ARGOMENTO.
_Ecco AMEDEO, sul campo avverso ei scende,
E trae seco ove passa alta ruina;
Ecco AMEDEO, di guerra le vicende
Mutansi a un tratto. Il guardo a terra inchina,
Il sommo Dio; Michel le nubi fende
Pronto al voler di lui che lo destina;
E tutto dei demon lo stuolo immondo
Nel tartareo cacciò gorgo profondo._
I
Mentre in lor si raccende alto valore,
Ecco AMEDEO cinto di lampi ardenti,
Pronto al soccorso; ed eccitando il core
Innalza grido di temuti accenti;
L'Angel custode ad avanzar terrore
Più grande intorno fe' portarlo ai venti,
Nè sì tosto per l'aria inteso l'ebbe,
Che l'Angelo di Rodi anch'ei l'accrebbe.
II
Quinci il campo cristian sforza la mano
A vibrare armi, e con gli spirti avviva
Ardir per entro i cor; ma d'Ottomano
Tremò la turba, che 'l rimbombo udiva;
E mugghio d'ira fe' volar lontano
Megera e seco Aletto anco muggiva,
E forsennando ne le rabbie eterne
Seco muggian le legioni inferne.
III
Sì fra i tuoni del ciel, fra le terrene
Voci, fra gli urli de i Demon frementi
Onde le selve intorno, onde l'arene,
Onde i monti tremar, l'arme possenti
AMEDEO move, e non men fier sen viene
Che quando assorda al suo cader le genti
Precipitato da l'orribil sponda
L'Etiopo mar, che poi l'Egitto inonda.
IV
Nè mai rifulse nel trascorso assalto
L'elmo cotanto incontro a i guardi avversi,
Sì chiari lampi da l'etereo smalto,
Pur ch'ei lo scota, se ne van dispersi,
E l'almo brando, s'ei lo vibra in alto,
Rassembra i rai ne l'Ocean ben tersi
Pur d'Orione, e per lo cielo oscuro
Men che lo scudo suo risplende Arturo.
V
Qual, se grembo di nubi umido ombroso
Squarciasi a forza di rinchiusi ardori
Corrono in prima per lo ciel nemboso,
Ma senza danno altrui, tuoni e fulgori;
Poi fulminando, l'Apennin selvoso
Mira tronchi fumar, cader pastori,
E dispersi atterrarsi armenti e gregge,
Ed arse rupi dissiparsi in schegge:
VI
Tal di raggi superni inclito lume
Sorse, e rimbombo da l'Eroe lontano,
Poscia vicino, oltra l'uman costume
Ei folgorò con formidabil mano;
Squarcia le squadre, e fa di sangue un fiume
Correr spumante, e tutto copre il piano
Di tronche membra, e di sbranati arnesi,
E calpesta guerrier sul pian distesi.
VII
A l'orrido Gorgutto egli s'avventa
E 'l cor gli passa col celeste acciaro;
Subito di pallor sozzo diventa,
E ciechi gli occhi in sul morir gelaro;
Egli sul Grago già menò contenta
Sua vita, e stette co' duri orsi al paro,
Al fin pentito di quei rischi indegni
Venne di Rodi a guerreggiar ne i regni.
VIII
Giù ruinando in su la terra appena
Il colpo diè, che sul morir feroce
Ergendo il capo da la bassa arena
Inverso Micalogle alza la voce:
Poscia, che guerreggiando oggi ne mena
A dura morte il Cavaliere atroce,
Deh fin ch'a te nel petto il vigor dura
I cari amici vendicar procura.
IX
Spegni tu l'empio, o Micalogle, e scorno
Fa poi col ferro a quei suoi membri spenti;
Se fai col duro teschio a lor ritorno,
Stella sarai fra le paterne genti.
Sì gonfio d'ira ei fea volare intorno
Per sua vendetta gli animosi accenti;
Nè Micalogle ad ascoltarlo è tardo,
Che tende l'arco e fa volarne il dardo.
