Una pace sonnolenta regnava allora sulle acque. Primeggiava per

numero e per reputazione la flotta inglese. Ma le cresceva accanto la

flotta tedesca, più piccola, tutta nuova, tutto ardore e impazienza

di mostrare quel che sapeva fare; e sapeva — al Jutland si vide

— manovrare e tirare meglio dell’inglese. Venivano poi la armata

americana, poderosa per numero di navi e potenza d’armi; la francese,

un po’ invecchiata e di crescita lenta, ma illustre per tradizioni

e memorie, forte di navi magnifiche e condotta da ufficiali valenti;

l’italiana, giovane, un po’ ineguale, ma plastica e di forza crescente;

la russa, ferita dalla sconfitta recente e in convalescenza;

l’austriaca, piccola ma saldamente annidata nell’Adriatico.

Nell’Estremo Oriente la cadetta della famiglia, ma già celebre e

ammirata per le prodezze compiute nell’ultima guerra: la flotta

giapponese.

Tutte queste armate si facevano allora equilibrio con il solo

mostrarsi, nella sottintesa volontà comune a tutti i popoli di

rispettare il mare come la grande via del genere umano, e di non

intralciare l’accesso alle terre, se non con un protezionismo ancora

blando, non universale, e quasi dappertutto temperato da trattati

di commercio. Che nei libri dei giureconsulti e negli archivi dei

ministeri sonnecchiasse un diritto di guerra sul mare barbaro e

corsaro, chi lo sapeva? Il mondo viveva beato nella sicurezza di

tutti i suoi mari, finalmente esplorati in ogni più recondito seno,

finalmente purgati dagli ultimi avanzi della pirateria, liberi

finalmente e aperti a tutti i popoli laboriosi.

Che resta di questo bell’ordine, meraviglia dell’ultimo secolo? Tre di

queste flotte sono sparite in fondo al mare: la tedesca, l’austriaca,

la russa. Due — la francese e l’italiana — vegeteranno per molti

anni, scarseggiando il denaro a mantenerle. Scomparse o declinanti

le altre armate, l’Inghilterra è ormai padrona dell’Atlantico e del

Mediterraneo, il Giappone del Pacifico. L’armata inglese sarà anch’essa

costretta, per economia, a rimpicciolirsi, ma senza danno, perchè

resterà più forte dei rivali che nel 1914, alcuni di questi essendo

morti, gli altri feriti. Il Giappone invece è diventato in questi sette

anni un colosso dei mari. Arricchito dalla guerra mondiale e liberato

dalla rivalità della Russia, giganteggia nell’Estremo Oriente come il

campione dell’Asia contro i barbari dell’Occidente.

L’equilibrio delle forze è rotto sui mari; e con l’equilibrio delle

forze qualunque nozione di diritto. Nessuna dottrina o tradizione,

nessun trattato o pezzo di carta tenta neppure più di definire, nonchè

di garantire, i diritti che i più deboli potrebbero vantare contro

i più forti sui mari. La libertà dei mari, di cui godevamo prima del

1914, era uno stato di fatto, mantenuto dall’equilibrio e dal consenso;

e perciò vacilla ora che, venuto meno l’equilibrio delle forze, non

si sa più se il consenso sussista ancora. Se l’Inghilterra, _per il

momento_, non sembra voler abusare della sua forza, il Giappone è un

enigma. Il Congresso di Parigi, infuriato a disputarsi i brandelli

dell’Europa, ha lasciato il Giappone e l’Inghilterra impadronirsi dei

mari senza condizioni, restrizioni e servitù, in tempi in cui un furore

selvaggio di prepotenza agita tutti gli Stati, e il mondo sembra voler

ripiombare in un secondo Medio Evo, irto di monopolî e di pedaggi.

Ha lasciato: o piuttosto, avrebbe lasciato, se non ci fosse stata

l’America. Gli Stati Uniti sono ancora in grado di varare una flotta

pari all’inglese; e perciò possono assumersi il compito di chiarire se

il tridente di Nettuno sia un gingillo, da borseggiare nelle sale di

un congresso diplomatico, approfittando della distrazione degli altri

Stati.

Gli Stati Uniti non furono delusi dalla guerra meno che i grandi

Stati europei. Cadute la Russia e la Germania, indebolite la Francia

e l’Italia, mutato in un odio e in un sospetto universale quel tacito

consenso dei popoli, che era la legge non scritta dei mari, l’America

s’è trovata, a guerra finita, minacciata sui due fianchi.

