Questa novella, che dalla vigilia stava sospesa sulla testa della
regina, era la presa della Bastiglia.
Era certo l’ultima nuova che si poteva aspettarsi.
Valeva presso a poco come se alcuno fosse venuto ad annunciare alla
regina ch’era stato preso il castello di S. Elmo.
Siccome la regina Maria Antonietta prevedeva la necessità nella quale
versava, di conferire colla regina sua sorella di cose secrete, mentre
le comunicava soltanto vaghi timori, le mandava una cifra onde tenere
corrispondenza con lei.
Questa novella, quantunque non si conoscesse altro messaggiero che
quello, il quale l’aveva portata, e quantunque lo si fosse ritenuto e
chiuso nel palazzo, questa novella si era sparsa in Napoli, e ci aveva
prodotto una singolare sensazione.
Allorquando alcuni anni prima la franca-massoneria in Francia, gli
illuminati in Germania, gli swedenborgisti in Svezia cominciarono
a formare società secrete, — la franca-massoneria aveva fatto, a
quest’epoca, qualche progresso in Italia e sopra tutto nell’Italia
meridionale; non essendosi la corte di Napoli ancor guasta colla
Francia, per farsi la satellite dell’Austria.
Questa invasione massonica ebbe luogo in sul principio degli amori
della regina col principe Caramanico, e la regina che cercava tutte le
occasioni di trovarsi col suo amante, l’avea spinto a farsi ricevere
massone, ciò che egli fece senza esitare, e profittando della legge che
permetteva di fondare logge di donne, erasi dichiarato venerabile di
una loggia, nella quale alcune dame napoletane si erano fatte ricevere.
Quanto al re aveva sempre respinta la propria ammissione a cagione
delle prove fisiche e morali, alle quali non voleva sottomettersi, non
essendo sicuro di trionfarne.
In seguito, come la regina s’era fatta, poco a poco, più libera e
come gli amanti avevano potuto vedersi quanto volevano alla morte del
ministro Tannucci, lasciarono riunirsi le logge massoniche, e lavorare
nella loro opera, che era, si ricorderà bene, a quest’epoca una vasta
cospirazione contro la potestà reale.
A quel tempo parecchi uomini rimarchevoli erano comparsi, ed avevano
fatta scuola in Italia e particolarmente nell’Italia meridionale. Erano
gli eredi di Vico, di Genovesi, di Beccaria, di Filangieri, di Pagano,
di Cirillo, di Conforti e di tutti coloro, infine, che professavano gli
stessi principi, cioè il progresso, che camminava a traverso il mondo
al lume della filosofia, che in Francia erasi mutato in incendio.
Tutti coloro che nell’Italia meridionale avevano l’occhio fissato sulla
Francia, consci già che da Parigi verrebbe il movimento, sobbalzarono
di gioia alla novella che la Bastiglia era stata presa.
È manifesto che la corte di Napoli ebbe a provare una sensazione
affatto contraria. Presa la Bastiglia e presa senza assedio, in un
giorno, in tre ore, da un popolo ieri disarmato, oggi in possesso di
trenta mila fucili; la coccarda bianca, questo emblema della monarchia
dei Gigli, cangiata in coccarda tricolore, emblema della rivoluzione;
Luigi XVI che adottava questo simbolo, mettendolo egli stesso sul
suo cappello, e con quello ritornando da Versailles; tutto ciò aveva
dell’inaudito, dell’inaspettato, dell’incredibile, che doveva colpire,
e colpì, di stupore la corte di Napoli.
Le relazioni politiche, a cagione dell’odio del ministro Acton per la
Francia, e dell’influenza che egli aveva presa nel consiglio, erano
divenute fredde e contegnose fra i due regni, ma le relazioni di
famiglia fra Maria Carolina e sua sorella, erano restate più tenere
che mai, e raramente passavano quindici giorni senza uno scambio
di lettere, nelle quali le due arciduchesse senza segreti, una per
l’altra, si raccontavano le loro gioie, i loro dolori, e sopra tutto i
loro inganni coniugali.
Sia che il ministro Acton, nella sua previdenza d’odio, indovinasse gli
avvenimenti che stavano per accadere in Francia, sia che non cedesse
che a questo sentimento di vendetta, ond’era colmo il suo cuore,
più che non calmasse esagerò i terrori del re Ferdinando, e gli fece
prevedere il caso di un intervento armato che avrebbe avuto luogo, nel
quale Napoli avrebbe a sostenere una parte ed a compiere una missione.
