Invece i grandi Stati dell’Intesa fecero da prima i difficili. A

quante discussioni ho assistito, nel febbraio del 1917, a Parigi, nei

circoli ufficiali di tutta l’Intesa! Uomini gravi e di grande autorità

pesavano gli inconvenienti e i vantaggi dell’intervento americano

ormai imminente; e i più aggrottavano le ciglia, inquieti. Purtroppo

gli inconvenienti pesavano più dei vantaggi! Senonchè poche settimane

dopo che l’America aveva dichiarato la guerra alla Germania, circoli

ufficiali e popoli erano già persuasi che l’America aveva fatto

soltanto il proprio dovere, e purtroppo molto in ritardo. Se l’America

fosse intervenuta un po’ prima, la guerra sarebbe stata più corta e

l’Intesa, come era un suo sacrosanto diritto, avrebbe vinto con minor

fatica. Insomma il miracolo era diventato un avvenimento naturale, e

l’Europa aveva qualche recriminazione da fare all’America, che aveva

esitato un po’ troppo. Naturale era pure che l’America mettesse tutti

i suoi uomini e tutto il suo oro a nostra disposizione, perchè ce

ne servissimo senza contare! Combattevamo o non combattevamo per la

libertà, la giustizia e il diritto?

La guerra finisce; l’armistizio è firmato; alla fine di dicembre

Clemenceau annuncia alla Camera francese che l’Inghilterra e la Francia

sono d’accordo nell’escludere la questione dei mari dalla pace: ossia

nel passar sopra, come non esistesse, al maggiore tra gli interessi

che avevano spinto l’America a prendere le armi. Chi ha neppur badato a

quell’accenno? Chi ha neppur supposto in Europa che l’America potesse

avere nella guerra un interesse suo particolare, legittimo quanto

tutti gli interessi particolari delle altre singole potenze? E che

sarebbe stato, nel tempo stesso cavalleria e accortezza riconoscere e

soddisfare lealmente questi interessi?

Ora fanno tutti il broncio a Wilson ed all’America; accusano l’uno

e l’altra di voler pesar sulla pace oltre la misura dei sacrifici

consentiti per la vittoria; si lagnano che abbiano offerto all’Europa,

che ha bisogno di una spada, una vescica vuota e una lanterna

veneziana, la Lega delle Nazioni; e lodano il Clemenceau di aver

strappato al Wilson l’impegno di una alleanza formale. Alle persone

serie che incontro sembra che, acconsentendo a questa alleanza,

l’America abbia un po’ riscattato gli intollerabili capricci del suo

fantastico presidente, compiendo almeno una parte del suo dovere verso

l’Europa.

Mi sbaglierò: ma mi pare che l’Intesa abusa un po’ dell’America e

dei suoi miracoli. Invece di ringraziare Dio perchè ha fatto per

lei un miracolo, essa esige, e non senza una certa arroganza, che il

miracolo si rinnovi ogni sei mesi, a richiesta. Pare che con la Lega

delle Nazioni e con la promessa dell’alleanza Wilson stia impegnando

doppiamente e in anticipazione l’America a intervenire negli affari

d’Europa, ogni qual volta questi siano un po’ perturbati. E in cambio

di che cosa? Che cosa l’Europa promette a sua volta all’America,

fuorchè la gloria di combattere per «la giustizia e il diritto» a

fianco dell’Inghilterra e della Francia? A chi sa quanto è largo

l’Atlantico, questo impegno apparisce così grande, così grave, così

insolito, così disinteressato, che definirlo il secondo miracolo,

dopo l’intervento, non è esagerato. A tutti i politici «realisti» che

incontro qui, sembra la cosa più naturale e più semplice del mondo.

Sono io che farnetico o questa gente ha preso l’haschisch? A questa

gente, ad ogni modo, occorre ricordare che solo il miracolo di San

Gennaro si ripete a richiesta e a data fissa.

IV.

Gli assenti presenti: Russia e Germania[10]

La pace è un’impresa così difficile, perchè la guerra è stata tutta

un gigantesco controsenso. L’avevo già detto nel 1917, nel primo

studio della _Vecchia Europa e la Nuova_: la gente non ha voluto

persuadersene; se ne accorgerà ora! Si direbbe che la civiltà

occidentale conteneva nel proprio grembo, sotto la sua crosta

solidificata da un secolo, un altro mondo a rovescio di se stessa,

simile a quelle imagini capovolte dei villaggi posti in riva ad un

lago che si vedono nell’acqua; e che questo mondo a rovescio è salito

in parte a mescolarsi con quello ritto in un caos indecifrabile,

attraverso gli squarci della crosta spezzata in cento punti dalla

guerra.

