CANTO XXII.

ARGOMENTO.

_De' Saracin gli avanzi insiem raccolti

Tengon fra loro l'ultimo consiglio;

Sorte contraria fa che ognuno ascolti,

Ed apra gli occhi sul comun periglio;

Onde da Rodi a dipartir son volti,

Ed a pigliarne volontario esiglio.

Per Ottoman scioglie ai lamenti il freno

Sultana, e beve poi letal veneno._

I

Così la vince il gran martir; ma volse

A lo scampo de' suoi Bostange il core

Sul risco estremo, ed i guerrieri accolse

Che nel campo godean grado d'onore;

Guardogli alquanto; indi la lingua sciolse,

Nel profondo del cor chiuse il dolore,

Ed a' mesti baron chiedea consiglio

Con salda voce nel sovran periglio:

II

De le nostre battaglie ove trascorso

Or sia lo stato vel vedete aperto;

Rodi su quel momento ebbe soccorso

Che lo sterminio ella attendea per certo;

Ottoman combattendo a morte è corso;

La plebe vinta, e del martir sofferto

Isbigottita, s'avvalora in vano,

Nè più porgere a' ferri osa la mano.

III

Or quando incontra noi veggiam converse

Tante miserie, e sì gran Duce armarsi,

Ed è per l'uom ne le stagioni avverse

Prova d'alto valor ben consigliarsi,

Che proponete? in questi detti aperse

Le labbra il Cavaliero; ove chetarsi

Mirollo Araspe, alzò la fronte altiera,

Poi sospinse dal cor voce guerriera,

IV

E disse: uscimmo dai paterni tetti

Rodi a domar; taccio i piagati e i morti,

Ma son d'assedio i difensor si stretti,

Che speranza non han che li conforti:

Or qual dunque timor n'ingombra i petti?

Qual gelo i nostri cor rende men forti?

Per lor giunse AMEDEO, forse direte?

Ah vergogna! d'un sol dunque temete?

V

Se cadde il gran Signor, tra' più lodati

Famoso almeno egli cadeo; ma spento

Dimostra a noi contra nemici armati

Se si deggia nutrir pari ardimento;

O per addietro invitti, ora fugati,

Gite in Asia a mostrar vostro spavento;

Là fien de' vostri onor l'aure ripiene;

Io per me vuò morir su queste arene.

VI

Sì colmo Araspe di soverchio ardire

Porgea consiglio e su la guancia sparto

Egli avea fiamme; indi secondo a dire

Con tranquillo parlar sorse Giassarte:

Se di mortal guerriero orgogli ed ire,

E di battaglie esperienza ed arte

Ne chiudesse a vittoria oggi la strada,

Io vorrei l'asta ed adoprar la spada.

VII

Non son nuovo agli assalti, in guerra il pelo

Fatto ho canuto; io mille volte i lidi

Visti ho sanguigni, ed or venir di gelo

Le squadre, or franche sollevare i gridi,

Ma non pertanto contrastar col cielo

Ardimento mortal non mai m'affidi,

Nè sia coraggio d'uom che mi sospinga

Sì che contra il gran Dio la spada io stringa.

VIII

Non prezzo i Cavalier ch'entro si serra

Rodi, non prezzo d'AMEDEO le prove,

Prezzo che s'AMEDEO si move in guerra,

A suo prò l'universo anco si move:

Non rimirate voi scoter la terra?

Che mugghia il mar, che 'l ciel grandina e piove?

Che con terribil suon fulmini avventa?

E che sparso di fiamme altrui sgomenta?

IX

Per lunga fama ed approvata intendo,

Che l'uomo saggio il suo poter misura;

S'altramente vi sembra, io non contendo;

Il morire al mio cor non fa paura.

Di costoro al parlar va trascorrendo

Un mormorio, ma picciol tempo dura,

Che Bostange la destra innanzi stese,

E fe' silenzio ed a sì dire ei prese:

X

Amici, in campo la battaglia alterna

Vittorie e danni; de le guerre i fini

Non son certi giammai; s'altri governa

Il suo consiglio co' voler divini

È fuor di biasmo; che la destra eterna

A la vita mortal ferma i confini,

Nè ci ha giudicio su' giudicii suoi;

Ed oggi, amici, ella è contraria a noi.

