Le dame della regina, quelle che passavano per le sue due amiche, e
non erano che le sue confidenti, cioè la San Marco e la baronessa di
San Clemente, erano in gran toeletta di corte, il che faceva un gran
contrasto con noi; erano acconciate colla cipria, avevano fiori nei
capelli, il rossetto ed i nei sulle guance, busti stretti in molle
d’acciaio: per la prima volta m’accorsi di questo lato ridicolo degli
abiti di gran gala. Avevano la figura di due maschere.
Eppure erano tutte due belle, la marchesa di San Marco specialmente; ma
era la bellezza senza grazia, senza flessibilità, senza vezzi.
La regina invece, quantunque già un po’ ingrossata dai suoi trentasei
anni, era cara.
Si sarebbe detto che sotto il colpo di una notizia spiacevole, che
ignorava ancora, ma che immancabilmente avrebbe saputo il giorno dopo,
si era affrettata di rapire al tempo ed agli avvenimenti della politica
qualche ora felice.
Essa fu amabile per quelle dame, ma adorabile per me; mi aveva fatta
sedere vicino a lei, e durante la cena mi servì di sua mano.
Solita a bere soltanto dell’acqua, o ad arrossarla appena con qualche
vino di Francia, dovetti, per cedere alle istanze della regina,
assaggiare di volta in volta quei vini verticinosi di Sicilia e di
Ungheria. Mi pareva che quei vini mutassero in fiamme il sangue che
scorreva nelle mie vene.
Prima della fine del pranzo, o piuttosto della cena ci si annunziò che
qualche persona, cui la regina aveva autorizzato di farle visita, era
arrivata ed aspettava nel salone.
La regina fece aprire le porte, si appoggiò al mio braccio, e fece la
sua entrata.
Dissi già come in quella sera la regina fosse più bella del solito;
sembrava felice; la sua fronte era calma, un sorriso benevolo le
scorrea sulle labbra quasi sempre sdegnose.
In vederla si alzò un mormorio d’ammirazione, che finì con degli
applausi.
Essa diede la mano da baciare a Rocca Romana ed a Moliterno.
Rocca Romana, che incominciava allora la sua vita di avventure, che
fecero di lui il Richelieu di Napoli, era ancor giovanissimo, quasi un
fanciullo, nè era al di sotto della sua riputazione, vale a dire, che
era mirabilmente bello, e di una eleganza perfetta.
Si scorgeva in lui l’uomo nato nell’aristocrazia la più pura, e
destinato a vivere alla Corte.
Moliterno era maggiore di età e meno bello di lui. Il suo volto era
più severo e più maschile, e qualche anno dopo, nel 1796, in Tirolo,
un colpo di sciabola ricevuto a traverso la faccia, e che gli tolse un
occhio, dava alla sua fisonomia un aspetto ancora più tetro.
In quanto al dottor Gatti, credo di averne già parlato; era un
cortigiano dalla schiena flessibile, che, in grazia del suo titolo di
medico, andava dovunque non già per esercitarvi l’arte, ma per fare
degli intrighi. La regina aveva per lui una mediocre tenerezza, e però
gli concedeva una certa influenza.
Il principe Pignatelli, che acquistò poscia una grande celebrità come
vicario generale del regno, quando la famiglia reale abbandonò Napoli
e fuggì in Sicilia, era allora un uomo dai 32 ai 34 anni. Senz’avere un
tratto rimarchevole, sia nel carattere, sia nella fisonomia, era uno di
que’ ministri compiacenti e senza resistenza come i cattivi genii del
popolo posti a fianco del re nei giorni delle rivoluzioni per eseguire
troppo esattamente gli ordini che lor danno i re.
Vedendo la regina così serena, tutte le fisonomie si misero all’unisono
colla sua.
La regina mi presentò successivamente i sette od otto intimi del
palazzo reale, che erano venuti dietro il suo invito, e di cui ho
accennato i principali.
In quel tempo la corte delle Due Sicilie era ben lontana dall’aver
preso quella tinta oscura che poscia ebbe sempre. Furono gli atti
sanguinosi della rivoluzione francese che reagirono su questa corte, e
resero Ferdinando crudele, e Carolina vendicatrice.