Penso oggi al più gigantesco di questi controsensi: la Russia, che

è, insieme con la Germania, la grande assente presente del Congresso,

perchè nè l’una nè l’altra son qui, ma non si pensa che ad esse e di

esse solo quasi si parla. Non è stata la Russia, nel tempo stesso,

la salvezza delle democrazie occidentali e il loro mortale pericolo?

L’odio postumo dei partiti e delle scuole può coprire la fossa dello

Czarismo di contumelie, ma non cancellerà dalle pagine della storia

questa verità: che senza l’aiuto della Russia, gli Hohenzollern e gli

Absburgo sarebbero oggi padroni dell’Europa. I voti e gli augurî delle

radunanze socialiste non avrebbero salvato, nell’estate del 1914, la

Francia, se la Germania e l’Austria non avessero dovuto combattere

anche contro la Russia; e caduta la Francia che cosa avrebbe potuto

fare l’Inghilterra, sola, sul continente europeo, dove soltanto poteva

la guerra esser decisa? Ma non è neppure dubbio che l’impero moscovita

ha compromesso prima le democrazie occidentali e la loro causa

con le sue ambizioni; poi le ha esposte al pericolo estremo con le

ineguaglianze, con i mezzi tradimenti, con gli errori e infine con la

caduta.

Nè il doppio giuoco è terminato con la rivoluzione. Ritornata nelle

sue steppe, al momento di dividere le spoglie, la Russia è in questo

momento la salvezza dell’Europa. Il conchiudere la pace non è impresa

facile; ma sarebbe impresa poco meno che disperata, se al congresso

fossero presenti, e nel partito vittorioso, i rappresentanti e i

consiglieri dell’imperatore russo. Quel che questi signori avrebbero

chiesto in Europa, in Asia e nel pianeta Marte, è facile immaginare.

Ma l’astensione della Russia, se per un verso spiana, per un altro

arruffa le cose. Sinchè tanta parte della Russia sarà nemica dei suoi

antichi alleati, la Germania avrà in Oriente un appoggio per resistere

all’Occidente; e finchè la Germania non sarà lealmente riconciliata

con le democrazie dell’occidente, la Russia sarà inviolabile, poichè

la chiave degli affari russi è in Germania. La Germania è la migliore

specola da cui osservare, il miglior ponte da cui assaltare la Russia;

la Germania è la porta dell’Europa sull’antico impero moscovita e

la porta dell’impero moscovita sull’Europa; la Germania è la scuola

degli slavi e il mercato a loro più vicino sulle vie della civiltà

occidentale, il loro nemico più temibile ma anche l’alleato più valido.

Neppure la resurrezione della Polonia sembra possa mutare di molto

questo stato di cose, del quale molti non si accorgono. Sarebbe bene

invece ricordarsene, nel giudicare certe condizioni che il Congresso

di Parigi intenderebbe imporre alla Germania, almeno se quel che si

racconta è vero: ricordare, per esempio, che Napoleone potè imporre

la pace di Tilsitt, ma dopo aver vinto la battaglia di Friedland.

Quanti conoscono la storia delle guerre dell’impero intenderanno

l’ammonimento. La Germania è oggi il baluardo che copre il bolscevismo

contro le democrazie occidentali, obbligando queste, per giungere in

Russia, a fare il lungo giro di Arcangelo, di Odessa o addirittura

di Vladivostock. Ma è nel tempo stesso il baluardo che copre le

democrazie occidentali contro il bolscevismo, al quale sbarra la

strada dell’Occidente. Posizione intermedia, singolarmente labile e

pericolosa, per quanto non priva di certi vantaggi. Non potrà durare a

lungo. Se il Governo massimalista resiste e si rafforza, verrà giorno

in cui la Germania dovrà o allearsi con le democrazie occidentali

contro il bolscevismo o allearsi con il bolscevismo contro le

democrazie occidentali. Non si faccia troppo affidamento sul furore con

cui il Governo perseguita in Germania i partiti, che più rassomigliano

a quello dominante in Mosca. Il Cardinale di Richelieu ha fatto scuola

in Europa anche troppo!

Sarebbe bene non provocare il destino neppure ad Oriente. Ma chi ci

pensa?

V.

