meglio dei ciabattini del 1919! Nel 1814 l’Europa doveva sciogliere un
nodo simile a questo. La Francia era stata vinta da una coalizione;
ma era pur sempre la prima lama del mondo, poichè avrebbe potuto
sconfiggere, da sola a sola, tutti i suoi nemici, che soltanto insieme
e a fatica l’avevano debellata. Che cosa fecero gli uomini, anzi i
tiranni della Santa Alleanza? Imaginarono forse di fare protetta
e ancella dell’Europa, la nazione, che per tanti anni era stata
l’arbitra? No: si intesero per mantenere la pace e per difendersi,
reciprocamente, in caso di attacco, dando però nel tempo stesso
l’esempio della moderazione, rinunciando alle ambizioni pericolose,
limitando gli eserciti; e inclusero in questa intesa la Francia,
incatenandola senza umiliarla. Senza aver troppo l’aria di mischiarsi
nelle sue faccende interne, l’aiutarono a ricostituire un governo, il
quale dovesse sperare più dalla pace che dalla guerra. Riuscirono a
mettere di guardia al trattato di pace se non la Francia tutta, una
parte almeno; e proprio quella che per più di trenta anni tenne il
potere.
Così bisognerebbe fare adesso, anche se sia più difficile. Ma chi
ci pensa? Chi vuol sentir parlare di coteste utopie? L’Inghilterra è
persuasa che, tolte le armi alla Germania, non avremo da temere più
nulla. La Francia invece è più scettica; non vuol affidarsi al solo
disarmo e chiede una giunta: la garanzia _fisica_ del Reno.
In che cosa dovrebbe consistere questa «garanzia fisica» del Reno?
Seguendo i consigli del maresciallo Foch, il governo francese ha
rifatto sua e illustrato in parecchie memorie l’antica dottrina romana:
che il Reno è la difesa di tutta l’Europa meridionale e occidentale
contro i Germani; che la Germania minaccerà non la Francia sola, ma
l’Italia e l’Inghilterra, sinchè possegga sulla riva sinistra del
Reno un ampio e popoloso territorio, in cui preparare vaste imprese
di guerra a mezzogiorno e ad occaso; che i ponti del Reno sono le
porte di casa nostra — di tutti noi, abitanti dell’Europa meridionale.
Di questi principî, che la storia e l’arte militare riconoscono
veri, il governo francese non si fa forte, come dicono molti, per
esigere la riva sinistra del Reno. Quale governo oserebbe chiedere
all’Europa per proprio scudo, alla fine di una così terribile guerra,
un’Alsazia-Lorena ingigantita e a rovescio? Il governo francese propone
che il trattato di pace stacchi dalla Germania i territori tedeschi
posti sulla sinistra del Reno, li costituisca in uno o più stati
indipendenti, e vieti loro di conchiudere con la Germania trattati di
alleanza e di unione doganale.
Ma l’Inghilterra e l’America non vogliono sentir parlare di questa
«garanzia fisica»; ed hanno ragione, come i francesi hanno ragione
di non fidarsi troppo della «garanzia militare» del disarmo. Che
l’Europa meridionale sarebbe sicura, il giorno in cui la Germania
rivalicasse il Reno, chi può dubitarne? Da Ariovisto in poi, tutta
l’Europa meridionale è stata inquieta e in pericolo, quando ai
tedeschi è riuscito di metter piede sulla riva sinistra del Reno. «Non
oltrepassare il Reno, ma difenderlo a oltranza»: aveva raccomandato
Augusto, morendo, ai suoi successori; i quali avrebbero fatto bene a
non dimenticare mai, per venti secoli, il solenne consiglio di colui
che fu forse il più grande dei Romani. Ma poichè l’hanno dimenticato
troppe volte, è venuto proprio adesso il momento di rinfrescare nella
memoria degli uomini e dei governi d’Europa, quel canone di antica
sapienza? Basterebbe separare con l’inchiostro, in un trattato, i
tedeschi di qua e i tedeschi di là del Reno, per cancellare dalla
storia quell’oblìo e le sue conseguenze?
Molti francesi pensano oggi che la Francia sarebbe sicura _in aeternum_
se le frontiere occidentali della Germania fossero tracciate al Reno.
