Purtroppo l’Europa è già ricascata in quel circolo vizioso in cui si

dibatteva prima del 1914. La Germania ha paura della Francia e l’accusa

di opprimerla spietatamente; la Francia a sua volta ha paura della

Germania e l’accusa di volerla distruggere. La paura genera l’odio, e

l’odio alimenta la paura. La Germania è esasperata dalla umiliazione

del disarmo obbligatorio e sorvegliato; ma questa esasperazione non

lascia dormire la Francia, a cui quel disarmo doveva conciliare i sonni

tranquilli. Più la Germania disarmerà e più la Francia si insospettirà,

perchè crescerà l’odio della nemica. Non può accadere altrimenti. È

una catena. Un anno dopo la pace, la Francia arma 700.000 uomini per

disarmare la Germania; ma mentre la Germania si crede vittima di una

intollerabile iniquità, la Francia si sente minacciata. I due popoli,

uno disarmato e l’altro armato sino ai denti, si odiano più che mai,

perchè tutti e due hanno paura.

Il più grande orrore della storia europea!

III.

Le riparazioni (1 gennaio 1921)

I tedeschi hanno fatto la guerra con il proposito di vincere e di

rovinare i nemici. Il crudele Dio della guerra, da essi adorato e

obbedito dopo il 1870, comandava di distruggere anche la proprietà

del nemico. Non è meraviglia che, terminata la guerra, le nazioni più

straziate abbiano chiesto le giuste riparazioni.

Ma la giustizia è spesso impotente a colpire gli uomini alla

spicciolata: imaginarsi i popoli! I governi, pur tentando di

soddisfarlo nella misura del possibile, avrebbero dovuto cercar di

frenare questo giustificato risentimento, ricordando ai popoli che,

purtroppo, è sempre più facile distruggere che creare, fare il male

che ripararlo. Invece lo hanno eccitato. Sul finire del 1918 Lloyd

George prometteva all’Inghilterra la testa del Kaiser e il risarcimento

totale delle spese di guerra, affermando pubblicamente che la Germania

avrebbe potuto pagare anche 600 miliardi. Ma quando i grandi delirano,

chi può sperare che i popoli siano savi? L’ossessione dell’indennità si

impadronì dello spirito pubblico.

Chi lo ha osservato da vicino al lavoro, sa con quanta leggerezza il

Congresso della Pace trattò questa materia. Non discusse mai seriamente

nè in quale misura si potesse chiedere riparazione secondo giustizia e

con fondata speranza di ottenerla; nè con quali mezzi ottenerla e con

che garanzie; nè come misurare il danno e il risarcimento di ciascun

alleato. Discusse invece tumultuariamente cifre grosse, mediocri,

piccole, ma tutte campate in aria; alla fine, come in un mercato, dopo

un lungo contrattare, venne nell’accordo di chiedere alla Germania un

primo acconto di 125 miliardi e di affidare ad una «Commissione delle

riparazioni» il compito di fissare la somma totale entro il 1º maggio

1921; quanto al pagamento, qualche santo aiuterebbe. Nella fretta

non si accorse neppure, che aveva condannato la Germania a essere

debitrice in perpetuità, ingiungendole di pagare sul suo debito totale

un interesse annuo del cinque per cento. Non i tedeschi, ma i francesi,

hanno calcolato che sommando quell’interesse ogni anno al capitale,

la Germania, pur pagando da 3 a 5 miliardi all’anno, di qui a 30 anni

dovrebbe ai suoi nemici su per giù la stessa somma!

Non c’è da farsi illusioni. Queste riparazioni abborracciate e

incoerenti, invece di riparare i guasti fatti dalla guerra, guasteranno

anche quel che alla guerra è scampato. Che la Germania voglia e

possa pagare anche solo 125 miliardi nello spazio di una generazione,

sembrerà per lo meno molto dubbio ad ogni persona di buon senso. Gli

scrittori francesi si sforzano da qualche tempo di dimostrare che la

Germania può pagare. Ma i loro argomenti, se sono ingegnosi, peccano

tutti per lo stesso difetto; suppongono che la Germania voglia, perchè

può e deve, lavorare per le sue vittime e per i suoi nemici, con lo

stesso fervore con cui prima della guerra lavorava per sè, per la

sua ricchezza e per i suoi piaceri. La Germania potrebbe pagare, se

acconsentisse a dare al mondo un così sublime esempio di pentimento

cristiano. Ma chi la crederà ambiziosa di questa palma?