X
Indi la destra al manco lato stende
E sfodra il ferro, e spigne innanzi il piede,
E vuol ferir, ma su lo scudo offende,
E senza piaga il fiero acciar sen riede;
L'alto guerrier mena la spada, e fende
Là, 've gli spirti del polmone han sede;
Ei cade a terra; ed AMEDEO calcando
Va tronchi e morti, e non dà posa al brando.
XI
Ben ne l'affanno di sì gran periglio
Giassarte il petto a la viltà non piega,
Ed Alcasto con l'opra e col consiglio
Ferma le turbe; ed or minaccia, or prega;
Nè cessa Araspe; ma turbato il ciglio
Duolsi Bostange, ed anco i pianti impiega:
Miserabile me, con quai sembianti
Apparir deggio ad Ottoman davanti?
XII
Jer fu sì gonfio di minaccia e d'ira
Perchè sembrammo a la vittoria lenti;
Or che farà, se tutto armato mira
Che non siam l'armi a sostener possenti?
Soldati, il vostro duce a voi sospira;
Mirate i pianti, udite i suoi lamenti:
Volete voi, che ne l'etate estrema
Dopo cotanti onor d'un palo io tema?
XIII
Sì parla, e sempre indarno; alta paura
Tragge gli stuoli a più poter fugati;
Parte disperde il piè per la pianura,
Parte vanno a trovar gli ampi steccati:
Ed allora animosi oltra misura
Lor sono al tergo i Rodiani armati;
Quivi pur volto a ritentar contrasto
Dicea Giassarte al sagittario Alcasto:
XIV
Tu, che per arco memorabil splendi,
E ben Rodi il provò su la muraglia,
Per quale assalto il serbi? a che nol tendi?
Ed a costui sì fier non dai battaglia?
Risponde Alcasto: a gran ragion m'accendi;
Ecco io sono a provar quanto ei mi vaglia,
E s'al presente il suo valor fia poco,
Faronne pezzi, o lo porrò sul foco.
XV
Più non parlò, ma tra gli strali esperti
Il più pungente e più crudel scegliea,
Onde commosso Erimedon Lamberti
Campion di Lucca al grande Eroe dicea:
Porgi lo scudo in fuor; tien gli occhi aperti;
Veggo cercar ne la faretra rea
Un turco cavalier lo stral più fiero,
Ed infra loro è singolare arciero.
XVI
Ben tal può dirsi; ei negli assalti in vano
Non scoccò dardo e si colmò d'onore;
Ed arco incurva, che maestra mano
Non fabbricò tra Sciti unqua il migliore.
Soggiunse il grande Eroe: quando in sul piano
Spinto l'avrò pien di mortale orrore,
Tu quell'arco predar serba in memoria,
E fanne eterno testimon di gloria.
XVII
Egli ancor non tacea, quando sen viene
Lo strale ingordo, ma sel prende a scherno
Lo scudo immenso, e' suoi furor sostiene
Con l'alta tempra de lo smalto eterno;
Giassarte ove il mirò, gonfia le vene
E di veneno e di disdegno inferno
Oltra l'usato, e mosso fu stringendo
La scimitarra, a rimirarsi orrendo.
XVIII
Mal fortunato lui; non ebbe ingegno
Che per cotante prove ei s'accorgesse
Com'era il giorno, che 'l divin disdegno
Volea, che 'l pregio d'Ottoman cadesse;
Qual fiume alpestre, cui frenò sostegno
Perchè non fosser le campagne oppresse,
Fracassate le macchine tal volta
Veggiam precipitar l'onda disciolta;
XIX
Tale il guerriero indomito s'avventa
Contra AMEDEO per sanguinosa strada,
Ed alza il braccio ed impiagarlo tenta
Su l'alma fronte, perch'a morte ei vada;
Ma quel Re formidabile appresenta
L'invitta punta de l'eterea spada
Sotto il braccio alto, e ne l'ascella il piaga
E d'atro sangue tutto il fianco allaga.