A contare dal 21 gennaio e dal 16 ottobre 1793, gli spettri decapitati
di Luigi XIV e di Maria Antonietta non abbandonarono più il letto
reale.
Ma allora, cioè nel mese di luglio 1789, la rivoluzione francese era
ancora all’orizzonte come un fantasima inoffensivo, come una nebbia del
mattino: era a cominciare dal giorno seguente che essa doveva gettare
le sue prime ombre sulla fronte di Carolina.
La regina, come tutti i Tedeschi, amava molto la musica, di modo che
vi era nella sala ogni sorta d’istrumenti, di cui i principali erano un
cembalo ed un’arpa. La regina mi dimandò se io suonava l’uno o l’altro
di quegli strumenti; io li suonava ambedue.
Presi l’arpa. Era evidente che quel momento della mia produzione
sarebbe stato il più solenne della mia vita.
Qualche mese prima erasi scoperto ad Ercolano un manoscritto che
conteneva dei versi di Alceo e di Saffo.
Questi canti erano stati tradotti in lingua italiana dal marchese di
Gargallo, e messi in musica da Cimarosa.
Mi sciolsi i capelli, e me li gettai con un movimento di testa sulle
spalle: essi erano spessi, lunghissimi, e non avendo mai messo la
polvere di cipria, erano finissimi e delicati, e cadevano ondeggiando
fin oltre il fianco. Cercai di dare, — si conosce la mia valentia
nella mimica, — cercai di dare al mio volto l’aria dell’ispirazione
della poetessa antica; e dopo un preludio, durante il quale scoppiarono
applausi, cantai questi versi, sopra un semplice accompagnamento.
Figlia di Giove — Venere immortale,
Tu reina del mondo che governi,
Oh! ti commova ai seggi tuoi superni
L’angoscia mia fatale.
Deh! non esser crudel! guarda le amare
Ferite del mio cuor — guarda, o reina,
Bella diva d’amor, perla divina
Dischiusa in seno al mare.
Ben altre volte ai cupidi sospiri
Ratta accorresti ai lai di questo cuore
Dall’eterea magion, madre d’Amore
Conscia de’ suoi raggiri;
Come ti vidi per l’azzurro campo
Del ciel movendo al suon de la mia voce
Sulle penne dei passeri veloce
Rapida al par del lampo;
Così parmi vederti, in mezzo all’etra
Che trepido susurra all’irruente
Fuga del carro, e all’armonia fremente
Dell’ascoltata cetra.
E giunto al margo dell’equorea mole
Al sorriso del labbro tuo vermiglio
Disparve il pianto che piovea dal ciglio
Come rugiada al sole.
E mi dicesti: E perchè tu mi chiami?
Qual ignoto disio t’accende il cuore?
Qual è il mortal che ti rifiuta amore
E tu sospiri e brami?
Sventura a lui, che ti spregiò con vane
Derision l’amor ch’oggi ricusa
Dimane il chiederà; ma la tua musa
Lo spregerà dimane.
Non ho bisogno di ricordare ai miei lettori a qual grado di perfezione
io fossi giunta in questa specie di rappresentazioni in parte cantate
ed in parte mimiche. Fin dalla prima strofa mi era completamente
identificata col mio personaggio, e per conseguenza impossessata dello
spirito dei miei uditori. Se non mi interruppero ad ogni strofa gli
applausi, fu perchè si temeva di perdere una nota della mia voce e
una vibrazione delle corde; ma quando all’ultimo verso dell’ultima
strofa, cadendo in ginocchio, cogli occhi rivolti al cielo, feci questa
invocazione alla Dea:
Deh! vieni, o dea pietosa, e mi soccorri
È l’infelice Saffo, che sospira
Per lo diserto amor, piange e delira:
Oh! vieni, o Dea, accorri!
Non vi fu che una acclamazione in cui si poteva riconoscere uno stupore
pari all’ammirazione.
Era evidente che produssi un effetto nuovo, una emozione sconosciuta,
qualche cosa di completamente nuovo ed interamente inaspettato.
