CANTO XXI.

ARGOMENTO.

_Scontransi alfine i duo campioni in guerra,

E terribil fra lor zuffa si stringe;

L'Eterno Nume le bilancie afferra,

E le sorti a pesarne ecco s'accinge;

Tosto il fato d'entrambi si disserra,

Che la colpa Ottomano in giù sospinge;

Onde uscì colpo d'AMEDEO dal brando.

Che cacciò l'altro della vita in bando._

I

Sul campo intanto e fra le sparse schiere

AMEDEO scorge il gran nemico, e gira

Là dove ei combattea l'orme leggiere

Tutto di gaudio sfavillando e d'ira;

Al fiero corso, a le sembianze altiere

Il conosce Ottoman tosto che 'l mira,

E scote il capo e tra le furie estreme

Solleva un grido minaccioso e freme.

II

Ambe le guancie di disdegno ei tinge,

E d'orribile foco empie ogni vena;

Lampeggia il guardo, e sì furor lo spinge,

Che de' piedi la terra imprime a pena,

Fattosi da vicin la spada stringe;

L'aria di quel fulgor lunge balena

Come se tuona; ed AMEDEO non cessa,

Ma vibra il brando, e l'inimico appressa.

III

Qual, s'a leon devorator d'armenti,

Che pur dianzi scannò su prati erbosi,

Giunge tratto a l'odor de i tori spenti

Affamato leon da gli antri ascosi,

Scagliansi incontra con la spuma a i denti,

Frementi, ardenti, di sbranar bramosi,

E con attorte code aspro veneno

Svegliansi d'ira nel terribil seno;

IV

Tal di quei duo feroci era a mirarsi

L'ammirabile assalto; alto furore

Ora il capo, ora il petto, ora impiagarsi

Gli detta il fianco, e trapassarsi il core;

Da l'armi indarno travagliate sparsi

Volano per lo ciel lampi d'orrore,

E sì fier suon, che da' propinqui move

Monti ogni belva sbigottita altrove.

V

Poscia, che i ferri a penetrar comprende

Vana ogni prova, infellonito e crudo

Ciascun la spada a maneggiare attende

Che impiaghi là dove il nemico è nudo;

Ed ora punge insidioso, or fende,

Ora accenna a l'elmetto, ora a lo scudo,

Or volgendosi a destra, ora a sinistra

La man de l'ira e del furor ministra.

VI

Tra mille finte al fin, tra mille vere,

Dal Turco infuriato esce percossa,

Ch'AMEDEO trova, e ne la coscia il fere

Gagliardo sì, ch'ivi tremar fe' l'ossa;

Tosto che rimirò le vene altiere

La terra far del nobil sangue rossa

Mise alto strido il feritor, che tuono,

Squarciando umida nube ha minor suono.

VII

Rodi non più ne la battaglia avversa

Aver celeste difensor si vanti;

Ecco è pur verità, che sangue ei versa,

E che le membra sue non son diamanti;

Farò ben'io, ch'ella cadrà dispersa,

Se 'n costui spera: con altier sembianti

Così dicea, crudel; per le ferite

Arse incendio AMEDEO d'ire infinite.

VIII

Ne l'armi eterne a la mortal battaglia

Ratto a se vendicar con le man pronte

Contra la forza d'Ottoman si scaglia

Impresso d'odio la terribil fronte,

Sì come tigre, che gli armenti assaglia,

Sì come turbo, che scotendo il monte

Di svelte piante va coprendo i campi,

Sì come orrido tuon, tra nembi e lampi.

IX

D'indomita ira giù nel petto acceso

Verso l'empio nemico alza la spada.

E quegli'alza lo scudo, onde difeso

Fa pur, ch'a vôto il fier ferir sen vada;

Ma da la forza estrema il braccio offeso

Tanto non può valer, che giù non cada

Il grave scudo, a cui levar vien manco;

E riman nudo ad Ottomano il fianco.

X

Mentre riarsi il cor d'empi disdegni

Son trasportati dal furore interno,

E del valore uman varcando i segni

Hanno le piaghe, hanno la morte a scherno,

Dal colmo eccelso degli eterei regni

Chinò l'eterno Dio lo sguardo eterno,

Mirando in Rodi e fuggitivi e spenti,

Nè men de i vincitor l'arme possenti.

