Ma le firme dei sovrani, che nel secolo XVIII erano il simbolo di un

principio di diritto pubblico, divennero a poco a poco una formalità

nei trattati del secolo XIX, quando la coscrizione e le rivoluzioni

democratiche ebbero scatenato sull’Europa le guerre dei popoli.

Il principio dell’onore dinastico si indebolì, e tra gli avanzi

dell’antico diritto pubblico si insinuò un principio nuovo: che un

trattato non può esser considerato valido in sè e per sè, ma solamente

in quanto non violi certi diritti dei popoli. La Francia sostenne, dal

1871 al 1914, la prova del fuoco per il nuovo principio. In forza di

questo principio la Francia ha dichiarato quasi per mezzo secolo di

subire ma di non riconoscere come valido il trattato di Francoforte,

perchè questo trattato violava un diritto imprescrittibile dell’Alsazia

e della Lorena, di cui nessun governo poteva disporre.

Questo principio ha preso forza nell’animo e nell’immaginazione dei

popoli, durante la guerra mondiale. I governi dell’Intesa — e in parte

anche i governi nemici — avevano dichiarato di riconoscerlo come il

fondamento dell’ordine nuovo. Ed è un principio alto e nobile, dal

quale un nuovo diritto pubblico dell’Europa potrebbe nascere, ad una

condizione però: che ci sia un certo accordo ed una certa lealtà nel

definire questi diritti dei popoli, di cui la forza non può fare

scempio, a cui anche la vittoria deve inchinarsi. Se no, che cosa

accadrà? Che cosa accadrà se ogni gazzettiere o filosofo o poeta o

diplomatico o uomo di stato o cavadenti sarà libero di definire a volta

a volta, come gli piace, questi diritti dei popoli; se ogni popolo

vorrà essere giudice inappellabile del proprio diritto e del proprio

dovere? Nessun trattato avrà più alcun valore, fuorchè quello che vorrà

riconoscergli il capriccio dei contraenti; ogni popolo potrà dichiarar

nulla la parte di un trattato che non gli garba come lesiva di qualche

diritto, che ciascuno poi definirà come meglio gli piace.

È proprio quel che accade ora. Il diritto dei popoli sta precipitando

l’Europa in un caos di discordie, di odî e di guerre: castigo meritato

dell’incoerenza, con cui l’Europa ha lasciato la Francia, dopo il

1870, dichiarar nullo _in aeternum_, in nome di quel diritto, uno dei

trattati su cui posava la pace del mondo, senza curarsi poi di definire

questi inviolabili diritti dei popoli. Il concetto nuovo del diritto

dei popoli ha indebolito l’antico rispetto in cui i trattati, come cosa

sacrosanta, erano tenuti; ma senza acquistare consistenza, precisione,

virtù imperativa da governar esso il mondo.

Il Presidente Wilson aveva intravisto la difficoltà; ed era venuto

in soccorso dell’Europa. Proponendo i famosi quattordici punti, si

era assunto il compito, adempiuto con tanto splendore dal Talleyrand

nel Congresso di Vienna; aveva tentato di definire i principî, con i

quali giudicare i diritti che i nuovi stati e gli antichi dicevano

di poter vantare sui territori disponibili. Impresa necessaria, ma

difficilissima: sia perchè i famosi punti erano soltanto un abbozzo;

sia perchè, per pacificare davvero l’Europa, occorreva che questi

principî fossero riconosciuti sinceramente non solo dei vincitori,

ma anche dai vinti, come il principio di legittimità era stato

riconosciuto da tutte le potenze nel Congresso di Vienna. Ma appunto

perchè l’impresa era ardua, era dovere tentarla. Quale vertigine ha

travolto le classi governanti e con esse i governi dell’Italia, della

Francia, dell’Inghilterra? Per quale ragione, mentre le moltitudini

avevano acclamato Wilson, come il salvatore, tante forze oscure hanno

cospirato a screditare come un vano sogno il primo e più urgente tra i

preliminari della pace?

