ARGOMENTO.
_Sotto mentito volto un demon reo
Prende a Folco narrar fìnta novella,
Che la turba in seguir, cadde AMEDEO,
E fu estinto nel mar dalla procella;
Ma l'inganno infernal nulla poteo,
Che il confortò con l'immortal favella
L'Angelo dell'Eroe: così la speme
Del soccorso vicin, fa ch'ei non teme._
I
Fiero intanto Ottoman per varia strada
Riversando da gli occhi incendio d'ira.
Vibra nei Rodïan fulminea spada
Là, ve più forte contrastarsi mira;
Ma ch'a terra disperso il popol cada
Sotto il fìer Turco Telamon sospira,
E parte freme, e dentro il petto altiero
Ei così favellava al suo pensiero:
II
Deh che discerno? ogni faretra, ogni asta
Oggi in battaglia a' Rodïan vien meno?
Ed al grande AMEDEO forza non basta
Sì che questo leon si tenga a freno?
Or se per nostro scampo in van contrasta
L'ultimo sforzo del valor terreno,
Ombra oscura di morte oggi mi copra,
Ma procacciando onor per nobil opra.
III
Disse, ed al fianco egli ripose il brando;
E diè di man su la sanguigna riva
A l'armi d'uno arcier, che palpitando
Giacea piagato, e sul morir languiva;
Era di Smirna abitatore, e quando
Spogliar sentissi, egli la bocca apriva,
E sollevando gli occhi omai già spenti,
La voce appena egli spiccò da i denti:
IV
Oh di quale arco intra più forti eletto
Signor diventi, e di che strali egregi?
Se vero Turco sei, prendi diletto
Infra Cristian di saettarne i Regi.
E Telamone: i tuoi consigli accetto,
Moverò con queste armi a sommi pregi,
E s'oggi a segno i miei desiri andranno
Saetteronne il cor del tuo tiranno.
V
Più non disse egli; e l'uno e l'altro corno
Piega de l'arco, e fa volarne il dardo,
Che fende l'aria, e sibilando intorno
Al gran nemico se ne vien non tardo;
Fora di bei tesor lo scudo adorno,
Ma de l'arcier non ubbidisce al guardo,
Che ne l'odiata gola il tenne fiso,
Vedere amando l'avversario anciso.
VI
Quinci fier Telamon la spada afferra,
E sì sen va su la calcata arena,
Che giunge ad Ottoman per fargli guerra,
Che la saetta era posata appena;
Giovine capriol, che rapido erra
Lunge da i can, che 'l cacciator scatena,
Con corso men leggier trascorre l'erba,
Che del timido piede orma non serba.
VII
Tal costui venne, e col lucente acciaro
L'elmo gemmato ad Ottoman percote;
Mille accese faville al cielo andaro,
E sonaro le piaggie indi remote;
I gran diamanti, onde l'elmetto è chiaro,
Il brando, ben che fin, spezzar non pote;
Ben del feroce Re l'animo accese,
Ch'a lui si volse, e sul terren lo stese.
VIII
Spigne l'irata spada, aspro a vedersi;
Piagalo in petto, e sì d'orror l'involve,
Che sul piè Telamon non può tenersi,
Ma cade, e gli occhi per dolor travolve;
Ed ivi i crin via più che l'oro tersi,
Spettacol di pietà, macchia di polve,
E macchia quelle guance, i cui candori
Già di mille donzelle arsero i cori.
IX
Tale albero gentil, che l'aura estiva
E d'un ruscello il mormorar d'argento
Solea nutrire in solitaria riva,
Al crin de le Napee vago ornamento,
S'unqua d'april quando più bel fioriva
Il disperde sul suol rabbia di vento,
Secca le verdi frondi, odor non spira,
E pietà move in chi passando il mira.
X
Mentre in tal guisa di percosse orrende
Cadeano Turchi e Rodïani insieme,
Su quell'orrido strazio il volo stende
Megera atroce, e riguardandol freme.
Ne l'ira acerba, che vostri odii accende,
O de l'antico Adam mal nato seme,
Cadete a morte; e col nostro odio indegno
Saziate alquanto l'infernal disdegno.
