L’Intesa vuole che la Russia risusciti. Lo sprofondamento del grande

impero ha fatto in Europa ed in Asia un tal vuoto, che l’equilibrio

dell’intero pianeta è stato alterato. Sinchè questo vuoto non sia in

qualche modo riempito, non si potrà rimettere in pernio e bilanciar

bene nè l’Europa e nè l’Asia. Ma poichè i grandi e sùbiti rivolgimenti

ripugnano alla natura umana, sembra ai governi dell’Europa che più

prontamente e meglio di ogni altro riempirebbe quel gran vuoto uno

stato che rassomigliasse all’impero caduto: ossia unito e vastissimo.

Si aggiunga che nel vuoto fatto dall’impero russo sprofondando, è

sparita anche una parte della fortuna dell’Europa. Non potendo scendere

nell’abisso a rintracciare i suoi tesori, l’Europa non vedrebbe di

malocchio che di sotto ai rottami uscisse un nuovo gigante, capace di

riportarli sulle sue spalle alla luce del sole. Francia e Inghilterra

sognano un impero sifatto, che pagherebbe i debiti contratti

dall’antica Russia.

Per queste ragioni l’Intesa vorrebbe che la Russia rinascesse con

la forza e il vigore e la ricchezza di un tempo, se non maggiore. Ma

aspettando che risorga, la mura viva in precedenza, per il giorno della

resurrezione, nell’interno dell’Europa e dell’Asia. L’Inghilterra l’ha

isolata dal Baltico, con la sua oscura politica, che mira a far clienti

le repubblichette sorte negli ultimi anni sulle sponde di quel mare.

La Polonia è stata ricostituita, perchè sia la sua carceriera dalla

parte di Occidente e della Germania. Il trattato di pace con la Turchia

consegna Costantinopoli all’Inghilterra, alla Francia e all’Italia; e

sbarra di una triplice porta le sue comunicazioni con il Mediterraneo.

Il trattato tra la Persia e l’Inghilterra, per fortuna già sospeso e

che sarà abrogato, sarebbe stato un altro sbarramento, che la Russia,

ritornata a vita, avrebbe trovato nell’Asia Centrale.

È possibile supporre che la Russia, il giorno in cui ricuperasse

una parte dell’antico vigore, si acconcerebbe a vivere entro quella

prigione? I trattati di pace firmati nel 1919 e nel 1920 portano nei

loro fianchi molte guerre future; e tra queste anche una grande guerra

tra l’Inghilterra e la Russia e una grande guerra tra la Russia e

la Polonia. La Russia non potrà tollerare, se non per debolezza e

impotenza, di essere esclusa dal Baltico, di esser sorvegliata ed

isolata in Europa da una Polonia diffidente ed ostile, di aver tre

grandi potenze europee come sue carceriere a Costantinopoli. Quel che

farebbe la Russia il giorno in cui avesse recuperato le forze, si può

argomentare da quel che fa oggi, quasi agonizzante.

Nè si creda che l’Europa avrebbe da guadagnare, per questo rispetto, da

un mutamento di regime. Qualunque fosse il governo con cui si reggesse

la Russia, anche fosse un governo insediato dalle armi dell’Intesa,

sarebbe costretto a tentar di lacerare i trattati di pace del ’19 e del

’20, appena potesse, da una necessità vitale.

Questo stato di cose spiega in parte, se non giustifica, l’attacco

della Polonia. Esso è stato severamente biasimato. Non si negherà

che da un popolo, al quale la forza e la conquista avevano inflitto

tanti tormenti, si poteva aspettare di meglio, che questa fretta

famelica di conquistatori arrivati troppo tardi! Senonchè non bisogna

dimenticare che la Polonia è stata posta dall’Intesa in una posizione

quasi disperata di sentinella morta e che deve pensare ai casi suoi.

Si trova tra due giganti feriti; e sa che il primo, che abbia fasciate

le sue piaghe e recuperato le forze, le salterà addosso, se non le

salteranno addosso tutte e due insieme. Se anche prima della guerra

presente essa si faceva delle illusioni, non potrebbe più ignorare

che in una guerra con la Russia, essa non può sperare nessun aiuto se

non di consigli e di parole dai suoi alleati di Occidente. Essa deve

perciò cercare di indebolire quanto più può la Russia, anche con guerre

aggressive, per non ritrovarsi domani a subire una pace simile a quella

che i bolscevichi volevano imporle; poichè non c’è altra alternativa

finchè un nuovo spirito non soffi sull’Europa. O la Russia muore di

estenuamento e si dissolve in pulviscolo; o risorge, e la Polonia non

può sperare miglior sorte che di essere la sua protetta e il ponte che

la congiunge alla Germania.