In fondo ai due Oceani, che ne bagnano le coste e che sono le sue

porte sul mondo, stanno ora le due potenze egemoni del mare. Che esse

vogliano abusare della loro forza, non è provato: ma quali garanzie

offre il futuro? Chi potrebbe, per esempio, impedire domani al

Giappone, alleato con l’Inghilterra, di tentar di fare della Cina una

colonia? La Russia per il momento è in catalessi.

Molte cose, intorno a cui l’Europa farnetica assai, si spiegano se non

si dimenticano questi fatti. Si spiega che gli Stati Uniti abbiano

stracciato il trattato di Versailles, il quale imponeva loro grandi

obblighi e non riconosceva nessun diritto. Si spiega che vogliano

varare una grande armata. Si spiega che esigano i loro crediti di

guerra. Si spiega che convochino la conferenza di Washington. Non si

spiega invece — o si spiega come una contraddizione dei tempi babelici

— che vogliano fare di Panama un passaggio americano privilegiato:

pericoloso esempio, che l’Inghilterra potrebbe ritorcere contro gli

Stati Uniti.

La Conferenza di Washington, massime se l’America, come si dice,

tenterà di indurre le potenze ad un accordo, che apra a tutti

egualmente le porte della Cina e che limiti gli armamenti navali,

tenterà dunque per la prima volta di strappare gli Oceani a

quell’anarchia della forza, a cui il Congresso di Parigi li ha

abbandonati. Le potenze navali minori, quelle minacciate più seriamente

dalla presente anarchia, provvederanno al proprio interesse aiutando

l’America, perchè se la Conferenza non riescisse in questo suo

compito, non resterebbe a queste potenze minori, che lasciare la gara

degli armamenti infuriare tra i due colossi superstiti sino al cozzo

definitivo; e cercare allora che questo termini con la distruzione del

più forte e l’irrimediabile spossamento del più debole. Se spesso la

saggezza è impotente, qualche volta l’impotenza è saggia.

III.

Guerra e pace al Congresso di Washington (20 novembre 1921)

Per trent’anni la pace fu la più solenne tra le imposture ufficiali.

Ogni Stato era solito dichiararsi pronto a disarmare, se gli altri

avessero dato l’esempio; e siccome tutti aspettavano che qualcun altro

incominciasse, nessuno si muoveva. Non si potrà negare agli Stati

Uniti il merito di aver rotto questa tacita cospirazione di pravi

intendimenti e di aver preso le altre potenze in parola, dicendo loro:

«se davvero siete disposte a limitare gli armamenti, purchè una grande

potenza prenda l’iniziativa, son qua io. Eccomi pronta».

Dopo tante promesse, dopo tante menzogne, dopo tanti sofistici

contorcimenti, questa rude e quasi brutale franchezza è un ristoro. Gli

Stati Uniti hanno fatto quello che la Francia, l’Inghilterra, l’Italia

avrebbero dovuto fare a Parigi due anni fa. Hanno posto al mondo il

quesito, se vuol la pace o la guerra, se vuol rinascere o dissolversi;

hanno messo il mondo a confronto con la propria coscienza; gli hanno

intimato di uscire dalla torbida contraddizione, in cui si logora da

tanti anni, preparando la guerra mentre dice che vuole la pace.

Il merito è grande. Ma grande è pure la responsabilità. La prova

è ardua per gli Stati Uniti non meno che per gli altri Stati. Che

benedizione sarà, per l’intero universo, se il tentativo riesce, anche

soltanto in parte. Ma se non riesce?

Al quesito, posto così rudemente dall’America: «volete la pace o la

guerra?», tutti gli Stati hanno risposto: «la pace». Quale avrebbe

osato rispondere: «la guerra?» Ma non lasciamoci illudere dalla

unanimità di queste risposte. Il mondo non farà senza disperate

resistenze l’esame di coscienza e la scelta, a cui l’America lo sforza

con così categorico invito. La proposta americana non ha trovato e

non troverà innanzi a sè che sorrisi, inchini e vie cosparse di fiori!

Nessuno oserà affrontarla a viso aperto. Ma attenta alla spalle! Quante

insidie la minacceranno nei particolari tecnici, nelle applicazioni

pratiche, nelle commissioni segrete!