La regina mi sollevò, mi strinse contro il suo cuore e mi abbracciò.
--Oh! bis, bis! esclamò, un’altra volta, Emma, ti prego.
Ma io scossi la testa.
— Maestà, le dissi, io debbo la mia riuscita ad una sorpresa; dal
momento che non vi sarebbe più da produrre una sorpresa, non otterrei
più nessun effetto. Non esigete mai da me che io ripeta. Ma se lo
volete tenterò piuttosto qualche altra cosa.
— Tutto quello che vuoi; ma presto, presto, presto. Abbiamo premura di
applaudirti. Avete mai veduto una cosa simile, Gatti, avete mai veduto
una cosa simile, Rocca Romana?
La risposta, s’intende bene, fu unanime.
Allora tutti si unirono alla regina per chiedermi un’altra cosa.
Era sicura dell’effetto che produrrei nella scena della pazzia di
Ofelia nell’Amleto.
Chiesi alla regina un velo e dei fiori.
— Vieni nella mia camera, disse la regina, e sceglierai fra tutti
i veli quello che meglio t’aggrada; in quanto ai fiori, ne troverai
finchè ne vuoi sul terrazzo.
Entrammo io e la regina nella sua stanza da letto, presi un velo
semplice, poi andammo sul terrazzo, e la regina mettendosi a mia
disposizione, dicevami; — vuoi dei gerani, vuoi questo ramo d’arancio,
questo fiore di alloro rosa?
Non era ciò che mi abbisognava. Questi fiori della civiltà e
dell’aristocrazia facevano un controsenso colla pazzia semplice e
selvaggia di Ofelia; ci volevano dei papaveri, dei fiori campestri,
dell’avena selvatica, per seguire il sesto shakespeariano, del
rosmarino da siepe, che so io: — i fiori che mi si offrivano erano
corone reali, buoni per la figlia di Maria Teresa, e non per la figlia
di Polonio; ma cominciai a non far più la difficile, e a prendere dei
diamanti e delle perle quando non v’era altro.
La regina voleva rimanere per aiutarmi nella mia toletta; ma era
specialmente sopra di lei ch’io voleva fare impressione. Io la mandai
via senza pietà dalla camera.
Voleva produrre lo stesso effetto su di lei come sul rimanente dei miei
spettatori; in quella sera voleva essere più che mai la vera Ofelia
del poeta di Elisabetta. Ma, grazie alla mia abilità in questa sorta
di rapidi mutamenti, non appena la regina era rientrata nella sala,
e si era seduta nella sua poltrona, la porta della camera da letto
si riaperse, ed apparvi nel vano dall’imposta, pallida, cogli occhi
incantati, e le labbra convulse dalla pazzia.
Se i miei spettatori, questi discendenti degli Ateniesi, erano poco
famigliari colla poesia della musa di Lesbo, tanto più erano stranieri
al canti del poeta di Stratford. Del resto nessuno del miei uditori
comprendeva abbastanza l’inglese per gustare Shakespeare; non fu per
essi che una semplice scena mimica.
Ma ciò che m’importava, ciò che voleva, era di raggiungere il sublime
della mimica.
Debbo dire che mai, io credo, anche nelle mie più complete ispirazioni,
non raggiunsi l’altezza cui mi elevai in quella sera. Io era veramente
l’ingenua Valentina d’Amleto, la figlia disperata di Polonio, la
sorella insensata di Laerte. Da molto tempo non aveva più ripassato
a memoria quello squarcio, ma supplii a tutto; la convinzione che
non si sarebbero accorti delle lacune mi sosteneva, anzi m’innalzava
maggiormente; io era insieme e poeta e attrice, improvvisava dove non
sapeva un verso; Shakespeare istesso sarebbe stato contento di me.
Non cercherò di esprimere lo stupore dei miei uditori: era la prima
volta, secondo tutta la probabilità, che la poesia del nord appariva
agli spettatori pallida colle chiome sparse, e lamentando i suoi
dolori; soltanto la regina vi trovava qualche cosa dei poeti della sua
terra nebulosa.