Ma ho paura che anche questa sia un’altra allucinazione della nostra
epoca. Se ci fosse domani una repubblica renana indipendente, essa
sarebbe dilaniata da due partiti: uno favorevole al nuovo ordine di
cose, l’altro avverso e legato con il pangermanesimo. I due partiti
si farebbero asprissima guerra con la parola, con la penna, con le
bombe; cercherebbero di far leva con tutte le passioni e tutti gli
interessi; e la Francia sarebbe inquieta per la malsicura fedeltà della
repubblica, che dovrebbe farle da scudo, come è inquieta oggi per i
torbidi umori della Germania tutta.
Il Reno sarebbe un baluardo inespugnabile di Roma e di tutti i suoi
figli, se le popolazioni rivierasche volessero far corpo con noi,
ed essere l’avanguardia dell’Europa meridionale contro le invasioni
germaniche; o se noi fossimo in grado di costringerle con la forza
ad essere la nostra avanguardia. Ma chi può illudersi, in tanta
esaltazione delle passioni nazionali, che le popolazioni tedesche
vogliano fare la guardia al Reno contro il germanesimo; o che noi
possiamo costringerle a difenderci, neppure con il disperato espediente
di una annessione? Sinchè il principio nazionale regnerà così
forte, una repubblica tedesca sarà, contro la lancia acuminata del
germanesimo, un povero scudo di cartone.
Purtroppo, con la rivoluzione francese e con il movimento nazionale
che essa ha generato, i tedeschi hanno riconquistato, nel secolo XIX,
la riva sinistra del Reno, che i loro antenati avevano conquistata e
colonizzata nei secoli della grande rovina romana!
Mi sbaglierò: ma per riconciliare la Francia e la Germania entro il
rifatto consorzio europeo non ci sarebbe che un mezzo: tentare una
specie di Santa Alleanza dei popoli, o, per parlare un linguaggio
meno mistico, tentare un sistema universale di mutue garanzie e di
reciproci controlli, nel quale la Germania fosse inclusa a condizioni
pari. Wilson ha buttato sulla carta un abbozzo di questo sistema. Ma
della Lega o Società delle Nazioni tutti ridono! Più pratico questi
restauratori del mondo o architetti di Babele — come chiamarli non so
— più mi sbalordisce la singolare allucinazione, in cui sono fissi.
Nel considerare la guerra e la pace, essi non tengono conto che degli
elementi favorevoli. Chi non sa che in tutte le cose umane non c’è mai
bene senza male, vantaggio senza inconvenienti, attivo senza passivo;
e che l’uomo di stato deve saper fare la differenza? Questi allegri
computisti fanno invece il loro bilancio sommando soltanto i crediti e
cancellando i debiti!
La caduta dell’impero d’Austria libera l’Italia da un vicino potente,
ma ci obbliga ad assestare le cose adriatiche diversamente dai
nostri piani antichi. Niente affatto: noi vorremmo goderci tutti i
vantaggi della sparizione dell’Austria e stabilirci sulle due rive
dell’Adriatico, come se sulle rovine dell’impero degli Absburgo non
fosse sorto uno stato slavo, nazionale di forme e di spiriti. La
caduta della monarchia in Germania è l’ultimo e più clamoroso trionfo
della rivoluzione francese; ma rafforzerà l’unità tedesca, perchè il
particolarismo in Germania si è sempre immedesimato con il principio
dinastico. I vincitori non ci sentono da questo orecchio, e sognano
che la sconfitta distrugga l’unità tedesca, perchè così fa comodo a
lor signori! Noi abbiamo vinto la Germania, ma la Germania ha vinto la
Russia. Eppure qui nessuno ci pensa. Ragionano tutti come se la Russia
posasse ancora il suo pesante stivalone sul petto della Turchia. Senza
la Russia forte in Asia, potremo noi tenere Smirne?
II.
La nuova infanzia del mondo[8]
Talleyrand, Talleyrand! Nessun miracolo ti può resuscitare? Tutta la
tua sapienza è stata dunque dispersa, come la cenere di un rogo, dal
vento del secolo decimonono? Solo il ricordo delle colpe e dei vizi
doveva sopravvivere di te?