Quelli che mi fanno paura sono i «periti», gli «esperti», i «tecnici»,

che gli uomini di Stato hanno condotti a Washington in tanto numero.

Che curioso personaggio, l’«esperto», della guerra mondiale! È quasi

sempre un uomo oscuro e ignoto, pescato in fondo a qualche pubblico

ufficio, il quale in virtù di una competenza indefinibile dovrebbe

sapere tutte le cose, che nessun altro sa, anche le più difficili

e oscure. Come sarebbe: quali siano i giusti confini tra due Stati,

che non esistono ancora; o quali i necessari armamenti di due Stati,

che non sanno se sono amici o nemici. A Parigi gli «esperti» furono i

piloti nascosti che condussero a rompersi su scogli invisibili molti

buoni propositi.

In verità sono una delle tante imposture moderne: compiacenti

prestanome, dietro i quali gli uomini di Stato, con il pretesto

della competenza tecnica, mettono in salvo la propria responsabilità.

Confini e armamenti sono materie che appartengono non ai professori

di statistica e di geografia, o agli ufficiali di terra e di mare, ma

alla grande arte di governo, in cui l’uomo di Stato deve essere solo

esperto, perito, competente e maestro, con piena responsabilità. Se

avessimo uomini veri di Stato, essi creerebbero dalla propria mente

i principî direttivi della limitazione degli armamenti, consultando

gli uomini dell’arte militare soltanto per i particolari e per

l’applicazione. Con uomini come quelli che oggi reggono tanti governi,

deboli, incerti, poco autorevoli, gli «esperti» possono diventare

gli occulti e irresponsabili sicari, che strozzeranno al buio, con i

sofismi e gli egoismi della propria arte limitata, un’idea di valore

universale.

Nè la tecnica è il solo pericolo. Non si potranno limitare gli

armamenti, se non si freneranno le cupidigie e le ambizioni che si

appiattano dietro le armi e che le muovono. Un disarmo parziale suppone

una parziale pacificazione; e perciò richiede che almeno alcune tra

le maggiori discordie, da cui i popoli sono oggi fatti l’uno all’altro

nemici, siano composte con una transazione, che accontenti per qualche

tempo tutte le parti. La Conferenza sarà dunque costretta a tentare di

comporre le discordie e le rivalità di maggior momento: compito arduo,

nel quale i nemici occulti della pace cercheranno di colpire a morte il

piano della limitazione degli armamenti.

I popoli vogliono la pace, ma non sempre ne sanno il prezzo, o

son disposti a pagarlo. Facilmente si accendono per rivalità e per

interessi, che un giorno o l’altro li obbligheranno alle armi, quando

meno se lo aspetteranno e quando sarà troppo tardi. Dalla rivoluzione

francese in poi tutti i macchinatori di guerre hanno approfittato

di questa debolezza dei popoli, per sforzarli a combattere. Ne hanno

approfittato a Parigi, per deludere l’universale desiderio di pace; e

ne approfitteranno per far fallire anche il Congresso di Washington!

È necessario dunque che l’opinione di tutti i paesi vigili; perchè

molti tentativi saranno fatti per ingannare anche a Washington «lo

spirito del mondo». La stretta è forse decisiva; perchè chi potrebbe

prevedere gli effetti di una seconda delusione, che seguisse quella di

Parigi?

In Europa la disperazione si impadronisce dello spirito pubblico, in

tutti i paesi. Pur sapendo che se gli Stati non conchiudono almeno una

tregua di mezzo secolo, nessuno potrà sfuggire ad una ruina totale, i

popoli hanno quasi perduto la speranza che questa tregua salvatrice si

possa mai stringere. Se dopo Parigi, anche Washington dovesse fallire,

la disperazione diventerebbe irrimediabile. Gli odî e i sospetti tra

gli antichi alleati, già così grandi, divamperebbero irrefrenabili.

Nulla esaspera più che un tentativo fallito di pacificazione. O la

conferenza di Washington riuscirà ad assestare un po’ le cose del

mondo, o sprofonderemo nell’anarchia e nel disordine per generazioni.