L’Europa non sa ancora quello che ha fatto; non ha capito ancora di

aver distrutto tutti i sostegni dell’ordine internazionale e quindi

della pace, proprio nel momento in cui doveva restaurare nel mondo la

più vasta pace che si fosse ancora fatta. Oggi i trattati non hanno

più nessun punto fermo e solido a cui appoggiarsi: non la complicata

e gagliarda struttura giuridica della società del secolo XVIII, non

la tradizione diplomatica delle Corti e l’equilibrio delle forze del

secolo XIX, non i principî del nuovo diritto pubblico, che nessuno vuol

riconoscere, se non in quanto vanno d’accordo con le proprie ambizioni

e cupidigie. Non resta che la forza. Ma chi sa ormai dove risiede la

forza? L’Intesa ha vinto, ma insieme, e grazie alla mitraglia d’oro del

nuovo mondo; chi può sapere oggi quale sia la forza di ciascuna delle

potenze dell’Intesa da sola e quelle dei nuovi stati sorti dalle ruine

degli antichi? Cento anni di guerra, dunque!

«Colpa del capitalismo» — dicono i socialisti. I socialisti non

conoscono la storia dell’Europa meglio dei nazionalisti. Essi non

sanno che la dissoluzione presente è l’ultimo effetto di un disordine

intellettuale, che incomincia con il Rinascimento e con la Riforma;

e di un rivolgimento militare e politico, che incomincia con la

spartizione della Polonia e con la rivoluzione francese: prima che il

«capitalismo» ossia la grande industria nascesse. Il male è più antico

e profondo che i socialisti non credano; e il rimedio da essi proposto,

la soppressione del capitalismo, non basterebbe a curarlo.

A leggere i fogli socialisti, d’Italia e di fuori, si direbbe che il

trattato di Versailles è gemello del trattato di Brenno. Ma chi conosce

il trattato scuote le spalle. Esso contiene, sì, alcune disposizioni

che sono o troppo dure o ineseguibili accanto ad altre, che sono

savie e giuste. Ma il suo vero difetto è pur troppo un altro: che

tutte queste disposizioni — le giuste come le ingiuste — non riposano

su principî chiari, precisi, riconosciuti dalla coscienza universale

dei vinti e dei vincitori; ma su improvvisazioni e compromessi di

principî opposti, spesso arbitrari, poco chiari e contradditorî. Onde

tutti gli interessi lesi possono denunciare come ingiuste anche le sue

clausole più giuste; e siccome ormai i trattati che non sono giusti,

sono considerati come pezzi di carta, dichiararlo nullo, in tutto od

in parte. Non se ne fanno scrupolo gli stessi vincitori: immaginarsi

i vinti! La Germania non riconoscerà questo trattato come giusto

ed impegnativo più che la Francia abbia riconosciuto il trattato di

Francoforte; e non lo eseguirà che nella misura in cui sarà costretta

ad adempierlo dalla forza. Impresa difficile e piena di pericoli, per

un trattato che impegna almeno due generazioni e in tempi esausti dagli

eccessi deliranti della nazione armata.

Non mi meraviglio punto che già la Francia e l’Inghilterra siano piene

di inquietudini. L’inchiostro con cui il trattato è stato scritto non

è ancora asciugato, le ratifiche non sono ancora perfette, e già da

ogni parte si teme che la fatica di quest’anno sia stata quella di

Sisifo. Mi meraviglio piuttosto che tanta gente si sia illusa e si

illuda ancora, come se quel trattato potesse valere altrimenti, se

non per la forza materiale su cui potrà fare assegnamento. E poichè le

disgrazie non vengono mai sole, ecco che delle inquietitudini e della

insicurezza, generate da questi trattati, a cui manca l’autorità per

imporsi, approfittano i governi per tentare di ingrandire su questo

immenso sfasciume di rottami, l’antico militarismo, autore e padre

della rovina presente!

PARTE TERZA.

I TRATTATI

_Questa terza parte si compone di articoli pubblicati dal Secolo nel

1920 e nel 1921, che sono qui ristampati con qualche ritocco, dopo

essere stati legati in un insieme coerente. La data posta sotto il

titolo indica il giorno in cui l’articolo fu pubblicato nel giornale.

