ARGOMENTO.
_De' Saracin gli avanzi insiem raccolti
Tengon fra loro l'ultimo consiglio;
Sorte contraria fa che ognuno ascolti,
Ed apra gli occhi sul comun periglio;
Onde da Rodi a dipartir son volti,
Ed a pigliarne volontario esiglio.
Per Ottoman scioglie ai lamenti il freno
Sultana, e beve poi letal veneno._
I
Così la vince il gran martir; ma volse
A lo scampo de' suoi Bostange il core
Sul risco estremo, ed i guerrieri accolse
Che nel campo godean grado d'onore;
Guardogli alquanto; indi la lingua sciolse,
Nel profondo del cor chiuse il dolore,
Ed a' mesti baron chiedea consiglio
Con salda voce nel sovran periglio:
II
De le nostre battaglie ove trascorso
Or sia lo stato vel vedete aperto;
Rodi su quel momento ebbe soccorso
Che lo sterminio ella attendea per certo;
Ottoman combattendo a morte è corso;
La plebe vinta, e del martir sofferto
Isbigottita, s'avvalora in vano,
Nè più porgere a' ferri osa la mano.
III
Or quando incontra noi veggiam converse
Tante miserie, e sì gran Duce armarsi,
Ed è per l'uom ne le stagioni avverse
Prova d'alto valor ben consigliarsi,
Che proponete? in questi detti aperse
Le labbra il Cavaliero; ove chetarsi
Mirollo Araspe, alzò la fronte altiera,
Poi sospinse dal cor voce guerriera,
IV
E disse: uscimmo dai paterni tetti
Rodi a domar; taccio i piagati e i morti,
Ma son d'assedio i difensor si stretti,
Che speranza non han che li conforti:
Or qual dunque timor n'ingombra i petti?
Qual gelo i nostri cor rende men forti?
Per lor giunse AMEDEO, forse direte?
Ah vergogna! d'un sol dunque temete?
V
Se cadde il gran Signor, tra' più lodati
Famoso almeno egli cadeo; ma spento
Dimostra a noi contra nemici armati
Se si deggia nutrir pari ardimento;
O per addietro invitti, ora fugati,
Gite in Asia a mostrar vostro spavento;
Là fien de' vostri onor l'aure ripiene;
Io per me vuò morir su queste arene.
VI
Sì colmo Araspe di soverchio ardire
Porgea consiglio e su la guancia sparto
Egli avea fiamme; indi secondo a dire
Con tranquillo parlar sorse Giassarte:
Se di mortal guerriero orgogli ed ire,
E di battaglie esperienza ed arte
Ne chiudesse a vittoria oggi la strada,
Io vorrei l'asta ed adoprar la spada.
VII
Non son nuovo agli assalti, in guerra il pelo
Fatto ho canuto; io mille volte i lidi
Visti ho sanguigni, ed or venir di gelo
Le squadre, or franche sollevare i gridi,
Ma non pertanto contrastar col cielo
Ardimento mortal non mai m'affidi,
Nè sia coraggio d'uom che mi sospinga
Sì che contra il gran Dio la spada io stringa.
VIII
Non prezzo i Cavalier ch'entro si serra
Rodi, non prezzo d'AMEDEO le prove,
Prezzo che s'AMEDEO si move in guerra,
A suo prò l'universo anco si move:
Non rimirate voi scoter la terra?
Che mugghia il mar, che 'l ciel grandina e piove?
Che con terribil suon fulmini avventa?
E che sparso di fiamme altrui sgomenta?
IX
Per lunga fama ed approvata intendo,
Che l'uomo saggio il suo poter misura;
S'altramente vi sembra, io non contendo;
Il morire al mio cor non fa paura.
Di costoro al parlar va trascorrendo
Un mormorio, ma picciol tempo dura,
Che Bostange la destra innanzi stese,
E fe' silenzio ed a sì dire ei prese:
X
Amici, in campo la battaglia alterna
Vittorie e danni; de le guerre i fini
Non son certi giammai; s'altri governa
Il suo consiglio co' voler divini
È fuor di biasmo; che la destra eterna
A la vita mortal ferma i confini,
Nè ci ha giudicio su' giudicii suoi;
Ed oggi, amici, ella è contraria a noi.