Mi hanno mostrato questa mattina una carta dell’Ungheria con le
amputazioni che si vogliono fare, per «darle una buona lezione». Sono
rimasto di sale. Ma questa gente crede proprio sul serio di essere
stata delegata a punire popoli e stati da una luogotenenza generale
della giustizia divina sulla terra? L’Ungheria è uno stato millenare;
una unità storica e geografica, stagionata dai secoli e legata
internamente da forze di coesione che nè la penna, nè la spada possono
sciogliere da un giorno all’altro. In ogni tempo e luogo una ragione
di stato, che non fosse smaniosa di seminare tempeste e terremoti, si
sarebbe fatta scrupolo di spezzare e di mutilare, senza gravi e ben
ponderati motivi, questa unità a profitto di stati antichi e nuovi,
perchè il bene fatto a questi popoli pesa troppo poco a paragone del
male fatto a quella. Anche non ricevendo tutti i territori ungheresi
reclamati con titoli più o meno legittimi, la Boemia, la Rumenia, la
Jugoslavia non potrebbero lagnarsi della guerra e considerarsi vittima
dell’altrui prepotenza: se le sarà tolto tutto ciò che l’Intesa vuol
toglierle, l’Ungheria maledirà i vincitori, si considererà come una
vittima, sognerà vendette e riscosse, cospirerà in permanenza contro la
pace, farà lega, aperta o segreta, con tutti i nemici dell’Inghilterra
e della Francia. Questa sola considerazione avrebbe dovuto consigliare
moderazione e prudenza, a uomini di stato, i quali non si credano
investiti del potere di rifare in un giorno quel che la storia ha fatto
nei secoli. Ma non basta. Quando mezza Europa è in dissoluzione, è
savio distruggere con la forza uno dei pochi stati, che avrebbe ancora
la forza di reggersi per coesione interna? O il Congresso della pace,
come il Nerone della leggenda, vuole godersi dalla cima della torre
Eiffel lo spettacolo del mondo che brucia?
Ho esposto questi pensieri a un uomo politico francese di molta
coltura, di grande acume e che conosce bene l’Europa. Mi ha detto:
«_vous avez raison; mais les Hongrois ne sont pas interessants_».
Talleyrand è morto; e non risusciterà. Non risusciterà, perchè il mondo
vuole l’ordine a parole, e il disordine a fatti; e vuole il disordine,
perchè è ridiventato bambino. Proprio così. Un secolo fa l’uomo si
imaginò di essere giunto alla maggiore età; e distrusse tutte le
tradizioni, le dottrine politiche, i principî giuridici, le credenze
religiose con cui e per cui gli stati si reggevano. Sapeva però ancora
che uno stato e un ordine sociale non possono durare senza principî e
credenze; e aveva distrutto gli antichi perchè era persuaso di averne
scoperti dei nuovi, più veri e più giusti, e di poter con questi creare
un ordine di cose nel quale gli uomini sarebbero stati più felici.
Ma nel grande tramestio del distruggere gli antichi e del creare i
nuovi principî, nacquero delle guerre; e in queste acquistò fama e
credito un giovane ufficiale, nato in una isola aspra e selvaggia
del Mediterraneo. Aveva grande ambizione, quel giovane guerriero, una
smisurata presunzione che i successi precoci gonfiarono, pochi studi,
nessuna dottrina, grande astuzia e conoscenza delle piccole passioni
che muovono i singoli uomini, nessuna profonda conoscenza delle
correnti spirituali che vivificano gli stati e muovono i popoli, molta
prontezza e fiuto e intuito approssimativo delle cose... In quella
epoca torbida, in cui molti non credevano più nè ai principî antichi nè
ai nuovi, nè agli idoli in piedi da secoli nè a quelli eretti allora
allora, venne a questo guerriero fortunato il pensiero infantile di
dire agli uomini che, poichè non credevano a nulla, credessero a lui;
che egli con i suoi soldati, con il suo denaro, con le sue idee, con il
suo genio basterebbe a far le veci di tutti quegli elementi spirituali
che _ab aeterno_ erano stati l’anima degli stati; che egli da solo con
la sua penna e con la sua spada vincerebbe e distruggerebbe stati e
popoli, imperi e regni, repubbliche e religioni. E molti scambiarono i
fuochi di bengala che le vittorie accendevano intorno alla sua persona
per il nimbo di un vero Dio; cosicchè, abbagliati dalla gloria o
allettati dai premi, gli credettero e lo seguirono.