Incontrò a questo proposito un potente aiuto in sir William, che
spingeva fino al fanatismo il suo amore per suo fratello di latte
Giorgio, e per l’Inghilterra, sua patria. Quanto a me estranea a
tutte le quistioni politiche e ignorantissima dei diritti dei popoli
e del potere dei re, doveva naturalmente subire influenza e seguire
ciecamente l’impulso che mi si darebbe, sopra tutto se questo impulso
venisse da un uomo come sir William, in cui ciascuno riconosceva una
non comune intelligenza, e da una donna come Maria Carolina, che, dal
momento che la vidi, esercitò sopra di me un grande impero.
A cominciare da questo momento entrai negli odii e nelle simpatie
della gente che mi circondava, senza ragionare su questi odii e su
queste simpatie che divennero in me piuttosto sentimenti istintivi, che
sommessi ad una regola o ad un calcolo qualunque.
Si capirà, del resto, come questi sentimenti non abbiano fatto che
aumentarsi nelle persone, delle quali io era il riflesso dapprima, e di
cui, disgraziatamente, finii col diventare l’agente.
Le nuove di Francia non si arrestarono alla presa della Bastiglia ed
al mutamento di coccarda; si seppero in seguito i disordini accaduti
al banchetto delle guardie del corpo, in cui la coccarda nazionale era
stata calpestata e la coccarda nera innalzata; e le giornate del 5 e
6 ottobre, durante le quali il palazzo di Versailles era stato invaso,
uccise due guardie del corpo, ed il re e la regina ricondotti per forza
a Parigi.
Quest’ultima nuova rese tristissima la regina Maria Carolina: essa mi
aveva mostrata una lettera di sua sorella Maria Antonietta, nella quale
costei la metteva a parte di un progetto, che aveva per iscopo o la
fuga di Francia, o la ripresa di tutto il potere perduto dal re, dopo
il mese di luglio.
Tale progetto doveva mettere in fuoco l’Europa, e per ciò appunto
piaceva assai allo spirito di Maria Carolina, che, scendendo a
battaglia contro la rivoluzione, entrava nel suo vero elemento.
Ecco qual era questo progetto. Dalla sua esposizione in poche linee si
vedrà che era la prima idea della fuga di Varennes.
Si doveva attirare e riunire intorno a Versailles nove mila uomini;
da ciò che si chiamava la casa del re, due terzi di questi nove
mila uomini appartenevano alla nobiltà e per conseguenza erano gente
divota. Quindi era mestieri impadronirsi di Mantargis, città posta
a venti leghe di Parigi, press’a poco, e nella quale comandava il
barone di Viomesnil, comandante di guerra di Lafayette in America,
che, per gelosia contro Lafayette divenuto costituzionale, s’era fatto
reazionario.
Dieciotto reggimenti scelti fra i carabinieri ed i dragoni, vale a dire
fra le due armi più realiste, taglierebbero le strade e arresterebbero
ogni carico di viveri diretto a Parigi.
Il re e la regina si ritirerebbero a Montargis, e di là provvederebbero
a ciò che si doveva fare; probabilmente affamerebbero Parigi, il quale,
una volta affamato, sarebbe costretto a passare per dove si sarebbe
voluto.
Il danaro non mancherebbe; oltre quello che il re potrebbe portar
via da Parigi, si contava sui doni volontari; un solo procuratore dei
Benedettini aveva offerto cento mila scudi.
Maria Carolina aveva esclamato:
— Io darò un milione, dovessi vendere i miei diamanti.
Dopo questo dono reale, io aveva umilmente offerto cinquanta mila lire,
in nome di sir William e mio, che erano stati accettati.
Ma i giorni 5 e 6 ottobre avevano reso impossibile l’esecuzione di
questo progetto.
Pertanto la regina Maria Carolina ne risentì un crudele dolore.
Dapprima queste nuove reagivano sulla regina di Napoli; essa aveva come
un presentimento che un giorno, essa medesima in circostanze simili
a quelle nelle quali si trovava sua sorella, sarebbe obbligata od a
fuggirsi o a curvare, come lei, la sua testa sotto la volontà popolare.
Pensava che questa fosse l’ora di stringere i legami di famiglia con
l’Austria, e per mezzo di questa unione offrire a sua sorella Maria
Antonietta sempre più impopolare in Francia, il solo punto d’appoggio
che potesse invocare contro il suo popolo, la famiglia.