La civiltà occidentale da un secolo non conosce riposo. Ma con

che pungolo ha incitato l’innata pigrizia degli uomini all’insonne

travaglio? Con l’allettamento di maggiori comodità e di maggiori

piaceri.

Da un secolo in Europa e in America l’agiatezza e il lusso delle

moltitudini crescono, con spavento non piccolo e scandalo di molti;

ma che cosa sono l’uno e l’altra se non il premio e lo sprone della

cresciuta alacrità? L’uomo non lavora, se non spera un premio. Gli

europei e gli americani lavorano molto più che gli orientali, perchè

hanno contratto bisogni e si sono avvezzati a godere molti beni, che

gli orientali non conoscono. Chi spera che i tedeschi lavoreranno

per una o due generazioni anche più indefessamente che nel passato,

contentandosi di vivere poveramente, come dei mussulmani, si illude. E

se i tedeschi non faranno questo sacrificio, come potranno riparare il

male? Risarcire una vittima vuol dire lavorare per essa gratuitamente.

Nè la forza può in questa materia far nulla. Anche la vittoria è

impotente. Lo staffile e la paura possono muovere alla meglio un rozzo

schiavo maldestro; non un operaio, nè un contadino dei nostri tempi, e

tanto meno un intero popolo. Se si tenterà di obbligare con la forza la

Germania a lavorare per le sue vittime, la Germania si spopolerà. Già

l’industria tedesca ha incominciato ad emigrare, per lo spavento delle

imposte che la minacciano. La guerra mondiale ha impoverito la Germania

più che i suoi nemici; e molti fatti inducono a credere che questa

miseria durerà a lungo, se pure non crescerà. Ma come sperare che la

Germania impoverita voglia e possa rifare tutto ciò che i suoi eserciti

hanno devastato?

Questi non sono arcani di saggezza riposta ma considerazioni del buon

senso. Molti ne convengono, ragionando a quattro occhi: ma a che serve?

L’Europa è incatenata dai trattati. I governi si attengono ai testi di

questi trattati; come se potessero eseguirsi alla lettera. I ministri

delle finanze fanno i loro conti, come se i crediti sulla Germania

fossero di scadenza infallibile. E potrebbero gli uni e gli altri fare

altrimenti? Potrebbe un governo, un anno dopo aver firmato dei trattati

di quella mole e averli proclamati la felicità e il prodigio del mondo,

dire che non sono applicabili? Potrebbe un ministro delle Finanze

dichiarare di sua testa inesigibile un credito, scritto in alcuni dei

più solenni documenti della storia universale?

A loro volta nessun giornale, nessun uomo eminente e autorevole vuole

assumersi la responsabilità di dichiarare imaginarî e irreali dei

diritti, che i governi dichiarano validi e fermi. Tutti coloro, che

sanno come stiano le cose, si legano a vicenda nella menzogna o nel

silenzio complice. Il pubblico, che non può discernere chiaramente

in così grandi cose il possibile dall’impossibile, e che è spinto a

chiedere riparazione e vendetta dalla giustizia e dall’interesse, si

conferma nella persuasione che la Germania pagherà. Che pagherà, perchè

_deve_ pagare.

Ma questa sicura aspettazione dei popoli lega i governi. Quale governo

oserebbe denunciare per malsicuri quei crediti, quando i popoli già si

immaginano di palpare il denaro? I popoli non intenderebbero ragione; e

si risentirebbero, come derubati, contro i governi.

Senonchè questo malinteso non può durare eternamente. Un giorno o

l’altro tutte le illusioni saranno sbugiardate dalla brutalità del

reale. Prima o poi, i popoli dovranno accorgersi che la Germania non

può perchè non vuole, e non vuole perchè non può pagare se non una

piccola parte delle indennità imposte. Che cosa accadrà quel giorno tra

i popoli illusi e delusi, e i governi compromessi e impegnati?

Io non so che cosa accadrà, e non voglio tentare di indovinarlo. Ma

confesso di non poter pensare a quel giorno senza ansietà, perchè

troppo dubito e temo che il terribile nodo non possa sciogliersi a poco

a poco, tranquillamente, senza strappi.