Non fu la politica di Napoleone una improvvisazione tumultuaria e
confusa di combinazioni instabili, che non avevano altra ragione se
non l’interesse politico della sua persona, della sua famiglia, della
Francia, come egli lo giudicava a volta a volta — e Dio sa se in questi
giudizi era capriccioso e volubile? Una improvvisazione tumultuaria
e confusa della forza, sempre sorpresa e delusa dagli effetti delle
sue combinazioni e sempre in lotta con quelli? Una improvvisazione
tumultuaria e confusa della forza che, cercando di servirsi, con eguale
indifferenza, dei principî antichi e dei nuovi, confondeva, screditava
e indeboliva gli uni e gli altri, preparando l’anarchia universale
per il giorno in cui la forza, di sua natura instabile, sarebbe venuta
meno? Vedetelo all’opera in Italia. Entra come un uragano; rovescia a
furia di decreti non solo gli antichi stati, ma, come Lenin in Russia,
tutte le leggi, su cui riposava l’ordine sociale da secoli; spoglia
e spossessa la Chiesa e la Aristocrazia; raccoglie in fretta e furia
una nuova classe governante tra gli elementi più loschi, mettendo a
capo di questa quei Commissari della repubblica, che si direbbero
proprio i fratelli maggiori dei Commissari di Lenin e che ad ogni
modo hanno con questi un’aria manifesta di famiglia; divide, impasta,
rimaneggia territori. Quale è il naturale effetto di questo frenetico
rimescolamento? I piemontesi, i lombardi, i veneti, sinchè erano
governati ciascuno dal Re di Piemonte, dall’Impero, dalla Serenissima,
dalle aristocrazie e dalle istituzioni secolari, a cui tante
generazioni avevano obbedito, vivevano tranquilli, contenti ciascuno
del proprio governo particolare, non pensando neppure che potesse
essere mutato. Ma quando Napoleone ebbe mostrato loro, distruggendoli,
che anche i governi più antichi potevano essere distrutti; che la forza
poteva da un giorno all’altro fare e disfare le istituzioni dei paesi,
incominciarono subito a pensare quale sarebbe la forma dello stato
più conveniente per essi, e a chiedere l’unificazione della valle del
Po gli uni, della penisola tutta gli altri. C’era da aspettarselo.
Per quale ragione, per esempio, i piemontesi che tanti secoli avevano
vissuto sotto lo scettro dei Savoia, dovevano ora obbedire gli uni
alla Francia, gli altri far parte della Cisalpina o del Regno italico?
O ciascun popolo sotto gli antichi governi e le antiche istituzioni,
o tutti uniti in un solo stato nazionale: non c’era terreno solido e
posizione stabile tra i due corni di questo dilemma.
Ma Napoleone, che aveva fatto dell’unità una necessità vitale
distruggendo in Italia i governi e le istituzioni particolari in cui
era da secoli divisa, non ne vuol sapere, perchè quell’unità avrebbe
disturbato la sua politica e molestato la Francia; e grida, strepita,
va in furia contro le conseguenze naturali della sua politica. «La
Cisalpina è per me una posizione offensiva contro l’impero e la casa
d’Austria» — dice un giorno al duca Melzi, che gli espone i lagni e
i desiderî degli italiani. Una civiltà immortale, un popolo vecchio
di duemila anni, e pur giovane, che era stato per secoli il maestro
dell’Europa, le sue tradizioni, le sue istituzioni, il suo passato,
il suo avvenire, non sono più, nel suo pensiero, che una «posizione
offensiva», un bastione, una trincea, una casamatta, nella guerra
tra lui, Napoleone, e la Casa d’Austria! Chi avrebbe potuto governare
un paese di antica civiltà con queste dottrine? E difatti Napoleone
tormenta per più di dieci anni l’Italia; la maltratta e la benefica;
la umilia e la rafforza; le regala stati e corone, strade e leggi; le
insegna a maneggiare le armi. Vana fatica, lavoro di Sisifo! Appena
la sua potenza vacilla, l’Italia rinnega e maledice, non ostante i
beneficî ricevuti, l’uomo che aveva voluto governare il mondo, senza
sapere che anche gli stati hanno un’anima oltre il corpo, e che se la
forza ha giurisdizione piena sul corpo, poco può sull’anima. Napoleone
sparisce, lasciando alla Francia, sola eredità della sua dominazione in
Italia, un odio non spento neppur oggi, dopo un secolo.