XI
Però cediam; con questi avanzi io spero
Tornare in Asia, e ristorando i danni
Al figlio d'Ottoman guardar l'impero
Fin ch'egli giunga de lo scettro agli anni;
Dunque ciascun di voi svegli il pensiero,
E le sue squadre a raunar s'affanni,
E per l'ombra notturna armando i legni
Senza dimora veleggiar s'ingegni.
XII
Tu ver le tende di Sultana andrai,
E palese farai nostra partita
A sua grandezza, e come è giusto avrai
Cura, Ebrain, de la real sua vita.
Così non vil, ma cauto in mezzo a guai
Bostange favellò con fronte ardita,
E sprezzando egualmente ogni riposo
Alcun di quei baron non fu ritroso.
XIII
Ma ciascun mosse, ed al disperso stuolo
La legge del partir fa manifesta,
Che come notte più ricopra il polo
Ogni bandiera a navigar sia presta:
Sì come in lunghe file erra sul suolo,
Nè trasportando salme unqua s'arresta
Di formiche un gran popolo; talmente
Sen giva al mar la comandata gente.
XIV
Solo Ebrain verso Sultana il piede
Volgendo afflitto da sua fè sospinto
L'alta donna trovò che 'n terra siede
Presso il feretro del signore estinto;
Ivi che piange e che sospira ei vede,
E ch'oggimai di morte il viso ha tinto,
E che sommersa nel cordoglio e lassa
Su la sinistra palma il capo abbassa.
XV
Da prima entrando il Cavalier l'inchina,
E seco geme a quel dolor cotanto,
Poscia con lento piè le s'avvicina,
E guarda in terra e stassi immoto alquanto.
Scorgendo il suo fedel l'egra Reina
Stima ch'ei vegna a rasciugarle il pianto,
Nè volendo a sue pene atroci ed empie
Conforto sofferir, scote le tempie.
XVI
Poi dice: indarno movi al mio martire
Racconsolar, ch'ogni conforto ei schiva:
Di Sultana il conforto oggi è morire,
E fora biasmo il rimaner più viva.
Ascoltando Ebrain, che al suo desire
L'addolorata donna il varco apriva,
Discreto da lontan move a tentarla
Con detti oscuri, e sì con essa ei parla.
XVII
Grandemente amerei nel caso indegno
Ragione aver da consolar tua pena;
Ma perder tuo signor, perder tuo regno,
Tra nemici aspettar dura catena,
È tanto affanno che trapassa il segno,
E d'ogni aita a disperar mi mena,
E fa mestier nel così gran dolore
Di forte destra e di non debil core.
XVIII
Ma pur nel mondo ogni minaccia, ogn'ira,
Ogni grave miseria anco sostiensi.
Sì dicendo da lei gli occhi non gira,
Tutto intento a spiar ciò ch'ella pensi.
Ed ella giù nel cor prima sospira,
Soggiunge poscia: di martiri immensi
Altra vivendo non rifiuti il peso,
Ciò non fia certo di Sultana inteso.
XIX
A che deggio, Ebrain, dianzi beata
Via più d'ogni Reina altra terrena,
Farmi al mondo veder serva, legata,
Vinta le braccia e i piè d'aspra catena?
Qui dentro i Rodïan, gente spietata,
Forse ho da trastullar con la mia pena,
E di quì tratta per Italia alfine
Ho da soffrir le ferità latine?
XX
Unqua al fiero AMEDEO vedran le genti
Piegarmi in atto di supremo onore?
E baciar quelle man che fur possenti
Dar percossa di morte al mio signore?
Me, me de l'alto Ciel fulmini ardenti,
Prima traete a l'infernale orrore;
Me, me togliete a l'esecrabii sorte;
A voi mi volgo, io d'Ottoman consorte.