In questo almeno il Keynes ha ragione: un aiuto serio e efficace non

poteva esser dato ai paesi che più hanno sofferto per le devastazioni

delle guerre, all’Italia, alla Francia, al Belgio, alla Serbia, se

non da un accordo tra gli alleati. I più ricchi e fortunati tra i

vincitori avrebbero dovuto integrare, a condizioni eque e con sussidi

diretti e indiretti, le ragionevoli indennità imposte ai vinti, per

salvar ciascuno in particolare, salvando tutti insieme, vincitori e

vinti. Il sacrificio consentito dagli alleati più ricchi sarebbe stato

presto ricompensato dal rapido rifiorire della prosperità generale. Ma

questa intesa rigeneratrice non poteva essere stretta senza l’America;

e poteva l’Europa chiedere questo servizio e questo sacrificio

all’America, quando le aveva tolto il frutto della sua vittoria?

Si ricasca sempre lì. Esclusa dal Congresso della pace la questione

dei mari, tutte le questioni continentali sono diventate insolubili.

Perfino quella delle riparazioni.

IV.

Trattati di carta velina (13 gennaio 1921)

Fu un tempo, che i trattati si incidevano nel bronzo e nel marmo. I

tempi nuovi si accingono a copiarli sulla carta velina? L’inchiostro

dei trattati di Versailles e di Sèvres non era ancora seccato, e già si

parlava di rifarli! Non s’era visto ancora nella storia un così pronto

pentirsi dell’irrevocabile.

Sul trattato di Versailles cadono fitte le accuse. Sarebbe iniquo,

oppressivo, dettato dall’odio alla prepotenza. Esagerazioni. Il

trattato ha pregi e difetti; e tutt’assieme l’Europa potrebbe forse

compensare gli uni e gli altri in una applicazione savia e giudiziosa,

se non avesse davvero un difetto di cui nessuno parla, ma che è

peggiore di tutti i vizi denunciati, veri o falsi. Ed è che non si sa

precisamente se esista o non esista; se sia un trattato vero e vivo,

o un pezzo di carta inoperante a dispetto delle ratifiche. Chi dice

che è un trattato vero e chi dice di no; tutti aspettano impazienti

che i fatti sciolgano il dubbio, ma i fatti non hanno fretta; la parte

buona come la parte cattiva del trattato riposa sopra un’«incertezza»,

che non vuol chiarirsi. Onde la strana ansietà che si impossessa

dell’Europa, perchè non sa se ha o se non ha fatto la pace.

L’evento è così strano, che giova intenderlo bene. Un pezzo di carta

scritta non diventa un trattato operante, un impegno sacro, una legge

imperativa tra i popoli se non per virtù di consenso spontaneo o di

coazione. Affinchè un trattato non resti lettera morta e sia osservato,

è necessario che, o il vinto lo riconosca e si consideri obbligato,

sia dall’onore, sia dal suo stesso interesse, a obbedirgli; o che il

vincitore sia tanto forte che il vinto non osi ribellarsi e l’osservi.

Il trattato di Versailles sfugge all’uno e all’altro dei due requisiti.

Questo è il suo vero difetto. A torto o a ragione, i tedeschi sono

persuasi di aver dovuto subire a Versailles il ricatto di Brenno. Come

i francesi dopo il trattato di Francoforte, essi maledicono il trattato

e denunciandolo iniquo si considerano tenuti ad osservarlo soltanto

nella misura in cui la forza li costringa. Alla forza spetterebbe

dunque di far rispettare il trattato. Ma la forza c’è? In questo

sta il tutto. La Germania è stata vinta nella guerra mondiale da

una coalizione, che in parte si è sciolta, in parte si è rallentata.

Nessuno potrebbe oggi dire quali forze sarebbero pronte domani per

imporre il trattato alla Germania recalcitrante. La Francia sola? La

Francia e il Belgio? La Francia, l’Inghilterra, il Belgio? Nè è facile

indovinare quel che la Germania potrebbe fare domani, se volesse

tentare di lacerare il trattato od opporre una resistenza passiva.

Nessuno lo sa, neppure la Germania. Chi dice la Germania prostrata per

secoli; chi la rivede tra pochi anni più potente e minacciosa di prima.

Il male segreto che strugge l’Europa è proprio questa incertezza.