Alla prima parlata, tutti credettero che fosse finito, e vollero
avvicinarsi per felicitarmi; ma io che sapeva che nella seconda scena
mi sarei aspettata il mio più grave trionfo, mi fermai sulla soglia
della porta della camera da letto, stesi il braccio; e come se fosse
Lady Hamlet o Maria Carolina, dissi solamente questa parola:
— Aspettate!
E ognuno ritornò silenzioso ed ansante alla sua sedia.
Cinque minuti dopo mi presentai con un velo nero invece del bianco;
aveva i capelli cosparsi di fiori rossi di geranio, e di qualche
spiga che trovai in un’acconciatura della regina; inoltre aveva
utilizzato quella specie di fiamma sensuale, di cui ardeva. I miei
occhi scintillavano come accesi dall’ardore febbrile, il loro splendore
contrastava colla pallidezza del mio volto.
La regina si alzò, e mi venne incontro per dimandarmi se mi sentiva
male.
Ma io sorridendo, in parte per rassicurarla, in parte perchè era
indicato che doveva sorridere, incominciai la mia scena della pazzia,
facendole un inchino e dicendole:
— Buon dì, principe.
Poi ad un tratto mutando di fisionomia e d’intonazione, con note
angosciose, cominciai il pietoso lamento:
»Sulla scoperta bara lo recano....
»Ah! più non è, no, più non è;
»Sulla sua fossa cade una lagrima...
Allora dopo una pausa d’un istante, in cui il mio volto si compose
dall’espressione più dolorosa fino al sorriso, pronunziai con
allegrezza queste sole parole:
Oh! mio tortore, addio.
Poi con un accento disperato ricaddi nel più profondo dolore per
mormorare:
»A me scenda, venga a me.
»Ahi! ahimè! tre volte ahimè!
È nota nell’arte questa scena impareggiabile, tanto essa sembra
strappata alla natura; questa scena che poi si tentò d’imitare su
tutti i teatri ed in tutte le lingue, ed in cui Ofelia strappandosi
i fiori dai capelli e dal seno, di cui gli uni hanno il loro pregio,
prendendoli pel suo amante, dicevagli:
»Dolce amico a me pensa: ecco pensieri.
»To’ il rosmarino il fiore dei ricordi.
»Riunirci saprà col suo profumo.
Poi volgendosi verso la regina le porge gli altri, accompagnando
ciascun fiore da uno di quei versi che bisognerebbe lasciare nel loro
linguaggio primitivo, per non togliere nulla della loro grazia e della
loro malinconia.
»Partiam fra noi signora questa ruta
»Per voi di grazia, erba per me di pianto.
»Or eccovi finocchio, anco prendete
»Candide pratelline; violette
»Pur vorrei darvi, ma tutte appassiro
»Tristi, tristi, allorchè mio padre è morto,
»Morto, vanno dicendo santamente.
In questo momento, ricondotta alla crudele sventura che la colpisce,
assorta interamente nel dolore, Ofelia non offre più a nessuno i suoi
fiori; quelli che le rimangono sono per la tomba di suo padre, li
sparge sul suo velo disteso, divenuto per essa un lenzuolo funebre, poi
come se qualche idea non potesse concepirsi intiera nel suo cervello,
è allora che canta questi versi, e quest’aria così ingenua, che si
crederebbe di udire l’eco d’una veglia di villaggio.
»Il caro e buon Roberto
»È tutto il mio tesor.
Ma poi, imbizzarendo di nuovo il suo pensiero, ritorna alla causa della
sua pazzia, alla morte di suo padre; e lascia sfuggire dal fondo del
suo cuore questo lamento:
»Siccome neve candido il crin
»Nella dolcezza è pari al lin
»Vidi il nero drappello
»Oh! Dio protegge il morto e l’orfanello.
Il grande poeta ha sentito che giunti là gli spettatori non potrebbero
resistere più a lungo, e che anche Ofelia più non le rimane che di
morire, parte dicendo:
— Il cielo sia con voi!
Ultimo voto di quell’angelo che, incontrando il fiume sul suo cammino,
si affogherà cogliendo fiori.
Si comprende, volendo ottenere dell’effetto, quale effetto produssi.
