«Questo sistema di alleanze, al quale — lo dichiaro subito —

GUGLIELMO FERRERO

LA TRAGEDIA

DELLA PACE

DA VERSAILLES ALLA RUHR

EDIZIONI ATHENA

1923

MILANO — VIA VIGENTINA 7-9

PROPRIETÀ LETTERARIA

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per

tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda._

COPYRIGHT BY G. FERRERO 1923

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di

questo 2.º migliaio che non porti il doppio timbro

a secco della Società Italiana degli Autori.

TIPOGRAFIA SOCIALE — VARESE

PREFAZIONE

_Questo libro è stato scritto per coloro, che vogliono nutrire la

mente di cibi sostanziosi, non di ciarle e di parole. Se sieno molti

o pochi non so. Vorrei che fossero molti; ma anche se saranno pochi,

mi riterrò largamente compensato della fatica, avendola spesa per gli

spiriti eletti. L’Europa muore di inanizione intellettuale. La lucerna

del pensiero si spegne. I pochi che posseggono ancora un po’ dell’olio,

con cui si alimenta la preziosa lucerna, hanno il dovere di mantenerla

viva, anche se spiacciono ai troppi fabbricanti di bengala, che a

quella pura luce vorrebbero sostituire i loro pirici lampi._

_Questo libro si compone di articoli pubblicati nel Secolo, ai quali

è stato aggiunto un «Primo discorso ai sordi», in parte pubblicato

nell’_«Illustration», _nella_ «Revue Universelle», _nell’_«Hearst’s

Magazine», _in parte inedito; e alcuni lunghi brani, pure inediti,

di un diario della pace. Spero tuttavia che non sarà un cartoccio di

briciole, simile a quelli che troppo spesso si offrono ai frettolosi

lettori del nostro tempo; ma un libro, nel quale i singoli saggi sono

stati fusi, quanto si poteva, in una unità organica. Per fonderli fu

spesso necessario o scorciarli, o allungarli, o rinforzarli di aggiunte

e di attacchi. Non furono toccate le previsioni, così quelle che si

sono come quelle che non si sono avverate; e degli articoli del Secolo

fu indicata la data della pubblicazione, per i lettori che fossero

avidi di confrontare il secondo testo con il primo._

_È stato possibile, e non troppo difficile, fondere in un tutto questi

scritti, staccati nel tempo e nello spazio, perchè erano riuniti da un

unico pensiero, che li legava come un filo. Credo di poter affermare

senza iattanza, che tra gli uomini di penna dell’Europa, sono stato

uno dei pochissimi, se non il solo, il quale dal 1914 in poi abbia

pensato e scritto, non obbedendo alle impressioni mutevoli degli eventi

o alla dottrina ufficiale di un partito o di uno Stato, ma seguendo una

idea. Un’idea che, se è venuta allargandosi e rafforzandosi, a mano a

mano che aderiva a una realtà enorme e sempre in sussulto, ha potuto

in una certa misura dominarla, perchè è rimasta sempre la stessa, non

curante di essere fraintesa e vilipesa dagli opposti partiti o negletta

dalle volubili infatuazioni dello spirito pubblico. Chi legga senza

preconcetti questo libro e i tre precedenti che hanno studiato via via

gli avvenimenti dell’ultimo decennio_ — La Guerra Europea, La Vecchia

Europa e la Nuova, Memorie e confessioni di un sovrano deposto —

_vorrà, spero, rendermi questa testimonianza_.

_Ma appunto perciò il lettore dev’essere preparato a ritrovare anche

in questo libro, come nei precedenti, una inquietitudine e quasi uno

spasmo, che ricomincia, si rinnova, si esaspera, invece che calmarsi,

con le incessanti riprese e sorprese della terribile vicenda, a cui

sottostiamo da quasi dieci anni. Anche questo spasmo è — in una certa

misura — una prova di verità. Dopo avere riconosciuto nella guerra

mondiale la prima delle grandi catastrofi, a cui negli ultimi anni

della pace avevo veduto correre quella aspirazione a una illimitata

potenza che è propria dei nostri tempi, fu facile di orientarsi,

perchè bastò applicare la dottrina agli eventi, dopo aver sfrondato la

storia del secolo_ XIX _delle leggende spesso puerili con cui i partiti

l’avevano falsificata. Ma che tragedia! Chi, comprendendola, non sente

la vertigine degli abissi?_

_Nel 1914 sembrò, per un attimo, che l’Europa volesse fare uno sforzo

eroico e ritrovare la salvezza in una dottrina, antica o nuova, di

austera saggezza. Ma il buon proposito non durò a lungo. A poco a poco

la guerra esaltò tutte le funeste passioni, che l’avevano scatenata.

«La chimera della potenza illimitata» — scrivevo nel 1916 — ha

abbagliato anche i paesi latini. Molti maledicono oggi la Germania, ma

con parole turbate e confuse, che, a chi le intende, la lodano invece

e la magnificano. Dopo tanto sangue, dopo tante perfidie e violenze,

molti nemici della Germania oscillano tra l’orrore e il desiderio di

imitarla[1]». E aggiungevo: «Per ritemprarsi e rinnovarsi» l’Europa

dovrà «affrontare un tempestoso periodo di disordine spirituale e

di anarchia politica»; perchè una istituzione sola sarebbe emersa

«intangibile da ogni rivoluzione e reazione: il suffragio universale...

sovrano fanciullo, capriccioso e incosciente, bonario e crudele, facile

vittima, per pochezza di mente e per rude semplicità di passioni, della

furberia e della impostura».[2]_

_E allora nessuno prevedeva ancora che il sistema monarchico

dell’Europa sarebbe stato distrutto!_

_Dopo la rivoluzione russa, durante le terribili prove del ’17 e

del ’18, quando alla baldanza del ’15 e del 16 succedè di nuovo lo

scoramento e la paura, di nuovo sembrammo porgere l’orecchio all’angelo

del buon consiglio. Ma dopo l’armistizio la chimera della potenza

illimitata entrò, come uno di quei diavoli di cui parlano le leggende

del medio evo, nei vincitori e li fece uscire di senno. Cadute le

grandi monarchie dell’Europa, spezzata l’ossatura che da un secolo

reggeva l’ordine sociale del vecchio mondo, sopraffatti i sentimenti

e le dottrine della democrazia e dell’umanitarismo con cui la guerra

aveva alimentato il proprio ardore, dalle passioni della vittoria —

risentimento, cupidigia, ambizione — l’Europa precipitò in una anarchia

rissosa, travagliosa, prepotente e impotente. Chi conosca i vizi

profondi della civiltà quantitativa non può meravigliarsene._

_«Tutte le autorità sono cadute» — scrivevo nel 1920 — «e perciò la

sola forza governa il mondo; la forza sola e nuda, o coperta appena di

qualche cencio rosso o di qualche brandello di bandiera nazionale; e

governa il mondo come può, per accessi e sussulti, senza discernimento,

straziandolo, perchè la forza è così debole quando è sola e nuda! Non

illudetevi o uomini! i soli titoli di autorità che ancora valgono sono

il ferro e l’oro. La libertà è morta, insieme con il diritto divino.