XI
Per cotal guisa egli bestemmia, e fiero
Pasceasi il fier demon ne i guerrier morti,
E pure in gran furor volge il pensiero
Si come a' Rodïan tormento apporti.
D'Anteo Mercurial non poco altiero
Fra i cavalier più coraggiosi e forti,
Fabbricossi di nembi il bel sembiante
Ed al gran Folco appresentossi avante.
XII
L'alto AMEDEO, nel cui valor ti fidi,
Ben contra Turchi, egli dicea, fu franco;
Ei caccionne gran turba inverso i lidi,
Le lor vestigia a seguitar non stanco;
Vidi, che 'n fuga ei li disperse e vidi
Che su l'arena gli trafisse, ed anco
Ch'ei si spinse nel mar, folle consiglio,
Che con immenso ardir sempre è periglio.
XIII
Addosso i vinti, che ne gian dolenti
Verso le navi, ei per lo mar trascorse;
Ed ecco, che di nubi e che di venti
Grave tempesta e subitana sorse;
Così tremendo a le nemiche genti
Violenza d'un turbine l'absorse,
Ed a voi senza lui fragil speranza
Per la vittoria e per lo scampo avanza.
XIV
Senza l'invitta spada in van tu studi
Contrasto far ne la tenzon sì dura,
Percossi, infievoliti a casi crudi
Ci condurrà questa giornata oscura;
Suona le trombe, e, se ti par, rinchiudi
Queste poche reliquie entro le mura;
O salva te, ne la cui gran virtute
Rodi confida, e può sperar salute.
XV
Così mentiva; e non aggiunge a queste
Altra parola, e si coprì d'orrore;
E per farsi stimar cosa celeste,
Sparse sul suo sparir l'aura d'ardore.
Turbossi Folco; e ne le ciglia meste
I pensier gravi si leggean del core,
Piangendo il popol suo quasi disperso,
E l'alto pregio d'AMEDEO sommerso.
XVI
Non sa che far de le seguaci schiere,
Se 'n campo dimorar, se dipartire;
In campo dimorar, certo è cadere;
Partirsi, fia con morte anco fuggire;
Se chi parlò, de le superne sfere
Apparve messaggier, non può mentire;
Ma come nel suo dir fian mentitori
Tanti, che d'AMEDEO disser gli onori?
XVII
Tra questi affanni in ver la terra inchina
Tacito il guardo, ed è di duol confuso;
Quando ecco l'Angiol suo gli si avvicina
D'amabile splendor tutto rinchiuso;
E cosparge dintorno aura divina
Tra' mortali a sentirsi odor non uso,
Che 'l cor rinfranca, e ravvivarlo suole,
Indi il volo disciolse a tai parole:
XVIII
Sgombra la tema; e giù del core in fondo,
Stabilissima sia la tua credenza,
E ti rivolgi al Correttor del mondo,
Chè contra il suo voler non è potenza.
Perfido spirto, e de l'abisso immondo,
Apparve poco dianzi a tua presenza,
E come ei fosse de' celesti un nume
L'orribil forma rabbellì di lume.
XIX
Mente, che d'AMEDEO la nobil vita
Giaccia sommersa, e ti sgomenta in vano;
Ben ci spense colà turba infinita,
E di sangue macchiò l'ampio Oceano;
Rado veduta, o fu nel mondo udita
Prova in guerra simil di mortal mano,
Cotanto il sommo Re, che 'n ciel soggiorna,
Il suo campion d'immensa gloria adorna.
XX
Egli feroce, e più che mai possente
Or quì rivolge il piè rapido e lieve;
E come giunga, d'Ottoman la gente
Fia sotto il braccio suo come al sol neve.
Folco, sia fermo il cor, ferma la mente,
Che de la vostra pena il tempo è breve,
E di quel sangue, che per Dio si spande,
Io tel rammento, la mercede è grande.
XXI
Nè di queste battaglie il tempo fiero
Turbar ti deve, o 'l dei raccor per segno
Che 'l Signor sommo de l'eterno impero
Oggi vostra salute aggia a disdegno;
Non è la forma del divin sentiero
Come le strade de l'umano ingegno,
Che Dio per fargli eccelsi e farli chiari
Prova ne le miserie i suoi più cari.