Se ne ricordi, chi vuol orientarsi nel caos presente. Occorre, se

si vuol ridare la pace all’Europa, rifare la pace con la Russia; ma

sarebbe imprudente credere che la pace con la Russia sia minacciata

soltanto dall’imperialismo polacco. Grande e lodevole è lo zelo per

la pace di Lloyd George, dei pacifisti e dei laburisti inglesi; ma si

risveglia un po’ tardi. Sarebbe stato meglio si fosse manifestato non

soltanto quando i polacchi incominciavano ad essere respinti dagli

eserciti rossi; ma allorchè il Governo inglese firmava il trattato con

la Persia, o incominciava la sua oscura politica baltica, o compilava

il trattato di pace con la Turchia.

Se lo spirito e l’indirizzo di tutta la politica dell’Intesa verso la

Russia non mutano; se non si cesserà di considerare la Russia come un

moribondo, caduto sul campo di battaglia, e che i saccomanni possono

spogliare prima ancora che sia spirato, le vittorie dei polacchi non

serviranno a nulla.

VII.

Il protettorato del mondo (10 agosto 1921)

Ho riletto in questi giorni, uno dopo l’altro, tutti i trattati di

pace, che avrebbero dovuto sigillare per qualche secolo le porte di

Giano. Mi è parso di leggere un nuovo capitolo delle «Mille e una

notte». Poichè in quei trattati sta scritto il protettorato del mondo:

nè più nè meno. In forza di quei trattati la Francia, l’Inghilterra,

l’Italia e il Giappone si assumono di governare, o ciascuna in

nome proprio o tutte insieme, o per governo diretto o per via di

protettorato, l’Europa, l’Africa e quasi tutta l’Asia, ad eccezione

dei territori in potere dei bolscevichi: quello, insomma, che per gli

antichi era il mondo.

Non si potranno accusare i vincitori della guerra mondiale di soverchia

modestia!

Il trattato di Versailles sottopone le armi della Germania e le

industrie che fabbricano le armi alla sorveglianza di commissioni

permanenti delle potenze alleate. L’obbligo delle riparazioni, nella

forma in cui è stato imposto alla Germania, necessita il controllo

delle finanze. La commissione delle riparazioni ha già ricevuto ampi

poteri dal trattato di Versailles; ma questi non bastano. Già si

parla di una vera e propria commissione internazionale, che riveda

i conti dello stato tedesco, imponga economie e balzelli, impedisca

alla Germania di frodare i creditori dissipando la sua fortuna. Ma dal

controllo delle armi e delle finanze al controllo della politica estera

il passo sarà breve. È una catena. A che giova controllare le armi ed i

conti, se poi si lascia libero lo stato disarmato di cercare alleanze,

che compensino la sua debolezza? La Germania è dunque ormai un

protettorato collettivo della Francia, dell’Italia e dell’Inghilterra.

Quella che era ieri la prima potenza del mondo è oggi protetta da tre

potenze, ciascuna delle quali è molto più debole di essa!

Eguale è la condizione in cui i trattati di pace hanno posto l’Austria,

l’Ungheria e la Bulgaria. Le potenze vincitrici si sono assunta la

sorveglianza delle armi e delle finanze. Dell’Austria anche la politica

estera è sottoposta a controllo, almeno nei riguardi della Germania.

L’Ungheria invece è sorvegliata, se non dai trattati, dalle

Cancellerie, nelle sue istituzioni interne, poichè non può sciegliere

tra la repubblica e la monarchia o eleggere un nuovo re senza il

consenso dei vincitori.

Dell’antico impero turco la Siria, la Palestina, la Mesopotamia sono

diventate, sia pure per l’interposta persona della Società delle

Nazioni, e con la formola dei mandati, protettorati dell’Inghilterra e

della Francia. Le chiavi dei Dardanelli passano alla Commissione degli

Stretti, ossia all’Inghilterra, alla Francia, all’Italia. Il trattato

di Sevrès vorrebbe che il Califfo difendesse l’Islam da Costantinopoli

non più sua, come inquilino e protetto delle grandi potenze europee,

mezzo cristiane e mezzo miscredenti. Disarma la Turchia e sottopone

il suo esercito alla vigilanza di una commissione; le impone una

gendarmeria comandata da ufficiali europei, alleati o neutri; crea

una commissione finanziaria, che rivedrà i conti del governo turco,

e sarà composta dai rappresentanti dell’Italia, della Francia,

dell’Inghilterra e della Turchia, ma quest’ultimo a solo titolo di

consultazione. Senza il consenso di questa commissione nessun bilancio

sarà valido e il governo turco non potrà alterare nè imposte nè dogane!