XI

E su quel punto alme bilancie ei prese

Splendide d'or con l'infallibil mano,

Ed ivi dentro in un momento appese

Che sperare e temer possa Ottomano;

Sua colpa in giù profondamente scese,

Sì che giustizia egli aspettava in vano,

Se non per pena; in ciò mirando fisse

Dio l'alme ciglia immortalmente, e disse:

XII

Giunto è l'ultimo dì; chiuse le porte

A lui son del perdon; giusto è ch'ei mora;

Ora dunque AMEDEO nel tragga a morte,

Sangue, che tanto le mie leggi onora;

E quinci infonde coraggioso e forte

Spirto, onde l'alto cor più s'avvalora

E contra il Turco a la sua fin d'appresso

Pugna più ch'a mortal non è concesso.

XIII

Ecco la destra, ecco sospinge il piede,

E folgorando con l'acciar celeste

Inverso il petto disarmato il fiede

Orribile di piaghe ampie e funeste:

Come s'Arturo al sommo ciel sen riede

Suscitator di nembi e di tempeste,

Mira nave talvolta in un momento

L'alber fiaccarsi al rinforzar del vento;

XIV

Tal supin casca, e rimbombar fa 'l piano

Il tanto dianzi formidabil Scita;

Sorger tentò, ma fu suo sforzo in vano,

Chè gli toglie il vigor l'ampia ferita.

Bene al campion, non dal morir lontano,

Era pronto a donar l'inferno aita,

Se non che 'l cielo, e i suoi messaggi ei teme;

Però sel guarda bestemmiando, e freme.

XV

Ma verso lui ch'a ripugnar s'accinge

Più il glorioso vincitor s'adira,

E ne la gola il duro acciar gli spinge,

Ed ivi tienlo fin che vivo il mira:

Gli occhi travolve e di pallor si tinge

Freddo Ottoman e sul morir sospira

La cara vita e la fortuna andata,

E via più ch'altro la bellezza amata.

XVI

Intanto Araspe il corridor frenato

Spronava intorno, ed animando giva

Le turbe vinte, onde mirò sul prato

Sanguinoso Ottoman, che si moriva;

Da repentina angoscia alto agitato

Ei l'addita a lo stuol che lui seguiva,

Poi con mugghio dicea d'aspro tormento:

E quale spirto a guerreggiar fia lento?

XVII

Spento giace Ottoman, e chi lo spense

Stagli sopra ridendo: al fin dei detti,

Non più di doglie, che di rabbie immense

Quegli armati fedeli empiono i petti;

Come da selve solitarie e dense

Orridi lupi da digiun costretti

Infra gregge sen van, così veloci

Nè men contra AMEDEO mosser feroci.

XVIII

Ed egli alto gridò, ben che ferito,

Vibrando il brando con altier sembianti:

Empi, nemici al ciel, cotanto ardito

Un sia di voi, che si sospinga avanti.

Sì disse, e fu quel dir per l'aria udito

Qual rimbombo di fulmini tonanti,

Sì l'Angel suo, ch'a lui vicin sen vola

Fe' grande il suon de la mortal parola.

XIX

Ed indi sparso d'aureo nembo ardente

Pur in sembianza incontrastabil fiera

Tende lor contra con la man possente

Arco, che d'ogni scampo altrui dispera;

Arco, di cui minor tende sovente

Arco in ciel di Giunon la messaggiera;

Quei si posero in fuga; ognun s'affretta;

E rimane Ottoman senza vendetta.

XX

Fama intorno ne va; Folco l'ascolta

Per cento bocche, ed a le trombe impone

D'ognintorno sonare alto a raccolta;

Ed ei ratto s'aggiunge al gran campione,

Seco al fin verso Rodi il piè rivolta;

Al fin perviene a la real magione

Ove con molti messaggier si chiama

Fisico altier di peregrina fama.

XXI

Destrissimo di man, di polso forte

E di vista lincea venne Geloo,

Secondo pregio in far contrasto a morte,

Ma non men chiaro, che 'l primier di Coo,

Pur che nobili sian tutte egli ha scorte

L'erbe del suolo Esperio e de l'Eoo;

Ed ogni lor virtù gli fe' palese

Onfale che di lui forte s'accese.