Sfogo[11]

Questa mattina mi sono sfogato. La persona con cui mi sono sfogato era

uno di quegli uomini rari, che per quanto non abbondino neppure qui, si

trovano in Francia più spesso che altrove: coltissimo, intelligente,

largo di mente, generoso di cuore, amico sincero e fedele. Sapevo di

parlare ad una persona che mi avrebbe capito. E gli ho parlato così.

«Lei sa che io sono un amico fedele. Ho avuto fiducia nella Francia

prima della prova, e quando tutta l’Europa o vi odiava, o vi

disprezzava, o diffidava di voi. Ma perciò debbo dirvi francamente

che me ne ritornerò in patria tra pochi giorni inquieto e pieno di

tristi presentimenti. Io non capisco la Francia, in questo momento;

o, se volete, ho paura di capirla. Ma come? Voi avete fatto, più di

un secolo fa, una immensa rivoluzione che ha sconvolto il mondo;

e l’avete imposta con la penna e con la spada all’Europa nolente.

C’era allora un ordine antico da secoli, di cui i popoli, buono o

cattivo che fosse, erano soddisfatti. C’era un diritto pubblico, che

regolava in una certa misura i rapporti tra gli stati, che proteggeva

abbastanza bene i piccoli e i deboli in mezzo ai grandi e ai forti,

che risparmiava il sangue e il denaro delle moltitudini, poichè le

guerre allora erano combattute tra sovrani e non tra popoli, con un

piccolo numero di soldati, e quasi tutti volontari. C’erano repubbliche

e monarchie e principati e ducati e staterelli in quantità; non

c’erano imperi, ma c’era l’impero, quello di Augusto, di Traiano e

di Costantino ancora vivo; e tutti questi governi erano deboli ma

rispettati come sacri, davano poco ai sudditi ma esigevano poco. Non

c’era per nessuno la libertà di riveder le buccie a Dio e alle Chiese

che lo rappresentavano; ma c’era per tutti quella di fare o di non fare

la guerra, a piacere. Voi non avete avuto rispetto per nessuna parte

di questo venerando edificio. Voi avete implacabilmente distrutto in

casa vostra prima, avete distrutto o aiutato a distruggere in tutta

Europa questo ordine di cose e i principî su cui posava, in nome dei

principî nuovi, che voi avevate annunciato al mondo, gli «immortali

principî» — come voi dite. Vi siete impegnati in una lotta terribile,

in casa vostra e fuori, in Francia e in Europa, contro tutti i partiti,

gli ordini sociali, le istituzioni che volevano difendere l’antico

ordine di cose; contro la aristocrazia, contro la Chiesa, contro la

Monarchia, contro l’Impero, contro la Casa d’Austria, contro la Casa

di Savoia, la Prussia, la Russia, l’Inghilterra. Questa lotta è durata

più di un secolo; e quanti colpi avete ricevuti, quanto sangue avete

versato, quanti sacrifici avete sostenuti! Per quattro generazioni

siete stati, si può dire, soli o quasi soli in guerra, con la spada e

con la penna, contro tutta la Europa. Le disgrazie che vi sono capitate

nel secolo XIX, sono nate, si può dire, dal vostro attaccamento a idee

e a dottrine, che l’Europa ha respinte ostinatamente nel 1793 come

nel 1848, restringendosi ogni tanto a sfruttarle cautamente, e il più

spesso contro di voi.

«Ed ecco alla fine, quando nessuno ci sperava più, nemmeno voi,

accade il miracolo. In un anno e mezzo, tra il marzo del 1917 e

il novembre del 1918, la nemica implacabile di voi e delle vostre

dottrine, la Monarchia, morde la polvere. Prodigio a cui nessuno

nella nostra generazione aveva mai sperato di assistere, i Romanoff,

gli Hohenzollern, gli Absburgo, i Wittelsbach sono scacciati dai loro

popoli. La Europa tutta si volge, come alla suprema speranza, verso le

idee e le dottrine che voi avete bandite al mondo nel 1793 e nel 1848:

suffragio universale, principio di nazionalità, fratellanza e lega dei

popoli, democrazia, diplomazia palese. L’America stessa viene in Europa

e si dichiara pronta ad aiutarla con tutte le sue forze e ricchezze a

far la pace e a costituire il nuovo ordine di cose sul principio della

sovranità popolare. La rivoluzione francese sta per trionfare; il ’48

sta per prendere la sua clamorosa rivincita; sta per scoccar l’ora

in cui voi potrete raccogliere il frutto di un secolo, erigere con un

nuovo ordine di cose il vero, l’immenso arco di trionfo della Francia

a cavallo dell’Europa, non il piccolo arco dell’Etoile che ricorda una

lunga fila di vittorie provvisorie, terminate con una disfatta sola, ma

irreparabile.