La Germania vorrebbe accertarsi che la coalizione nemica è sciolta

o impotente: ma i fatti la confortano appena di qualche malsicura

speranza. A sua volta la Francia vorrebbe esser certa che la coalizione

con cui ha vinto la guerra non l’abbandonerà mai; e che anche se si

sciogliesse, basterebbero al trattato le sue sole forze. Ma anche per

la Francia i segni dei tempi sono confusi e malsicuri. Le altre potenze

aspettano gli eventi, senza far nulla per chiarire quell’incertezza,

parlando come se la coalizione sussistesse ancora ed operando come se

non ci fosse più. Onde la coalizione e quindi la forza che dovrebbe

imporre il trattato c’è e non c’è; ora par che ci sia, ora no; e il

trattato compilato con tanta fatica sussiste e non sussiste, ora c’è,

ora non c’è, secondo che pare o non pare esistere una forza adeguata

per imporlo. La Germania si acconcia ad eseguire ad uno ad uno gli

impegni meno gravosi del trattato, ma tutti all’ultimo momento,

lentamente, cercando di guadagnar tempo e sperando che alla fine il

trattato apparisca non essere altro che un pezzo di carta, per la parte

non eseguita. La Francia invece fa disperati sforzi per tenere legata

la coalizione, e, temendo che alla fine si sciolga, cerca di affrettare

l’esecuzione; ma è sempre in ansia di trovarsi tra le mani una lettera

morta.

Del trattato di Sèvres il discorso è ancora più semplice. Qui non

ci sono dubbi. La forza per imporlo non è mai esistita; e perciò

il trattato non è esistito mai fuorchè nell’immaginazione dei suoi

compilatori. L’Inghilterra, la Francia, la Grecia fecero un giorno

un bel sogno: spartirsi le spoglie della Turchia, vinta nella guerra

mondiale, e della Russia, smembrata dalla rivoluzione. Senonchè non

bastava aver vinto un esercito tedesco sul Reno per impadronirsi della

Mesopotamia, della Palestina, della Siria, di Costantinopoli, del Mar

Nero; occorreva mandare in Asia un esercito, e strappare con una nuova

guerra quei paesi alla religione che ancora li domina. Nè la Francia,

nè l’Inghilterra potevano; e allora Lloyd George immaginò di intendersi

con Venizelos, offrendo in premio Smirne e la Tracia. Senonchè la

combinazione pericola, un po’ perchè l’esercito greco non basta al

compito, un po’ perchè il popolo greco non vuol più saperne di questa

guerra. Per odio alla guerra il suffragio universale ha rinnegato

Venizelos.[13] Ma se viene a mancare la sola forza, su cui l’Europa

poteva fare assegnamento per imporlo, che altro sarà il trattato di

Sèvres se non un pezzo di carta? L’Inghilterra cerca oggi di mettersi

d’accordo con re Costantino, affinchè continui in Asia Minore la

guerra incominciata dal Venizelos: ma questo stratagemma puerile potrà

soltanto ingrandire la catastrofe, differendola di qualche mese.

«Il mondo non muta — dicevano volentieri, durante la guerra, i

«realisti» e gli scettici. — In questa come in tutte le guerre, i

vincitori cercheranno alla fine di ingrandirsi a spese dei vinti,

obbedendo al proprio egoismo. È un sogno supporre che l’Inghilterra

acconsentirà mai a spogliarsi anche parzialmente, a favore del genere

umano, del dominio del mare; o che le grandi potenze superstiti, amiche

e nemiche, potranno intendersi tra loro e con l’America per tentare un

riordinamento generale degli affari di Europa, prendendo le mosse dalla

limitazione degli armamenti».

E purtroppo lo scetticismo ha avuto ragione. I vincitori hanno fatto la

pace, come se questa fosse una delle solite guerre, badando ciascuno al

suo interesse singolo e imponendolo nella misura della sua forza. Ma

si è avverata anche la previsione, che la saggezza veggente opponeva

a quello scetticismo: la pace non è pace e sta deludendo l’orgoglioso

egoismo che l’ha dettata. Non avendo riordinato l’Europa su principî

di solidarietà accettati dai vinti e dai vincitori, i vincitori non

hanno potuto nè dare alla Francia le garanzie da questa richieste, nè

agevolare ai paesi devastati dalla guerra la necessaria restaurazione;

ed alla fine hanno compilato dei trattati, la cui osservanza dovrebbe

essere imposta da una forza che spesso non c’è; più spesso non è ben

sicuro se esista o no.

V.

Il capovolgimento dell’Austria-Ungheria (29 gennaio 1921)

Nata dall’antico odio di Francia e Germania, la guerra mondiale ha

distrutto gli Absburgo. Ai vincitori è toccato anche il compito di

spartire l’eredità di quella corona.

Tutti sanno come si governava l’impero poliglotta degli Absburgo.

