l’altro li obbligheranno alle armi, quando
meno se lo aspetteranno e quando sarà troppo tardi. Dalla rivoluzione
francese in poi tutti i macchinatori di guerre hanno approfittato
di questa debolezza dei popoli, per sforzarli a combattere. Ne hanno
approfittato a Parigi, per deludere l’universale desiderio di pace; e
ne approfitteranno per far fallire anche il Congresso di Washington!
È necessario dunque che l’opinione di tutti i paesi vigili; perchè
molti tentativi saranno fatti per ingannare anche a Washington «lo
spirito del mondo». La stretta è forse decisiva; perchè chi potrebbe
prevedere gli effetti di una seconda delusione, che seguisse quella di
Parigi?
In Europa la disperazione si impadronisce dello spirito pubblico, in
tutti i paesi. Pur sapendo che se gli Stati non conchiudono almeno una
tregua di mezzo secolo, nessuno potrà sfuggire ad una ruina totale, i
popoli hanno quasi perduto la speranza che questa tregua salvatrice si
possa mai stringere. Se dopo Parigi, anche Washington dovesse fallire,
la disperazione diventerebbe irrimediabile. Gli odî e i sospetti tra
gli antichi alleati, già così grandi, divamperebbero irrefrenabili.
Nulla esaspera più che un tentativo fallito di pacificazione. O la
conferenza di Washington riuscirà ad assestare un po’ le cose del
mondo, o sprofonderemo nell’anarchia e nel disordine per generazioni.
Sarebbe puerile imaginare che Washington possa comporre tutte le
discordie, che oggi aizzano gli uni contro gli altri i popoli. Ma avrà
fatto poco meno di un miracolo, se riuscirà a comporre alcune di queste
discordie, _perchè avrà mostrato con i fatti all’universale scetticismo
che il comporle non è impossibile_. Indicibile sarà il conforto
che questa rinascente fiducia infonderà nello spirito del mondo,
oggi sgomento. Riconfortato, lo spirito del mondo che oggi sta per
abbandonarsi disperato alla minacciosa oscurità del destino, ritroverà
la forza di provvedere alla propria salvezza. In ogni impresa, il
difficile è cominciare.
Siano i popoli questa volta, più attenti, più chiaroveggenti, più
fiduciosi, che non durante il Congresso di Parigi. È il solo consiglio,
che sembri quadrare con la realtà, sulle soglie della nuova Conferenza,
nell’imminenza della seconda prova.
IV.
Concatenazione (3 dicembre 1921)
Il proposito del presidente Harding di circonscrivere le discussioni è
già stato in parte deluso. La terra e il mare, l’Oriente e l’Occidente
sono così legati, che da tre settimane le discussioni di Washington si
svolgono attive e feconde solo quando si allargano, mentre quelle che
non si allargano si spengono.
È apparso subito chiaro che non si potevano bilanciare secondo una
certa proporzione le tre maggiori armate del mondo, lasciando fuori del
conto le due minori: Francia e Italia. Ma come fissare una proporzione
tra le due flotte minori e le maggiori, e tra l’una e l’altra delle
due flotte minori senza pesare almeno i maggiori interessi inclusi
in quella che si suole chiamare la politica mediterranea? Francia e
Italia sono potenze continentali. Le armate navali e gli eserciti di
terra sono i due bracci della loro difesa. Se nell’Estremo Oriente la
necessaria potenza delle flotte dipende in parte dalla Cina, dalle sue
rivoluzioni, dalla politica che le potenze vogliono seguire nel vasto
impero di mezzo, nel Mediterraneo dipende in parte anche dall’assetto
del continente europeo. Per questa sola concatenazione, la questione
dei mari tende ad allargarsi fino ad abbracciare mezza la terra. Ma non
è la sola.
Si è discusso e si discute assai, a Washington, dei sottomarini.
Ma le sorti dei sottomarini sono legate al diritto di blocco e
al contrabbando di guerra. Sinchè l’Inghilterra non rinuncierà a
dichiarare contrabbando di guerra tutto ciò che le piace, e al diritto
di fare morire di fame i suoi nemici, che hanno bisogno del mare per
nutrirsi, nessun popolo potrà gettar via quest’arma.
Il sottomarino è la fionda di David nel duello contro il Golia dei
mari. I tedeschi l’hanno infamato, distruggendo le navi invece di
catturarle; ma hanno ricorso a questo odioso procedimento, perchè
i loro porti erano troppo distanti dai mari dove operavano. Nel
Mediterraneo i sottomarini potrebbero far la guerra di corsa come gli
incrociatori, catturando e rimorchiando nei porti le navi mercantili
del nemico, in regola con la coscienza del mondo.