«E in questo momento supremo voi vi schermite, vi appartate e quasi

direi vi togliete con la fuga al vostro trionfo? Voi lasciate gli

Anglosassoni empirici e confusionari impadronirsi della vostra

dottrina, tentare di formularla e applicarla; li guardate con un

sorriso ironico mentre con maldestra serietà si sforzano di compire

l’ufficio che voi soli, insieme con noi italiani e con i tedeschi,

se essi avessero voluto, e se voi li aveste lasciati metterci mano,

avreste potuto compiere; e poi dichiarate che quelle sono chiacchiere e

favole, che a voi occorrono riparazioni e garanzie, miliardi per rifare

le vostre provincie distrutte, e cannoni, soldati, alleanze, confini

strategicamente sicuri, disarmo del nemico; non protocolli diplomatici,

pezzi di carta e ideologie di professori? Che altro vuol dire questo

atteggiamento ufficiale della Francia verso la lega delle nazioni e

nelle trattative per la pace, se non che la Francia non ha fiducia

nelle dottrine della rivoluzione, per cui ha combattuto un secolo

intero? È questo o non è questo il senso profondo ma luminoso della

politica francese nel trattato di pace?

«Lei sa quel che io penso degli «immortali principî...». Mi paiono

troppo confusi, vaghi, elastici, sentimentali; e perciò, almeno così

come sono oggi, non possono servire da ossatura solida ad un sistema di

diritto pubblico che si regga. Dovranno, per servire, essere elaborati

dalla dottrina e stagionati dal tempo. Ma non sono neppure un semplice

_flatus vocis_, o parole vuote, o astrazioni, come pretendono troppi

critici frettolosi. Esprimono oggi sentimenti che, pur essendo confusi,

sono forti nelle moltitudini: tanto è vero che hanno infuso in queste

il coraggio e la pazienza di combattere una guerra così lunga e così

atroce. E poi, buoni o cattivi che siano, abbiamo noi l’_embarras du

choix_? Altri principî più chiari e definiti, che regolino in qualche

modo, con un’ombra di legge, i rapporti tra gli stati europei? La

monarchia è caduta in Europa; e con essa il principio dinastico, che

a dispetto delle sue manchevolezze e ingiustizie, aveva mantenuto dal

1815 al 1914 un po’ d’ordine e una certa legge nei rapporti tra gli

stati europei. Caduto questo, se noi non riusciamo ad imporre un altro

principio di ordine, anche se grossolano e imperfetto, l’Europa si

dissolverà nella anarchia delle guerre perpetue. La forza sarà la sola

legge riconosciuta e rispettata tra gli Stati. Ora lasciamo i discepoli

imbecilli di Hegel ripetere che il diritto è la forza e che gli Stati

sono fatti per divorarsi a vicenda come belve feroci. Sappiamo tutti e

due che cosa sarebbe in Europa un nuovo medio evo alla nitroglicerina,

armato di bombe e di tritolo, senza Cristo e senza Inquisizione.

L’Europa non solo rimbarbarirebbe; ma precipiterebbe dal suo trono...».

«Bisognava dunque precisare e formulare nel Congresso di Parigi i

principî che dovevano regolare i rapporti tra gli Stati d’Europa, ormai

quasi tutti ordinati a repubblica, come il Congresso di Vienna aveva

precisato e formulato, come legge tra gli Stati monarchici di un secolo

fa, i principî della legittimità e dell’equilibrio. Occorreva mettersi

d’accordo sopra un modo di definire la nazionalità, che servisse

come equa norma per decidere almeno i più grandi fra i conflitti

nazionali. Occorreva riconoscere i diritti nazionali delle minoranze,

che sarebbero incluse nei nuovi stati e rimarrebbero prigioniere nella

cerchia degli antichi, e trovare il mezzo di garantirli. Occorreva

imaginare una formula per limitare gli armamenti, che conciliasse

le legittime armi d’ogni singolo stato con la libertà degli altri

e con il loro diritto di non subire, come un’imposizione prepotente

di un solo, gare illimitate di armamenti e guerre all’ultimo sangue.