A volta a volta governerà chi riesca a farsi obbedire per un’ora

da centomila baionette; e a impadronirsi dei torchi ufficiali che

stampano la moneta. Il fatto deciderà del diritto, non il diritto del

fatto! La Rivoluzione ha finito la sua fatica: a furia di accrescere

la forza dei governi a scapito dell’autorità, li ha ridotti ad essere

pura forza, null’altro che forza, ossia volubilità, violenza, ferocia,

sospetto, cupidigia, venalità, orgoglio, ipocrisia, odio, incapacità

e debolezza... Quanti anni passeranno, prima che una autorità giusta,

serena, intelligente, nobile risplenda di nuovo sull’Europa, come

un generoso sole di autunno che indora e non accieca, che matura la

succulenta vendemmia e non prosciuga gli umori vitali, che sfolgora il

terso azzurro e non aduna tempeste!»[3]_

_Il libro, che presento ai lettori, racconta la storia di questa

catastrofe e tenta di ritrovare in mezzo alle macerie la via

dell’ordine, della libertà e della saggezza. Non che ci si trovi la

formula della salute o, come oggi si dice, di quella restaurazione, che

gli uomini di Stato promettono tutti i giorni ai popoli per l’indomani.

Il male è troppo profondo, perchè chi lo conosce possa illudersi

guarisca in pochi anni e per effetto di una ricetta miracolosa. La

confusione e l’agitazione, in cui viviamo, dureranno a lungo. Vedremo

i popoli oscillar da una parte all’altra delle dottrine più opposte,

rovesciar oggi quel che adoravano ieri, per inginocchiarglisi di nuovo

innanzi domani. Vedremo a volta a volta la ciarlataneria, la violenza,

forse anche la pazzia, conquistare il comando, sfregiare la libertà e

la giustizia. Nella storia sopraggiungono ogni tanto generazioni, che,

tutte intente in qualche opera particolare spesso meritoria e talora

anche gloriosa, innamorate della propria intelligenza e attratte dalla

speranza di una immaginata felicità nuova, si staccano dall’esperienza

dei secoli, dimenticando le regole elementari ed eterne dell’arte

di governarsi e di governare. Ma proprio in queste età, spesso

gloriose per altri meriti, lo Stato e la Società sembrano ricascare

in infanzia. Quando i Greci si fecero innanzi, con le loro colonie,

coi loro commerci, con le loro arti, con le loro filosofie, con le

loro conquiste, con le perenni rivoluzioni delle loro aristocrazie,

tirannie e democrazie, scompigliando il Mediterraneo nel tempo stesso

in cui l’abbellivano e l’istruivano, i sacerdoti egiziani, che li

osservavano dall’alta specola di una antica esperienza e saggezza,

li giudicarono dei «bambini». Non accade alcunchè di simile ai nostri

tempi? Giustamente, ma troppo orgogliosi della loro scienza, potenza

e opulenza, essi vogliono governarsi e non sanno più che cosa sia uno

Stato, un principio di autorità e di legittimità, un ordine legale, un

trattato; come un governo si faccia obbedire e si regga, come si debba

fare la guerra, come si possa fare la pace e mantenerla._

_Quanto questo stato di cose durerà nella civiltà occidentale, nessuno

potrebbe predire. Ma è certo che non durerà eterno._

_Come il mondo antico ritornò con i Romani, dopo la capricciosa

infanzia greca, alla maturità che sa governarsi e governare, così

l’Europa uscirà un giorno da questa sua presente infanzia politica,

piena di ingenuità, di errori e di imprudenze. Coloro che non hanno

perduto interamente il senso della eterna saggezza; coloro che anche

in questi tempi di anarchia vogliono sapere che cosa è uno Stato,

un principio di autorità e di legittimità, quale è la forza di una

legalità, come si fa e come si mantiene un trattato, preparano la

futura maturità dell’Europa._

_Firenze, 14 marzo 1923._

PARTE PRIMA.

L’ALBA TORBIDA DELLA PACE

_Questa prima parte contiene un breve discorso sulla pace pronunciato

nei primi di Gennaio del 1919, pubblicato nel Secolo pochi giorni

dopo, il 14, sotto il titolo «Le baionette e l’idea»; e un articolo

pubblicato nel Secolo il 7 Gennaio del 1919 sul discorso pronunciato

dal Clemenceau, negli ultimi giorni di Dicembre del 1918, alla Camera,

sulla Francia e la pace._

_L’uno e l’altro scritto sono documenti dei due torbidi mesi, che

corsero tra l’armistizio e l’apertura del Congresso della pace, e

del fermentare e smarrirsi dello spirito pubblico, che in quei due

mesi incominciò. Ristampo il primo perchè è la chiave di tutto il

libro, contenendone l’idea madre; la sola — a mio giudizio — che

dia un senso a tutta la tragedia degli ultimi otto anni e la faccia

capire: la guerra mondiale esser terminata con la catastrofe del

sistema monarchico e aristocratico dell’Europa, ossia con un così

inaspettato e paradossale trionfo della rivoluzione francese e dei

principi del ’48 che già sin d’allora un conoscitore un po’ esperto

della storia del secolo XIX non poteva non restar perplesso e inquieto.

Ristampo il secondo, perchè il discorso del Clemenceau è un documento

importantissimo, a cui la frivola dissipazione spirituale di quei

mesi non fece attenzione. In esso si coglie sul vivo, nel suo primo

movimento quasi direi riflesso, quella subitanea paura della propria

inaspettata vittoria, da cui la rivoluzione francese fu presa,

nell’uomo e nel governo che allora reggevano la Francia, e il suo

ripiegamento frettoloso sulle tradizioni del passato: prima conferma

delle perplessità esposte nel precedente discorso._

I.