XI

Però cediam; con questi avanzi io spero

Tornare in Asia, e ristorando i danni

Al figlio d'Ottoman guardar l'impero

Fin ch'egli giunga de lo scettro agli anni;

Dunque ciascun di voi svegli il pensiero,

E le sue squadre a raunar s'affanni,

E per l'ombra notturna armando i legni

Senza dimora veleggiar s'ingegni.

XII

Tu ver le tende di Sultana andrai,

E palese farai nostra partita

A sua grandezza, e come è giusto avrai

Cura, Ebrain, de la real sua vita.

Così non vil, ma cauto in mezzo a guai

Bostange favellò con fronte ardita,

E sprezzando egualmente ogni riposo

Alcun di quei baron non fu ritroso.

XIII

Ma ciascun mosse, ed al disperso stuolo

La legge del partir fa manifesta,

Che come notte più ricopra il polo

Ogni bandiera a navigar sia presta:

Sì come in lunghe file erra sul suolo,

Nè trasportando salme unqua s'arresta

Di formiche un gran popolo; talmente

Sen giva al mar la comandata gente.

XIV

Solo Ebrain verso Sultana il piede

Volgendo afflitto da sua fè sospinto

L'alta donna trovò che 'n terra siede

Presso il feretro del signore estinto;

Ivi che piange e che sospira ei vede,

E ch'oggimai di morte il viso ha tinto,

E che sommersa nel cordoglio e lassa

Su la sinistra palma il capo abbassa.

XV

Da prima entrando il Cavalier l'inchina,

E seco geme a quel dolor cotanto,

Poscia con lento piè le s'avvicina,

E guarda in terra e stassi immoto alquanto.

Scorgendo il suo fedel l'egra Reina

Stima ch'ei vegna a rasciugarle il pianto,

Nè volendo a sue pene atroci ed empie

Conforto sofferir, scote le tempie.

XVI

Poi dice: indarno movi al mio martire

Racconsolar, ch'ogni conforto ei schiva:

Di Sultana il conforto oggi è morire,

E fora biasmo il rimaner più viva.

Ascoltando Ebrain, che al suo desire

L'addolorata donna il varco apriva,

Discreto da lontan move a tentarla

Con detti oscuri, e sì con essa ei parla.

XVII

Grandemente amerei nel caso indegno

Ragione aver da consolar tua pena;

Ma perder tuo signor, perder tuo regno,

Tra nemici aspettar dura catena,

È tanto affanno che trapassa il segno,

E d'ogni aita a disperar mi mena,

E fa mestier nel così gran dolore

Di forte destra e di non debil core.

XVIII

Ma pur nel mondo ogni minaccia, ogn'ira,

Ogni grave miseria anco sostiensi.

Sì dicendo da lei gli occhi non gira,

Tutto intento a spiar ciò ch'ella pensi.

Ed ella giù nel cor prima sospira,

Soggiunge poscia: di martiri immensi

Altra vivendo non rifiuti il peso,

Ciò non fia certo di Sultana inteso.

XIX

A che deggio, Ebrain, dianzi beata

Via più d'ogni Reina altra terrena,

Farmi al mondo veder serva, legata,

Vinta le braccia e i piè d'aspra catena?

Qui dentro i Rodïan, gente spietata,

Forse ho da trastullar con la mia pena,

E di quì tratta per Italia alfine

Ho da soffrir le ferità latine?

XX

Unqua al fiero AMEDEO vedran le genti

Piegarmi in atto di supremo onore?

E baciar quelle man che fur possenti

Dar percossa di morte al mio signore?

Me, me de l'alto Ciel fulmini ardenti,

Prima traete a l'infernale orrore;

Me, me togliete a l'esecrabii sorte;

A voi mi volgo, io d'Ottoman consorte.