XXII
Su questi detti il suo fulgor nascose
Pur come suol, che disparisca a sera,
Ma sparse incenso, e d'odorate rose
Alma ed incomparabil primavera.
Allor di Folco in ascoltar depose
Ogni preso timor l'anima altiera,
E sul tenor de le parole intese,
Nel magnanimo petto a parlar prese:
XXIII
Qual sarà cor, che di viltà s'offenda
In sommo risco di stagioni armate,
Quando ripensi e del gran Dio comprenda
Sovra i seguaci suoi l'alta bontate?
Ecco è pur verità, ch'Angelo scenda
Inverso me da le magion stellate
E serrando la strada a' nostri danni
Fa manifesti gl'infernali inganni.
XXIV
Come nocchier, che de la chiara Aurora
Volse le negre antenne a i ricchi liti,
E s'attristò ch'a la veloce prora
Torbido euro frenasse i corsi arditi,
Se soffia vento disiato, allora
Alza gli spirti che giacean smarriti,
E crescendo ne l'alma i pensier lieti
Ara i gran campi de l'instabil Teti;
XXV
Tale il buon Folco rasserena in fronte
L'alma cui dianzi afflisse aspro martire,
E le sue squadre a guerreggiar ben pronte
Empie gridando di novello ardire:
Su, cavalier, che se n'andran ben conte
Le vostre prove; ora infiammate l'ire
E reggete furor che stavvi intorno
Fin che 'l forte AMEDEO faccia ritorno.
XXVI
Ei diè lor caccia, e dissipati a pieno,
Parte i Turchi ha sommersi in mezzo l'onda,
Ed or sen viene a noi come baleno
A quì rinovellar strage profonda;
Intanto col valor ch'avete in seno
La patria in sì gran dì fate gioconda,
O vero in sul morir prendiam diletto
Per bella piaga, che ci splenda in petto.
XXVII
Alto così gridava, e tra' bei lampi
Del fiammeggiante scudo ei si rivolta
Là, 've nel pian dei sanguinosi campi
L'aspra turba de' Turchi era più folta;
Nè meno a quel suo dir sembra ch'avvampi
D'ira ogni cavalier, ch'ivi l'ascolta,
Onde al suon de l'acciar che si percote
Rimbombano le piaggie indi remote.
XXVIII
Tal s'a far nave, che l'Egeo spumoso
Deggia sprezzar ne le tempeste oscure,
Vanno boschier su l'Apennin selvoso
Intenti ad atterrar piante più dure,
Allor mentre su' gioghi il bosco ombroso
Geme al ferir de l'arrotata scure,
Alto muggito dan l'alpestri sponde,
Ed eccheggiando ogni antro alto risponde.
XXIX
In altra parte, ove con forte acciaro
Tronca Bostange de' Cristian la vita,
Sen van duo cavalieri a paro a paro,
Col cor superbo e con la destra ardita;
Un colse l'aura, e 'l primo sguardo al chiaro
Sole egli aperse, e fe' nel mondo uscita
La, 've guarda del mar l'alta riviera
Cinta d'ameni colli Udine altiera.
XXX
La schiatta, onde chiarissimo discende
È Colloreto, e non sì tosto crebbe
In gioventù, che per le balze orrende
Orrende belve a sgomentare egli ebbe;
Ma giunto al colmo, ove l'etate ascende,
La finta guerra al fiero spirto increbbe,
E dando pace a' boschi alpestri ed alti
Ornò sue glorie di veraci assalti.
XXXI
Sacrossi in Rodi, e su spalmate prore
Tutte de l'Asia sbigottì le rive,
E de' fieri ladron domo il furore,
Mille lor vele già menò captive;
Or quì col brando in pugno al suo valore
Termine per timor non si prescrive,
Intrepido di core, altier d'aspetto,
E bianco i crin Timoleon fu detto.
XXXII
Fulvio con lui ne la stagion sì rea
S'aggiunse pronto nei perigli illustri,
Nobile cavalier, ch'allor correa
Lo spazio giovenil di sette lustri;
Leggier sul piè, forte di man spargea
Di rose ambe le guancie e di ligustri,
E di lucido pel, vago ornamento,
Quasi di nube d'or, fasciava il mento.