Sarebbe puerile imaginare che Washington possa comporre tutte le

discordie, che oggi aizzano gli uni contro gli altri i popoli. Ma avrà

fatto poco meno di un miracolo, se riuscirà a comporre alcune di queste

discordie, _perchè avrà mostrato con i fatti all’universale scetticismo

che il comporle non è impossibile_. Indicibile sarà il conforto

che questa rinascente fiducia infonderà nello spirito del mondo,

oggi sgomento. Riconfortato, lo spirito del mondo che oggi sta per

abbandonarsi disperato alla minacciosa oscurità del destino, ritroverà

la forza di provvedere alla propria salvezza. In ogni impresa, il

difficile è cominciare.

Siano i popoli questa volta, più attenti, più chiaroveggenti, più

fiduciosi, che non durante il Congresso di Parigi. È il solo consiglio,

che sembri quadrare con la realtà, sulle soglie della nuova Conferenza,

nell’imminenza della seconda prova.

IV.

Concatenazione (3 dicembre 1921)

Il proposito del presidente Harding di circonscrivere le discussioni è

già stato in parte deluso. La terra e il mare, l’Oriente e l’Occidente

sono così legati, che da tre settimane le discussioni di Washington si

svolgono attive e feconde solo quando si allargano, mentre quelle che

non si allargano si spengono.

È apparso subito chiaro che non si potevano bilanciare secondo una

certa proporzione le tre maggiori armate del mondo, lasciando fuori del

conto le due minori: Francia e Italia. Ma come fissare una proporzione

tra le due flotte minori e le maggiori, e tra l’una e l’altra delle

due flotte minori senza pesare almeno i maggiori interessi inclusi

in quella che si suole chiamare la politica mediterranea? Francia e

Italia sono potenze continentali. Le armate navali e gli eserciti di

terra sono i due bracci della loro difesa. Se nell’Estremo Oriente la

necessaria potenza delle flotte dipende in parte dalla Cina, dalle sue

rivoluzioni, dalla politica che le potenze vogliono seguire nel vasto

impero di mezzo, nel Mediterraneo dipende in parte anche dall’assetto

del continente europeo. Per questa sola concatenazione, la questione

dei mari tende ad allargarsi fino ad abbracciare mezza la terra. Ma non

è la sola.

Si è discusso e si discute assai, a Washington, dei sottomarini.

Ma le sorti dei sottomarini sono legate al diritto di blocco e

al contrabbando di guerra. Sinchè l’Inghilterra non rinuncierà a

dichiarare contrabbando di guerra tutto ciò che le piace, e al diritto

di fare morire di fame i suoi nemici, che hanno bisogno del mare per

nutrirsi, nessun popolo potrà gettar via quest’arma.

Il sottomarino è la fionda di David nel duello contro il Golia dei

mari. I tedeschi l’hanno infamato, distruggendo le navi invece di

catturarle; ma hanno ricorso a questo odioso procedimento, perchè

i loro porti erano troppo distanti dai mari dove operavano. Nel

Mediterraneo i sottomarini potrebbero far la guerra di corsa come gli

incrociatori, catturando e rimorchiando nei porti le navi mercantili

del nemico, in regola con la coscienza del mondo.

Sembra che la discussione intorno agli armamenti terrestri si sia già o

stia per arenarsi a Washington, nonostante gli sforzi della delegazione

inglese e della delegazione italiana. Chi può meravigliarsene? Armi e

trattati di pace sono legati tra loro in Europa. Dei trattati conchiusi

nel 1919 e nel 1920 alcune parti di maggiore importanza non si reggono,

se non perchè sono puntellate da parecchi milioni di baionette.

L’Ungheria e la Bulgaria stanno ferme, solo perchè strette in una

cerchia di ferro. Il trattato di Sèvres è un pezzo di carta, perchè

l’Intesa non ha le forze per imporlo. Limitare l’esercito francese e

voler piegare la Germania sotto il mezzo protettorato del trattato di

Versailles, è un controsenso.

Il Briand ha fatto al Congresso una pittura della Germania, che

all’ingrosso è fedele. La Germania si chiude in un odio torvo che,

se è impotente per ora, è già una tacita sfida ai vincitori. È quindi

probabile che un parziale disarmo della Francia accrescerebbe piuttosto

il coraggio di questo odio che non ne addolcirebbe il furore. Ma se la

tesi ufficiale della Francia si ferma qui, un osservatore imparziale

deve procedere oltre e chiedersi per quale ragione la Germania, che

pure anch’essa ha tanto bisogno di pace, ritorna a desiderar nel

fondo del cuore la guerra. La risposta è sicura: perchè nel trattato

di Versailles sono scritte alcune condizioni così umilianti, che

nessuna grande potenza accetterà mai, anche se possa essere costretta

per qualche tempo a subirle da una forza soverchiante. I posteri

stupiranno, che uomini di Stato si sieno illusi di poter fare della

Germania un Marocco europeo, senza condannare l’Europa alla guerra

perpetua.