L’ultimo scritto_, La politica realistica, _è inedito: breve nota che

ho ritrovato tra i miei appunti del 1920._

_Questi articoli riuniti sono uno studio sulla pace, fatto circa

un anno dopo la conclusione dei trattati, e quindi maturato

nella meditazione e alla luce dell’esperienza. Le impressioni, i

presentimenti, le intuizioni, ancora oscillanti e confuse, che avevo

fissate sulla carta durante il Congresso della pace, si precisano

e si confermano in alcune conclusioni definitive sulla natura, gli

effetti, i difetti della pace, le quali si appuntano e si riassumono

in una conclusione generale: un trattato o un corpo di trattati non

poter reggersi che o per la forza o per il consenso o per l’uno o

l’altra; ai recenti trattati di pace far troppo spesso difetto così

la forza come il consenso. Onde una specie di protettorato del mondo

impotente, scritto sulla carta, e ragione di malcontento universale, di

insicurezza persistente e di oscuri pericoli._

I.

L’America e i mari (27 novembre 1920)

I trattati, che dovevano ripristinare la pace in Europa, sono stati

sottoscritti da più di un anno, ratificati tutti, sia pure a denti

stretti, fuorchè il trattato di Sèvres; e in parte applicati. A mano

a mano che ci allontaniamo dal Congresso, la «tragedia della pace»,

osservata durante il Congresso nei singoli episodi staccati, si

allinea innanzi al mio sguardo, come un insieme ed una unità. Tragedia

meno vistosa e clamorosa che la guerra, perchè quasi clandestina.

Non l’hanno capita neppure gli attori da strapazzo, che l’hanno

recitata. Ma se meno vistosa, è forse più terribile che la guerra.

Una catastrofe, i cui effetti colpiranno le generazioni, è accaduta

in poche settimane, all’insaputa di tutti, senza che alcuno se ne

accorgesse, nei conciliaboli segreti di pochi uomini, che un destino

cieco aveva scelti a caso, a cui aveva conferito il potere quasi divino

di disporre dei destini del mondo, e che se ne sono serviti senza

sapere quello che facevano.

Il principio della catastrofe fu così semplice, che nessuno se ne

accorse. Chi ricorda ancora come la cosa avvenne? Sul finire del

1918 Clemenceau pronunciò alla Camera francese un grande discorso,

per esporre le viste e i propositi del Governo francese intorno alla

pace. In quel discorso il Clemenceau lasciò chiaramente capire che

non credeva alla Lega delle Nazioni; che rimaneva fedele alla vecchia

scuola delle alleanze e degli equilibrî, e che vagheggiava una alleanza

tra l’Italia, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti per imporre

la pace al mondo. Aggiunse avergli Lloyd George chiesto se a parer suo

senza l’armata inglese la guerra sarebbe stata vinta; come egli avesse

risposto che no; e si fosse accordato con il primo ministro inglese

di opporsi insieme nel Congresso a tutte le proposte, che diminuissero

o limitassero la potenza di quella armata. La Francia e l’Inghilterra

si dichiaravano avverse alla libertà dei mari, chiesta dall’America;

e rifiutavano di discutere al Congresso un nuovo statuto delle acque,

meno barbaro di quello che oggi impera sui mari.

Nessuno, in Europa, badò allora a questo annuncio. Eppure in quel

rifiuto era già contenuto, come la pianta nel seme, così il fallimento

della Lega delle Nazioni disegnata dal Wilson, come il fallimento delle

alleanze vagheggiate dal Clemenceau; così il riaccendersi delle dispute

e delle discordie che già avevano minacciato di distruggere la civiltà

occidentale, come il fallimento di tutto il Congresso. Per quale

ragione? Il velo del destino oggi si squarcia.

Perchè l’America dichiarò la guerra alla Germania? Perchè la

Germania voleva chiudere a suo arbitrio le vie del mare al commercio

tra l’America e i suoi nemici. L’America non volle riconoscere il

monopolio e la padronanza degli Oceani, che la Germania si arrogava.

Ma non la Germania sola: chè l’America ebbe, sin dal principio della

guerra, fiere dispute anche con l’Inghilterra intorno al blocco, al

contrabbando e ai diritti che anche l’Inghilterra si arrogava sul

commercio tra le potenze neutre e i suoi nemici. Scoppiata la guerra

europea, gli Stati Uniti hanno ad un tratto trovato sul mare, di cui

essi si erano serviti sino allora liberamente, come della grande via

comune del genere umano, due potenze nemiche tra loro, ma concordi

nell’affermare che quella via era invece loro proprietà e monopolio,

e che esse avevano il diritto di chiuderla a tutti, quando i propri

interessi lo richiedevano. L’America ha allora affermato, sotto nome di

libertà dei mari, i diritti generali di tutto il genere umano sulla via

comune delle acque; ma non potendo sostener questi diritti contro le

due potenze ad un tempo, si è unita alla più arrendevole e conciliante,

contro la più fiera e intransigente.