XXII

Costei tra boschi, e su l'Emonia riva

Incantando abitava erma caverna,

E fama indegna per la terra argiva

Gloriosa la fea ne l'arte inferna;

Ma tempo fu che 'l buon Geloo sen giva

Lunge col piè da la magion paterna

Fuggendo di matrigna empio disdegno,

E colà d'alto onor fu fatto degno.

XXIII

Onfale il vide, e de' suoi be' sembianti

Ardendo ebbe a soffrir pena profonda;

E perch'ei gisse altier fra gli altri amanti

Non pur valor di sconosciuta fronda,

Ma gli volle insegnar forza d'incanti

Onde cangiar potesse il corso a l'onda,

Ed affrettasse ed arrestasse i venti,

E del sole oscurasse i raggi ardenti.

XXIV

Egli gentile appien l'animo tolse

Da quei secreti abbominati e crudi,

E sol de l'erbe a penetrar si volse

Con l'arti di costei vizj e virtudi;

Quinci fu chiaro, e bella fama sciolse

I gridi intorno a celebrar suoi studi,

E se del suo valore unqua diè segno,

Or per lo grande Eroe sforza l'ingegno.

XXV

D'armi e di panni a dispogliarlo attende,

E perchè 'l lasso corpo aggia quiete

Sopra morbide piume egli il distende

Tra fregi d'oro e tra Meonie sete;

Poi preme e terge la ferita, e spende

Ivi intorno licor d'erbe scerete

Che le percosse inacerbir divieta,

Dittamo scelto che fiorisce in Creta.

XXVI

Medicato l'Eroe, prende commiato,

Ed a lui prima, a gli altri poi s'inchina;

Indi il buon Folco al cavalier piagato,

Tutto lieto a mirar, si ravvicina,

E dice: al nostro miserabil stato,

Signor, col braccio tuo forza divina

Termine ha posto, onde ci colma il petto

Un già poco sperato alto diletto.

XXVII

Ma perchè di tuo scampo ecci nel core,

Come è ben giusto, disianza estrema,

Tutto che molto lieve il tuo dolore,

Non poca parte del gioir ci scema;

Pur così ti vuò dir: non ha timore

Il buon Geloo, che tanto o quanto il prema;

Sì che la Dio mercè salva è tua vita,

E di gloria immortai fia la ferita.

XXVIII

O de l'Asia terror, non fia guerriero,

Che di candida croce il petto segni,

In cui per ogni età saldo pensiero

De' tuoi gran merti in mezzo il cor non regni,

Quanto del ciel per l'immortai sentiero

Riguarda il sol tra' luminosi segni,

Ovunque onda di mar percote i lidi,

Faran sonar di tua vittoria i gridi.

XXIX

E quei rende risposta in voce altiera

Posatamente: io maneggiate ho l'armi

Come convenne; or che mi campi o pera,

Al gran voler di Dio debbo quetarmi;

Ma che da Rodi servitù sì fiera

Io facessi lontana ho da vantarmi;

Quivi acciò si riposi, e gli occhi abbassi

Folco il saluta, indi moveva i passi.

XXX

Ma che fuor quelle tende alcun s'arresti

De i cavalier, ch'egli ha da lato impone,

Acciò servigi ad AMEDEO sian presti,

Se forse di servir vegna cagione;

Poscia le squadre armate, e i duci desti

Che sian comanda, e come suol dispone

Guardia fidata a le percosse mura,

E come sempre d'ogni risco ha cura.

XXXI

Ma nel regno infernal, dove circonda

Tartaro sempre tenebroso, e dove

Tra zolfi accesi Flegetonte inonda,

E dove Lete innavigabil move

Su l'estinto Ottoman doglia profonda

Quell'empie turbe a lamentar commove,

E di cordoglio e di bestemmie inferne

Sentonsi alto ulular l'empie caverne.

XXXII

Spirto non è là giù, che contra il forte

Campion non latri; ogni demon sospira

Di Rodi il vanto e d'Ottoman la morte,

E contra il mondo, e contra il ciel s'adira;

Or, quando tanto in nuova rabbia assorte

L'alme dannate il Re tetro rimira

Dentro reggia d'ardor fetida e bruna

Del popol suo gli orridi spirti aduna.