Un Congresso, che non possa o non voglia considerare nel suo insieme lo

stato presente dell’Europa tutta, potrà soltanto sfiorare la questione

degli armamenti.

Si direbbe che l’universo intero prema alle porte del Congresso di

Washington, per invaderlo con tutti i suoi disordini, le sue furie,

i suoi dolori, i suoi feroci egoismi; e che nella angusta sala in

cui si radunano, gli uomini del Congresso facciano forza alla porta,

perchè resista alla spinta. Il giorno in cui la porta si spalancasse

e l’Universo irrompesse con il suo terribile corteo, gli uomini del

Congresso dovrebbero fuggire saltando dalle finestre!

Si ricasca in quel tormento che non dà pace agli uomini dal giorno

in cui la guerra è cominciata. Il mondo è diventato troppo grande,

troppo complesso, troppo difficile, per la mente degli uomini, che

devono governarlo. La creatura è confusa dalla enormità della propria

creazione; e si perde in piccoli vaneggiamenti. Che cosa fu il

Congresso di Parigi, se non la tragica frantumazione e dispersione di

un pensiero universale? Si doveva rifare il mondo; ma l’Inghilterra

era ipnotizzata da pochi pozzi di petrolio, la Francia dal Reno,

l’Italia da Fiume. Spaventato dalla grandezza del mondo e dei compiti

che nel mondo lo aspettano, lo spirito della civiltà occidentale

corre a rifugiarsi in se medesimo, facendosi piccino piccino. Quanto

siamo lontani dal pensiero sintetico e costruttivo, che regnò nel

Congresso di Vienna! Di qui l’universale trionfo, proprio quando

più necessiterebbero le grandi menti, di tanti piccoli sofisti e di

tanti piccoli rètori: i primi, abilissimi nel rimpicciolire le cose

grandi, i secondi nell’ingrandire le piccole, e gli uni e gli altri nel

confondere, illudere, ingannare insieme lo spirito pubblico.

V.

La Germania e il suo riscatto (17 marzo 1921)

Non mi ero ingannato.

Il nodo delle indennità tedesche è peggio che un nodo gordiano, perchè

non può essere nè sciolto nè tagliato. È inutile tormentare tabelle,

numeri e cifre per sapere se la Germania possa o non possa pagare: gli

oracoli matematici non rispondono della volontà dell’uomo. La Germania

non vuole pagare; il popolo tedesco tutto quanto, dai contadini e dagli

artigiani ai magnati dell’industria e della finanza, non vuole espiare

la guerra mondiale con mezzo secolo di lavori forzati. I vincitori

si trovano alle prese non con le arti e gli accorgimenti volpini d’un

governo; ma con la chiara, risoluta, brutale volontà di un popolo. Non

pago! Hanno essi il mezzo di piegarla?

Nel governo tedesco, che dovrebbe essere il collettore del riscatto,

gli Alleati non hanno trovato e non troveranno che un’invincibile

malavoglia, figlia di un deliberato proposito e di una reale impotenza.

Rovesciata la monarchia ereditaria, il governo tedesco deriva oggi

i suoi poteri, la sua autorità, la sua legittimità dal suffragio

universalissimo. La repubblica tedesca sarà, se volete, un’impostura

in tutto il resto; in questo no. L’unico appoggio su cui può far leva,

per agire, è la volontà del popolo, vera o supposta, espressa dal

suffragio universale. Ma poichè il popolo tedesco non vuol pagare il

riscatto, il governo tedesco dovrebbe far leva sulla volontà del popolo

per violentarla proprio nel suo desiderio più vivo e più forte. Questo

è, come avrebbero detto gli antichi, un «problema d’Archimede»: la

quadratura del circolo.