Sembra che la discussione intorno agli armamenti terrestri si sia già o
stia per arenarsi a Washington, nonostante gli sforzi della delegazione
inglese e della delegazione italiana. Chi può meravigliarsene? Armi e
trattati di pace sono legati tra loro in Europa. Dei trattati conchiusi
nel 1919 e nel 1920 alcune parti di maggiore importanza non si reggono,
se non perchè sono puntellate da parecchi milioni di baionette.
L’Ungheria e la Bulgaria stanno ferme, solo perchè strette in una
cerchia di ferro. Il trattato di Sèvres è un pezzo di carta, perchè
l’Intesa non ha le forze per imporlo. Limitare l’esercito francese e
voler piegare la Germania sotto il mezzo protettorato del trattato di
Versailles, è un controsenso.
Il Briand ha fatto al Congresso una pittura della Germania, che
all’ingrosso è fedele. La Germania si chiude in un odio torvo che,
se è impotente per ora, è già una tacita sfida ai vincitori. È quindi
probabile che un parziale disarmo della Francia accrescerebbe piuttosto
il coraggio di questo odio che non ne addolcirebbe il furore. Ma se la
tesi ufficiale della Francia si ferma qui, un osservatore imparziale
deve procedere oltre e chiedersi per quale ragione la Germania, che
pure anch’essa ha tanto bisogno di pace, ritorna a desiderar nel
fondo del cuore la guerra. La risposta è sicura: perchè nel trattato
di Versailles sono scritte alcune condizioni così umilianti, che
nessuna grande potenza accetterà mai, anche se possa essere costretta
per qualche tempo a subirle da una forza soverchiante. I posteri
stupiranno, che uomini di Stato si sieno illusi di poter fare della
Germania un Marocco europeo, senza condannare l’Europa alla guerra
perpetua.
Un Congresso, che non possa o non voglia considerare nel suo insieme lo
stato presente dell’Europa tutta, potrà soltanto sfiorare la questione
degli armamenti.
Si direbbe che l’universo intero prema alle porte del Congresso di
Washington, per invaderlo con tutti i suoi disordini, le sue furie,
i suoi dolori, i suoi feroci egoismi; e che nella angusta sala in
cui si radunano, gli uomini del Congresso facciano forza alla porta,
perchè resista alla spinta. Il giorno in cui la porta si spalancasse
e l’Universo irrompesse con il suo terribile corteo, gli uomini del
Congresso dovrebbero fuggire saltando dalle finestre!
Si ricasca in quel tormento che non dà pace agli uomini dal giorno
in cui la guerra è cominciata. Il mondo è diventato troppo grande,
troppo complesso, troppo difficile, per la mente degli uomini, che
devono governarlo. La creatura è confusa dalla enormità della propria
creazione; e si perde in piccoli vaneggiamenti. Che cosa fu il
Congresso di Parigi, se non la tragica frantumazione e dispersione di
un pensiero universale? Si doveva rifare il mondo; ma l’Inghilterra
era ipnotizzata da pochi pozzi di petrolio, la Francia dal Reno,
l’Italia da Fiume. Spaventato dalla grandezza del mondo e dei compiti
che nel mondo lo aspettano, lo spirito della civiltà occidentale
corre a rifugiarsi in se medesimo, facendosi piccino piccino. Quanto
siamo lontani dal pensiero sintetico e costruttivo, che regnò nel
Congresso di Vienna! Di qui l’universale trionfo, proprio quando
più necessiterebbero le grandi menti, di tanti piccoli sofisti e di
tanti piccoli rètori: i primi, abilissimi nel rimpicciolire le cose
grandi, i secondi nell’ingrandire le piccole, e gli uni e gli altri nel
confondere, illudere, ingannare insieme lo spirito pubblico.
V.
La Germania e il suo riscatto (17 marzo 1921)
Non mi ero ingannato.
Il nodo delle indennità tedesche è peggio che un nodo gordiano, perchè
non può essere nè sciolto nè tagliato. È inutile tormentare tabelle,
numeri e cifre per sapere se la Germania possa o non possa pagare: gli
oracoli matematici non rispondono della volontà dell’uomo. La Germania
non vuole pagare; il popolo tedesco tutto quanto, dai contadini e dagli
artigiani ai magnati dell’industria e della finanza, non vuole espiare
la guerra mondiale con mezzo secolo di lavori forzati. I vincitori
si trovano alle prese non con le arti e gli accorgimenti volpini d’un
governo; ma con la chiara, risoluta, brutale volontà di un popolo. Non
pago! Hanno essi il mezzo di piegarla?
Nel governo tedesco, che dovrebbe essere il collettore del riscatto,
gli Alleati non hanno trovato e non troveranno che un’invincibile
malavoglia, figlia di un deliberato proposito e di una reale impotenza.