La Regina aveva una tal bontà per me, ed io le era divenuta tanto
inseparabile, che, non solo essa mi metteva a parte di tutti gli
avvenimenti, dei quali, del resto, sarei stata istruita da Sir William;
ma mi consultava anche sopra ogni cosa.
La regina aveva due giovani principesse in età da essere maritate; fu
dunque convenuto fra la Corte di Napoli e quella d’Austria, che esse
sposerebbero i due arciduchi Francesco e Ferdinando, mentre da un’altra
parte il principe ereditario Francesco di Napoli, duca di Calabria, che
allora aveva appena tredici anni, impalmerebbe, quando fosse in età da
prender moglie, la giovane arciduchessa Maria Clementina, che aveva due
anni meno di lui.
Per sua parte Maria Antonietta corrispondeva attivamente con suo
fratello Giuseppe II col mezzo de’ suoi consiglieri, che tutti per
disgrazia, erano austriaci. Questi consiglieri erano l’abate Vermond
ed il conte di Bretéuil; l’ambasciatore d’Austria a Parigi, il signor
conte Mercy d’Argenteau riceveva le lettere da Vienna, e spediva colà
le lettere di Parigi.
Il 20 febbraio 1790, l’imperatore di Germania Giuseppe II morì, e
qualche giorno dopo la regina seppe questa morte, che da lungo tempo
era aspettata. L’imperatore moriva tisico, disperato d’aver regnato
senza gloria, dopo il regno glorioso di Maria Teresa, ed intravedendo
dal suo letto di morte le sciagure che minacciavano la sua famiglia.
Ascese il trono il gran duca di Toscana, Leopoldo. Avea nomea di
profondo filosofo e di grande riformatore; e la regina Carolina temeva
che la filosofia di suo fratello non andasse fino a lasciar compiere
gli avvenimenti che si svolgevano in Francia.
Questa considerazione determinò la regina Carolina ed il re Ferdinando
a fare un viaggio a Vienna; lo scopo apparente era di prendere col
novello imperatore, che amava molto sua sorella Maria Carolina,
le disposizioni per i matrimoni di famiglia; lo scopo reale era
di studiare i mezzi per salvare Maria Antonietta, sia aiutandola a
fuggire, sia operando una reazione in Francia, sia tentando mediante
coalizione, un intervento a mano armata.
La Regina non poteva decidersi ad abbandonarmi; io era la sola persona,
diceva essa, che rimpiangesse a Napoli. Mi fece promettere che le avrei
scritto tre volte per settimana.
Avevo offerto alla regina di accompagnarla, ed essa aveva accettato
con riconoscenza, ma la mia presenza alla Corte dì Vienna, come moglie
dell’ambasciatore d’Inghilterra, nel momento in cui si tramava a
questa medesima Corte una coalizione contro la Francia, parve troppo
significante a Sir William.
Egli espose le sue ragioni alla regina che le trovò giuste e che fu la
prima a dirmi di restare.
Mi lasciò con una vera disperazione, alcuni giorni dopo la morte di suo
fratello. Mi fece giurare di non vedere, durante la sua assenza, altri
che il mio vecchio adoratore il conte di Bristol, al quale mi consegnò,
dicendogli di serbarle il suo tesoro. Fece fare un ritratto di me e
mi diede il suo, e come prova suprema di confidenza e di amicizia, mi
pregò di custodirle la sua cassetta.
In fine partì.
In ogni luogo, in cui per via si fermò, mi scrisse. Appena giunta
a Vienna mi mandò una sua lettera, e durante tutto il tempo che
soggiornò colà, ne ebbi una ogni settimana. Mi raccontava le feste
dell’incoronazione alle quali assisteva, tanto a Vienna che a Pesth,
poichè come re di Ungheria, l’Imperatore doveva non solo ricevere la
corona imperiale a Vienna, ma eziandio la corona reale a Pesth. Quanto
alle faccende politiche, cioè alle misure da prendersi per salvare
Maria Antonietta, o fare una coalizione d’Europa contro la Francia, un
solo verso di post scriptum vi faceva allusione, e non conteneva che
queste tre parole: Tutto va bene.
Di fatto fu in questo viaggio che Carolina, di conserva con suo
fratello, preparò la fuga di Varennes, e fece decidere che un’armata
sarebbe pronta a sostenere il re e la regina di Francia, come avessero
varcato il confine.