Se il Congresso avesse affrontato queste tre questioni capitali, non

ci sarebbe stato tanto da discutere intorno ai fini della Lega delle

Nazioni. La Lega avrebbe dovuto mantenere la pace fondata su questi

principî, perfezionandoli nell’applicazione.

«Era questo un compito impossibile, anche se era più difficile di

quello che spettò al Congresso di Vienna? Non so. Ma chi aveva

il dovere di tentarlo almeno, se non voi, aiutati dall’Italia e

dall’America? Se non temessi di domandar troppo, aggiungerei che anche

i tedeschi avrebbero potuto e dovuto aiutarci. Poco assegnamento invece

si poteva fare sugli inglesi. Ma voi vi siete tratti sdegnosamente in

disparte, gli italiani non hanno fatto nulla e gli americani da soli

erano ridotti all’impotenza...».

A questo punto il mio interlocutore mi ha interotto.

«Lei ha ragione, pur troppo. La tragica contradizione in cui la Francia

è impigliata è questa. Ma non è difficile di spiegarla. Nel paese

coloro che hanno fiducia nei principî della rivoluzione del ’48, sono

numerosi».

«È vero — dissi io. — Quello che si può chiamare il gran pubblico mi

sembra abbia seguito più che spinto il governo della sua politica».

«Per l’appunto. Bisogna dunque spiegare l’atteggiamento del governo.

Questo fu l’opera del Quai d’Orsay e dello Stato Maggiore, che nutriti

ancora di tradizioni napoleoniche, amano poco e poco si fidano delle

ideologie rivoluzionarie. Ma è pure vero che il governo ha seguìto

docilmente questi consigli, e che il suo capo ha difeso le tradizioni

della politica imperiale con un ardore di novizio. Lei mi dirà che

Clemenceau è stato per tutta la vita un campione quasi fanatico della

rivoluzione e delle sue dottrine, e che un giorno la definì un «bloc».

E mi domanderà perchè questo discepolo fanatico ha voltato le spalle

alle sue dottrine proprio quando gli si apriva un’occasione unica di

mantenere almeno in parte le promesse che la Francia ha fatte al mondo.

Le confesso di non saper rispondere. È un mistero, per me...!»

