V.

Durante tutti questi giorni d’inquietudine, che seguirono l’arrivo

del corriere la regina volle che restassi con lei; con tutti gli altri

era impaziente, brutale, violenta, e per me soltanto era cara e buona,

perchè a me sola confidava i suoi timori e le sue speranze.

Il corriere dell’ambasciata arrivava tutte le settimane, il 16 era

il giorno del suo arrivo. Alla sera mentre passeggiavamo la regina ed

io nel vecchio parco dei duchi di Caserta, un segretario del ministro

degli affari esteri ci fu condotto da un usciere di palazzo; la regina

vide da lontano che teneva una lettera in mano, si alzò dal sedile ove

eravamo e gli andò incontro rapidamente.

Il giovane fece un inchino e le porse la lettera.

La regina l’aperse di fretta, la lesse, fece un segno d’impazienza e la

passò a me.

— Vostra Maestà ha degli ordini da dare? chiese quel giovine.

— No, signore, disse la regina, anzi debbo farvi dei ringraziamenti.

Il giovane fece un inchino, e ritirandosi chiese che l’usciere fosse

autorizzato, a dargli una ricevuta della lettera, ed a certificare che

era stata data personalmente alla regina.

L’usciere ricevette l’ordine di fare quanto gli venne richiesto, e si

ritirarono ambidue.

La regina mettendomi il suo braccio al collo, e leggendo dietro le mie

spalle:

— Comprendi? mi disse.

— Sì, risposi, perfettamente.

Ed io lessi a voce alta.

«La caccia si farà il giorno 21, si partirà a mezzanotte per arrivare

al convegno per l’alba. Questo ritardo è stato cagionato da una lettera

di credito pagabile il giorno 20».

La lettera non era firmata; ma la regina riconobbe la scrittura di sua

sorella Maria Antonietta.

— Come! Vostra Maestà non comprende? dimandai io.

— Sicuro, disse la regina, non si partirà che alla mezzanotte del

20 invece di partire il 18, perchè è alla mattina del 20 che il re

riscuote il suo trimestre di lista civile.

— Ed a quanto ammonta questo trimestre? dimandai.

— A sei milioni.

— Capperi, ne vale ben la pena, dissi io sorridendo.

— Sì, rispose la regina; ma un ritardo di due giorni ancora; chi sa

cosa può nascere in questi due giorni.

Poi scuotendo la testa.

— Ah! non so che ne avverrà, mia povera Emma, mi disse, ma ho dei

tristi presentimenti.

Bisogna notare che la regina teneva segreti i suoi dispiaceri, e non li

confidava che a me; e mai una parola nè al re nè al ministro.

I giorni passavano, la regina non andava a Napoli, e non lasciava

Caserta ed io pure non la lasciava. Sir William, pel quale non avevamo

segreti, e che conosceva le sue inquietudini, m’invitava egli stesso

pel primo a tenerle una fedele compagnia.

Durante la giornata del 20, essa non potè stare nè seduta, nè in piedi;

si sarebbe detto che a forza di fatiche fisiche cercava di scacciare

le preoccupazioni dell’animo, e dopo la mezzanotte la sua agitazione

aumentò ancora.

Ebbe un istante l’idea di rimandare Ferrari a Parigi, ma comprese che,

per quanto solerte fosse stato, sarebbe ritornato il giorno dopo o

l’altro ancora dopo la partenza della famiglia reale, e ritenne Ferrari

per un’occasione di urgenza.

Essa sperava che al momento della partenza, il re o la regina le

avrebbero mandato un corriere per comunicarle la loro partenza; in tal

caso questo corriere era aspettato pel 29.

Tutta la giornata del 29, quella del 30 e la mattina del 1 agosto,

scorsero senza notizie; ma al 1 agosto verso le undici sir William

arrivò in persona e mi fece chiamare.

La regina, cui ogni cosa era un soggetto di inquietudine, mi fece segno

di scendere.

Sir William mi aspettava in una piccola sala a pian terreno, e ad

un tratto conobbi dalla sua fisonomia che egli portava una cattiva

notizia.