XXI

Così nel caso miserabil, rio

Ella il suo nobil cor mostrava aperto,

Ed ei del suo signor mostra il desio,

E lascia in bando il ragionar coperto:

Vera Regina, e che più dir degg'io?

Su tua miseria il tuo pensiero è certo,

E certo a te sottrai d'alti perigli

Altieramente il tuo gran cor consigli.

XXII

Sultana allor: se la presente sorte,

E se 'l risco vicin di maggior pianti

A farmi dolce reputar la morte

Oggi non fossero, Ebrain, bastanti,

Pur la vita troncarmi esser dee forte

Questo Re che trafitto emmi davanti,

Cui fermamente io so che fui diletta,

E che pur con desio seco m'aspetta.

XXIII

Così diceva, e con l'eburnea mano

Asciuga i lumi nubilosi e mesti;

Cui rispose Ebrain: non credi in vano,

Di creder ciò mille argomenti avesti;

Pur dirne un grande io vuò: dianzi Ottomano

Chiamommi in sul vestir gli acciar funesti,

E disse: io muovo in su l'assalto estremo

Contra AMEDEO, nè de la morte io temo.

XXIV

Temo ben io, che s'egli avvien ch'io mora,

Sultana incontrerà strania ventura,

E sì fatto timor tanto m'accora,

Che del morir la pena è via men dura;

Deh ch'ella meco se ne venga allora,

O diletto Ebrain, seco procura;

A mio nome con lei raddoppia i preghi,

Che 'l segno estremo di sua fè non neghi.

XXV

Qui tacque il servo; e la Reina volse

Il volto impresso di più reo tormento

Verso le membra d'Ottomano, e sciolse

Voce interrotta da mortal lamento:

Ah mio Re, cui nemico empio mi tolse

Quando più n'era il mio desir contento,

Sì poco dunque la mia fede espressi,

Che tu venirne in dubbio unqua dovessi?

XXVI

Qui l'oro straccia de le chiome e 'l seno

Fa risonar de le percosse crude,

Poi comanda: Ebrain, reca veneno,

Che spegner prestamente aggia virtude.

Egli a quel comandar non tiensi a freno:

Sultana allor nel padiglion si chiude,

Ed ivi presso al suo signor s'asside,

E lui guardando alza un sospiro e stride.

XXVII

Chiunque aspira a le grandezze estreme

Più sempre vago di superbo impero,

E giù dal colmo ruinar non teme,

Ne lo stato di noi volga il pensiero;

Per alcun tempo a la mortale speme

Non si rappresentò specchio più vero,

Nè si mostrò come caduca e vana

Sia giuso in terra la possanza umana.

XXVIII

Chi giammai dentro il cor potea fermarsi

Che omai di Rodi vincitor, che omai

Suoi muri in guerra ed abbattuti ed arsi,

Dovessimo incontrar sì fieri guai?

Misera! quai preghiere? e quai non sparsi

Pianti? che non fec'io? che non tentai?

Da quale parte non sperai soccorso?

Anco a numi d'inferno ebbi ricorso.

XXIX

O sul fior de l'età pronta a morire

Per lo scampo di noi, diletta Irene,

Su le tue piaghe, e contra il tuo desire,

Ecco pur ch'Ottoman morte sostiene;

Ma ci veggo dannati a tal martire,

Ed è sì grande il mar di nostre pene,

Che non so con qual senso io mi rimanga,

Irene, e se t'invidii, o se ti pianga.

XXX

Incliti scettri, altieri manti adorni

Son tornati per noi ceppi dolenti:

Oh tra le fasce e su l'april dei giorni

Fossimo al mondo trapassati e spenti,

Ch'oggi il sommo dolor de' nostri scorni

Non faria liete le cristiane genti,

Nè per l'Europa i nostri casi avversi

Darian materia de' Cristiani ai versi.

XXXI

Ottoman, su tua morte alzano il canto,

Me destinando a vil servigio indegno;

Ma nol faran, ch'io vuò morire; intanto

Queste misere chiome io ti consegno;

Di mirra in vece io t'ungerò col pianto;

E tu, mio Re, nol ti recare a sdegno,

Che lo sgorgano gli occhi, onde uscia lume,

Che pure avesti d'apprezzar costume.