Il re Ferdinando, al suo ritorno a Napoli, porrebbe la sua armata in
istato di agire unitamente all’armata austriaca.
Finalmente, verso i primi di aprile, ricevetti una lettera della
regina, che mi annunciava il suo ritorno, solo, obbligata a passare di
Roma a fine di regolare qualche bisogna politica col papa Pio VI, vi
si tratterrebbe una settimana, ma, non appena giunta, mi darebbe sue
notizie.
Infatti appena arrivata a Roma mi scrisse: essere sparita, davanti
il comune pericolo, la freddezza, che aveva per qualche anno separata
la corte di Roma da quella di Napoli, e che aveva avuto per causa il
rifiuto da parte del re Ferdinando o piuttosto del vecchio ministro
Tannucci di pagare il tributo dell’_Hacquenée_.
Si stabilì fra i due sovrani che il tributo dell’_Hacquenée_ sarebbe
abolito, ma che solamente all’epoca della loro incoronazione, i sovrani
di Napoli, in segno della loro devozione agli apostoli S. Pietro e S.
Paolo, offrirebbero una grossa somma di danaro al S. Padre.
Nella lettera che mi annunciava la sua partenza di Roma, la regina
mi diceva il giorno e l’ora del suo arrivo a Caserta, ove m’invitò a
venire prima di lei e ad aspettarla acciò ci rivedessimo più presto e
soprattutto più intimamente. Io sola era avvertita dal suo ritorno,
le sue donne e gli stessi suoi figli non dovevano raggiungerla che
l’indomani.
Il re continuerebbe il suo viaggio fino a Napoli e, mentre la regina
si riposerebbe a Caserta, terrebbe consiglio col cavaliere Acton e sir
William, per il quale la corte di Napoli non aveva secreti.
Per dar prova da parte mia di una impazienza eguale a quella di cui era
l’oggetto, aveva avanzata di molto l’ora dell’arrivo della regina e,
quando si scorse la sua carrozza sulla via di Capua, potei salutarla di
lontano, agitando la mia pezzuola. La regina mi vide, uscì a metà della
carrozza, ed agitò la sua per rispondermi. La carrozza raddoppiò allora
di celerità, e non ebbi che il tempo di discendere la gran gradinata
per ricevere Sua Maestà nelle mie braccia.
Com’era convenuto, il re continuò il suo cammino, e restammo sole, la
regina ed io.
Per le precauzioni prese da Sua Maestà noi potemmo stare insieme
ventiquattr’ore.
Maria Carolina era giuliva; oltre la felicità che diceva di provare nel
rivedermi, arrivava anche coll’assicurazione dell’imperatore Leopoldo,
che si sarebbe formata, contro quella Francia che tanto odiava, una
coalizione, in cui si sperava di attirare anche la Prussia. Durante il
suo soggiorno a Vienna aveva ricevuto le visite degli emigrati, i quali
tutti aveanle rappresentato la Francia come dilaniata da mille fazioni
diverse, e che supplicava ad alta voce l’aiuto straniero. Secondo
essi dalla frontiera a Parigi non sarebbe che una passeggiata, che
non avrebbe nemmeno il merito del pericolo; in quanto a Luigi XVI ed a
Maria Antonietta era già tutto stabilito per la fuga. Al 12 di giugno
essi lascerebbero Parigi, e per la strada di Chalons, di Verdun e di
Montmidi arriverebbero al confine, ove li aspetterebbe il re Gustavo di
Svezia, che si sarebbe immediatamente messo alla testa di un esercito
destinato a marciare su Parigi.
Ciò che allora doveva fare la regina, era di attirare nella coalizione,
tutti i piccoli Principi d’Italia ed il re di Spagna: cosa che si
considerava come molto facile, essendo il re Carlo IV fratello del re
Ferdinando.
Essa non dubitava punto di riuscire in questa duplice operazione
politica, e pregustava già la doppia gioia della vendetta soddisfatta,
e dell’orgoglio vendicato.