XXXIII

Tra le fiamme di Dite alza veloce

La vasta fronte, onde i demon frementi

Compresso il pianto e l'ulular feroce,

Ne l'aspro Re fermano gli occhi intenti;

Ei torce il guardo folgorante, atroce,

Alto quassa le tempie, empi portenti,

Fulmina d'una bocca accenti orrendi,

E da mille altre atri divampa incendi.

XXXIV

Tanto affanno, diss'ei, tanto quì sento

Sparso dolor, perchè l'ignobil terra

D'isola angusta altri n'usurpi e spento

Caschi un sol Duce e senza biasmo in guerra?

Non di danno sì vil tempra il tormento

Il mondo immenso, e l'Ocean, che 'l serra?

Ove ad un cenno sol tanto reggete,

Che certo Rodi disprezzar potete?

XXXV

Stiasi il vil borgo, e l'alte fiamme accese

Schifi, nè sia furor ch'ora il deprede,

E sian di Pietro memorande imprese

Con tanto sforzo ivi serbar sua fede;

Intanto l'Asia, e l'African paese

Devoto a noi già non cadragli al piede,

Nè fia, che legge altra, che nostra onori,

Nè tempio, o nume altro, che nostro adori.

XXXVI

O de l'Erebo eterno ombre possenti,

Poi sì v'ange di Pier bassa vittoria,

Volgete in cor le tributarie genti

Per l'Oriente, incomparabil gloria;

Qual ivi aitar? quali ivi incensi ardenti?

Qual ivi appar del Vatican memoria?

Frequentansi fra lor culti divini?

Evvi pur un che 'l Crocifisso inchini?

XXXVII

Dite, che Pietro a contrastarmi impero

Colà presuma, e perturbar mia pace,

O questo di Savoia alto guerriero

Poi che de l'armi sue tanto è seguace;

Ma quel mondo ove il Nil torce il sentiero

Quasi infinito, al cui voler soggiace?

E per nobile parte Europa anch'ella

Non è d'inferno ubbidiente ancella?

XXXVIII

Voi de la terra al fin, voi degli immensi

Campi del mar, voi raggirate il freno;

Se lo scettro del ciel per voi non tiensi,

Con sforzo orrendo il combatteste almeno;

Su generosi, alto levate i sensi,

Di magnanimi spirti empiete il seno,

Sgombrisi ogni timor, poco vi caglia,

Divi del mondo, una sì vil battaglia.

XXXIX

Mirate i cerchi de l'abisso, e quante

Gemono al vostro giogo alme funeste,

Tutte per se bramolle il Re stellante,

E voi lor tutte in questo ardor traeste.

Così parlava latrator, mugghiante

Contra l'eccelso tonator celeste,

Quinci obbliando d'Ottoman lo scherno

Volgonsi crudi a tormentar l'inferno.

XL

Nè fama intanto d'Ottomano oscura

Fra' Turchi a susurrar batte le penne,

Ma de la morte sua certa e sicura

Verso Bostange un messaggier sen venne;

Al primo suon de la novella dura

Ebbe tanto dolor, ch'ei nol sostenne;

Poi fassi franco, e ne la pena immensa

Come schernir tanta miseria pensa.

XLI

E tosto a circondar gli ampi steccati

Finchè l'aurora rimenasse il giorno

Manda animoso i capitani armati,

E fa fiero sonar le trombe intorno;

Non contra i Turchi di timor gelati

E privi d'Ottoman, faccia ritorno

La spada d'AMEDEO forte paventa,

E lor ben poco il riposar consenta.

XLII

Poscia premendo in petto i rei pensieri,

Ed i sembianti serenando egli erra

Per ogni parte, e l'alme de' guerrieri

Desta a travagli de l'orribil guerra,

Ed indi i duci de le squadre altieri

Ei chiama, e vanno colà dove in terra

Giaceva il gran signor per indi trarlo,

Ed a le pompe estreme almen serbarlo.

XLIII

Pien Glassarte di duol, pien di tormento,

E pure Araspe di dolor ripieno

Piangeva andando, e seco alto lamento

Il canuto Ebrain facea non meno;

Ma come impallidito, come spento,

Come sparso di sangue il volto e 'l seno,

E come steso il caro Re scorgea

Ciascun di doppia doglia il core empiea.