XXXII

In questa da gli abissi un mostro apparse

Quasi Ottoman; sotto le ciglia accende

Altiero sguardo, e su le guancie sparse

Di puro latte un vivo minio splende;

Con quel vigor, con quel furore onde arse

Fiero di cor ne le battaglie orrende

A la dolente donna ei si dipinge,

E vaso d'or con la sinistra stringe.

XXXIII

Perchè l'indugio quel suo moto interno

Non queti, e cessi d'ammazzar se stessa,

Adducendo il demon tosco d'inferno,

Verso Sultana ingannator s'appressa:

O dolce del mio cor tormento eterno,

Pena per mio conforto a me concessa,

Perchè contristi sì l'alta beltate

Vientene a me, che tu mi fai pietate.

XXXIV

A questo dir, tutta agitata, ardente

L'afflitta donna sollevossi in piede,

E verso il suo signor mosse repente,

E con tai note a ragionar si diede:

Vaneggio io forse nel gran duol presente?

O senza inganno lo mio sguardo or vede?

Se sei vero Ottoman, perchè ritorni?

Quale è la vita tua? dove soggiorni?

XXXV

Così gridava, e scolorita in faccia

Tra fervidi sospir pianti rinnova,

Ed abbracciarlo vuol, ma con le braccia,

Fuor che vani color, nulla non trova,

Risponde l'ombra, e col suo dir procaccia

Ch'ella animosamente a morir mova:

A che piangi di me, ch'altiero vivo

In lieta parte, e non d'imperj privo?

XXXVI

Fuior del caduco mondo aurei splendori

Ornano campi, ove Regine, e Regi

Di sempiterno gaudio empiono i cori,

Premio dell'armi e degli affanni egregi;

Or se con me goder cotanti onori

Di fragil vita per desio non spregi,

Sugo ti porgo, che d'un sorso solo

Basta il vigore, e te ne vieni a volo.

XXXVII

Cotanto appena il rio demon favella,

Che s'involve di nebbia atra e profonda,

Ma lascia l'oro avvelenato; ed ella

Ponselo a bocca, e tutto il cor n'inonda;

Nè fra tanti martir punto men bella,

Stassi del caro letto in su la sponda;

Ivi del suo signor la destra prende

Con la sua destra, e l'ultim'ora attende.

XXXVIII

Fra pensier varj ora rivolge in mente

Scettri, corone, e quegli onor cotanti,

Onde fu lieta; or la stagion presente,

E l'acerbo dolor, ch'ella ha davanti;

Quando poscia partir l'anima sente,

Compone il busto, e con le man tremanti

Sul volto si dispiega un aureo velo,

E traendo sospir fassi di gelo.

XXXIX

Qual, se candida nube in alto ascesa

Le rose adombra, onde il mattin s'infiora,

Ben rimiriam ch'ella ne langue offesa,

Ma pure è vaga a riguardar l'aurora;

Tal già la guancia di bell'ostro accesa

Sotto freddo candor si discolora,

E di mortal pallor le labbra asperse

Han non so qual beltate anco a vederse.

XL

Quasi non era ancor dal corpo adorno

L'afflitto spirto per sua via partito,

Che facendo Ebrain colà ritorno

D'Ottomano il desir vide fornito;

Pria dal duol vinto fe' sonare intorno

Gemito tal, che rassembrò muggito;

Disse poscia: alto Re, dovunque godi

Vita immortale, il tuo fedele or odi.

XLI

Nel punto estremo di tua morte indegna,

Qual commettesti tu, serbai tua fede;

Ora a te ne verrei; ma ch'io non vegna

Il vuole amor del tuo diletto erede;

E perchè trasportare indi disegna

Le regie membra in ver le navi, ei chiede

E d'ancelle, e di serve il pronto aiuto,

E stassi percotendo il sen canuto.