XX
Era ivi presso, e rimirava intento
Un mostro inferno le mortali imprese,
Misantropo diceasi, e perchè spento
Non fosse il Turco da la terra il prese,
E levato per aria in un momento
Su verde piaggia indi lontan lo stese;
Poscia Astragor, ch'ivi dintorno spiega
Le fetide ali, in queste note ei prega:
XXI
Batti le piume tu, cui manifeste
Son l'erbe ignote a gli intelletti umani,
E suco ne trarrai che le funeste
Percosse chiuda, onde il campion risani;
Quei sen volava, e la sanguigna veste
Pone a spogliar Misantropo le mani,
Ed il sangue tergea de la ferita,
E porgea dolce al cavaliero aita.
XXII
Immantenente ecco Astragor sen riede
Ed ha seco valor d'erbe possenti,
E ne cosparge la percossa, e cede
Ratto l'acerbità di quei tormenti;
Ma d'aspra rabbia inebbriato fiede
L'aria quel mostro di perversi accenti:
Tal tempesta mirare, onde s'affanna
Lo scettro d'Ottoman, chi ci condanna?
XXIII
Dispergonsi le squadre, ogni speranza
Ch'eser possa ne i grandi ecco s'atterra;
E l'istesso Ottoman nulla s'avanza,
Cotanto sorge un sol Cristiano in guerra;
Chi gli presta il valor? tale possanza
Può dargli spirto che nel ciel si serra?
Ma se pure egli è Dio, che sì l'onora,
Non rimaniam di bestemmiarlo ogn'ora.
XXIV
Ei così grida. A le superbe voci
Misantropo risponde: omai t'affrena;
Apparire orgogliosi, esser feroci
Non ogni volta ove bramiam ci mena;
Per altro tempo ed in perigli atroci
Il monarca, che tuona e che balena,
De' cari suoi la dignità sostenne
Ed a noi lassi sofferir convenne.
XXV
Non sai, che la possanza de gli Assiri
Sotto Oloferne tormentò Giudea?
E ch'orribile giogo e di martiri
Formidabile scempio ella temea?
Quando commossa da superni giri
A lor sen venne vedovella Ebrea,
E tante aste ferrate e tanti dardi
Rivolse in fuga col fulgor dei guardi?
XXVI
Col forsennato duce ella sorride,
Per adescarlo sue bellezze adorna,
E dove dee bearlo, ivi l'ancide,
Quinci col fiero teschio a' suoi sen torna.
Ed altra volta Madian non vide
Allor che 'l sol ne l'Ocean soggiorna,
Con poche larve e con trecento soli
Condursi a morte innumerabil stuoli?
XXVII
Già rimirò, perchè da l'ombre involto
L'aspro nemico d'Israel non scampi,
Farsi il dì lungo oltra l'usato molto
Un cavalier di Gabaon ne i campi;
I destrier, che correndo a freno sciolto
Givan per l'alto e diffondeano lampi,
Fermaro il passo, e l'infocate rote,
Volubil sempre, si mostraro immote.
XXVIII
Che più debbo narrar? varco s'aperse
Per entro le voragini profonde
A lo stuol di Mosè; nè si sommerse,
Anzi lieto occupò l'arabe sponde;
Sì disusato oltraggio il mar sofferse,
Che quasi smalto s'induraron l'onde,
Ed ivi asciutto il piè corser destrieri
Ove le vele disciogliean nocchieri.
XXIX
Ciò ch'io racconto, rivelossi a pieno
Al mondo tutto, ed a narrar nol vegno
Perch'io n'aggia diletto, anzi nel seno
Ne sento incendio di mortal disdegno;
Io n'arrabbio così, che 'l ciel sereno
Vorrei far polve, e de le stelle il regno,
Vorrei la terra e 'l mar volger sossopra,
Ma mio voler non posso porre in opra.
XXX
Mentre fra gli esecrabili furori
Gli empi Demoni disfogavan l'ira,
Per virtù de gli incogniti licori
Giassarte da l'angoscia ecco rispira;
Già franco, già del sol gli almi splendori
Con lo sguardo vivace egli rimira,
E ferve il sangue, e si dilegua il ghiaccio
Dal corpo afflitto, e divien forte il braccio.