Non so se la regina aveva tanto piacere a discendere sino a me,
quant’io era in delirio di salire sino a lei; parmi però che nelle
amicizie regali che vogliono dimenticare la maestà del trono, vi sia
una singolare attrazione per tutto ciò che queste amicizie parlano
non soltanto al cuore, ma anche a tutte le fibre orgogliose, che nella
donna specialmente corrispondono alle ambizioni più segrete dell’anima;
io non ho provato mai per nessun’altra donna questo sentimento profondo
e devoto che io nutriva per la regina, pel solo motivo che era regina,
che si chiamava Maria Carolina, che era figlia di Maria Teresa, mentre
che io, che era mai, io vicino a lei, dimenticando anche di essere Emma
Lyonna per ricordarmi soltanto che era Lady Hamilton? Qual maraviglia
dunque se la gioia del favore regale mi abbia trascinata a sì grandi
colpe, forse dovrei dire a sì grandi delitti? Ahimè! io sono figlia
della superbia.
Mentre eravamo io e la regina a Caserta, il re riuniva il consiglio,
ed il giorno dopo del suo arrivo si sarebbe deciso non soltanto di
prepararsi alla guerra, ma anche di sorvegliare scrupolosamente questo
spirito rivoluzionarlo, che sembrava svilupparsi a Napoli, e che poteva
far nascere gli stessi disordini come in Francia.
Gravissima e pericolosissima decisione era quella di far la guerra
alla Francia, e ciò per due ragioni; nè il re di Napoli nè il popolo
napolitano erano guerrieri.
Le inclinazioni guerriere del re eransi fino allora limitate ad una
passione smodata per la caccia, e se qualche volta, per avventura,
aveva mutato di scopo rivolgendo la bocca del suo fucile dai cervi,
dai daini o dai cignali, suo punto di mira abituale, per prendere di
mira l’uomo, selvaggiume più pericoloso, aveva avuto la precauzione
di diminuire il pericolo che poteva nascere, tirando a qualche
povero sgraziato di contadino, di cui si divertiva, per far prova
di bravura, a forargli il cappello a palla; ma dopo che in uno di
questi divertimenti invece di colpire soltanto il cappello, avevagli
fracassato anche il cranio e ucciso l’infelice che aveva avuto l’onore
e la disgrazia di servirgli di bersaglio, aveva rinunciato a questa
sorta di divertimento.
In quanto al popolo napolitano, toltone qualche sommossa, di cui la
più lunga, quella di Masaniello, aveva durato quattordici giorni, era
sempre stato, quantunque coraggioso nelle lotte individuali, assai
mediocre amatore delle battaglie campali; i sette milioni d’uomini che
lo componevano in quest’epoca, non erano mai stati esercitati alle
armi, e dopo la battaglia di Bitonto e di Velletri, battaglia a cui
non avevano preso parte, perchè fu combattuta fra gli Austriaci e gli
Spagnuoli, Napoli non aveva mai udito il fragore del cannone; l’ultima
battaglia, quella di Velletri, era avvenuta dai quarantasette ai
quarantott’anni addietro. L’eco stesso del cannone aveva avuto tempo di
dileguarsi, e la generazione attuale si componeva dei nipoti di quelli
non già che avevano combattuto, ma che avevano veduto a combattere.
Non era adunque senza ragione che la regina sospettava che i principj
proclamati nel 1789 in Francia avessero avuto eco a Napoli. Tutto
il mezzo ceto, composto particolarmente di avvocati, di medici, di
artisti, di giuristi, era imbevuto di questi principii. La gioventù
poi che aveva divorato avidamente i libri di Voltaire, le opere di
Rousseau, le pubblicazioni dei filosofi, quelle degli enciclopedisti,
e che vedeva questi stessi libri autorizzati per un momento, poi
severamente proibiti e perseguitati con accanimento, la gioventù
s’interrogava con quale diritto quando un popolo vicino camminava nella
la luce, si volesse mantenerla nelle tenebre.
È vero che in opposizione a questa minoranza progressista, liberale,
illuminata, si offriva per ausiliare al partito realista una nobiltà
che non aveva altra gloria ed altra speranza che le cariche di corte
ed i favori del re; un clero ignorante e corrotto, che vedeva nel
trionfo del principi francesi la caduta della loro potenza, e la
perdita della sua fortuna; finalmente un popolo fanatico sinceramente
attaccato a Ferdinando, non già perchè Ferdinando fosse il suo re per
diritto ereditario, ma perchè questo re familiare e liberale nel loro
modo di vedere, aveva per esso, col suo linguaggio volgare, per le
sue occupazioni comuni e pei suoi bassi istinti, una rassomiglianza
che faceva del figlio di Carlo III, non già quello che avrebbe dovuto
essere, vale a dire il primo gentiluomo del regno, ma il capo dei
lazzaroni del Molo.