Nè basta. Già il 13 dicembre del 1914 l’Inghilterra aveva proclamato

l’Egitto un suo protettorato, spezzando, con una prepotenza innanzi a

cui anche i tedeschi avrebbero forse esitato, quella che si potrebbe

chiamare l’ossatura legale di una civiltà tanto antica. Nel ’19 essa

tentava di impadronirsi, con un trattato, della Persia. Infine le

grandi potenze vittoriose si sono impegnate ad aiutare con denari, con

consigli, con funzionari, con appoggi diplomatici, gli stati nuovi e

vecchi, che sono nati o si sono ingranditi sulle rovine dell’impero

russo e della duplice monarchia: le repubbliche baltiche, la Polonia,

la Czeco-Slovacchia, la Rumenia, la Jugoslavia, la Grecia. Anzi

è già incominciata la gara per assicurarsi la clientela di queste

piccole potenze, in cambio di una benevola protezione. La Francia mira

alla Polonia, alla Czeco-Slovacchia, alla Rumenia, alla Jugoslavia;

l’Inghilterra alla Grecia e alle repubbliche baltiche.

È noto a tutti, infine, quel che accade tra il Giappone e la Cina. Ma

Giappone e Cina, per fortuna, sono molto lontani.

Siamo dunque i padroni del mondo. Roma è oscurata. Proconsoli,

pubblicani, amministratori: avanti! Se ci siamo assunti di governare

tre continenti e tante lingue, razze e religioni così diverse, vuol

dire che il genio politico corre le strade.

Non voglio qui discutere se questo «sistema» attui o rinneghi le

dottrine bandite dall’Intesa durante la guerra. Ma vorrei chiedere

invece se l’Italia, la Francia e l’Inghilterra — poichè il Giappone

si chiude negli affari dell’Oriente Estremo — hanno tutte insieme

e singolarmente i soldati, le intelligenze, la scienza di stato,

necessaria a reggere un così vasto e molteplice impero che abbraccia

tanti popoli e stati diversi. Chi non vede che occorrerebbero milioni

di soldati, ingenti capitali, un personale esperto che conoscesse

a fondo tutti questi paesi, dei governi saggi, risoluti, concordi

nell’azione comune, onniveggenti, che sapessero tenere d’occhio i

quattro punti cardinali, conoscere egualmente bene quel che matura in

Germania, nei Balcani, nell’Asia minore; provvedere con pari prontezza

e sagacia a un pericolo o a un bisogno che nascesse o sulle frontiere

della Persia o sulle rive del Baltico? Ci sono in Italia, in Francia,

in Inghilterra questi soldati, questi capitali, questi funzionari,

questi governi di esemplare saggezza? E se non ci sono, questo

«sistema» non crollerà un giorno sul capo degli incauti architetti,

come una torre di altezza spropositata?

Si rimprovera spesso a quei trattati lo spirito imperialista. Se

almeno fossero davvero imperialistici! La forza è una forza, se esiste

davvero, anche quando abusa. Ma i vincitori della Germania hanno

voluto abusare di una forza, che non possedevano. I trattati sono

non imperialisti, ma chimerici, perchè per applicarli occorrerebbero

forze che non ci sono. Sembrano aver pensato solo ai vantaggi che

assicuravano ai popoli, non agli impegni e alle responsabilità che

assumevano in loro nome, imponendo certe condizioni ai nemici; cosicchè

per disarmare, diminuire, umiliare il nemico vinto e obligarlo a

risarcire una parte del male fatto, hanno caricato sulle spalle dei

loro disgraziati popoli un peso, che questi non possono sopportare.