XXXIII
In riva a l'Oglio comandava il padre
Bozolo lieto, di magion Gonzaga,
Magion, che nel sudor d'opre leggiadre
Stancar le membra, ed i pensier s'appaga;
Fu Colonnese infra Latin la madre,
Gente d'imperii e di vittorie vaga,
E forte ei s'affrettava a' pregi eterni
Sferzato il fianco da gli onor paterni.
XXXIV
Gridava ferocissimo in sembianza:
O Cavalier, l'umana vita è frale,
Ed in conviti ed in piacevol danza
Ed in ozio d'amor pur batte l'ale;
Or se morir convien, ch'altro n'avanza,
Salvo con la virtù farsi immortale?
Sì dicendo, fra' Turchi oltra si spigne,
Nè men Timoleon la spada tigne.
XXXV
Come talor scagliosi il curvo dorso
A salto, a salto se ne van delfini
Terror portando col terribil morso
Entro i minuti eserciti marini,
Tal per diversa via volgendo il corso
Sen van quei duo baron tra' Saracini
Pur con le spade in man facendo audaci
Il già perduto cor dei lor seguaci.
XXXVI
Ma là dove del mar trascorre al lito
L'aspro torrente infra l'arene e i sassi,
D'asta crudel la destra man ferito,
Gualtier Vitelli avea fermato i passi,
E benchè sperto e ne i perigli ardito,
Con fronte oscura e tutto grave ei stassi
Perch'al suo campo da' nemici oppresso
Più soccorso prestar non gli è concesso.
XXXVII
Ivi seco vicin prende riposo,
Ambe le gambe stranamente offeso,
Alderan Cibo, e pur sen sta doglioso
Che gli han le piaghe il guerreggiar conteso.
Entrambi udian volar grido orgoglioso
Da i Turchi petti, e da timor sorpreso
Vedeano il campo Rodïan sfidarsi,
Onde i lor volti di pietà son sparsi.
XXXVIII
Qual ricco montanar quando matura
Già splende l'uva, onde gioire ha speme,
Se trabocca da ciel tempesta oscura,
Ei che schermire non la può, ne geme;
Ah che mal da le grandini sicura
Fia la vendemmia; ah che co' venti insieme
Le belle frutte in sul terreno andranno,
E la speranza perirà de l'anno:
XXXIX
Sì fatti in rimirar feansi i guerrieri
Mal atti in guerra a maneggiare acciaro;
Alfin disse al compagno il buon Gualtieri:
O de' grandi avi tuoi germe più chiaro,
Sì come il corso de gli uman pensieri
Erri qua giuso io nuovamente imparo,
Ed oggi fassi la mia mente esperta,
Che mortal vita è di suo stato incerta.
XL
Prencipe quì fra noi d'alta memoria,
Con armi eccelse jeri AMEDEO sen venne,
E la spada vibrò con tanta gloria,
Che 'l campo d'Ottoman poco il sostenne;
Ma nel presente dì l'alta vittoria
Non ci mantien, di che speranza dienne;
E pur s'oggi per noi langue sua mano,
Quanto jer si vinse, sarà vinto in vano.
XLI
Dunque fia ver, che miserabil vegna
Di Rodi il nome? e ch'Ottoman calpesti
A suo pieno voler la nostra insegna?
E l'ordine di noi tanto funesti?
E che per me ne la miseria indegna
Un avversario sol non si molesti?
E perchè de' nemici alcun non cada,
Divietato mi sia stringer la spada?
XLII
Ah non la destra man dianzi ferita
M'avesse stral ne la battaglia rea,
Ma m'avesse quadrel tolta la vita.
Ei così d'ira e di dolor fremea;
L'altro buon cavalier poscia ch'udita
Ha l'amica querela a dir prendea,
Consolando in Gualtier gli aspri tormenti
Con magnanimo suon di dolci accenti:
XLIII
Veggo il risco mortal; Marte travaglia
Con estremo rigor le nostre schiere,
E mal sostiensi omai tanta battaglia
Con la forza de i duci e col sapere;
Io non l'oso negar, ma non ten caglia,
Lo scettro Rodian non può cadere
Poscia che contra il Turco, e l'armi infide
Eroe sì glorioso il Ciel provvide.