XXXI
Come addivien se fuor del campo ondoso
Spigne delfin mar travagliato e vento,
Ch'ei si dibatte sul terren sabbioso,
Poi languendo riman sì come spento;
Ma se passando peregrin pietoso
Lo rende a l'acque amate, in un momento
Terge le belle squamme e si ravviva,
E salta lunge da l'odiosa riva;
XXXII
Cotal dell'egro cavalier succede;
Ratto ogni fievolezza ivi abbandona,
Onde il mostro infernal, che forte il vede,
Seco in sembianza d'uom così ragiona:
Vanne colà, dove pietate e fede
Sul punto estremo a travagliarti sprona;
Torna a fugar le Rodïane genti,
Ma di dar guerra ad AMEDEO ritienti.
XXXIII
Ei ben feroce, ei di fortezza adorno
Via molto più che non suol dar natura,
Trascorre folgorando in questo giorno;
Forse altra volta avrà peggior ventura.
Fra questi detti a se sgombrando intorno
Il corpo finto a gli occhi altrui si fura;
E sovra il piè leggier ver quella parte
Ove si pugna se ne va Giassarte.
XXXIV
Intanto sul terren, ch'atro ribagna
Sangue de' Turchi il grande Eroe sì freme,
Che tutto ingombra il ciel di chi si lagna,
Orribile rimbombo, e di chi geme;
Molti ne van destrier per la campagna,
Ed il dorso di lor nessun non preme,
Che i nobili rettor caduti al piano
Fieno aspettati da la patria in vano.
XXXV
Qual torbido torrente allor che scende
Gonfio di spume da montagna alpestra,
O qual è fiamma ove più forte incende
Co' soffi d'aquilon valle silvestra,
Qual fulmine che nube atra scoscende,
Tal rassembrava d'AMEDEO la destra;
Megera il guarda e per furor trabocca
Cerberea spuma da l'orribil bocca.
XXXVI
E dal guardo non manco aspro veneno
Cosparge Aletto, ed a volar non lenta
Trova Megera, e dal terribil seno
Empie parole imperversando avventa:
Pur sotto l'asta d'AMEDEO vien meno
La turca gente o sbigottita, o spenta,
Nè di più rinfrancarla hanno potere
Tante del nostro inferno armate schiere?
XXXVII
Un sol nemico ne soggioga, indegna
Per noi memoria, ah gli si sterpi il core
A brani, a ghiado il traditor si spegna,
Megera; e quì divampa ira e furore;
Megera in ascoltando aspra si sdegna,
Nè per gli occhi travolve ira minore;
Sì fiere si movean l'anime infeste,
Ma raffrenolle il regnator celeste.
XXXVIII
Termine ei fisse a i Rodïan dolori
Pur come piacque al suo volere eterno,
E tante de' demoni ire e furori
Volle serrar nel tenebroso inferno;
Però ne l'alto in fra gli eterei cori
Del numeroso esercito superno
Egli rivolse in ver Michele il guardo,
Unqua suoi cenni ad ubbidir non tardo:
XXXIX
Scendi su Rodi, e fa sentir tua voce,
E i demon scaccia a la prigione orrenda;
Di', che non sia la giù spirto feroce
Sì che di nuovo a le battaglie ascenda;
Michel s'inchina, ed a partir veloce
Stringe grande asta con la man tremenda,
Asta, ch'a braccio altrui vibrar non lice,
Forte, grave, immortal, sterminatrice.
XL
Gran scudo imbraccia a la sua fè commesso;
Pregio immortal, dal gran tonante eterno.
Il dì ch'ei spinse col gran scudo istesso
I rubellanti dal gran ciel superno;
Quivi timor, quivi terrore impresso,
Quivi era orror del tenebroso inferno;
V'era che 'n alto, abbominati esempi,
Ergea gran seggio il regnator de gli empi.