Le baionette e l’idea[4]

La rivoluzione francese fu definita da Napoleone: «una idea che

avrebbe trovato milioni di baionette». Noi potremmo capovolgere il

motto e definire la guerra mondiale: «milioni di baionette che cercano

un’idea».

Una bella mattina, due mesi fa, ci siamo risvegliati in pieno ’48.

Non è la repubblica del ’48, con il suo berretto frigio, la gonna e la

giubba plebea, il codazzo di operai vocianti e di vessilli scarlatti,

quella che si fa avanti nel cuore dell’Europa, tra le rovine fumanti

degli imperi germanici? La bandiera rossa che sventola sul palazzo di

Potsdam e sul castello di Schoenbrunn non è quella che gli operai di

Parigi offrirono, nei primi giorni di marzo del 1848, alla Repubblica

francese e che Alfonso Lamartine non osò innalzare sull’_Hôtel de

Ville_? Di sotto ai rottami dei due imperi sfasciati, non sbucano

forse al sole, liberi alla fine, i popoli e le città che il ’48 aveva

tentato di redimere dal servaggio moscovita, austriaco o prussiano: la

Polonia, l’Ungheria, la Boemia, Trieste? L’aquila bianca non ritorna

a fare il nido nelle foreste della Polonia e il tricolore non sventola

sulla vetta delle Alpi Giulie? Non sono fuggite ventiquattro dinastie;

e i soldati, reduci dal fronte, non alzano sulle proprie spalle,

acclamandolo sovrano del mondo, il suffragio universale? In mezza

Europa la Rivoluzione convoca uomini e donne, ricchi e poveri, dotti e

ignoranti, a darsi una libera legge. L’Inghilterra accoglie le donne

nella città politica. Il Re del Belgio, appena rientrato nel piccolo

regno, ha invitato il suffragio universale a sedersi sui gradini del

trono. Repubblica, Costituente, Suffragio universale, Sovranità dei

popoli, Liberazione delle nazioni oppresse, Resurrezione della Polonia:

tutti i sogni del ’48, crudelmente delusi per settanta anni, si

compiono.

Senonchè la sapienza dei popoli ammonisce che l’apparenza inganna.

Tragico groviglio di controsensi, la guerra mondiale termina in un

controsenso supremo. Sì, è finita la lunga guerra tra i popoli e il

diritto divino, tra le dinastie e le nazioni, che dalla rivoluzione

francese in poi, ha insanguinato l’Europa. Il diritto divino e il

principio dinastico sono caduti con l’impero russo, con l’impero

austro-ungarico e con l’impero tedesco. Il dramma, il grande dramma, di

cui la rivoluzione francese fu il prologo, è finito; ma in che modo e

con quali sorprese! La Repubblica è oggi acclamata proprio dai popoli

che non l’avevano mai desiderata. Trionfa il suffragio universale,

proprio quando tutte le forme del governo rappresentativo, di cui la

civiltà occidentale ha fatto la prova, sono screditate come non furono

mai. Mezza Europa si precipita in braccio alle Costituenti, per il

ribrezzo e lo schifo che incutono i Parlamenti ora in seggio. Sono

incoronate e collocate sul trono le nazioni, all’improvviso, trenta

anni dopo che i popoli oppressi erano stati abbandonati al loro destino

da tutti, dalla Poesia, dalla Scienza, dalla Storia, dalla Filosofia,

dai partiti, dai governi; quando l’imperialismo, più tracotante che

mai, li minacciava di nuove catene e il socialismo li consigliava a

cercare altre liberazioni; quando tutti avevano cominciato a disperare.

Il principio popolare e nazionale ha sgominato in questa guerra il

principio dinastico ed aristocratico; ma poco meno di mezzo secolo

dopo che, riconosciutosi debole, aveva conchiuso con questo una

tregua; e dopo una mischia accesasi per tutt’altro motivo. La guerra

mondiale è nata dalla sfida che gli imperi centrali lanciarono nel 1914

all’impero russo, antico alleato nelle guerre contro la Rivoluzione;

le democrazie occidentali sono state rimorchiate in questa «guerra

civile delle monarchie», ciascuna da ragioni e interessi particolari,

che non figuravano punto nell’asse ereditario della rivoluzione

francese. Eppure il destino ha voluto che le tre monarchie di diritto

divino mordessero insieme la polvere, anche l’impero russo, che pure

aveva combattuto con la parte più forte; ha voluto che le democrazie

occidentali si ritrovassero ad un tratto e all’impensata vittoriose,

non solo con le armi ma anche con le dottrine, di cui tanta parte

avevan già ripudiata come falsa e chimerica, con il cuore e con la

indifferenza se non con le labbra e con gli atti. Non si affrettano

i vinti a imparare quel linguaggio arcaico del ’48, che le democrazie

occidentali avevano quasi dimenticato? Drammaturgo imaginoso, la storia

teneva in serbo per l’ultimo atto del dramma, incominciato con la

rivoluzione francese, la più spettacolosa delle sorprese.

Ma questa appunto è la ragione per cui non mi sento tranquillo e non

posso a meno di diffidare. Diffidare, intendiamoci bene, non al modo

di coloro che sospettano nella rivoluzione tedesca una commedia,

inscenata per strappare ai vincitori condizioni migliori di pace.

Non si fanno rivoluzioni per finta! Ma a rischio di far dire che il

mio pessimismo è incurabile: io diffido di questo improvviso epilogo

del grande dramma, perchè pare nitido e chiaro, ed è faragginoso e

confuso. Si ritrova nell’epilogo il difetto che fu proprio del dramma

intero: quella violenza e quella confusione di aspirazioni, reali o

chimeriche, ma contradditorie, che da un secolo mettono l’Europa alle

prese con tanti nodi insolubili, e la esasperano, e la trascinano,

e la trascineranno giù per i precipizî di Satana, di tragedia in

tragedia, di catastrofe in catastrofe, finchè gli uomini non avranno

imparato a ritrovare la chiave della ragione e della equità in un più

chiaro ed umano senso dei limiti. Troppe cose che combattono insieme

chiedono i popoli oppressi alla libertà, improvvisamente ricuperata,

per troppa parte dono grazioso della fortuna più che acquisto meritato

del sacrificio. Troppe cose che non vanno d’accordo tra loro sperano

i popoli vinti, dall’impeto di collera con cui hanno rovesciato le

istituzioni, di cui furono, per amore o per forza, solidali nella

sanguinosa avventura. Troppe cose che si negano a vicenda esigono i

vincitori dalla vittoria, dimentichi che in questa guerra essi non

avranno vinto davvero il nemico se non vinceranno anche se stessi! Onde

i vincitori ed i vinti sembrano scambiarsi i programmi; e i vincitori

balbettano un po’ vergognosi il tracotante linguaggio con cui i vinti,

ai tempi delle liete speranze, sbigottivano i nemici e gli spettatori;