Bisogna rendere questa giustizia al re Ferdinando, che egli faceva
tutti questi preparativi di guerra ai quali lo spingevano la regina,
il cavaliere Acton e sir William, senza nutrire una grande illusione
sui trionfi ai quali volevasi serbato quest’esercito che organizzava;
nè era bene ritirarsi una volta che Ferdinando si era deciso ad entrare
nella gran lotta che si preparava; in una cosa però egli era ben fermo,
quella cioè di non arrischiare imprudentemente la sua vita.
Intanto il tempo stringeva, e si avvicinava il 12 giugno, epoca fissata
per la fuga del re; la regina mi parlava tutti i giorni di questo
tentativo disperato; sua sorella, suo cognato ed essa medesima non si
dissimulavano che avrebbero giuocato vita per vita sopra questa carta.
La regina, senza dire per qual fine, ordinò pel 12 giugno delle
preghiere in tutte le chiese.
Quella strana natura riuniva i due estremi, era insieme e superstiziosa
e spirito forte, e gl’istinti devoti lottavano in lei coll’educazione
filosofica.
Il 12 giugno arrivò; la regina passò quasi tutta la giornata
in ginocchio nella cappella del palazzo, non permettendomi di
accompagnarla, per la paura che come eretica non le portassi sventura:
mi mandò a cercare alla sera, mi ritenne tutta la notte con lei,
e passando gran parte di quella notte a seguire su di una carta
geografica questa fuga che tanto la preoccupava, diceva: — a quest’ora
lasceranno la Tuilerie, in quest’ora dovranno essere a Bondy, in
quest’ora devono essere a Meaux, a quest’ora a Montmirail.
Non si coricò che a cinque ore e non si addormentò che alle otto.
Alla sera arrivò un corriere di Francia che portava una lettera; questa
lettera era di Maria Antonietta. Io era vicino a lei quando arrivò
quella lettera; essa non permise che la lasciassi, aperse la lettera
con mano tremante, e alla prima riga esclamò con impazienza:
— Sai, Emma, non sono partiti il 12.
E prendendo il suo fazzoletto si asciugò la fronte, poi continuando a
parlare, leggendo:
— Madama di Rochereuil, amante di un aiutante di campo di Lafayette,
era di servizio dal Delfino fino al 13 di sera; si temeva una denuncia.
— È prudenza, mormorò, ma sarebbe stato meglio pensarci prima.
Lesse di nuovo qualche linea:
— La partenza è portata al 18, disse, ancora otto giorni d’angoscia....
E gualcì la lettera fra le mani; ma invece di gettarla via se la mise
in seno gualcita com’era.
— Chi è il corriere che ha portato questa lettera? dimandò essa.
— Quello che Vostra Maestà ha inviato, saranno tre settimane, alla
regina di Francia.
— Ferrari! esclamò essa.
— Sì, Ferrari, Maestà.
Allora fatelo salire; senza dubbio avrà qualche cosa da dirmi a voce.
— Difatti ha raccomandato di non dimenticare il suo nome a Sua Maestà.
Un momento dopo Ferrari entrò.
Era un uomo dai ventotto ai trent’anni, e serviva già da otto o dieci
anni a palazzo; vigorosissimo ed eccellente equitatore, faceva, senza
riposarsi, dei tratti di cento, duecento miglia; era egli che al
ritorno dal viaggio di Vienna precorse alla carrozza reale per far
preparare i cavalli; Maria Carolina l’aveva raccomandato a sua sorella
come uomo di cui poteva interamente fidarsi.
Quantunque la regina di Francia fosse ben sorvegliata da Lafayette
e dal suo Stato Maggiore, era riescita a far entrare Ferrari alla
Tuilerie, e gli si erano dati tutti i particolari sul modo di cui
si contava per ingannare la sorveglianza del generale della guardia
nazionale.
Per avere un’idea della difficoltà che presentava la fuga, bisogna
sapere prima come era sorvegliata la famiglia reale.
Lafayette, rispondendo di essa vita per vita aveva prese tutte le sue
precauzioni.
Seicento guardie nazionali prese dalle differenti sezioni montavano
giorno e notte la guardia alla Tuilerie.
Due guardie a cavallo stavano costantemente innanzi alla porta esterna.
Vi erano sentinelle a tutte le porte del giardino, e la banchina del
fiume era guardata da sentinelle a cento passi l’una dall’altra.