Molte razze diverse erano sottoposte al dominio di due razze egemoni,

i tedeschi e gli ungheresi, e all’autorità della corona imperiale che

le governava tutte, dominate e dominatrici, per mezzo di un’antica

aristocrazia e di una burocrazia fedelissima. Non erano pochi i

difetti di questo governo. Teneva in soggezione le classi medie e

l’intelligenza; cercava di soffocare la coscienza nazionale di tutti i

popoli dell’impero, che non parlavano tedesco o magiaro; accarezzava la

plebe e le permetteva anche di civettare con la rivoluzione sociale,

purchè fosse contenta di essere plebe soltanto e non aspirasse a

diventare nazione. A compenso di tutti questi difetti l’impero aveva

una qualità: non si reggeva soltanto per la forza. Tra i suoi titoli di

autorità c’era, oltre l’esercito e la polizia, anche il prestigio della

dinastia. Sebbene nell’ultimo mezzo secolo il sentimento nazionale si

fosse risvegliato nei popoli soggetti all’egemonia tedesca e magiara,

non aveva spento l’antica devozione alla dinastia. L’impero si reggeva

ancora, negli anni che precedettero la guerra, perchè milioni di uomini

parlanti lingue diverse veneravano l’imperatore come il legittimo

signore, e si credevano obligati ad obbedirgli.

La guerra l’ha provato. Da principio molti predissero che l’impero

sarebbe stato dopo pochi mesi sfracellato dall’esplosione degli odî

nazionali. Invece tra le razze dell’impero sottoposte all’egemonia

tedesca e magiara solo gli czechi hanno, sino dal principio della

guerra, resistito con un certo vigore all’autorità imperiale. Le altre

hanno combattuto fedelmente fino al 1918. Soltanto nella seconda metà

del 1918, quando la misura delle sofferenze fu colma, il sentimento

nazionale esplose nelle moltitudini, come un accesso di disperazione.

Tutti quei popoli vollero essere nazioni, quando s’accorsero che la

corona austro-ungarica non poteva più salvarli.

Così si sfasciò l’impero degli Absburgo. Con i suoi frammenti e con

numerose amputazioni dell’Ungheria, della Germania e dell’antico

impero russo, i trattati di pace hanno costituito tre nuovi stati:

la Polonia, la Czeco-Slovacchia, la Jugoslavia. Ma come li hanno

costituiti? Capovolgendo l’antica Austria-Ungheria degli Absburgo. In

questa il governo era monarchico e aristocratico. In quei nuovi stati

è repubblicano, fuorchè nella Jugoslavia; e in tutti è democratico,

perchè il suffragio universale è la fonte dell’autorità. Nell’impero

degli Absburgo i tedeschi e i magiari erano i dominatori e gli

oppressori: nei nuovi stati i tedeschi ed i magiari hanno preso,

insieme con alcuni popoli nuovi, il posto delle antiche loro vittime,

mentre queste salivano al rango di dominatori.

Il che può anche parere giustizia, almeno in una certa misura. _Qui

gladio ferit, gladio perit_. I tedeschi e i magiari hanno troppo

abusato della loro potenza nell’impero, impegnandolo nell’orribile

guerra. Che questi nuovi regni e queste nuove repubbliche siano stati

fondati quasi per rappresaglia contro l’impero, e che le minoranze,

prima della guerra sottoposte all’egemonia tedesca e magiara, vogliano

far sentire agli antichi padroni che il mondo si è capovolto, si

capisce, sino ad un certo punto. Il Congresso della pace, impegnato

a voler sciogliere tanti nodi insolubili, non ha avuto la forza di

frenare queste vendette.

Ma un pericolo c’è. Nell’impero degli Absburgo i tedeschi e i magiari

imponevano la loro egemonia un po’ colla forza, un po’ con il prestigio

secolare della corona degli Absburgo. Nei nuovi stati l’egemonia dei

polacchi, degli czechi, dei serbi sui tedeschi, sugli ungheresi, sui

croati, sugli sloveni, sui montenegrini, sugli albanesi e sui bulgari

potrà farsi valere soltanto con la forza. Appunto perchè i nuovi

stati riposano sul principio nazionale, non possono giustificare con

nessun principio di diritto l’oppressione delle altre nazionalità, la

persecuzione delle loro lingue, la chiusura delle loro scuole, la loro

degradazione politica. La forza resta il solo argomento. Onde la guerra

ha liberato i popoli, regalando loro dei governi che, sinchè lo spirito

attuale di rappresaglia infierisca, saranno molto più duri che l’impero

degli Absburgo; tanto più duri e violenti, quanto più deboli.

