Durante tutti questi giorni d’inquietudine, che seguirono l’arrivo
del corriere la regina volle che restassi con lei; con tutti gli altri
era impaziente, brutale, violenta, e per me soltanto era cara e buona,
perchè a me sola confidava i suoi timori e le sue speranze.
Il corriere dell’ambasciata arrivava tutte le settimane, il 16 era
il giorno del suo arrivo. Alla sera mentre passeggiavamo la regina ed
io nel vecchio parco dei duchi di Caserta, un segretario del ministro
degli affari esteri ci fu condotto da un usciere di palazzo; la regina
vide da lontano che teneva una lettera in mano, si alzò dal sedile ove
eravamo e gli andò incontro rapidamente.
Il giovane fece un inchino e le porse la lettera.
La regina l’aperse di fretta, la lesse, fece un segno d’impazienza e la
passò a me.
— Vostra Maestà ha degli ordini da dare? chiese quel giovine.
— No, signore, disse la regina, anzi debbo farvi dei ringraziamenti.
Il giovane fece un inchino, e ritirandosi chiese che l’usciere fosse
autorizzato, a dargli una ricevuta della lettera, ed a certificare che
era stata data personalmente alla regina.
L’usciere ricevette l’ordine di fare quanto gli venne richiesto, e si
ritirarono ambidue.
La regina mettendomi il suo braccio al collo, e leggendo dietro le mie
spalle:
— Comprendi? mi disse.
— Sì, risposi, perfettamente.
Ed io lessi a voce alta.
«La caccia si farà il giorno 21, si partirà a mezzanotte per arrivare
al convegno per l’alba. Questo ritardo è stato cagionato da una lettera
di credito pagabile il giorno 20».
La lettera non era firmata; ma la regina riconobbe la scrittura di sua
sorella Maria Antonietta.
— Come! Vostra Maestà non comprende? dimandai io.
— Sicuro, disse la regina, non si partirà che alla mezzanotte del
20 invece di partire il 18, perchè è alla mattina del 20 che il re
riscuote il suo trimestre di lista civile.
— Ed a quanto ammonta questo trimestre? dimandai.
— A sei milioni.
— Capperi, ne vale ben la pena, dissi io sorridendo.
— Sì, rispose la regina; ma un ritardo di due giorni ancora; chi sa
cosa può nascere in questi due giorni.
Poi scuotendo la testa.
— Ah! non so che ne avverrà, mia povera Emma, mi disse, ma ho dei
tristi presentimenti.
Bisogna notare che la regina teneva segreti i suoi dispiaceri, e non li
confidava che a me; e mai una parola nè al re nè al ministro.
I giorni passavano, la regina non andava a Napoli, e non lasciava
Caserta ed io pure non la lasciava. Sir William, pel quale non avevamo
segreti, e che conosceva le sue inquietudini, m’invitava egli stesso
pel primo a tenerle una fedele compagnia.
Durante la giornata del 20, essa non potè stare nè seduta, nè in piedi;
si sarebbe detto che a forza di fatiche fisiche cercava di scacciare
le preoccupazioni dell’animo, e dopo la mezzanotte la sua agitazione
aumentò ancora.
Ebbe un istante l’idea di rimandare Ferrari a Parigi, ma comprese che,
per quanto solerte fosse stato, sarebbe ritornato il giorno dopo o
l’altro ancora dopo la partenza della famiglia reale, e ritenne Ferrari
per un’occasione di urgenza.
Essa sperava che al momento della partenza, il re o la regina le
avrebbero mandato un corriere per comunicarle la loro partenza; in tal
caso questo corriere era aspettato pel 29.
Tutta la giornata del 29, quella del 30 e la mattina del 1 agosto,
scorsero senza notizie; ma al 1 agosto verso le undici sir William
arrivò in persona e mi fece chiamare.
La regina, cui ogni cosa era un soggetto di inquietudine, mi fece segno
di scendere.
Sir William mi aspettava in una piccola sala a pian terreno, e ad
un tratto conobbi dalla sua fisonomia che egli portava una cattiva
notizia.