XXI
Così nel caso miserabil, rio
Ella il suo nobil cor mostrava aperto,
Ed ei del suo signor mostra il desio,
E lascia in bando il ragionar coperto:
Vera Regina, e che più dir degg'io?
Su tua miseria il tuo pensiero è certo,
E certo a te sottrai d'alti perigli
Altieramente il tuo gran cor consigli.
XXII
Sultana allor: se la presente sorte,
E se 'l risco vicin di maggior pianti
A farmi dolce reputar la morte
Oggi non fossero, Ebrain, bastanti,
Pur la vita troncarmi esser dee forte
Questo Re che trafitto emmi davanti,
Cui fermamente io so che fui diletta,
E che pur con desio seco m'aspetta.
XXIII
Così diceva, e con l'eburnea mano
Asciuga i lumi nubilosi e mesti;
Cui rispose Ebrain: non credi in vano,
Di creder ciò mille argomenti avesti;
Pur dirne un grande io vuò: dianzi Ottomano
Chiamommi in sul vestir gli acciar funesti,
E disse: io muovo in su l'assalto estremo
Contra AMEDEO, nè de la morte io temo.
XXIV
Temo ben io, che s'egli avvien ch'io mora,
Sultana incontrerà strania ventura,
E sì fatto timor tanto m'accora,
Che del morir la pena è via men dura;
Deh ch'ella meco se ne venga allora,
O diletto Ebrain, seco procura;
A mio nome con lei raddoppia i preghi,
Che 'l segno estremo di sua fè non neghi.
XXV
Qui tacque il servo; e la Reina volse
Il volto impresso di più reo tormento
Verso le membra d'Ottomano, e sciolse
Voce interrotta da mortal lamento:
Ah mio Re, cui nemico empio mi tolse
Quando più n'era il mio desir contento,
Sì poco dunque la mia fede espressi,
Che tu venirne in dubbio unqua dovessi?
XXVI
Qui l'oro straccia de le chiome e 'l seno
Fa risonar de le percosse crude,
Poi comanda: Ebrain, reca veneno,
Che spegner prestamente aggia virtude.
Egli a quel comandar non tiensi a freno:
Sultana allor nel padiglion si chiude,
Ed ivi presso al suo signor s'asside,
E lui guardando alza un sospiro e stride.
XXVII
Chiunque aspira a le grandezze estreme
Più sempre vago di superbo impero,
E giù dal colmo ruinar non teme,
Ne lo stato di noi volga il pensiero;
Per alcun tempo a la mortale speme
Non si rappresentò specchio più vero,
Nè si mostrò come caduca e vana
Sia giuso in terra la possanza umana.
XXVIII
Chi giammai dentro il cor potea fermarsi
Che omai di Rodi vincitor, che omai
Suoi muri in guerra ed abbattuti ed arsi,
Dovessimo incontrar sì fieri guai?
Misera! quai preghiere? e quai non sparsi
Pianti? che non fec'io? che non tentai?
Da quale parte non sperai soccorso?
Anco a numi d'inferno ebbi ricorso.
XXIX
O sul fior de l'età pronta a morire
Per lo scampo di noi, diletta Irene,
Su le tue piaghe, e contra il tuo desire,
Ecco pur ch'Ottoman morte sostiene;
Ma ci veggo dannati a tal martire,
Ed è sì grande il mar di nostre pene,
Che non so con qual senso io mi rimanga,
Irene, e se t'invidii, o se ti pianga.
XXX
Incliti scettri, altieri manti adorni
Son tornati per noi ceppi dolenti:
Oh tra le fasce e su l'april dei giorni
Fossimo al mondo trapassati e spenti,
Ch'oggi il sommo dolor de' nostri scorni
Non faria liete le cristiane genti,
Nè per l'Europa i nostri casi avversi
Darian materia de' Cristiani ai versi.
XXXI
Ottoman, su tua morte alzano il canto,
Me destinando a vil servigio indegno;
Ma nol faran, ch'io vuò morire; intanto
Queste misere chiome io ti consegno;
Di mirra in vece io t'ungerò col pianto;
E tu, mio Re, nol ti recare a sdegno,
Che lo sgorgano gli occhi, onde uscia lume,
Che pure avesti d'apprezzar costume.