XLIV

Tacquesi alquanto, indi Bostange: o degno

Ben d'ampio impero, ecco, pur dianzi in core

L'Asia volgevi, e de l'Europa il regno

Come scettri dovuti al tuo valore,

Or vinto, or morto, onde venir sostegno

Deggia a' popoli tuoi contra il furore

Di tanto vincitor ch'aspro s'adira,

Dio lo si sa ch'a sì rio fin ti tira.

XLV

Così piangeva; ed a la man, che viva

Dell'Asia i vinti Re tanto inchinaro,

Ivi disciolta e di fortezza priva,

Tutti in segno d'onor baci donaro;

Dolenti al fin da la dolente riva

Le care membra e riverite alzaro,

E van con esse in ver le regie tende,

E lor sempre nel sen pianto discende.

XLVI

Sultana intanto, i cui pensier confonde

De l'amato signor speme e paura,

A Licasta diceva: omai ne l'onde

Il sol trabocca, e tutto il ciel s'oscura,

E pur de' messaggier nessun risponde

Qual del mio caro Re sia la ventura:

Tanto ha di forza quel latin guerriero,

Che consumi l'assalto un giorno intiero?

XLVII

In tanto affanno ad aspettar più forte

La mia vita non è; movi, nutrice,

Corri, comprendi d'Ottoman la sorte,

E fa certa del ver questa infelice.

Trema la lingua, ambe le guance smorte

Tingonsi di pallor mentre ella dice;

E la vecchia fedel, cui forte incresce

Sì grave duol, del padiglion fuor'esce.

XLVIII

Ogni sembianza tra' guerrier dogliosa,

Ivi mira, ch'ognun lagrime scioglie;

Al fin che 'l Re sotto la man famosa

Cadesse d'AMEDEO chiaro raccoglie.

Traggene guai, ma certa ella non osa

Le novelle recar di sì gran doglie,

E tra' sospir di quella gente mesta

Pur lagrimando a sospirar s'arresta.

XLIX

Di tanti indugi suoi punge più strano

Timor Sultana, e lo sperar le vieta:

Non è, dicea, ch'ella non torni, in vano;

Non si cela ad altrui ventura lieta;

Quinci nel biondo crin la bianca mano

Sospinge, e l'alma in nulla parte acqueta;

Al fin alto gridò: perchè non riede,

Io pur vedrollo; indi moveva il piede.

L

Del grave duolo il vago volto impressa

Va tra l'armate genti; ognun la mira,

E mirarla di duol cotanto oppressa

Più fuor de gli occhi altrui lagrime tira.

Ella ciascun di dimandar non cessa,

Ma tacendo ver lei ciascun sospira;

Pur volge il guardo, ove dolente stassi

Piangendo Alcasto, e colà move i passi.

LI

Quei l'alta donna reverente onora;

Ed ella a lui, che le s'inchina avanti;

Alcasto, il nostro Re dove dimora?

E perchè quì tante querele e pianti?

Il Capitan per la pietate allora

Colma di più dolor voce e sembianti,

Ed a Sultana la miseria indegna

Con modo accorto palesar s'ingegna.

LII

E dice: il tuo signor nel campo uscita

Fece, o Reina, ivi pugnò qual forte;

Al nemico AMEDEO diede ferita,

Ma le battaglie non han stabil sorte;

Tu sai, che per l'onor cara è la vita,

E che pur per l'onor cara è la morte;

Ben verso lui, s'è di mestier soccorso,

Bostange, Araspe e 'l buon Giassarte è corso.

LIII

Non prima il Cavalier tenne la voce,

Ch'ella di nuovi pianti il sen fa molle,

E grida sospirando: ah cor feroce,

Pregai cotanto, ed egli udir non volle;

Pena de le mie colpe; indi veloce

Fuor da gli ampi steccati ella si tolle,

E scorge Araspe, e che ciascun sen viene,

E che le membra d'Ottoman sostiene.

LIV

Fassi al corpo vicina in un momento,

E di pena e di morte è sua sembianza;

Ma quando il vede trapassato e spento

Gridava: o mio conforto, o mia speranza!