Senonchè l’America si impegnava nella guerra mondiale, in parte

almeno, come nemica della sua alleata e come alleata della sua

nemica. Nell’ardore del combattere, sinchè la guerra durò, il mondo,

e la stessa America, non si accorsero della contraddizione; ma la

contraddizione si fece manifesta, appena la guerra finì. Vinta in terra

e sul mare, catturata la flotta con cui aveva atterrito gli Oceani,

la Germania si univa subito all’America per chiedere la libertà dei

mari; ossia si mutava in alleata. A sua volta l’America non poteva più

chiedere il premio della sua vittoria alla nemica, perchè la Germania,

catturata la flotta, non la minacciava più sui mari; doveva chiederlo

all’alleata, all’Inghilterra, che, distrutta la flotta tedesca, restava

più potente e prepotente di prima sui mari. L’alleata prendeva dunque,

nei negoziati, il posto della nemica; e lo prendeva così pienamente,

che rifiutava di pagar essa all’America, al posto della Germania, il

premio della vittoria. Lo statuto dei mari doveva restare barbaro e

confuso come prima della guerra; nessuna soddisfazione doveva essere

data ai popoli, che reclamavano il mare come via comune del genere

umano.

Questo diceva, a chi avesse orecchie per intendere, il rifiuto

dell’Inghilterra, annunciato dal Clemenceau alla Camera francese, sul

finire del 1918, come un fatto che si intendeva di per sè. Quel rifiuto

era la prima catastrofe della vittoria. L’America fu defraudata del

giusto premio e doppiamente delusa; perchè ebbe danno, e grave, dalla

vittoria. Annientando la flotta tedesca l’America ha accresciuto il

pericolo inglese sul mare; tanto è vero che oggi è costretta a far sui

mari le veci della Germania, varando una immensa armata, per bilanciare

la forza inglese. Ma il rifiuto non colpì solo direttamente l’America;

colpì anche di rimbalzo l’Europa. L’Europa non potè più, dopo quel

rifiuto, chiedere all’America che partecipasse o alla Lega delle

Nazioni o a qualsiasi alleanza europea.

Durante tutto il Congresso della pace il Presidente Wilson e il

Clemenceau hanno voluto salvare il mondo, ma ciascuno a modo suo e

meglio dell’altro; l’uno con la Lega delle Nazioni, l’altro con la

vagheggiata alleanza tra l’Europa e l’America. Alla fine, dopo molto

combattere, si sono accordati di salvarlo due volte, con la Lega

delle Nazioni e con l’alleanza della Francia, dell’Inghilterra e

dell’America. Nè l’uno nè l’altro sembrano aver neppur sospettato che

ormai, dopochè l’Inghilterra aveva rifiutato di venire a patti sugli

Oceani, ambedue i disegni non erano più che utopie; perchè l’America

non poteva prender parte nè alla Lega delle Nazioni nè ad un’alleanza

europea, di cui l’Inghilterra facesse parte.

Eppure è così. Che cosa era comune alla Lega delle Nazioni imaginata

dal Wilson e alla alleanza proposta dal Clemenceau? Lo scopo: mettere

al sicuro tutte le potenze che ne facessero parte, anche l’Inghilterra,

da una egemonia continentale in Europa. Ma si poteva chiedere

all’America di impegnarsi a difendere l’Inghilterra sul continente

europeo e contro i suoi futuri dominatori, quando l’Inghilterra

rifiutava di darle alcuna garanzia contro i pericoli di una egemonia

degli Oceani? Ormai il pericolo per l’America era in Inghilterra, non

in Germania: e si voleva che si alleasse all’Inghilterra contro la

Germania? Quando mai s’è vista un’alleanza od una lega, che addossa

tutti gli oneri ad una parte e riconosce tutti i vantaggi all’altra?