XXXII
In questa da gli abissi un mostro apparse
Quasi Ottoman; sotto le ciglia accende
Altiero sguardo, e su le guancie sparse
Di puro latte un vivo minio splende;
Con quel vigor, con quel furore onde arse
Fiero di cor ne le battaglie orrende
A la dolente donna ei si dipinge,
E vaso d'or con la sinistra stringe.
XXXIII
Perchè l'indugio quel suo moto interno
Non queti, e cessi d'ammazzar se stessa,
Adducendo il demon tosco d'inferno,
Verso Sultana ingannator s'appressa:
O dolce del mio cor tormento eterno,
Pena per mio conforto a me concessa,
Perchè contristi sì l'alta beltate
Vientene a me, che tu mi fai pietate.
XXXIV
A questo dir, tutta agitata, ardente
L'afflitta donna sollevossi in piede,
E verso il suo signor mosse repente,
E con tai note a ragionar si diede:
Vaneggio io forse nel gran duol presente?
O senza inganno lo mio sguardo or vede?
Se sei vero Ottoman, perchè ritorni?
Quale è la vita tua? dove soggiorni?
XXXV
Così gridava, e scolorita in faccia
Tra fervidi sospir pianti rinnova,
Ed abbracciarlo vuol, ma con le braccia,
Fuor che vani color, nulla non trova,
Risponde l'ombra, e col suo dir procaccia
Ch'ella animosamente a morir mova:
A che piangi di me, ch'altiero vivo
In lieta parte, e non d'imperj privo?
XXXVI
Fuior del caduco mondo aurei splendori
Ornano campi, ove Regine, e Regi
Di sempiterno gaudio empiono i cori,
Premio dell'armi e degli affanni egregi;
Or se con me goder cotanti onori
Di fragil vita per desio non spregi,
Sugo ti porgo, che d'un sorso solo
Basta il vigore, e te ne vieni a volo.
XXXVII
Cotanto appena il rio demon favella,
Che s'involve di nebbia atra e profonda,
Ma lascia l'oro avvelenato; ed ella
Ponselo a bocca, e tutto il cor n'inonda;
Nè fra tanti martir punto men bella,
Stassi del caro letto in su la sponda;
Ivi del suo signor la destra prende
Con la sua destra, e l'ultim'ora attende.
XXXVIII
Fra pensier varj ora rivolge in mente
Scettri, corone, e quegli onor cotanti,
Onde fu lieta; or la stagion presente,
E l'acerbo dolor, ch'ella ha davanti;
Quando poscia partir l'anima sente,
Compone il busto, e con le man tremanti
Sul volto si dispiega un aureo velo,
E traendo sospir fassi di gelo.
XXXIX
Qual, se candida nube in alto ascesa
Le rose adombra, onde il mattin s'infiora,
Ben rimiriam ch'ella ne langue offesa,
Ma pure è vaga a riguardar l'aurora;
Tal già la guancia di bell'ostro accesa
Sotto freddo candor si discolora,
E di mortal pallor le labbra asperse
Han non so qual beltate anco a vederse.
XL
Quasi non era ancor dal corpo adorno
L'afflitto spirto per sua via partito,
Che facendo Ebrain colà ritorno
D'Ottomano il desir vide fornito;
Pria dal duol vinto fe' sonare intorno
Gemito tal, che rassembrò muggito;
Disse poscia: alto Re, dovunque godi
Vita immortale, il tuo fedele or odi.
XLI
Nel punto estremo di tua morte indegna,
Qual commettesti tu, serbai tua fede;
Ora a te ne verrei; ma ch'io non vegna
Il vuole amor del tuo diletto erede;
E perchè trasportare indi disegna
Le regie membra in ver le navi, ei chiede
E d'ancelle, e di serve il pronto aiuto,
E stassi percotendo il sen canuto.