Se gli Alleati vogliono il riscatto, dovranno andare a riscuoterlo da

sè. Questa è la verità. La logica implacabile dei loro errori e delle

loro illusioni li spinge a invadere la Germania. Fanno ora un primo

passo, timido e incerto, sperando di spaventare il governo tedesco, di

forzargli la mano e di poter tornare presto indietro con la cambiale

firmata, annunciando ai popoli che la questione è assestata e che il

riscatto sarà pagato. Hanno essi, gli invasori, almeno tanta voglia di

poter domani ritornare indietro, quanto i tedeschi di vederli partire!

Ma anche questa è una nuova illusione. Ceda o non ceda il governo

tedesco, firmi la cambiale o la laceri, non ci sarà guadagno. Sinchè il

popolo tedesco tutto quanto non voglia nè intender ragione nè espiare

nè pagare — e pur troppo non lo vorrà mai — gli Alleati dovranno

passo passo avanzare in Germania sino ad occuparla tutta: operazione

gigantesca, che supera le forze degli Alleati, che costerebbe più che

non possa fruttare, e che, riuscendo, sconvolgerebbe l’Europa.

Se la Germania fosse governata da una monarchia autorevole e potente,

come era ai suoi bei giorni quella che cadde nel 1918, essa potrebbe

forse, in una certa misura, costringere il popolo a pagare il riscatto

ai vincitori. Ma ora c’è la repubblica, il governo del popolo anche

in Germania; il suffragio universale anche in Germania ha debellato

il principio dinastico e calpestato il diritto divino; e non c’è

mezzo di venire a capo di nulla con quest’obbligo, che pure dovrebbe

essere sacrosanto per tutti i tedeschi, di aiutare le loro vittime a

rifarsi il tetto e il focolare distrutto. Ma i popoli sono dei bestioni

irresponsabili, peggio dei re assoluti di un tempo, dallo spirito

semplice, che non si curano di molti proprî interessi, perchè non li

conoscono neppure; che non chiedono sul serio se non pace e lavoro,

pane e companatico, circensi e baldorie; che di solito si contentano

di buone parole e di bei discorsi. Ma guai se alcuno di questi

bestioni si fissa in una idea semplice, che sia capita dal suo grosso

cervello e che esalti qualche sua forte passione! Nessuna forza dello

spirito e della materia potrà vincere quell’ossessione. I ragionamenti

dell’Equità, della Saggezza, del Buon senso e della stessa Evidenza

non avranno altro effetto che di mettere il bestione in un furore

indicibile. Nessuna parola, neppure se risuoni dal cielo, troverà

la via della sua mente e del suo cuore. Nessuna frusta, o bastone, o

flagello, o catena avrà ragione del suo cuoio indurito, anche se i suoi

guardiani osassero adoperarli. Ma i guardiani non oseranno adoperarli;

perchè appena il bestione monta in furia, fuggono tutti spaventati a

rimpiattarsi.

Di nuovo la Francia vede insorgere contro di sè le dottrine e i

principî della rivoluzione che essa ha bandito al mondo per liberarlo;

è delusa in un suo diritto da quel suffragio universale, per cui versò

il suo sangue migliore nel ’48. Quale è l’oscuro e profondo disegno

della Provvidenza — uso il linguaggio della Chiesa — nel ferire la

nobile nazione con le armi stesse della sua spensierata generosità? O

vecchio mandarino cinese, forse tu solo hai letto a libro aperto nella

storia dell’Europa, che per tanti di noi è ancora un libro chiuso. Ad

un illustre deputato socialista belga, che alcuni anni fa si trovava

a Pechino, e che magnificava la rivoluzione francese, il vecchio

mandarino disse, scrollando il capo:

«Sì, sì: la rivoluzione francese è stata un grande evento. Ma è ancora

molto recente. Sarebbe forse prudente, prima di giudicarla, aspettare a

vedere dove va a finire!»

È forse questa la ragione profonda per cui la Francia sembra

abbandonare la rivoluzione e le sue dottrine, quando l’una e le

altre stanno per trionfare? La Rivoluzione sarebbe forse una figlia

snaturata, di cui la madre deve diffidare, perchè la tradisce?

VI.

La guerra e la ricchezza (17 dicembre 1921)

Ma la Germania è proprio povera come si dice? O tende la mano e si

veste di cenci per impietosire il passante e disarmare il creditore?

Questo è il rompicapo con cui il mondo è da due anni alle prese.

La tragedia della pace · 第 7 / 14 段