Poichè questi stati nascono deboli. Nascono esauriti dalla guerra,

e già falliti prima di aver cominciato ad amministrare; senza uomini

e senza mezzi adeguati al compito, senza altro principio di autorità

che il suffragio universale, ossia in balìa di moltitudini avvezze da

secoli ad obbedire un’autorità quasi assoluta. Potranno soverchiare

minoranze indocili, perchè avvezze da secoli a comandare?

E infatti vivono già tutti nel sospetto. La Polonia ha paura della

Russia e della Germania; e non è nemmeno sicura della Czeco-Slovacchia.

La Czeco-Slovacchia guarda con diffidenza la Germania e l’Ungheria. La

Jugoslavia ha paura dell’Ungheria e della Bulgaria; e, dopo la caduta

di Venizelos, non si fida più nemmeno troppo della Grecia. Ogni stato

si chiude in sè, si isola, vieta persino il commercio con i vicini. I

grossi eserciti sarebbero un buono scudo; e la voglia di possederli

non mancherebbe a nessuno di questi stati. Manca invece il denaro;

e non son neppur sicuri gli uomini, perchè nelle moltitudini, ieri

schiave oggi sovrane, le idee comuniste fanno strada. Incominciano gli

intrighi diplomatici, le intese, i progetti di alleanza offensiva e

difensiva, man mano che in ogni stato l’odio tra dominanti e oppressi

si inasprisce. La piccola Intesa è il primo tentativo di corroborare,

con gli accordi e con diplomazia, forze vacillanti e poco sicure di sè.

Insomma nella pace austriaca ritroviamo lo stesso difetto che nelle

altre paci. Anche questi trattati hanno creato un ordine di cose che

non può reggersi se non sulla forza: ma se la forza necessaria per

reggerlo esista, è dubbio. Onde un’incertezza, un sospetto, un’ansietà

universali. Se oggi ci sia nel cuore dell’Europa più giustizia che

prima della guerra, non so; ma è certo che c’è molto più odio e molta

più paura. L’odio che genera la paura; e la paura che genera l’odio.

Come uscire da questa tragica stretta?

VI.

La Polonia e la Russia (28 agosto 1920)

L’Intesa è miracolosamente scampata ad una disfatta in Polonia.

Quando la fortuna volgeva favorevole alle armi sue, il Governo di

Mosca, prendendo a testo e ad esempio il trattato di Versailles, aveva

annunciato di voler imporre alla Polonia, tra le condizioni di pace,

il disarmo obbligatorio. Se la Polonia non avesse avuto la forza di

respingere l’invasore, che cosa avrebbe potuto fare l’Intesa? L’Intesa

non poteva aiutarla nè con armi temporali nè con armi spirituali.

Non poteva mandare soldati in Polonia; non poteva protestare contro

il disarmo imposto dai bolscevichi, poichè essa l’aveva imposto alla

Germania.

Difatti il governo inglese aveva già consigliato la Polonia di chinare

il capo, aggiungendo che il vinto aveva meritato la sua sorte; e molti,

in Inghilterra e altrove, aguzzavano i sofismi per dimostrare che le

condizioni poste dai bolscevichi alla pace erano eque e generose! Non

sembrerà vero ai posteri, ma è così. La Polonia sarebbe diventata un

protettorato russo: invece di essere il cuneo cacciato tra la Russia

e la Germania per separarle, sarebbe stata il ponte che le avrebbe

congiunte; il primo passo verso l’alleanza della Russia e della

Germania sarebbe stato fatto; e si sarebbe visto il primo schieramento

per una nuova guerra generale, più o meno lontana. Sarebbe difficile

immaginare per l’Intesa una disfatta più grave. Eppure l’Inghilterra e

l’Italia parevano già rassegnarsi in precedenza!

La Polonia, se ha commesso molti errori nel suo primo anno di vita,

ci ha almeno risparmiato questa calamità. Ad una condizione però: che

Francia, Italia, Inghilterra sappiano meritare l’insperata fortuna

delle vittorie polacche.

La politica russa dell’Intesa è viziata da una contraddizione, che è

la ragione profonda di molti guai presenti e che sarà seme di infiniti

mali futuri.

La tragedia della pace · 第 5 / 14 段