XLII
Infra la turba lagrimosa e trista,
Ch'al chiamar d'Ebrain mossero il passo,
Venne Licasta, ed a la flebil vista
Ella si feo come insensibil sasso;
E quando a favellar forze racquista,
Gridò gemendo: o del mio viver lasso
E de gli affanni miei solo sostegno,
In quale guisa a ritrovarti vegno?
XLIII
Non son già queste de' miei pregi altieri
Quella che tu nutrivi in me speranze,
Quando fra semplicissimi pensieri
Pargoleggiavi per le regie stanze;
Oh de gli scherzi e de' tuoi dì primieri
Amare e sfortunate rimembranze;
Tu davi al collo mio baci soavi,
E così tra bei vezzi indi parlavi:
XLIV
Allor che stanca e per l'età matura
Volerà del tuo sen l'anima fuori,
Io chiuderotti gli occhi, e 'n sepoltura
Ti spargerò di più soavi odori.
Così dicevi; ma crudel ventura
Che mi sommerge in mar d'aspri dolori,
Or mi fa ricordar fra duri affanni
Come per la speranza altri s'inganni.
XLV
Tu non a me sul fin di mia vecchiezza
Gli occhi componi; io son, che morta omai
Sul tuo più vago fior di giovinezza
Mando sotterra te che tanto amai.
Qual ti farà chiamar la tua grandezza?
Per lo scettro real qual nome avrai?
Ah che se fra' mortali il ver si dice,
Altro nome non è, salvo infelice.
XLVI
Quì fra le turbe a lamentarsi pronte
Ella quasi di duol si venia meno;
Poscia Ebrain con lamentevol fronte
A gridi sciolse ed a querele il freno:
Deh chi de gli occhi miei fa larga fonte
E d'alti pianti oggi m'inonda il seno
Sì che di fede e di dovuto amore
Possa far testimonio al mio signore?
XLVII
Ottoman piango; ed ho nel cor disdegno
Che parcamente i pianti miei sian sparsi;
Ma pur Meandro e di Panfilia il regno
Di martirj e di duol non ti fian scarsi;
Là da' popoli tuoi senza ritegno
Preveggo al tuo morir l'esequie farsi
Con abissi di pianto; ed è ragione,
Poi che perdono in te tante corone.
XLVIII
Chi tra gli allor che le provincie ornaro
Innalzerà vincendo omai trofei?
Ed onde avrassi scampo, onde riparo
Al minacciar de gli avversarii rei?
O di trionfo, o di vittorie chiaro,
Grande Ottoman, dove sparito or sei?
Dove trasporti tu la nostra speme,
Noi quì lasciando infra miserie estreme?
XLIX
Parmi che su ne l'alto il Sol non splenda,
E che seco ogni luce a noi sia tolta,
Onde in profondità di notte orrenda
Si rimanga per sempre Asia sepolta.
Oh del mondo qua giù strana vicenda,
Ecco Europa a gioir quinci è rivolta
Allor ch'ogni speranza avea perduta,
E la nostra allegrezza in duol si muta!
L
Fra questi detti, che si vada al mare
Per prestamente veleggiar procaccia,
Onde a le membra riverite e care
Ciascuno a gara ivi soppon le braccia;
E per tutta la via lagrime amare
Del popolo leal bagnan la faccia,
Nè puossi udir tra le funeste genti
Se non un lungo suon d'aspri lamenti.
FINE DEL CANTO XXII.
ANNOTAZIONI
AL CANTO XXII.
Non poteva farsi argomento più breve di quello postovi dal Poeta: «Nel
XXII. Sultana s'avvelena.»
Una sola critica osservazione si legge nel ms. del Cav. d'Urfè, ed è
la seguente: «Ce chant est beau et tragique, mais il me samble que les
plaintes de la nourrice et du valet de chambre sont trop longues,
parce qu'aux choses tristes il faut estre brief, parce qu'autremant
l'esprit du lecteur se lasse et s'ennuye grandement.» Ottimo è il
suggerimento del Critico; e fu detto anticamente, niuna cosa
asciugarsi più presto delle lagrime.