E in Germania, Napoleone e la rivoluzione francese non son forse
il padre e la madre dell’impero tedesco, tormento e spavento del
mondo? Distruggendo egli stesso, aiutando l’Austria e la Germania
a distruggere l’antico ordine di cose, Napoleone non ha liberato le
tempestose energie di quel popolo, che quell’ordine aveva incatenate?
Volendo fare della Germania uno strumento della propria fortuna, non ne
ha fatto il martello e il flagello della Francia? Quest’uomo è sembrato
a molti un gigante perchè l’hanno giudicato alla stregua del destino
comune degli altri uomini, anche dei più grandi, come se tra la fortuna
di un uomo e la sua grandezza spirituale ci fosse una proporzione, che
non c’è quasi mai. Ma per la giusta misura, occorre paragonare ciò che
ei volle, sentì, disse e fece con i doveri che la natura degli uomini
e degli stati impone a coloro che li governano: e allora apparirà una
specie di Dio fanciullo che, per divertirsi nei suoi giochi favoriti,
tenta di distruggere _in aeternum_ l’ordine del mondo, e non lo sa,
e crede d’essere un Dio serio e adulto, il quale regga il cosmo con
sapienza adorabile! In tutta l’opera sua c’è qualche cosa d’infantile,
che riconduce i tempi alla prima fanciullezza della storia. Infantile
era l’illusione che l’ammirazione e la paura del suo genio e dei
suoi soldati potessero far le veci, e non in Francia soltanto, ma
in mezz’Europa, delle mille anime secolari e originarie degli stati
europei. Infantile era l’illusione che egli avrebbe potuto improvvisare
una nuova dinastia sul terreno dell’Europa già minato sotto dalla
rivoluzione; e farla sacra e inviolabile agli occhi di tutti con il
doppio crisma della polvere da schioppo e dell’acqua santa. Infantile
era l’illusione che dieci secoli di storia si inchinerebbero come
lacchè al suo comparire e gli farebbero largo, in tutta Europa,
affinchè egli potesse salire sopra un altissimo trono improvvisato dai
suoi soldati e di lassù largire con un gesto all’Europa e al mondo
una felicità nuova. Infantile era l’illusione che i popoli da lui
taglieggiati, tiranneggiati, dissanguati per arricchire e ingrandire
la Francia, dovessero essere felici di immolarsi per lui; ammirare
non solo lui ma tutti i suoi fratelli e le sue sorelle; e scambiare
allegramente il proprio oro e il proprio sangue con qualche frase
retorica di dubbio gusto.
Abbagliati o violentati o allettati, i tempi, già disorientati dalla
rivoluzione, ricascarono rapidamente in infanzia sotto questo Dio
fanciullo; e giocando ogni giorno con quel Dio a creare con la forza
degli stati nuovi senza anima, si sarebbero alla fine dissolti tutti
in una selvaggia anarchia, se l’Europa a un certo momento non si fosse
scossa, per ritrovare con la propria virilità un ordine coerente e
duraturo. Il Congresso di Vienna salvò l’Europa dalla anarchia, a cui
il regime napoleonico l’avrebbe necessariamente condotta con quella
moltiplicazione di stati chimerici. Il Congresso di Vienna, oggetto per
un secolo di tante stolide declamazioni ed accuse, io non l’ho capito
che in questi mesi, dopochè ho veduto il Congresso di Parigi. O Mani
di Talleyrand, di Metternich, di Luigi XVIII, di Guglielmo Federico
III, di Alessandro I: che cerimonia d’espiazione vi dovrà un giorno
l’Europa, se mai le accada di uscir di questa senilità che l’ha rifatta
bambina! Ma quel lucido intervallo di saggezza durò poco. Ben presto
l’Europa ricascò nell’infanzia e quindi nel culto del Dio fanciullo;
raffigurò e ammirò in lui la propria cecità politica, le ambizioni
impazienti, l’arrivismo senza scrupolo, la fatuità, la prepotenza
arbitraria e capricciosa degli uomini e delle classi nuove, che via
via, di generazione in generazione, salivano al potere nel disordine
dei tempi, senza preparazione, e che imaginavano di poter fare tutto
appunto perchè non avevano mai fatto nulla, e perchè la loro ignoranza
e impreparazione non conoscevano i limiti del potere. Napoleone doveva
essere l’idolo di tutti i parvenus del secolo — che sono milioni e
milioni! Onde il suo spirito domina il Congresso, dove son tutti dei
Napoleoncini in borghese, dai rappresentanti dei piccoli stati ai capi
dei grandi; e s’immaginano di poter come Dio crear popoli e stati
a piacere con la matita; e seminano, come Napoleone un secolo fa,
spensieratamente a piene mani, tempeste.