Rovesciata la monarchia ereditaria, il governo tedesco deriva oggi
i suoi poteri, la sua autorità, la sua legittimità dal suffragio
universalissimo. La repubblica tedesca sarà, se volete, un’impostura
in tutto il resto; in questo no. L’unico appoggio su cui può far leva,
per agire, è la volontà del popolo, vera o supposta, espressa dal
suffragio universale. Ma poichè il popolo tedesco non vuol pagare il
riscatto, il governo tedesco dovrebbe far leva sulla volontà del popolo
per violentarla proprio nel suo desiderio più vivo e più forte. Questo
è, come avrebbero detto gli antichi, un «problema d’Archimede»: la
quadratura del circolo.
Se gli Alleati vogliono il riscatto, dovranno andare a riscuoterlo da
sè. Questa è la verità. La logica implacabile dei loro errori e delle
loro illusioni li spinge a invadere la Germania. Fanno ora un primo
passo, timido e incerto, sperando di spaventare il governo tedesco, di
forzargli la mano e di poter tornare presto indietro con la cambiale
firmata, annunciando ai popoli che la questione è assestata e che il
riscatto sarà pagato. Hanno essi, gli invasori, almeno tanta voglia di
poter domani ritornare indietro, quanto i tedeschi di vederli partire!
Ma anche questa è una nuova illusione. Ceda o non ceda il governo
tedesco, firmi la cambiale o la laceri, non ci sarà guadagno. Sinchè il
popolo tedesco tutto quanto non voglia nè intender ragione nè espiare
nè pagare — e pur troppo non lo vorrà mai — gli Alleati dovranno
passo passo avanzare in Germania sino ad occuparla tutta: operazione
gigantesca, che supera le forze degli Alleati, che costerebbe più che
non possa fruttare, e che, riuscendo, sconvolgerebbe l’Europa.
Se la Germania fosse governata da una monarchia autorevole e potente,
come era ai suoi bei giorni quella che cadde nel 1918, essa potrebbe
forse, in una certa misura, costringere il popolo a pagare il riscatto
ai vincitori. Ma ora c’è la repubblica, il governo del popolo anche
in Germania; il suffragio universale anche in Germania ha debellato
il principio dinastico e calpestato il diritto divino; e non c’è
mezzo di venire a capo di nulla con quest’obbligo, che pure dovrebbe
essere sacrosanto per tutti i tedeschi, di aiutare le loro vittime a
rifarsi il tetto e il focolare distrutto. Ma i popoli sono dei bestioni
irresponsabili, peggio dei re assoluti di un tempo, dallo spirito
semplice, che non si curano di molti proprî interessi, perchè non li
conoscono neppure; che non chiedono sul serio se non pace e lavoro,
pane e companatico, circensi e baldorie; che di solito si contentano
di buone parole e di bei discorsi. Ma guai se alcuno di questi
bestioni si fissa in una idea semplice, che sia capita dal suo grosso
cervello e che esalti qualche sua forte passione! Nessuna forza dello
spirito e della materia potrà vincere quell’ossessione. I ragionamenti
dell’Equità, della Saggezza, del Buon senso e della stessa Evidenza
non avranno altro effetto che di mettere il bestione in un furore
indicibile. Nessuna parola, neppure se risuoni dal cielo, troverà
la via della sua mente e del suo cuore. Nessuna frusta, o bastone, o
flagello, o catena avrà ragione del suo cuoio indurito, anche se i suoi
guardiani osassero adoperarli. Ma i guardiani non oseranno adoperarli;
perchè appena il bestione monta in furia, fuggono tutti spaventati a
rimpiattarsi.
Di nuovo la Francia vede insorgere contro di sè le dottrine e i
principî della rivoluzione che essa ha bandito al mondo per liberarlo;
è delusa in un suo diritto da quel suffragio universale, per cui versò
il suo sangue migliore nel ’48. Quale è l’oscuro e profondo disegno
della Provvidenza — uso il linguaggio della Chiesa — nel ferire la
nobile nazione con le armi stesse della sua spensierata generosità? O
vecchio mandarino cinese, forse tu solo hai letto a libro aperto nella
storia dell’Europa, che per tanti di noi è ancora un libro chiuso. Ad
un illustre deputato socialista belga, che alcuni anni fa si trovava
a Pechino, e che magnificava la rivoluzione francese, il vecchio
mandarino disse, scrollando il capo:
«Sì, sì: la rivoluzione francese è stata un grande evento. Ma è ancora
molto recente. Sarebbe forse prudente, prima di giudicarla, aspettare a
vedere dove va a finire!»
È forse questa la ragione profonda per cui la Francia sembra
abbandonare la rivoluzione e le sue dottrine, quando l’una e le
altre stanno per trionfare? La Rivoluzione sarebbe forse una figlia
snaturata, di cui la madre deve diffidare, perchè la tradisce?
VI.
La guerra e la ricchezza (17 dicembre 1921)
Ma la Germania è proprio povera come si dice? O tende la mano e si
veste di cenci per impietosire il passante e disarmare il creditore?
Questo è il rompicapo con cui il mondo è da due anni alle prese.