Internamente le precauzioni non erano meno grandi. V’erano sentinelle
fin sulle porte che mettevano al gabinetto del re e della regina, fino
in un piccolo corridoio oscuro, al quale facevano capo le scale interne
destinate ai servizî della famiglia reale.
Il re e la regina non avevano guardie del corpo, non uscivano che sotto
la scorta di due o tre uffiziali della guardia nazionale.
In mezzo a tutte queste difficoltà, ecco ciò che il re e la regina
avevano immaginato.
La prima dama del Delfino, quella di cui si diffidava perchè era
l’amante dell’aiutante di campo del generale Lafayette, terminava il
suo servizio nel giorno 12, come lo diceva nella sua lettera Maria
Antonietta.
La piccola camera che essa occupava alla Tuilerie doveva restare
vacante.
Questa piccola camera metteva in un appartamento vuoto da sei mesi;
quest’appartamento era quello del signor Villequier primo gentiluomo
di camera, ed era vuoto perchè il signor Villequier aveva emigrato:
quest’appartamento situato a pian terreno aveva due uscite, una sulla
corte dei principi, l’altra sulla via regia.
La regina direbbe che trovandosi troppo stretta teneva per sua figlia
madama Reale la camera di madama di Rochereuil, che restava vuota per
la fine del servizio di costei.
In quanto all’appartamento del signor Villequier, il re, fabbro
egregio, avrebbe fabbricato una chiave per entrarvi. Per quanto le
sentinelle fossero numerose, erasi dimenticato di metterne una alla
porta di quell’appartamento; d’altronde verso le ore undici della
sera, le sentinelle della corte erano abituate, perchè a quell’ora
terminavano i servizî a palazzo, a vedere uscire molte persone insieme.
Si poteva quindi tentare un’uscita in mezzo a tutta quella gente senza
essere riconosciuti.
Una volta fuori della Tuilerie, uno Svedese devoto alla regina, il
signor de Fersen, s’incaricava del resto. Egli aspetterebbe vestito
da cocchiere da _fiacre_ sull’angolo della strada de l’Echelle, e
condurrebbe i fuggitivi alla barriera di Clichy, ove una berlina da
viaggio comandata da lui aspettava, pronta per partire, in casa di un
suo amico il signor Crawfort.
Il re uscirebbe vestito da intendente, vale a dire con un abito grigio,
farsetto di raso, calzoni grigi, calze grige, e scarpe colle fibbie ed
un piccolo cappello a tre punte.
Un cameriere del re, per nome Huc, della stessa corporatura del re,
e di cui il re ne studiava l’andatura, usciva da due o tre giorni
e continuava ad uscire fino alla sera dell’evasione, perchè si
abituassero a veder passare quell’uomo vestito di grigio.
Il Delfino era vestito da ragazzina.
La regina, madama Elisabetta, e madama Reale, sortirebbero insieme
alle altre donne di servizio, e si sperava almeno di passare nel numero
senza essere scorte.
Bisognava avere passaporti per tutti: il signor de Fersen erasi
incaricato dell’affare; una sua amica, madama de Korff, doveva lasciar
Parigi, aveva un passaporto per sè, i suoi due figli, un domestico
e due cameriere, essa diede il passaporto al signor de Fersen che lo
diede alla regina.
Tutto questo per uscir da Parigi.
Il signor de Bouillé, uomo di mente e di energia, sul quale il re
poteva contare, aveva sotto il comando tutte le truppe della Lorena,
dell’Alsazia, della Franca Contea e della Sciampagna. Egli era
incaricato di far esplorare la strada da Chalons a Montmirail e che
passava per Varenne.
La truppa scaglionata su questa strada e comandata da uffiziali devoti,
aspettava l’arrivo del re e gli servirebbe di scorta.
Un milione di assegnati era stato mandato al signor di Bouillé per far
fronte a tutte le spese.
Ecco come erano le cose, quando alla sera del 13 giugno Ferrari ritornò
a Napoli; aveva impiegato nove giorni a percorrere la via, e per
conseguenza era partito il quattro.
La regina Maria Carolina diede duecento ducati a Ferrari, gli ordinò
di andare a riposarsi, e di tenersi pronto a tutti gli eventi. Ferrari
rispose a Sua Maestà che ventiquattr’ore gli sarebbero sufficienti, e
che anche prima essa potrebbe disporre di lui.