— Che c’è? gli chiesi io in inglese.
— Il re e la regina sono stati arrestati in una città che si chiama
Varenne, mi rispose sir William, e a quest’ora debbono essere stati
ricondotti a Parigi.
— Che dite mai, sir William?
Mi rivolsi, la regina impaziente, e sospettando qualche disgrazia, era
in piedi presso la porta; essa mi aveva seguito, e aveva inteso senza
ben comprendere la frase di sir William; ma dal tuono di voce, con cui
la pronunziava, aveva indovinato che non ci annunziava nulla di buono.
Essa ce ne fece dimanda in francese.
— Signora, rispose sir William, io annunciava una grande sventura a
Milady.
— Mia sorella è stata assassinata! esclamò la regina.
— No, signora, Dio non ha permesso un simile delitto; vostra sorella
vive; ma è stata arrestata nella sua fuga e ricondotta prigioniera a
Parigi.
— Prigioniera! mia sorella! e si è osato portare la mano su di una
persona reale!
— La vostra prima idea, signora, era bene stata quella che fosse
assassinata.
— Comprendo che si possa assassinare una regina, per questo non ci
vuole che un fanatico od un pazzo; ma per arrestarla si richiede una
ribellione aperta, una sollevazione popolare, una rivoluzione insomma.
— E come chiamerà altrimenti Vostra Maestà gli avvenimenti che
succedono in Francia, se non una rivoluzione?
— Spero almeno che se la regina è prigioniera, lo sarà nel suo palazzo.
— Non ne sappiamo ancor nulla, signora, se non che a quaranta o
cinquanta leghe da Parigi, in una piccola città che si chiama Varenne,
le Loro Maestà il re e la regina di Francia sono state arrestate; m’è
stato inviato un corriere dall’ambasciatore d’Inghilterra, latore di un
dispaccio, che non ne dice di più; dalla partenza del corriere il re e
la regina erano già stati condotti a Chalons, e tre rappresentanti del
popolo partivano da Parigi per andare loro incontro e proteggerli.
— Proteggerli! esclamò Maria Carolina, tre avvocati probabilmente, che
proteggono il re e la regina di Francia! è curioso! Posso vedere il
corriere?
— L’ho condotto con me, pensando che Vostra Maestà deciderebbe forse
d’interrogarlo.
— Grazie, fatelo venire; Emma tu mi vorrai ben servire da interprete
non è vero?
— Credo che parli francese, rispose sir William.
— Tanto meglio, disse la regina.
Cinque minuti dopo il corriere era alla sua presenza.
Ma il corriere non sapeva soltanto che quello che aveva inteso a dire
per le strade: gli avevano raccontato che quando si erano accorti della
fuga del re, si voleva ammazzare Lafayette, che si accusava di aver
favorito questa fuga; ciò che poi aveva veduto personalmente era che i
parigini ne erano su tutte le furie; ciò che poteva affermare era che
il re aveva tutto a temere al suo ritorno a Parigi, se le più grandi
precauzioni non si fossero prese per la sua sicurezza.
Tutto ad un tratto, mentre si davano tutti questi dettagli alla regina,
egli si ricordò che udendo a gridare per le vie: _Arresto del re, Luigi
XVI_; avea comprato il giornale ov’era raccontato quest’arresto.
La regina tese avidamente la mano, il corriere frugò nelle tasche, e
finì col tirare da una di esse un foglio delle rivoluzioni di Francia e
di Bramante di Cammillo Desmoulins.
La regina percorse rapidamente il giornale, poi spiegazzandolo
nelle sue mani convulse, con una espressione di rabbia impossibile a
descrivere:
— Miserabili! esclamò, meglio sarebbe che l’uccidessero, dieci, cento,
mille volte, anzichè insultarla così!
Le tolsi il giornale di mano, che voleva restituire al messaggiero.
— Oh! leggilo, disse: voglio che anche tu vegga come questi infami di
francesi trattano il loro re.