Napoleone e Nietzsche: questi due nomi mi tornano spesso alla mente
insieme. Non è Nietzsche il Napoleone del pensiero moderno: formidabile
nel distruggere, infantile nel costruire? Non ha rovesciato dalle
fondamenta l’edificio dei tempi per giocare tra le sue rovine con dei
tirannelli di piombo, come i bambini giocano sul pavimento o sulla
tavola con soldatini di Norimberga? Napoleone è l’eroe, Nietzsche è
il pensatore di una civiltà cascata in infanzia, e che ormai precipita
addirittura nel così detto attivismo, nella filosofia dell’azione per
l’azione, ossia del gioco.... I fanciulli si distinguono dagli adulti
appunto perchè saltano, gridano, corrono per saltare, gridare, correre
e non per uno scopo: agiscono dunque per agire, e non per ottenere
qualche effetto preciso; sono attivisti, come il secolo nostro...
No, l’Europa non avrà pace, perchè non la vuole, perchè vuole e cerca
il disordine, illudendosi di poter dominarlo e costringerlo a servire,
come un docile servo, le proprie passioni. Così finisce la tragedia
di un secolo, che ha fatto grandissime cose, ma che ha falsificato
tutti i metri, rimbarbarita l’arte di governare, smarrito il senso dei
limiti e la nozione del bene e del male. Il Congresso di Vienna, che
volle davvero ristabilire l’ordine, seguì un principio, che era antico,
ma vivo ancora; e seppe distinguere abbastanza bene il possibile
dall’impossibile, anche se qualche volta si sbagliò nel fare i suoi
conti. Incerto tra due epoche, e desideroso di ordine e di pace solo
a parole, il Congresso di Parigi sembra non credere più nei principi
antichi, non credere ancora nei nuovi, e confonde ad ogni momento quel
che può farsi ed esistere con quello che si può desiderare o sognare!
III.
L’America e il miracolo di San Gennaro[9]
Il «realismo» degli Stati europei è davvero una cosa molto singolare.
Ricordo alcuni fatti.
All’intervento dell’America l’Intesa deve forse la salvezza; e certo
un grande addolcimento degli ultimi cimenti. Nella primavera del ’17,
quando gli Stati Uniti scesero in campo, la Russia agonizzava; la
Francia, l’Inghilterra, l’Italia, esauste da uno sperpero inaudito di
uomini e di ricchezze, incominciavano a scoraggiarsi e a smarrire la
fiducia reciproca, proprio mentre la guerra si inaspriva nell’ultima
e ferocissima stretta. Non ostante il troppo vantato dominio dei mari
anche le potenze dell’Intesa erano allora in procinto di trovarsi alle
prese con la fame vera e propria. Avrebbero resistito? L’America,
proprio allora, ci mandò un esercito fresco, ci aprì un credito
illimitato, ci diede il pane e il companatico necessari per far la
guerra senza i crampi di stomaco....
E quell’intervento era poco meno che un miracolo. Bisogna conoscere
l’America per imaginare che impresa sia stata imporsi la coscrizione,
allestire un esercito di milioni di uomini e mandarlo a combattere
nelle trincee della Champagne o della Lorena! Chi vuol farsene un’idea,
senza andare in America, rovesci il cannocchiale, e imagini quel che
sarebbe per i contadini della Romagna o del Poitou, per gli operai
di Milano o di Birmingham essere mandati a combattere sulle rive del
Missisipì. L’America ha compiuto una prodezza di questa natura. I
nostri vecchi avrebbero detto che quell’aiuto ci veniva dal cielo.