E cotanto di forza ebbe il tormento,

Che di più favellar non ha possanza,

Sol bacia il volto, e colà dove aperse

La dura spada ch'AMEDEO v'immerse.

LV

Poi tra l'angoscia, onde si stempra il core,

Il collo abbraccia del signor diletto,

E sì vien da quegli occhi il pianto fuore,

Che 'l viso tutto, e gliene lava il petto;

Tal colmi di mestizia e di dolore

Vanno a le tende del real ricetto,

E grande il morto Re turba accompagna,

Nè di tanti è pur un ch'alto non piagna.

LVI

Come dentro son giunti, ed ella il posa

Sovr'auree sete ed odorate tele,

Indi le piaghe sue mira pensosa,

Indi comincia a rinnovar querele:

O di stato mortal grandezza odiosa!

O spettacol di Regi empio e crudele!

Ed io dannata a miserabil scempio

Perchè ci nacqui d'infelici esempio?

LVII

Visto ho nemici in su la patria riva,

E d'altrui man nostri tesor fur prede,

Spenti i parenti e de lo scettro priva,

D'altro non fui che di miserie erede;

Poscia per Ottoman, ben che captiva,

Altra volta fui posta in regia sede;

Cotanto, o stelle, m'innalzaste, e solo

Per crescer più de' precipizii il duolo.

LVIII

Ah crudeltà, col Ciel forse contesi?

Trassi gli altar con empie fiamme a terra?

O rubella del padre il ferro presi?

O pur contra la patria io mossi in guerra?

Deh spengansi del sol le fiamme accese,

Caschino l'alte stelle omai sotterra,

E travolgasi il mondo in forma nova,

Poi ch'innocente cor pietà non trova.

LIX

Ma se 'l tenore è del mio mal sì forte

Ch'io non deggia aspettar, salvo tormenti,

Con franchezza di cor cerchiam la morte,

Sol refugio de' mesti e de' dolenti;

Tra queste amare voci apre le porte

A caldi pianti, ed a sospiri ardenti,

Straccia le chiome, e a gran furor percote

Pur con ambe le palme ambe le gote.

FINE DEL CANTO XXI.

ANNOTAZIONI

AL CANTO XXI.

«Nel XXI. Amedeo uccide Ottomano; et Amedeo ferito si medica. Sultana

piange sopra Ottomano.» Così l'argomento postovi dal Poeta.

Il Cav. d'Urfè trova molto da censurare in questo canto. Comincia con

osservare che l'Autore «il fait combattre Amedee et Ottoman sans dire

commant cela pouvoit estre, parceque de croire, qu'Ottoman soit veu

(vu) combattre et mal traitté, et que les siens ne le secourent point

il n'est pas vraysamblable, d'autant que ce n'estoit pas un combat

assigné ny fait avec les assurances d'un coté et d'autre.» E vuol dire

che l'incontro di Amedeo con Ottomano non essendo un combattimento

singolare concertato secondo le regole invariabili dell'antica

cavalleria, per le quali niuno poteva recare soccorso a' combattenti,

è perciò cosa incredibile che i Turchi veggendo il duce loro in

pericolo non si movessero a dargli soccorso. Ma si potrebbe dire in

contrario, che sebbene i due campioni non avessero assegnato nè il

giorno nè il luogo alla pugna, vero è non pertanto, che il dirizzarsi

dell'uno contro dell'altro, lasciando qualunque altra cura degli

eserciti, veniva a costituire _ipso facto_ una singolar tenzone, in

cui altri non si poteva introdurre senza disonorare se medesimo ed i

campioni. E per tal motivo panni al tutto fuor di proposito il

suggerimento del critico: «c'est pourquoy je pense qu'il ent esté fort

a propos de faire que la foule de Turcs voulant secourir Ottoman les

separe mais trop tard pour Ottoman qui meurt incontinant apres des

grands coups receus.»

Meglio ponderata mi sembra la censura seconda. Finge il Poeta, che

durando tuttora la battaglia tra' due campioni, _l'eterno Dio_,

«.... alme bilance ei prese

Splendide d'or con infallibil mano,

Et ivi dentro in un momento appese

Che sperare e temer possa Ottomano;

Sua colpa in giù profondamente scese ecc.»