Dei quali pesi il più grave è forse il disarmo dei nemici vinti, che

nella ingenua convinzione dei vincitori doveva essere il loro maggiore

sollievo. I trattati di pace hanno disarmato la Germania, l’Austria,

l’Ungheria, la Bulgaria e la Turchia; ma i loro sagaci autori non

sembrano aver pensato che, disarmando questi stati, i popoli vincitori

si assumevano la responsabilità dell’ordine interno e della sicurezza

esterna degli stati disarmati, ossia di immensi territori in Europa

e in Asia, dei quali la maggior parte sfugge e sfuggirà sempre alla

loro potenza. Dopo averli disarmati, gli Stati vincitori non possono

e non potranno, se gli Stati vinti siano assaliti da nemici esterni od

interni, dir loro che provvedano ai casi propri con le piccole forze di

cui dispongono, anche se queste non bastano! Abbandonerebbero una terza

parte dell’Europa all’anarchia.

L’Alta Slesia è un bell’esempio dei pericoli, che aspettano al varco

questi protettori del mondo senza forze sufficienti. Inebriata dalla

vittoria, l’Intesa si è immaginata che lo spirito di Salomone si fosse

incarnato in lei; e che potrebbe dividere secondo giustizia l’Alta

Slesia tra polacchi e tedeschi. Senonchè al momento di procedere alla

spartizione, il novello Salomone si è accorto che spartire il paese non

bastava, bisognava anche persuadere o costringere i due contendenti

ad accontentarsi della parte che sarebbe toccata a ciascuno di loro.

Quanto ai tedeschi, finchè la Francia potrà mantenere sotto le armi

700.000 soldati, Salomone, salvo l’imprevisto, non dovrebbe correre

pericolo di essere vituperato come un giudice iniquo a Berlino. Ma

i polacchi? Con qual mezzo costringerli a rispettare la giustizia di

Salomone?

Il nodo insolubile dell’Alta Slesia è questo. L’Intesa non ha

nessun mezzo sicuro per farsi obbedire dai polacchi. I cannoni della

flotta britannica non servirebbero molto più che i discorsi di Lloyd

George. Se i polacchi si ribellassero a Salomone, l’Intesa dovrebbe o

permettere alla Germania di difendere i suoi diritti da sola annullando

il disarmo, o impegnarsi essa in guerra con la Polonia a difesa della

Germania disarmata. Chi può credere che la Francia acconsentirà ad

annullare da un giorno all’altro il disarmo imposto alla Germania dal

trattato di Versailles, senza i compensi e le garanzie che nessuno

vuol dare? Chi può credere che i soldati francesi, inglesi e italiani

rischieranno la vita per difendere gli interessi e i diritti tedeschi

nell’Alta Slesia?

Ma l’Alta Slesia è il primo dei grossi imbrogli, nati da questo

impotente protettorato del mondo. Il primo, non il maggiore. Altri

nasceranno, e più pericolosi, in Europa e in Asia. Lasciate che i tempi

e gli eventi maturino. Che peso è e sarà questo protettorato del mondo,

assunto da Stati che dovrebbero piuttosto pensare ai casi proprî!

VIII.

La politica realistica

I vincitori della guerra mondiale vogliono:

_a_) disarmare la Germania, imporle il proprio protettorato,

costringerla a pagare una taglia di centinaia di miliardi;

_b_) mutilare l’Ungheria e fare la guardia all’Austria;

_c_) murare la Russia nell’interno dell’Asia e dell’Europa,

addossandola ai ghiacci del polo;

_d_) togliere all’Islam Costantinopoli, smembrare l’impero turco,

conquistare l’Asia minore, la Siria, la Palestina, la Mesopotamia;

Nel tempo stesso:

_a_) hanno espulso dall’alleanza l’America;

_b_) si son fatti tra di loro mille dispetti e tradimenti, cosicchè

oggi il Belgio ha ragione di rinfacciare ai grandi alleati la loro

ingratitudine, l’Italia può lagnarsi a ragione d’essere stata

maltrattata, sotto sotto c’è un gran malumore tra Inghilterra e

Francia;

_c_) l’Inghilterra ha congedato quasi tutti i suoi eserciti; l’Italia

ha congedato quasi tutti i suoi eserciti; il Belgio ha congedato quasi

tutti i suoi eserciti; restano ancora sotto le armi 700.000 francesi,

che devono sostenere la pace e l’ordine del mondo; e la Francia si

rovina per mantenerli.

Nel secolo XX questa si chiama «politica realistica».

PARTE QUARTA.