Il giorno in cui l’Inghilterra rifiutò di discutere quella che gli

americani avevano chiamata «la libertà dei mari», _gli Stati Uniti

erano esclusi dagli affari europei_. Non riconoscendo l’Europa il

solo interesse, che avrebbe potuto spingere l’America a garantire in

parte l’ordine e la pace dell’Europa, non restava agli Stati Uniti che

ritornarsene a casa loro. Le poche persone, che non sognavano ad occhi

aperti, come i bevitori di _haschisch_, non si sono meravigliate punto

che, non ostante i generosi sforzi del Presidente Wilson, il popolo

americano abbia, nelle elezioni recenti, con un gesto risoluto, buttato

dalla finestra tutti i protocolli di Parigi: Lega delle Nazioni e

alleanze. Il solo miracolo che si ripete a giorno fisso è quello di San

Gennaro.

II.

Le garanzie (15 dicembre 1920)

Mentre l’Inghilterra rifiutava di riconoscere nel Congresso della

pace la libertà dei mari, la Francia chiedeva garanzie e riparazioni.

Richiesta non indiscreta, ma che pur troppo era in contraddizione con

le ambizioni oceaniche dell’Inghilterra. Prendendo per sè i mari,

l’Inghilterra toglieva alla Francia e agli altri alleati così le

garanzie come le riparazioni. Il Congresso non se n’è accorto; e perciò

ha perduto sei mesi per sciogliere un nodo insolubile.

Cerchiamo di chiarir questo nesso un po’ nascosto tra i mari e la

terra. Da che pericolo voleva essere garantita la Francia? Dalla forza

della Germania. In che sta questa forza? Nel numero. Tra le ragioni

per cui la guerra mondiale è scoppiata, non bisogna dimenticare lo

sbilancio della popolazione tra Francia e Germania. La guerra non

sarebbe scoppiata, se ci fossero stati dieci milioni di francesi di

più o dieci milioni di tedeschi di meno. Ma questo sbilancio non è

stato livellato dalla guerra mondiale. Oggi la Germania non soltanto

è più popolata che la Francia; ma, caduta la Russia e smembrata

l’Austria, è il primo Stato di Europa per il numero degli uomini, e

resterà tale sinchè la Russia non risusciti. È chiaro che, finchè la

Germania potrà opporre tre tedeschi a due francesi, la Francia sarà in

pericolo; e l’Europa tutta in bilico e malsicura. La Francia chiedeva

dunque garanzia, che i tedeschi non potessero approfittare a suo danno

dell’essere in più.

La richiesta, pur essendo giusta, non era semplice e facile. Ma non

poteva essere soddisfatta che o per imposizione o per accordo. Per

imposizione, se, come Napoleone dopo aver vinto a Jena la Prussia,

l’Intesa avesse approfittato della presente prostrazione della Germania

per imporle una limitazione unilaterale degli armamenti. Per accordo,

se, sotto nome di Lega o Società delle Nazioni, le grandi potenze

europee avessero conchiuso una tregua alla gara degli armamenti e alla

lotta per le alleanze; e se in forza di questa tregua la Germania si

fosse impegnata a limitare i suoi armamenti in modo da non minacciare

più la Francia. La Lega delle Nazioni sarebbe stata allora simile alla

Santa Alleanza, che fu per l’appunto una tregua.

Tutti sanno che il Congresso di Parigi ha preferito di imitare il

grossolano empirismo di Napoleone, anzichè prendere esempio dal

Congresso di Vienna. Nè è dubbio che in parte questa scelta deve

essere imputata ai popoli, perchè nei sei mesi seguìti all’armistizio

nessuno dei vincitori, in Europa, ha voluto sentir parlare sul serio

di una tregua o di una lega per la pace, che imponesse dei doveri ai

vincitori. Ma anche se i popoli fossero stati meno pazzi, se avessero

desiderato davvero di conchiudere una tregua, non avrebbero potuto,

dopo che l’Inghilterra aveva chiuso i mari al Congresso. In una tregua

universale, simile a quella conchiusa un secolo fa a Vienna, che

cosa poteva chiedere la Germania all’Europa, che cosa poteva offrire

l’Europa alla Germania in cambio della sua rinuncia al primato del

numero sul continente e ai suoi vantaggi? Una sola cosa: una rinunzia

equivalente dell’Inghilterra al primato navale e ai suoi vantaggi.