e i vinti scimmiottano, come possono, il generoso linguaggio che fluiva

così copioso dalle labbra dei vincitori, quando non erano ancora sicuri

della fortuna. Perciò tutti i movimenti nazionali scivolano verso

l’imperialismo come se in essi rivivesse lo spirito della Germania,

che forse nella Germania agonizza. Perciò ai principi del ’48 che

trionfano finalmente in Europa, si oppone — e si oppone, o ironia delle

cose! proprio nella Russia — un nuovo regime aristocratico ed una nuova

dottrina di privilegio. Il bolscevismo, quando esclude dal potere tutti

coloro che non sono proletari, non tenta di costituire una aristocrazia

a rovescio? E non rinnega, con un nuovo privilegio di classi nuove,

così la rivoluzione dell’89 come quella del ’48?

L’idea che milioni di soldati avevano visto scender dal cielo e porsi

alla testa dei loro battaglioni, e dar il segnale dell’assalto in tante

cruente battaglie, e consolare di una suprema speranza e di una suprema

promessa l’agonia di tanti caduti, sembra essersi dileguata, non

appena i protocolli dell’armistizio sono stati firmati. Il principio

o i principî, che dovrebbero riconciliare i popoli dell’Europa sotto

una legge comune, sembrano aver poca forza. La pace si annuncia come

un caos di passioni e di interessi rivali, meno sanguinoso della

guerra, se pure non del tutto incruento, ma non meno tempestoso.

Vuol ciò dire, come molti sussurrano, che quell’idea era una vasta

fantasima creata astutamente dalle ipocrite ambizioni dei governi, per

illudere i combattenti? Chi ragiona così, ha occhi ma non sa leggere

in questo caos; e non sa leggere in questo caos perchè ha smarrito

il buon senso, forse per acquistare qualche parte di quella scienza

profonda e molteplice, di cui il nostro secolo è così ricco. Ma il

buon senso invece vede chiaro anche in questo caos; e dice agli uomini

che vogliono e sanno ascoltarlo: «quando i governi avranno compilate

le loro tabelle mortuarie, risulteranno uccisi in questa guerra non

meno e forse più di dieci milioni di uomini. Un quadriennio solo ha

versato più sangue che tutti i secoli dalla fondazione di Roma al

principio del novecento; e per giunta ha incenerito metà delle vostre

ricchezze, frutto di così lungo lavoro; ha rinnegato sedici secoli di

cristianesimo, due secoli di umanitarismo, un secolo di libertà; ha

rovesciato su se medesime le fondamenta dell’ordine morale e politico.

Oggi dal Mar Giallo al Reno e alle Alpi, gli avanzi di tre imperi,

incendiati dal fuoco greco della rivoluzione, bruciano e fumano

lentamente sotto i nostri occhi; e le democrazie occidentali tremano

che il vento trasporti qualche favilla di quel fuoco sul loro tetto.

Voi avete scatenate tutte le forze di distruzione che sonnecchiavano

nella civiltà occidentale. E se avete fatto tutto ciò chiedete a voi

stessi, al presente, al passato, all’avvenire, alla saggezza dei grandi

e al buon senso degli umili: possiamo noi illuderci, se non vogliamo

suicidarci, che per incatenare queste forze di distruzione basti

far sulla carta dell’Europa alcune rettifiche di confini, sia pure

giustissime; arraffare qualche territorio di proprietà contestabile;

aggiungere qualche miliardo sul conto degli indennizzi dovuti dal

nemico; e ricominciar poi la gara degli armamenti e il gioco a

rimpiattello delle alleanze offensive e difensive?»

No: la pace è un caos, perchè l’Europa ha un’anima doppia, travagliata

da un male profondo — vizio od errore, e forse nel tempo stesso vizio

ed errore; e perirà, trascinando nella propria rovina l’America, se non

scende nella profondità della sua coscienza, per scoprire ed estirpare

questo vizio e questo errore. No: soltanto nella pace la guerra può

scoprire le ragioni e quindi vincere per sempre l’orrore di se stessa.

No: soltanto il giorno in cui la civiltà occidentale si accingerà con

fermo e chiaro proposito a questa riforma dei suoi principî e dei suoi

istituti, i milioni di baionette avranno finalmente trovato o ritrovato

l’idea, per cui hanno combattuto senza saperlo.

II.

Il discorso e il pensiero di Clemenceau[5]

Clemenceau ha parlato. Ha parlato la Francia. Noi conosciamo il

pensiero ufficiale della repubblica sulla pace. Ahimè! Questo pensiero

è debole, incerto, oscillante, timido e vecchio. Proprio così: timido

e vecchio. Invano si cercherebbe in quello una traccia del vigore, che

l’uomo e la nazione hanno mostrato nella guerra. Si direbbe che abbia

paura dell’avvenire come di un abisso che gli si spalanca dinnanzi e

perciò vuol ributtarsi indietro nel passato.

«C’è un vecchio sistema — ha detto il capo del governo francese — che

oggi sembra condannato, ma al quale io resto fedele in questo momento.

I paesi hanno preparato la difesa delle loro frontiere...». Interrotto

qui da uno dei soliti battibecchi parlamentari, il presidente del

Consiglio ha ripreso il suo pensiero, per ribadirlo. «I paesi dunque

hanno provveduto ad una salda difesa delle loro frontiere, con

i necessari armamenti, con l’equilibrio delle potenze...». Nuove

interruzioni, quetate le quali l’oratore ha soggiunto: «Questo sistema

sembra oggi condannato da solenni autorità. Eppure io faccio osservare

che se l’America, l’Inghilterra, la Francia, l’Italia si fossero

accordate per dichiarare che chi assalisse una di queste potenze

avrebbe avuto a che fare con tutte le altre...» A questo punto una

salva di applausi ha tagliato la parola dell’oratore che, sicuro di

essere stato compreso, non ha indugiato per terminare la frase, la

quale del resto, anche monca della sua conclusione, era chiara.