— Che c’è? gli chiesi io in inglese.

— Il re e la regina sono stati arrestati in una città che si chiama

Varenne, mi rispose sir William, e a quest’ora debbono essere stati

ricondotti a Parigi.

— Che dite mai, sir William?

Mi rivolsi, la regina impaziente, e sospettando qualche disgrazia, era

in piedi presso la porta; essa mi aveva seguito, e aveva inteso senza

ben comprendere la frase di sir William; ma dal tuono di voce, con cui

la pronunziava, aveva indovinato che non ci annunziava nulla di buono.

Essa ce ne fece dimanda in francese.

— Signora, rispose sir William, io annunciava una grande sventura a

Milady.

— Mia sorella è stata assassinata! esclamò la regina.

— No, signora, Dio non ha permesso un simile delitto; vostra sorella

vive; ma è stata arrestata nella sua fuga e ricondotta prigioniera a

Parigi.

— Prigioniera! mia sorella! e si è osato portare la mano su di una

persona reale!

— La vostra prima idea, signora, era bene stata quella che fosse

assassinata.

— Comprendo che si possa assassinare una regina, per questo non ci

vuole che un fanatico od un pazzo; ma per arrestarla si richiede una

ribellione aperta, una sollevazione popolare, una rivoluzione insomma.

— E come chiamerà altrimenti Vostra Maestà gli avvenimenti che

succedono in Francia, se non una rivoluzione?

— Spero almeno che se la regina è prigioniera, lo sarà nel suo palazzo.

— Non ne sappiamo ancor nulla, signora, se non che a quaranta o

cinquanta leghe da Parigi, in una piccola città che si chiama Varenne,

le Loro Maestà il re e la regina di Francia sono state arrestate; m’è

stato inviato un corriere dall’ambasciatore d’Inghilterra, latore di un

dispaccio, che non ne dice di più; dalla partenza del corriere il re e

la regina erano già stati condotti a Chalons, e tre rappresentanti del

popolo partivano da Parigi per andare loro incontro e proteggerli.

— Proteggerli! esclamò Maria Carolina, tre avvocati probabilmente, che

proteggono il re e la regina di Francia! è curioso! Posso vedere il

corriere?

— L’ho condotto con me, pensando che Vostra Maestà deciderebbe forse

d’interrogarlo.

— Grazie, fatelo venire; Emma tu mi vorrai ben servire da interprete

non è vero?

— Credo che parli francese, rispose sir William.

— Tanto meglio, disse la regina.

Cinque minuti dopo il corriere era alla sua presenza.

Ma il corriere non sapeva soltanto che quello che aveva inteso a dire

per le strade: gli avevano raccontato che quando si erano accorti della

fuga del re, si voleva ammazzare Lafayette, che si accusava di aver

favorito questa fuga; ciò che poi aveva veduto personalmente era che i

parigini ne erano su tutte le furie; ciò che poteva affermare era che

il re aveva tutto a temere al suo ritorno a Parigi, se le più grandi

precauzioni non si fossero prese per la sua sicurezza.

Tutto ad un tratto, mentre si davano tutti questi dettagli alla regina,

egli si ricordò che udendo a gridare per le vie: _Arresto del re, Luigi

XVI_; avea comprato il giornale ov’era raccontato quest’arresto.

La regina tese avidamente la mano, il corriere frugò nelle tasche, e

finì col tirare da una di esse un foglio delle rivoluzioni di Francia e

di Bramante di Cammillo Desmoulins.

La regina percorse rapidamente il giornale, poi spiegazzandolo

nelle sue mani convulse, con una espressione di rabbia impossibile a

descrivere:

— Miserabili! esclamò, meglio sarebbe che l’uccidessero, dieci, cento,

mille volte, anzichè insultarla così!

Le tolsi il giornale di mano, che voleva restituire al messaggiero.

— Oh! leggilo, disse: voglio che anche tu vegga come questi infami di

francesi trattano il loro re.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 4/8 · 第 11 / 24 题