Ma il Cav. d'Urfè osserva come «la balance que Dieu prand pour savoir

lequel des deux mourra, d'Amedee et d'Ottoman, est une imitation

d'Homere en ce qui est d'Achile et d'Hector, mais ce me samble peu

convenablement apropriee en ce lieu, car Homere dit que les dieux

n'estoient pas resolu lequel devoit vaincre, et en ce combat il n'est

pas ainsy, car puisqu'Amedee avoit les armes invincibles et contre les

quelles rien ne pouvoit resister, il est certain que Dieu avoit desia

(_deja_)* resolu qu'il vincroit.» Ma con pace del Censore, qui si

trattava non se dovesse aver la vittoria Ottomano ed Amedeo, sì se

Ottomano avesse a cadere quel dì precisamente sotto la spada

invincibile del Duca:

Giunto è l'ultimo dì........

..................

Ora dunque Amedeo nel tragga a morte.»

Quanto al non potere Ottomano resistere alle armi di Amedeo, ciò

vuolsi intendere con alcuna riserva: noi veggiam pure che

«Dal Turco infuriato esce percossa

Che Amedeo trova e nella coscia il fere

Gagliardo sì, ch'ivi tremar fe l'ossa:

Tosto che rimirò le vene altiere

La terra far del nobil sangue rossa ecc.»

Non è dunque da pensare che niun pericolo incorresse Amedeo

combattendo coll'armi temprate dal favore celeste.

«De plus (continua il Critico) Achile et Hector estoient et l'un et

l'autre soutenus par des dieux partials, ce qui n'est pas en ceux cy;

car l'un qui est Amedee est du tout soustenu de Dieu. De plus la

balance estoit pour peser lequel estoit meilleur: pour le moins il dit

que les coulpes d'Ottoman le firent dessandre en bas: et en cela il

samble qu'il outrage Amedee et sa prud'hommie de le balancer luy qui

est si grand serviteur de Dieu avec un Turc qui en est si grand

ennemi.» Ripeto che nel poema, secondo il testo a stampa, non si

mettono sulla bilancia i meriti di Amedeo e di Ottomano, ma solamente

si determina se le colpe del Turco sieno giunte a quel segno che

provoca il colpo finale della vendetta, ossia giustizia divina.

«Il dit que les esprits inferneaux pleignoient autour du corps

d'Ottoman; et peu au paravant il avoit dit que l'Ange les avoit par

comandement de Dieu ranfermé tous en enfer, et mesme (XX. st. 38) il

en fait une longue description.» L'ordine dato da Michele agli spiriti

rubelli non era già che più non uscissero d'inferno, ma che più non

osassero portare soccorso agli Ottomani: canto XX. st. 48:

«Ma quì non sia chi sovvenir l'oppresse

Schiere con opra o con pensier pur tenti.»

Quantunque le osservazioni critiche dell'Urfè sul canto XXI sieno

assai deboli prese partitamente, tuttavia nel complesso non sono

d'aversi a vile; e concorro di buon grado con esso lui a giudicare

poco avvedutamente introdotto l'episodio delle bilance nella mano di

Dio, trattandosi di cristiani e d'infedeli, e di guerra apertamente

ingiusta dalla parte de' Maomettani.

L'ultima censura cade sull'arte militare; ed in questa, come si è

detto più volte, il Chiabrera mancava di teoria e di pratica: «Il fait

que les Chrestiens se retirent apres ce combat d'Ottoman dans Rhodes,

sans dire commant les deux armees se separent, et tout aynsi que si

c'estoit une chose fort aysee et de nulle importance.

N. B. Nella st. 29 si legge: _ma che da Rodi_ ecc. può stare così; ma

forse piacerebbe meglio; _nè che da Rodi_ ecc.

La st. 58 è difettosa nelle rime, così nell'ediz. in 4.º, come

nell'Amedeida minore (X. 37): si poteva emendare:

«Trassi gli altar con empie forze a terra?

. . . . . . . . . . . . . .

Deh spengansi del sole i raggi accesi.»

ma nulla si vuol mutare senza l'autorità de' testi antichi.

Amedeide: Poema eroico · 第 20 / 22 章