«Questo sistema di alleanze, al quale — lo dichiaro subito — io non

rinuncio, è il pensiero che mi guiderà alla conferenza, se la vostra

fiducia mi ci manda. Le quattro grandi potenze che la guerra ha

riunite, devono restare unite dopo la guerra, e affinchè restino unite,

son pronto a fare i sacrifici necessari....».

La pietra angolare della pace dovrebbe essere dunque un’alleanza degli

Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Francia e dell’Italia, sostenuta

da armamenti preponderanti, e da frontiere ben munite, non da pezzi

di carta, come le convenzioni per la limitazione degli armamenti o per

gli arbitrati. Quasi a dissipare ogni dubbio il ministro ha aggiunto di

lì a poco: «Quanto alle garanzie internazionali, io dichiaro che, se

si lascia alla Francia il compito di provvedere alla propria difesa —

perchè essa non vuol rivedere le invasioni — se essa resta arbitra dei

propri ordini militari, io accetterò ogni nuova garanzia _supplementare

che potrà essere aggiunta_».

Il pensiero sembra chiaro. Le garanzie internazionali possono

aggiungersi ma non tener le veci degli armamenti. Anche in questo

dunque l’avvenire dovrebbe rassomigliare al passato. Sorga pure, sotto

il nome di Lega delle Nazioni, una seconda Corte dell’Aja, in mezzo

alla gara illimitata degli armamenti, archivio venerabile di inutili

protocolli.

Senonchè, se fino a questo punto il ministro francese procede chiaro e

coerente nell’esporre il suo pensiero, sembra invece contraddirsi ad un

tratto nel periodo che segue:

«_Je vais plus loin; si les garanties son telles, qu’elles exigent

des sacrifices de preparation militaire, je les ferai avec joie car je

ne veux pas imposer à mon pays des sacrifices inutiles_». Le garanzie

internazionali non sono più considerate come _supplementari_, ma come

_supplettive_ delle armi; non si aggiungono a queste, ma ne fanno le

veci, riducendole. Dunque, il ministro intende in un doppio modo le

garanzie internazionali e considera tanto gli armamenti quanto la loro

riduzione come «un sacrificio». Quando il Clemenceau dice di essere

disposto, se le garanzie internazionali lo esigono, a consentire

dei «_sacrifices de preparation militaire_» sembra considerare la

limitazione degli armamenti come alcunchè di penoso per la Francia:

un onere o una diminuzione. Invece quando aggiunge che consentirà a

questi «_sacrifices de preparation_» con gioia, perchè non vuol imporre

al suo paese dei «_sacrifices inutiles_» definisce sacrificio non la

limitazione degli armamenti, ma ogni preparazione militare, di cui

si possa fare a meno. La limitazione diventa quindi un bene. Nuova

contraddizione, che riprova come su questo punto il pensiero dello

statista è oscillante.

Disgraziatamente quella contraddizione è la oscura nuvola sospesa

sul nostro capo, in cui dorme forse più di un uragano. Il punto che

l’Europa deve decidere oggi è proprio questo: se le garanzie della

pace abbiano ad essere _supplementari_ o _supplettive_ delle armi;

se debbano aggiungersi o farne le veci ed in quale misura; se la

penna possa e in qual misura supplire la spada. Se devono essere

_supplementari_ la Società delle Nazioni sarà un inutile ingrandimento

dell’antica Corte dell’Aja; la guerra mondiale continuerà mutando forma

ed armi; nè si potrebbe predire chi vincerà da ultimo: se i latini, i

tedeschi o gli anglo-sassoni; se qualche nuova forma di dittatura, la

democrazia o il bolscevismo. Qualora invece le garanzie internazionali

riescano davvero a far le veci, in larga misura, delle armi, la

Società delle Nazioni sarà il principio fecondo di un nuovo ordine

internazionale, in seno al quale ogni popolo potrà ricomporsi. Ma è di

cattivo augurio per la pace che il capo del governo francese non veda

chiaro su questo punto. Tutto il discorso ribocca di un invincibile

attaccamento alle vecchie dottrine politiche del secolo XIX, e nel

tempo stesso di una fantasticità mascherata da realismo politico. Come

credere che un’alleanza eterna tra l’Italia, la Francia, la Inghilterra

e gli Stati Uniti sia altro che un sogno? Affinchè un’alleanza duri,

non dirò in eterno, ma per parecchie generazioni, è necessario posi o

sopra un principio, o sopra un interesse permanente, o su tutti e due.

La Santa Alleanza ha durato — si può dire — un secolo, perchè posava

sul principio dinastico e sull’interesse delle dinastie a difendersi,

difendendolo, contro le dottrine e i partiti rivoluzionarî. Oggi invece

non si vede nè il principio nè l’interesse, che potrebbero legare per

cinquant’anni la quadruplice imaginata dal Clemenceau. La paura della

Germania e del militarismo tedesco? Ma bisognerebbe ammettere che la

Germania e il militarismo tedesco saranno nei prossimi cinquant’anni

uno spavento e un pericolo come furono durante la guerra: il che non

è probabile, e ad ogni modo non è sicuro. Il mondo aveva dimenticato

che la integrità della Francia è necessaria alla libertà dell’Europa.

La Francia ha diritto di essere sostenuta e difesa nei suoi confini

storici contro la forza preponderante della Germania, che di nuovo la

minacciasse, anche da una alleanza mondiale, anche a costo di una nuova

gara illimitata di armamenti, anche a costo di una nuova guerra più

lunga e sanguinosa di quella che or ora è finita. Ma ad una condizione:

che sia chiaro esser i nuovi sacrifici inevitabili, perchè la Germania

e la Germania sola si è rifiutata, apertamente o subdolamente, ad ogni

ragionevole componimento ed accordo. Credo invece che la Germania

avrebbe poco da temere un trattato di alleanza tra la Francia,

l’Italia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, il giorno in cui entrasse

nei popoli il sospetto che gli armamenti e gli odî delle nazioni

continuano, non perchè la Germania, ma perchè le potenze vittoriose non

hanno voluto fare i necessari sacrifici di ambizione e di forza.

PARTE SECONDA.