Messa in disparte la questione dei mari non si poteva più stringere

una lega volontaria per la pace e una tregua universale, perchè tutto

il beneficio sarebbe stato per l’Inghilterra, tutto il peso per la

Germania. L’Europa avrebbe chiesto alla Germania di spogliarsi della

sua forza sulla terra in cambio di nulla, così come aveva chiesto

all’America di entrare gratuitamente, con doveri soltanto e senza

diritti, in un’alleanza permanente a favore delle potenze dell’Intesa!

Nei primi mesi dell’armistizio le ambizioni oceaniche dell’Inghilterra

si sono trovate d’accordo con la pazzia dei popoli vittoriosi, per

strangolare nella culla quella tregua fra le grandi potenze europee,

che sola poteva salvarle tutte. Esclusa la tregua e l’accordo, era

necessità ricorrere all’imposizione; accettare il disarmo coattivo

e unilaterale, che già aveva fallito a Napoleone, sebbene la Prussia

del 1806 fosse più debole che la Germania moderna e la Francia potesse

allora contare sull’alleanza della Russia. Questo famoso fallimento

avrebbe dovuto indurre il Congresso e l’Europa a chiedersi un po’

seriamente, se era il caso di ritentare la prova, senza la Russia anzi

con la Russia nemica. Non solo invece nessuno ha dubitato; ma anche

oggi uomini di Stato e di penna, diplomatici e soldati, stentano a

capire quel che pure i fatti dimostrano ogni giorno a chi ha occhi e

sa vedere: la garanzia esser diventata uno spavento. Una garanzia, se

è davvero una garanzia, rassicura e tranquilla: questa invece inquieta,

spaventa, toglie il sonno anche a chi, per ora almeno, potrebbe dormire

tranquillo.

Poichè questo è il tragico nodo della politica continentale. La

Francia, che per il momento è sicura, si crede in pericolo, perchè le

hanno dato questa garanzia di sicurezza!

Che un nuovo 1813 minacci, ora o tra poco, non pare verosimile. Il

paragone non regge. L’Intesa, se non ha saputo fare la pace, non

ha abusato della vittoria come Napoleone. La Germania è spossata e

ha bisogno di riposo. Lo stato presente dell’Europa è dunque per la

Francia una seria garanzia. Ma questo disarmo imposto e accompagnato

da tanti controlli offende e umilia la Germania, perchè la sottopone

al protettorato dei vincitori. Nessuno sembra essersi accorto ancora

che il trattato di Versailles contiene in potenza il protettorato della

Germania. Chi può supporre che il popolo, ieri ancora più potente del

mondo, ieri ancora ammirato, a torto o a ragione, come il _leader_

della civiltà occidentale, si rassegni da un giorno all’altro a esser

trattato come il Marocco? Subirà l’imposizione, ingoierà l’umiliazione,

sinchè abbia sul collo la mano del nemico più forte, ma protestando che

è ingiusta, maledicendo quella mano, anche se non possa sperare in una

pronta riscossa.

Ed ecco voltarsi in veleno tutte le garanzie con cui la Francia

potrebbe e dovrebbe rassicurarsi. Che tranquillità possono darle alcune

migliaia di cannoni distrutti o gli effettivi ridotti, quando sa che

la Germania è piena di odio, e che, se la vendetta si offrisse, non

esiterebbe? La garanzia vera non è negli strumenti ma nell’_animo_.

Il numero e le armi senza l’_animus nocendi_ non inquieterebbero la

Francia. Il numero e l’_animus_, anche con poche armi, la spaventano.

Quali garanzie imaginare contro l’odio di un popolo, e contro le

occasioni che le vicende dei tempi possono offrirgli? Anche disarmata

la Germania, con la sua popolazione soverchiante e con il terrore che

risveglia il ricordo di quello che osò e seppe fare, apparirà sempre un

pericolo ai vicini che essa odia. E a rinfocolare il suo odio provvede

appunto ed egregiamente il disarmo obbligatorio, dato dal Congresso

alla Francia come garanzia!

La tragedia della pace · 第 4 / 14 段