XLI
Ma l'aurea luce, onde è cotanto adorno
Par che repente in tetro orrore ei cange,
Almo trofeo del memorabil giorno
Che 'l cieco abisso ancor bestemmia e piange;
Tra sì belle armi coruscando intorno
Ei rassomiglia il Sol ch'esce dal Gange,
E spiega l'ali da l'etereo polo,
E contra i rei demon sen viene a volo.
XLII
Cosparge per lo ciel voce divina,
Aerei campi dibattendo in giro,
E quasi incendio per foresta alpina
Lunge dintorno i gridi suoi s'udiro:
O con obbrobriosa, alta ruina
Precipitati ad immortal martiro:
Non son per voi l'aure serene e liete;
A vostre orride tombe, empi, scendete.
XLIII
Perduti eternamente, anco mirate
L'aspetto di quei cieli, onde cadeste,
E debellati contrapporvi osate
Pur a quell'armi, onde ogni ben perdeste?
Così gridando in su le piume aurate
Moveva intorno il volator celeste,
E lo guardava orribilmente fiera
Da lunge Aletto e la crudel Megera.
XLIV
Gonfiansi entrambe, e rio furor le accende
Con orgoglio superbo a far difesa;
Ma poi nel petto lor tema discende
Sì che torna di giel l'anima accesa;
Quinci Aletto smarrita a fuggir prende,
Segue Megera, e la bramata impresa
Rimansi ivi deserta, onde d'affanno
E con ringhi e con mugghi aspri sen vanno.
XLV
La dove più gli acherontei bollori
Empiono di fetor gli antri focosi,
Corron per notte di profondi orrori
I fieri spirti in suo cammin dogliosi.
Michel cinto di rai, cinto d'ardori,
Come nel centro rimirogli ascosi,
Ferma le piume, onde fornisce il tergo,
Sopra il sogliar de l'infernale albergo.
XLVI
Ivi sua voce inverso lor conversa,
D'Erebo fa tremar tutte le bande;
Men suona il Nil che 'n precipizio versa
Da l'alto l'onde, e i gran diluvii spande;
Grida: o vil gente al Re del mondo avversa,
Già ne i seggi del ciel felice e grande,
Ed or qua giù sommersa, onde si scerna
Chiaro il valor de la giustizia eterna;
XLVII
Ancor vi sferza empia sciocchezza? e tira
A trattar arme? a ministrare ardori?
Imperversate? il vostro cor desira
Crescer la vita e d'Ottoman gli onori?
Fremete in van; vano è lo sdegno e l'ira;
Rompe fato di Dio vostri furori;
Omai le dure rabbie, omai fornite,
Empi, le furie e 'l gran destin sentite.
XLVIII
Fa sanguinosa e lagrimevol messe
Ferro latin di vostre amiche genti;
Ma quì non sia chi sovvenir l'oppresse
Schiere con opra, o con pensier pur tenti;
Ciascun come pugnò, come cadesse,
I tuoni, l'arme del gran Dio rammenti;
Sì disse: e 'n volto minaccioso e crudo
Vibrò la lancia ed innalzò lo scudo.
XLIX
Veduto avresti a quel suo dir costretti
I superbi inchinar l'arme fatali,
E gonfiar d'ira e di veneno i petti,
Ed avanzar ne gli infiniti mali.
Spiega Michel poi c'ha finiti i detti
Rapido il corso fiammeggiante e l'ali,
E d'aurei nembi risonando intorno
Fa nei campi superni almo ritorno.
L
Tal s'ama strangolare angue squammoso,
L'ali superbe in ver le siepi inchina,
O ver tra fossi ove egli striscia ascoso,
De gl'impennati augei l'alta regina,
Ma di star colà giù sdegna il riposo,
Ch'a le rote del ciel torna vicina
Subitamente, e gloriosa fende
Le nubi avverse, e verso il sole ascende.
FINE DEL CANTO XX.
ANNOTAZIONI
AL CANTO XX.
Argomento del Poeta: «Nel XX. Amedeo ritorna in campo contra Ottomano.
Dio manda l'Angelo che scacci i diavoli dalla tenzone.»
Niuna osservazione critica sopra questo Canto si trova nel MS. del
Cav. d'Urfè.