IL CONGRESSO DI PARIGI

_Questa seconda parte contiene alcuni studi sul Congresso della pace

che, come i lettori ricordano, si tenne a Parigi tra il Gennaio e

il Luglio del 1919. Di questi studi i primi cinque furono scritti a

Parigi nei mesi di Marzo e di Aprile, da me passati nella capitale

francese appunto per studiare le cose del Congresso: ma il quarto solo

fu pubblicato nel_ Secolo, _gli altri quattro sono nuovi, facendo

parte di un_ Diario della pace _inedito, in cui scrivevo le notizie

e le riflessioni di maggior importanza. L’ultimo studio, il sesto,

è un articolo pubblicato nel_ Secolo _il 31 Dicembre 1919: occhiata

retrospettiva all’annata e al suo lavoro per la pace._

_Ristampo questi studi tali e quali, lasciando in essi

quell’apprensione sospesa per un pericolo intravisto, ma non ancora

ben delineato nei suoi contorni, di cui sono pieni. I lettori vedranno

in questi studi definirsi a poco a poco più precisamente i dubbi già

espressi nella prima parte intorno alla fermezza e sincerità, con cui i

vincitori compirebbero il loro ufficio di improvvisati campioni dell’89

e del ’48. E vedranno spuntar l’idea che mi farà scrivere un anno dopo

le_ Memorie e confessioni di un sovrano deposto _e che mi sembra oggi

la chiave di tutte le presenti difficoltà dell’Europa: il principio

monarchico è caduto, ma il principio democratico, invece di trionfare,

vacilla sulle rovine del principio rivale; onde una insicurezza

universale che sembra dover durare a lungo e che richiederà rimedi più

profondi di quelli a cui pensano i medici oggi in voga._

_Nell’ultimo di questi scritti è enunciato un primo e risoluto giudizio

sul trattato di Versailles. Esso non è riconosciuto dai vinti come un

obbligo d’onore, riposa sulla forza soltanto; è dunque un trattato di

Francoforte, capovolto e di proporzioni più grandi._

I.

Il Reno[6]

Arrivammo a Parigi, Mario Borsa ed io, dopo un viaggio lungo e

incomodo, in un treno zeppo di ufficiali, che tornavano dall’Oriente.

Sentimmo tutti e due lo stesso fluido dell’aria. Sarei tentato di

definirlo: l’ossessione dell’indennità. Non s’è ragionato, si può

dire, d’altro. Tutti parlavano dell’indennità con una specie di

gioia vendicativa e maligna, come se tutto stesse ormai nel fare una

richiesta enorme, strabiliante, inaudita, ed ai tedeschi non restasse

più che impegnare il giaciglio e le pentole per pagare i vincitori;

come se la vittoria conferisse ai vincitori un diritto illimitato sui

vinti. Ho cercato di persuadere qualche viaggiatore che se l’imporre

una taglia sulla carta è facile, il riscuoterla è più difficile; che, a

tirarla troppo, anche questa corda potrebbe spezzarsi. Fiato sprecato!

«_Que les Boches payent, d’abord!_» È il ritornello obbligatorio.

Impressione penosa e prologo di cattivo augurio. Ho paura che questo

stato d’animo abbia a fruttificare grosse difficoltà per tutti. Che le

riparazioni stiano a cuore ai francesi, agli italiani, ai belgi e a

tutti i popoli devastati, si capisce. Ma le riparazioni appartengono

al regno della materia; e noi dobbiamo ricostruire in Europa, oltre

le case ed i muri, anche l’ordine. Badiamo, per la fretta di rifare

le case e i mobili, di non distruggere l’ordine per un secolo: chè

allora non solo le case e i mobili distrutti dalla guerra non sarebbero

rifatti, ma correrebbero il pericolo di essere distrutti anche quelli

che dalla guerra sono scampati!

Appena arrivato, corsi, come al solito, da M.....[7] Lo trovai nel

suo ufficio: un meraviglioso salone d’oro, fulgente delle più belle

eleganze di Luigi XV. Gli chiesi non senza una certa trepidazione, come

andava il Congresso della pace. Il suo viso si rannuvolò.

«La conferenza non va — mi disse — perchè non crede in nessun principio

e manca di direzione. Il solo che tenta di trovare questa direzione,

è Wilson; ma è solo, è combattuto aspramente, conosce poco l’Europa,

ha idee confuse, non vede chiaro egli stesso nel suo pensiero e

nei suoi principî, e perciò non può far molto o almeno non può far

tutto ciò che sarebbe necessario. Negli affari dell’Europa, — Reno,

Austria, Boemia, Polonia e via dicendo — l’Inghilterra è assente,

mezzo assonnata, senza opinioni chiare e ferme, come se si trattasse

di un altro pianeta. Quando non c’è di mezzo un porto, uno stretto,

un canale, una linea di navigazione, su cui mettere le mani, l’Europa

non esiste. E poi Lloyd George deve correre tutti i momenti a Londra,

per qualche affare interno. Uno sciopero dei suoi ferrovieri lo mette

in ansie e lo tiene in pensiero più che i confini della Polonia o la

sorte dell’Austria. Anche l’Italia è taciturna e passiva. Resta la

Francia... Non avendo voluto accettare i principî di Wilson come un

abbozzo per chiarirli, svolgerli, precisarli con le dottrine politiche

che la Francia difende da più di un secolo; non avendo voluto o saputo

infondere loro la chiarezza del nostro pensiero, la nostra esperienza,

lo spirito costruttivo di cui una volta eravamo dotati, gli uomini

che rappresentano la Francia sono stati costretti a ripiegare, più o

meno consapevolmente, per trovare delle direttive, sulle tradizioni

della politica francese: mescolo, come lei sa, di Antico Regime, di

Rivoluzione e di Impero. Ma Wilson ha in orrore queste tradizioni.

Onde lunghe e accanite discussioni, in cui Clemenceau e Wilson

disputano, senza intendersi, perchè parlano un linguaggio diverso,

e delle quali è spesso arbitro Lloyd George, che ha assistito alla

discussione distratto, senza capir bene nè l’uno nè l’altro, pensando

all’Egitto, all’Irlanda, ai ferrovieri, che ogni tanto gli giuocano un

tiro birbone. Wilson spesso ha ragione, ma non sa quasi mai difendere

bene il suo punto; e alla fine cede all’avversario, che, più esperto

delle cose europee, più agile e pronto, lo mette all’impiccio, gli

strappa una dopo l’altra le concessioni e le transazioni, imaginate

troppo spesso da Lloyd George, che hanno la virtù di scontentar

tutti. I piccoli popoli hanno capito a volo la discordia dei grandi,

e tirano l’acqua al loro mulino, senza scrupoli. Aggiunga la questione

dell’indennità, che imbroglia ancor più le faccende...».