VINTI E VINCITORI NEL CAOS DELLA PACE

_La quarta parte si compone di articoli pubblicati nel_ Secolo _tra

il 1921 e il 1923, che analizzano e studiano alla luce delle idee

le conclusioni esposte nella terza parte, gli eventi di maggiore

importanza accaduti in quei due anni: la conferenza di Washington e

quella di Genova, la proclamazione dell’indipendenza dell’Egitto, le

difficoltà dell’Europa orientale, la riscossa della Turchia nell’Asia

Minore, la questione dei debiti, l’aggrovigliarsi del nodo delle

riparazioni, la nuova guerra tra la Francia e la Germania, incominciata

con l’occupazione della Ruhr. Mentre tutti questi eventi si spiegano

con le conclusioni della parte precedente, a loro volta le confermano,

mostrando come molte delle previsioni precedenti si sono verificate._

I.

L’Europa dopo due anni di pace (8 novembre 1921)

Sono due anni che la pace è stata scritta sulla carta. In che

condizione si trova l’Europa? Diamo un’occhiata in giro.

I trattati avevano intimato ai vinti di consegnare le armi. Invece

di obbedire, la Turchia le ha passate al governo di Angora, il quale

demolisce con quelle il trattato di Sèvres prima ancora che entri in

vigore. La guerra mondiale continua in Oriente; e gli Alleati possono

soltanto dare ai turchi e ai greci dei buoni consigli, che nessuno

dei belligeranti ascolta. Invano l’Inghilterra ha spinto innanzi la

Grecia! Mezza Asia Minore è devastata; la Grecia è rovinata e speriamo

non susciti per disperazione o per vendetta qualche grosso disordine;

gli affari d’Oriente precipitano in una anarchia, a cui non ci sarà per

lungo tempo rimedio. Strana ironia del destino! Quando tanti eserciti

formidabili della coalizione germanica si sono sciolti o sono stati

sbaragliati, tiene il campo, nell’interno dell’Asia, invincibile, un

piccolo esercito raccogliticcio di turchi, che si sostiene come può.

Un po’ meglio vanno le cose in Bulgaria. Qui almeno c’è un partito, il

quale riconosce giuste e prende sul serio le intimazioni e le minaccie

dell’Intesa... Ma quanto pesa la Bulgaria sui destini del mondo?

Come procedono le cose in Ungheria si è visto or ora.[14] L’Ungheria

non ha disarmato, ma ha nascosto armi e soldati dietro una tenda;

quanto basta, affinchè le apparenze siano salve, e l’Intesa possa

far le viste di non vedere. Di chi la colpa? L’Italia sospetta la

Francia, la Francia l’Inghilterra, l’Inghilterra l’Italia. Ma la

colpa è della Geografia che non vuole essere, come l’opinione degli

uomini, umile ancella della Vittoria. L’Ungheria fa oggi il comodo

suo, perchè due anni dopo l’armistizio, le grandi Potenze dell’Intesa

non hanno più nessun mezzo di imporle il disarmo, mancando tra l’una

e le altre quella contiguità di frontiera, che tiene gli stati deboli

nella soggezione dei forti. Gli stati nuovi che circondano l’Ungheria

e la isolano, non hanno potuto assumersi il compito di imporre e di

controllare di giorno in giorno il disarmo, perchè hanno cento altre

faccende e forse anche perchè il compito supera le loro forze. Hanno

preferito stringere la piccola Intesa.

L’Ungheria non ha disarmato e non disarmerà, come non pagherà il suo

riscatto. E poichè è stata in certe parti mutilata a capriccio, sta

in agguato, aspettando l’occasione. Carlo di Absburgo ha avuto troppa

fretta. Il paese è spossato, acefalo, in guerra con sè medesimo. Ma

che di qui a qualche anno ritrovi un po’ di forza, un governo ed una

occasione...

La Germania è, insieme con l’Austria, la sola tra le nazioni vinte che

abbia disarmato davvero, costretta dalla contiguità territoriale con la

Francia. La Germania, dunque, se non ha adempiuto proprio alla lettera

il trattato di pace, ha consegnato le armi che per quattro anni furono

il terrore del mondo; e per il momento non è in grado di minacciare

nessuno. Possiamo almeno qui respirare? Consolarci, che la minaccia

tedesca è sventata? Che la Francia potrà a sua volta deporre l’armatura

che la schianta?

Proprio all’opposto. La Francia e il Belgio sono costretti a tenere

sotto le armi quasi un milione di uomini, perchè hanno disarmato la

Germania. Questo è il paradosso, che strangola l’Europa come un laccio.