Nell’uscire fui accompagnata da un grido che sfuggiva da tutti i petti,
e dal rumore dei singhiozzi mischiati agli applausi che mi seguirono
nella mia camera.
La regina mi corse dietro e mi strinse fra le braccia più colla rabbia
d’una pantera, che coll’amicizia di una donna.
— Oh! com’eri bella! esclamò, divorandomi cogli occhi e colla bocca;
ma abbracciami dunque e dimmi che tu mi ami, e che non amerai altri che
me.
Poi udendo dei passi che si avvicinavano nella camera:
— Chi è là, gridò con un accento incredibile di gelosia, e come se
avesse voluto difendermi da chicchessia si avvicinasse a me.
La persona che si avvicinava, e che era la San Marco o la San Clemente,
ritornò nella sala, o piuttosto non fece un passo di più verso la
camera.
La regina stette un momento pensosa; poi ad un tratto:
— Resta qui, mi disse, e non entrare nella sala.
Io non chiedeva di meglio, era affranta.
Mi lasciai cadere su di una poltrona, quando la regina rientrò.
— La nostra inglese, per la maggior gloria del suo posto, e pel
maggiore nostro divertimento ha fatto quanto le era possibile, di
maniera che è nientemeno che mezza morta di fatica, vi domando grazia
per lei. Buona sera, e buona notte signori.
— È almeno permesso di applaudirla? chiese Rocca Romana.
— Finchè volete, disse la regina; e non applaudirete mai abbastanza;
confessate che è una cosa meravigliosa.
Vi fu un coro di applausi e di lodi, poi si intesero le voci e gli
applausi a diminuire; la regina ringraziò le sue dame d’onore, che le
offrivano i loro servigi, e chiuse la porta dietro di sè.
Quando la regina si rivolse verso di me, mi vide che sollevava la tenda
di seta della porta.
— Ma vieni dunque, sirena, vieni Circe, vieni dunque Armida, mi disse,
e gettandomi le braccia al collo mi trascinò verso il canapè.
Noi cademmo abbracciate insieme presso l’arpa, e la regina mi disse:
— Tu hai cantato le strofe di Saffo che cominciano con questo verso:
«Figlia di Giove — Venere immortale.
Non erano però quelle che bisognava cantarmi, erano queste che
cominciano così:
«Lo veggo! è lui, che assiso a te d’accanto.
— Io non poteva cantarvele, cara regina, le dissi, non le sapeva.
— Ebbene le so io, replicò essa, le canto io, e mezza coricata sul
tappeto, ai miei piedi, coll’occhio ardente, febbrile, le narici
dilatate, la bocca fremente di voluttà, faceva vibrare le corde
dell’arpa con una specie di delirio, e cantò con una amabile voce di
contralto e con una passione incredibile questi versi:
Lo veggo è lui! che assiso a te d’accanto
S’inebbria al suon che dal tuo labbro uscìo;
Oh rabbia! è lui, che ti sorride intanto
Bello siccome un Dio.
Quando lo veggo! ammutolir l’accento,
Tremar le labbra, ed al mio cor simile
Arder le tempie, e nel furor febbrile
Bruciar, gelar mi sento.
E come appena si sorregge il fiore
Che i delicati petali riarse
L’etra infocato, e sulle fronde sparse
Al sol si strugge e muore;
Languida anch’io più dell’arso fiore,
Impallidisco, tremo, ed il respiro
Fuggendomi dal cor, sento che spiro,
Senza morir d’amore.
Nel momento che l’ultimo verso si spegneva sul labbro della regina,
nel momento in cui l’ultimo suono dell’arpa moriva nell’aria, si udì
toccare leggermente alla porta.
— Che si vuole ancora? dimandò la regina con impazienza, e levandosi su
di un ginocchio.
— I domestici e la carrozza di Lady Hamilton, rispose una voce.
— Che ritornino al palazzo dell’ambasciatore, disse la regina, non si
ha bisogno di loro qui. Lady Hamilton resta qui con me.
Poi trascinandomi e portandomi quasi verso la sala del bagno:
— Vieni, disse, vieni. Sir Hamilton è a Caserta, non ritornerà che
dimani.