Lo interruppi per accennare a quell’ossessione dell’indennità, di cui

lo spirito pubblico mi sembra schiavo; e gli dissi che mi pareva di

scorgere in quell’ossessione un pericolo.

«Ha ragione — mi rispose. L’avvenire dell’Europa dipende dal prezzo

del riscatto che il Congresso imporrà alla Germania. Se il Congresso

si sbaglia ed eccede, l’Europa sarà prima o poi _chambardée_ da capo

a fondo. I tedeschi firmeranno il trattato, ma poi studieranno ogni

astuzia per non eseguirlo, e faranno il possibile e l’impossibile per

buttar tutto all’aria».

Gli chiesi che prevedesse.

«Potrebbe anche accadere che il Congresso si sciogliesse, senza

aver conchiuso la pace. Speriamo di no, perchè sarebbe una calamità

spaventosa. Ma anche se arriverà a conchiudere la pace, che stento

sarà! _L’Europa, non può fare la pace, perchè non sa quello che vuole._

Io mi domando a volte, se non incomincia in Europa una guerra di cento

anni!»

*

* *

Da due settimane ogni giorno ha confermato le previsioni dell’amico.

Questo Congresso è la Torre di Babele rifabbricata ai piedi di

Montmartre. Da due settimane mi pare di penetrare tutto quanto, con

il corpo e con la mente, nel più intimo e profondo senso filosofico

del racconto biblico. Ogni giorno odo le lingue del genere umano

confondersi ai piedi della torre, che l’orgoglio e la leggerezza umana

hanno edificata.

Non mi ero, purtroppo, ingannato punto, quando avevo visto nel

discorso di Clemenceau sulla pace un segno di stanchezza — sua e della

Francia. L’antico trionfa sul nuovo; il passato risorge dalla tomba

per strangolare in culla l’avvenire. Povera Lega delle Nazioni! Qui

a Parigi tutti, inglesi e francesi, ce l’hanno a morte con Wilson.

Si accusa il presidente americano d’essere tenero della Germania, di

non rendere giustizia alla Francia, e ai suoi sacrifici, di guastare,

impacciare e paralizzare il Congresso, con le sue ideologie di

professore e di protestante, di voler imporre all’Europa la Lega tra

le Nazioni, che è una utopia ridicola; di essere un ignorante, un

visionario e un primaire. A volte mi domando se è questa la città che

poco più di due mesi addietro intesseva per il presidente Wilson tante

ghirlande. È mutato il vento dell’opinione popolare? O quelli che oggi

lo vituperano tacevano allora?

Si sente nell’aria che forze occulte e potenti hanno agito

sull’opinione pubblica per irritarla contro il presidente. Napoleone,

scoperchiata la tomba degli Invalidi, presiede la conferenza, mentre

Wilson si nasconde ormai esautorato e impotente nel suo palazzo della

_Place des Etats-Unis_. Sul Reno e nell’Europa la pace porterà il

sigillo dei Bonaparte. Wilson riuscirà ad imporre qualche addolcimento:

quanto basterà per imputare a lui, di qui a qualche anno, tutte le

delusioni di questa pace in ritardo.

Si cercherà di disarmare la Germania, come Napoleone tentò di disarmare

la Prussia, togliendole le armi che ha e proibendole di fabbricarne

delle nuove. Si cercherà di minare sotto sotto, se sarà possibile,

la sua unità. Si cercherà di creare sul suo fianco orientale una

_forte_ Polonia, una _forte_ Boemia, una _forte_ Rumania, una _forte_

Jugoslavia, come se la forza di questi stati dipendesse dal volere

e dall’interesse delle grandi potenze che hanno vinto la Germania e

che vogliono mettersi al sicuro dalle sue vendette; come se nessuno

di questi stati, dopo essersi fatto, con il nostro aiuto, le ossa e i

muscoli, non potesse tradire i suoi protettori e passare al nemico. Si

studieranno insomma delle combinazioni più o meno artificiose di forze,

simili a quelle in cui si ostinò si illuse e si suicidò il grossolano

empirismo di Napoleone; e a cui dovrebbe servire di ragione l’interesse

degli stati che le fanno. Come se uno stato potesse esistere soltanto

per il comodo e l’utilità d’un altro!

«Ma crede lei — mi accade di ripetere quasi ogni giorno a questo e a

quello dei numerosi artefici della pace, maggiori e minori, che mi

vien fatto di incontrare — crede proprio che i tedeschi, i ruteni,

i lituani, condannati ad arrotondare a loro dispetto i territori

della nuova repubblica polacca; o i tedeschi, gli ungheresi, i ruteni

che la Boemia riceverà in dono, e tutti gli altri allogeni che la

Conferenza vuol consegnare ai nuovi stati dell’Europa orientale senza

una carta, senza uno statuto, senza una garanzia e per nessun’altra

ragione, se non perchè così torna comodo a questi stati e alle Potenze

che oggi compilano il trattato di pace, obbediranno? Un Governo si

regge parte per la forza e parte per il consenso, per un sentimento

sincero del grande numero, che riconosce come legittimo il comando e

doverosa l’obbedienza. Questi due elementi — forza e consenso — devono

incontrarsi ed integrarsi, perchè ciascuno è impotente da solo. Il

consenso cederebbe presto, anche nei popoli più docili, all’istinto

della rivolta, se la forza non stesse all’erta pronta a reprimerlo

appena leva il capo. Ma neppur la forza sola, senza l’aiuto del

consenso spontaneo, non riesce a governare. Nessun stato può mettere

un gendarme a fianco di ogni uomo, il quale non si riconosca obbligato

ad obbedirgli, perchè professa una religione diversa, perchè parla

un’altra lingua o perchè ha la pelle tinta di un altro colore. Crede

lei, per citare solo questo esempio, che i tedeschi di cui il Congresso

vuol far dono ai polacchi e ai boemi riconosceranno per legittima e

si sentiranno in coscienza obbligati ad obbedire alla repubblica del

professore Masaryk e del pianista Paderewski?