«Si direbbe — ripresi io — destino della rivoluzione, che quando i suoi

principî stanno per vincere, apparisca un uomo il quale con l’autorità

acquistata combattendo per il loro trionfo li sconfigge definitivamente

e li ricaccia nel nulla. Il caso di Clemenceau non ripete, meno

vistosamente, la palinodia di Napoleone? Senonchè guardi in che

singolare postura la Francia viene a trovarsi di fronte all’Europa,

e l’Europa di fronte alla Francia. Più di un secolo fa la Francia

annuncia di aver scoperto i principî da cui deve cominciare un secolo

nuovo di felicità, si impegna in una terribile lotta per applicarli,

la vince. Ma allora apparisce l’uomo che confisca per sè i frutti

della vittoria; e che invece del nuovo ordine di cose promesso, impone

all’Europa un dispotismo militare molto più oppressivo e cupido che

i governi dei Re, da cui la rivoluzione voleva liberare l’Europa. Con

un forte scossone l’Europa rovescia questo dispotismo; e per riavere

un po’ di ordine e di pace restaura alla meglio, come si poteva dopo

tante demolizioni, i principi dell’ordine antico, da voi indebolito o

distrutto... L’ordine ricostituito non era perfetto; tuttavia l’Europa,

pur brontolando, ci si acconciava, per paura di peggio. Siete stati voi

di nuovo a rovesciare nel 1848 questo ordine vacillante, ripromettendo

al mondo la felicità nuova contenuta nelle vostre dottrine. Ma di nuovo

il mondo l’ha aspettata invano, cosicchè, dopo il ’48 si trovò senza i

beneficî dell’ordine antico e senza i beneficî nuovi da voi promessi

nel grande anno; finchè anche questa volta, per ridare un assetto

un po’ stabile all’Europa, si ritornò dopo il 1870 nella misura del

possibile ai principî antichi e all’ordine dinastico. Che cosa furono

il regime bismarckiano e la triplice alleanza se non una ristampa

in riduzione della Santa Alleanza? Ma neppure di questo nuovo ordine

voi foste contenti, e avevate ragione, poichè era stato fondato con

una violenza iniqua e scellerata a vostro danno. La restante Europa,

desiderosa di pace, ossequiosa per il più forte dell’ultim’ora,

cupida di ricchezze e di benessere, era pronta a sopportare con

rassegnazione cristiana l’iniquità inflitta a voi, e avrebbe voluto

eterno quell’ordine: voi no, voi lo avete implacabilmente minato,

non riconoscendo il trattato di Francoforte che ne era il fondamento,

dichiarandolo nullo _in aeternum_ poichè violava l’imprescrittibile

diritto dell’Alsazia e della Lorena. Voi avete affermato, a rischio

della vostra esistenza, esserci certi diritti dei popoli che la forza

deve rispettare: azione memorabile nella storia, gloria imperitura

della vostra nazione, che voi potete aggiungere a quella di tante altre

generose azioni da voi compiute nei secoli... Ma quando quest’ordine,

di cui l’Europa era soddisfatta, è finalmente caduto, un po’ perchè

il popolo che l’aveva creato a suo profitto ha voluto abusarne, un

po’ perchè voi l’avevate minato sotto sotto con la vostra generosa e

implacabile protesta, non aveva il mondo diritto che voi faceste un

grande sforzo per definire questi diritti imprescrittibili dei popoli,

per i quali il mondo intero andava in fiamme? Per fare una realtà di

quella fratellanza dei popoli liberi, che avevate annunciata come la

legge di vita all’Europa sino dal 1848?

«Invece voi — o almeno il governo che vi rappresenta — non ha

trovato, per riordinare il mondo, che delle combinazioni di forze

nello stile del Bonaparte!... Saranno ingegnose, quanto volete,

queste combinazioni; ma credete voi di poter fermare i tedeschi sulla

via delle loro ambizioni, opponendo loro soltanto dei cannoni e dei

soldati, e non una dottrina e un’idea? Se il domani sarà in balìa della

forza, pensate che i tedeschi hanno il numero. E pensate che l’Europa

attende da voi il compimento di una promessa che data ormai da più di

cento anni...».

Il mio interlocutore mi ha guardato, e poi levandosi, mi ha detto

con forza: «Noi manterremo la promessa. La nostra storia è piena di

contradizioni, di violenze, di catastrofi; ma è pura di tradimento. Non

tradiremo i popoli, che avranno avuto fiducia in noi».

— «Speriamo» — conchiusi io, rassicurato un po’, ma sino a un certo

punto soltanto.

VI.

La radice del male[12]

Il 1919 non passerà nella storia come l’anno in cui il nuovo ordine

di cose, ardentemente desiderato dagli uomini, è incominciato; ma

come quello in cui la rovina dell’antico fu consumata. L’Europa è

un caos, a paragone del quale l’ordine, che vigeva ancora nel 1914,

poteva considerarsi come perfetto o poco meno. Quell’ordine si reggeva

per un equilibrio di forze vere e per l’autorità di alcuni principî

invecchiati ma non ancora morti. Oggi non c’è più nè equilibrio di

forze nè autorità di principî. Tutte le forze sono state o distrutte

o spossate dalla guerra; tutti i principî, esautorati o confusi dai

trattati di pace, già compilati a Parigi o in preparazione.

Come nitida comincia ad apparire nelle sue linee maestre a chi ha occhi

per vedere, la tragedia a cui l’Europa ha soggiaciuto inconsapevole,

come l’agnello soccombe sotto il coltello del beccaio. Che cosa è un

trattato? È un pezzo di carta che lega e comanda per una sua misteriosa

e quasi magica virtù. Ma da che nasce questa virtù? Dalla forza

soltanto, no: perchè non essendo sempre chiaro chi sia il più forte e

chi oggi passa per più forte potendo domani scoprirsi più debole, ogni

trattato sarebbe un’occasione di guerre continue. Quella virtù magica

dei trattati nasce dalla autorità di un principio, riconosciuto dalle

due parti contraenti come vero e inviolabile, e per rispetto al quale

anche la parte a cui il trattato è di peso, consente ad osservarlo.

Nel diritto pubblico, che resse l’Europa prima della rivoluzione

francese, questo principio imperativo era l’onore dinastico. Un

trattato era considerato come un impegno d’onore del sovrano,

che l’aveva firmato. Un sovrano guerreggiava lunghi anni prima di

acconsentire a scrivere il proprio nome in fondo a un foglio di

carta, nel quale dichiarava di ceder ad un suo fratello questo o

quel territorio. Egli sapeva che quella goccia di inchiostro era

indelebile. Riconosciuto dagli altri sovrani, il trattato era un titolo

indiscutibile a favore del sovrano, a cui il territorio era stato

ceduto.

La tragedia della pace · 第 3 / 14 段