XLII

Infra la turba lagrimosa e trista,

Ch'al chiamar d'Ebrain mossero il passo,

Venne Licasta, ed a la flebil vista

Ella si feo come insensibil sasso;

E quando a favellar forze racquista,

Gridò gemendo: o del mio viver lasso

E de gli affanni miei solo sostegno,

In quale guisa a ritrovarti vegno?

XLIII

Non son già queste de' miei pregi altieri

Quella che tu nutrivi in me speranze,

Quando fra semplicissimi pensieri

Pargoleggiavi per le regie stanze;

Oh de gli scherzi e de' tuoi dì primieri

Amare e sfortunate rimembranze;

Tu davi al collo mio baci soavi,

E così tra bei vezzi indi parlavi:

XLIV

Allor che stanca e per l'età matura

Volerà del tuo sen l'anima fuori,

Io chiuderotti gli occhi, e 'n sepoltura

Ti spargerò di più soavi odori.

Così dicevi; ma crudel ventura

Che mi sommerge in mar d'aspri dolori,

Or mi fa ricordar fra duri affanni

Come per la speranza altri s'inganni.

XLV

Tu non a me sul fin di mia vecchiezza

Gli occhi componi; io son, che morta omai

Sul tuo più vago fior di giovinezza

Mando sotterra te che tanto amai.

Qual ti farà chiamar la tua grandezza?

Per lo scettro real qual nome avrai?

Ah che se fra' mortali il ver si dice,

Altro nome non è, salvo infelice.

XLVI

Quì fra le turbe a lamentarsi pronte

Ella quasi di duol si venia meno;

Poscia Ebrain con lamentevol fronte

A gridi sciolse ed a querele il freno:

Deh chi de gli occhi miei fa larga fonte

E d'alti pianti oggi m'inonda il seno

Sì che di fede e di dovuto amore

Possa far testimonio al mio signore?

XLVII

Ottoman piango; ed ho nel cor disdegno

Che parcamente i pianti miei sian sparsi;

Ma pur Meandro e di Panfilia il regno

Di martirj e di duol non ti fian scarsi;

Là da' popoli tuoi senza ritegno

Preveggo al tuo morir l'esequie farsi

Con abissi di pianto; ed è ragione,

Poi che perdono in te tante corone.

XLVIII

Chi tra gli allor che le provincie ornaro

Innalzerà vincendo omai trofei?

Ed onde avrassi scampo, onde riparo

Al minacciar de gli avversarii rei?

O di trionfo, o di vittorie chiaro,

Grande Ottoman, dove sparito or sei?

Dove trasporti tu la nostra speme,

Noi quì lasciando infra miserie estreme?

XLIX

Parmi che su ne l'alto il Sol non splenda,

E che seco ogni luce a noi sia tolta,

Onde in profondità di notte orrenda

Si rimanga per sempre Asia sepolta.

Oh del mondo qua giù strana vicenda,

Ecco Europa a gioir quinci è rivolta

Allor ch'ogni speranza avea perduta,

E la nostra allegrezza in duol si muta!

L

Fra questi detti, che si vada al mare

Per prestamente veleggiar procaccia,

Onde a le membra riverite e care

Ciascuno a gara ivi soppon le braccia;

E per tutta la via lagrime amare

Del popolo leal bagnan la faccia,

Nè puossi udir tra le funeste genti

Se non un lungo suon d'aspri lamenti.

FINE DEL CANTO XXII.

ANNOTAZIONI

AL CANTO XXII.

Non poteva farsi argomento più breve di quello postovi dal Poeta: «Nel

XXII. Sultana s'avvelena.»

Una sola critica osservazione si legge nel ms. del Cav. d'Urfè, ed è

la seguente: «Ce chant est beau et tragique, mais il me samble que les

plaintes de la nourrice et du valet de chambre sont trop longues,

parce qu'aux choses tristes il faut estre brief, parce qu'autremant

l'esprit du lecteur se lasse et s'ennuye grandement.» Ottimo è il

suggerimento del Critico; e fu detto anticamente, niuna cosa

asciugarsi più presto delle lagrime.

Amedeide: Poema eroico · 第 21 / 22 章