«L’ordine che il Congresso di Vienna impose all’Europa non ha durato

che 44 anni; e qualche strappo, come nel Belgio per esempio, l’aveva

già ricevuto prima del ’59. Eppure un secolo fa il prestigio delle

Corone era così grande, che in ogni paese un re, quali fossero le sue

virtù o i suoi vizi, poteva farsi riconoscere per un sovrano legittimo,

mandato da Dio. Tanto è vero che, per indurre i popoli a gettare quelle

Corone nella Neva, nella Sprea e nel Danubio, c’è voluto un secolo di

lotte e di guerre, il risveglio del sentimento nazionale, il fermento

delle idee liberali e democratiche, l’incredulità quasi universale,

un immenso rivolgimento della ricchezza e una rovina apocalittica. Ma

oggi? Oggi il solo crisma che abbia forza di attribuire ad un Governo

il carattere sacro di autorità legittima è lo spirito nazionale. Il

Congresso non è il Papa del Medio Evo: può assegnare dei territori;

non può dispensare patenti di legittimità. I polacchi ed i boemi

obbediranno al proprio Governo: non i tedeschi, gli ungheresi, o i

ruteni al Governo, per essi straniero, dei polacchi e dei boemi. Di

fronte ai popoli allogeni i nuovi stati non avranno che un titolo di

autorità: la forza».

«Nè basta: siete poi sicuri di quello che fate? Anche ammesso che

questi sudditi incorporati a forza irrobustiscano davvero la gracile

complessione dei nuovi stati, resteranno poi tutti fedeli al giuramento

di odiare fino all’estremo sospiro il nome tedesco?

«Gli umori dei popoli, come le inclinazioni degli stati, non sono

eterni: esempio, il Piemonte. Il Congresso di Vienna aveva sprangato

con il Piemonte le porte d’Italia in faccia alla Francia. Anzi perchè

la spranga fosse più robusta, la aveva saldata con i territori della

repubblica di Genova: quella astuta e intraprendente repubblica, che

nel seicento e nel settecento aveva sempre fatto parte a sè; che era

stata l’alleata e il banchiere della Spagna nella guerra dei trenta

anni. E il calcolo riuscì. Per trentatrè anni il Piemonte fece la

guardia sulle Alpi, sentinella vigile della Santa Alleanza contro la

Francia. Ma un bel giorno, nel ’59, la sentinella invece di chiudere

le porte d’Italia alla Francia, le aprì, e lasciò passare un esercito

francese, perchè l’aiutasse a scacciar l’Austria dalla valle del Po e a

diroccare l’ordine di cose costituito dalla Santa Alleanza in Europa».

«Non sarebbe savio far tesoro di questo insegnamento? Riordinare

il mondo cascato nel caos, creare stati nuovi, dire ad uomini, che

sino a ieri furono un gregge di sudditi: «da questo momento siete un

popolo, levatevi e governatevi», non è forse esercitare sulla terra un

frammento della potenza divina? Ma un popolo non diventa da un giorno

all’altro Dio o Semidio solo gonfiandosi nel suo orgoglio, o ripetendo

sino a ubriacarsi: «Noi siamo i vincitori, i vincitori... i vincitori».

Uno stato non può sussistere per la sola virtù della forza; gli

occorre anche un’anima: o una tradizione, o una dottrina politica, o

un principio giuridico, o una fede religiosa, o una passione nazionale.

I due scalpelli che deve maneggiare lo scultore di stati sono la spada

e la penna. Con la spada sola e con la sola penna non si scolpisce che

qualche sgorbio....».

Fiato sprecato! Questi discorsi sono avidamente ascoltati e capiti solo

dagli estranei al Congresso. Quando li tengo a qualche membro, illustre

od oscuro, della Conferenza, mi pare di discorrere, io nella mia lingua

ed egli nella sua, con un tibetano. Entrando in quella che chiamerei

la zona del Congresso, mi pare di trovarmi come isolato in un vuoto,

in cui del mondo troppo lontano non giunge più che qualche rumore

affievolito. È una illusione mia? O costoro sognano, e impostano sotto

forme di stati nuovi delle ipotesi, che il tempo rovescierà?

Ma non è questo il peggio. Il Congresso brancola e tasta la strada col

bastone, come il cieco, proprio là dove dovrebbe veder più chiaro e

procedere più risoluto. La Francia ha vinto la Germania, ma con l’aiuto

di una coalizione mondiale. A sua volta la Germania, se è stata vinta

da una coalizione mondiale, ha distrutto l’impero russo; e se non si

vuole o non si può smembrarla, a lei spetteranno le spoglie opime di

questa vittoria sul grande impero slavo: il primato del numero. La

Germania, restando unita, sarà la nazione più numerosa dell’Europa,

sinchè la Russia non risusciti, anche se non riuscirà a incorporare in

sè i tedeschi dell’Austria. E poichè la Germania ha provato di saper

adoperare la forza del numero molto meglio della Russia, neppure questa

terribile guerra ha tolto via dal centro dell’Europa quello squilibrio

di forze, che fu lo spavento e il tormento della nostra generazione.

Alcuni vogliono persino che l’abbia accresciuto. E il Congresso che

siede appunto per restaurare questo equilibrio, che cosa pensa di fare?

Vengon i brividi a pensarlo!

Vuole innanzi tutto ricorrere al grossolano empirismo di Napoleone,

disarmando la Germania con una ingiunzione unilaterale, sorretta da un

diritto perpetuo di vigilanza sullo stato tedesco. Sembra incredibile,

eppure è vero. Francia, Inghilterra, Italia, America, Giappone insieme

non hanno saputo trovare altra garanzia di pace fuorchè questo rozzo

e screditato espediente, il quale fallì già clamorosamente più di un

secolo fa! Eppure chi non lo vede? Le amputazioni territoriali e le

taglie di guerra possono fare strazio del corpo e della carne di uno

stato: il disarmo unilaterale e la sorveglianza ledono l’autonomia e

l’indipendenza, feriscono l’anima. Costretta a rendere l’Alsazia, la

Lorena, la Polonia, e financo ricacciata sulla sponda destra del Reno,

la Germania sarebbe sempre uno stato, eguale a tutti gli altri stati

europei. Disarmata in mezzo ad una Europa padrona delle proprie armi

e vigilata, degraderà a stato protetto, come la Persia o poco meno.

E c’è al governo del mondo gente così stolta da credere che un popolo

in armi fino dagli albori della storia, che la più formidabile potenza

guerresca di tutti i secoli deponga umilmente e per sempre la spada,

solo perchè i signori Clemenceau, Lloyd George, Wilson e Orlando hanno

fatto un cenno?

La tragedia della pace · 第 1 / 14 段