L’ho già scritto e lo ripeterò una volta ancora, perchè questa semplice

verità è la chiave di tutto il disordine presente. Il trattato di

Versailles, con le clausole del disarmo e con certe clausole che

riguardano le riparazioni, ha fatto della Germania un protettorato

comune dell’Italia, dell’Inghilterra e della Francia. Immaginarsi

che quella che era ancora, sette anni fa, la prima potenza del mondo,

accetti di diventare il Marocco di tre potenze, discordi tra di loro e

ciascuna più debole, è vivere con la testa nelle nuvole. La Germania

subirà questo protettorato, nella misura in cui la forza lo imporrà.

Ha disarmato perchè ai confini c’era un milione di soldati, pronti ad

invaderla. Sinchè questo milione di soldati minaccerà le sue frontiere,

obbedirà ruggendo di furore.

Ma per quanto tempo la Francia potrà mantenere, insieme con il Belgio,

questo milione di soldati sotto le armi? La Francia, già indebitata per

trecento miliardi?

Dal giorno dell’armistizio è cominciato tra la Francia e la Germania

un nuovo duello; incruento, muto, quasi direi immobile, ma non meno

implacabile e terribile che la guerra. C’è in Germania un partito,

che vuole eseguire il trattato, come esso dice, «nella misura del

possibile». Questo partito governa oggi. Ma perchè neppure questo

partito riesce a tranquillare la Francia? Perchè, in Francia, l’ansietà

pubblica non si calma mai, sia che il governo tedesco accenni ad

eseguire il trattato, sia che mostri di rifiutarsi? Perchè anche

quella debole e vacillante volontà di eseguire il trattato è legata,

in Germania, alla minaccia imminente di quel milione di uomini in armi.

Ma ad eseguire il trattato occorrerà, a dir poco, mezzo secolo almeno;

e chi può illudersi che la Francia, spossata dalla guerra, oberata di

debiti, reggerà per mezzo secolo al compito erculeo? La Germania non

ebbe da tendere altrettanto muscoli e nervi, dopo il 1870, per far

rispettare il trattato di Francoforte; eppure non ha resistito più di

44 anni, e alla fine fu, dallo stesso suo sforzo, precipitata nella

guerra. La resistenza passiva della Germania metterà la Francia ad un

cimento forse più terribile che la rivolta aperta.

Il tragico nodo della pace per la Francia è proprio questo. Quel

milione di soldati, con cui oggi la Francia e il Belgio impongono alla

Germania l’obbligo suo, non possono restare per anni ed anni a guardare

un nemico, che resiste passivamente, come non l’hanno potuto, e in

condizioni meno difficili, i grossi eserciti della Germania vittoriosa

dopo il 1870. Presto o tardi, se si lasciano andare le cose per la loro

china, accadrà o che i debiti rovineranno e sposseranno la Francia, o

questo esercito precipiterà sulla Germania, trascinato dalla sua stessa

mole e dal suo stesso peso, come una valanga che si stacca dal monte.

Le occasioni e le ragioni non mancheranno. Per quanto si guardi, non

si vede a quale altro fine siano avviate le cose dell’Europa, se non o

a una grande crisi in Francia o all’invasione della Germania, o forse

all’una e all’altra.

In tutti e due i casi avverrebbe il grande schianto dell’Europa.

Una grande crisi interna in Francia diroccherebbe quel che resta

dell’ordine sociale; e chi potrebbe prevedere tutti gli effetti di

un’invasione della Germania? Entrare in Germania sarà facile ad un

esercito francese e belga. Il difficile sarà d’uscirne.

Washington si accinge intanto a ripigliare l’opera fallita a Parigi.

Il Congresso, convocato dal presidente Harding per le limitazioni degli

armamenti, ha incominciato a sedere.

II.

L’America e i mari (25 ottobre 1921)

Washington si accinge dunque a ripigliare in parte l’opera fallita

a Parigi. E la ripiglia dalla questione dei mari cui il Congresso di

Parigi voltò le spalle per frugare nelle tasche della Germania qualche

miliardo di più, o per recuperare qualche quadro rubato un paio di

secoli fa. Non poteva essere altrimenti. Risaliamo con la memoria di

otto anni il corso della storia; e scopriremo facilmente perchè la

questione dei mari è vitale oggi per tutta la civiltà occidentale.

La tragedia della pace · 第 6 / 14 段