XLIV
L'altissimo Signor, che 'n ciel governa,
Tal volta abbassa la mortal possanza
Acciocchè l'uom ne la bontate eterna
Impari di ripor la sua speranza;
Quanto appartiensi a noi, perchè si scerna
Nostro valor, che più d'oprar n'avanza?
Se di battaglia nostre man fur vaghe,
Il narreran le sostenute piaghe.
XLV
Sì fatte note egli formava ancora
Ch'un duce venne, e ne venia con pena,
Sì da la testa, ove il bel crin s'indora
Bagna le guancie sue sanguigna vena,
E turbato Alderan diceva allora:
L'oscura faccia ch'esser suol serena
Oggi a mal giudicar forse m'adduce?
Dimmi: sei tu de' Cesarini il duce?
XLVI
Quei s'inginocchia, e frettoloso immerge
Il volto afflitto ne le limpide onde,
E con le mani diguazzando il terge
E s'innalza ver loro; indi risponde:
Chiari campion per cui l'Italia s'erge
Con gloria tal, che non sfavilla altronde,
Ecco riman, quando più forte schermo
Ne chiedea Rodi, il valor nostro infermo.
XLVII
Quivi disse Gualtier: quando in periglio
Fan di se prova i cavalieri armati,
Deh quale a noi si porgerà consiglio
Da potersi fornir, benchè piagati?
Giunse il Romano: a consigliar non piglio
Ch'escano a guerreggiar duci storpiati
In orribile campo, ove contrasta
Popolo armato di faretra e d'asta.
XLVIII
Ben vi dirò, che con mirabil mano
Ha gran parte de' Turchi in fuga spinta
L'alto AMEDEO, sicchè per lui sul piano
Ed in riva del mar rimansi estinta;
Ma mentre che da noi pugna lontano,
Ottoman quasi nostra gente ha vinta,
Se non se quanto Folco e i duci insieme
Non vengon manco a le speranze estreme.
XLIX
Se puon durar fin che dal mar sen rieda
Il Cavalier, ch'a noi dal Ciel fu scorta,
Fian dati i Turchi de la morte in preda,
E non meno Ottoman con lor fia morto.
Or, perchè l'opra che bramiam succeda,
A noi stessi per noi diasi conforti,
Andiam colà; combatterem co' detti,
Se non co' brandi, co' feroci aspetti.
L
E se buon vi rassembra, ergasi il core,
Porgansi preghi a la bontà divina,
E con voto fedel facciamo onore
Al santo eccelso, che Galizia inchina.
Gualtiero allor dicea: chiaro splendore,
E vivo lampo di virtù latina,
Che dici tu, che da lodar non sia?
Poi fer suoi voti, indi ciascun s'invia.
LI
Ognuno è pronto; e le possanze frali
Del corpo afflitto avvalorar s'ingegna,
E van tra sassi e tra volanti strali
Là dove del Baglion ferma è l'insegna;
Ivi, come gli assalti aspri e mortali
E le percosse disprezzar convegna,
Narravano a' soldati assai smarriti
E col sembiante li faceano arditi.
FINE DEL CANTO XIX.
ANNOTAZIONI
AL CANTO XIX.
Argomento postovi dal Chiabrera: «Nel XIX si continua di narrare la
battaglia fra Ottomano e i Rodiani.»
La prima censura del Cav. d'Urfè sopra questo canto è tolta dall'arte
militare; ed in questa certamente non era perito il Poeta, benchè
fosse uomo non timido, ed in gioventù avesse non una volta sfoderata
la spada: ma ben altro è un duello, o una rissa, ed altro la
cognizione delle militari ordinanze. Ascoltiamo l'Urfè: »Il fait que
Ottoman vient aux mains avec Telamon sans nulle observation de l'art
militaire, parce qu'ayant dit que Foulques de touttes ses gens avoit
fait un bataillon, commant sans avoir dit qu'il soit ouvert ou
seulemant attaqué, dit il qu'Ottoman vienne aux mains avec Telamon?
Mais il ne faut pas trouver ce combat estrange, car tous les autres
sont faits de mesme.»
Pieno di bellezze poetiche è questo canto XIX. considerandone le parti
ad una ad una; sia per le descrizioni vive ed evidenti, sia per la
locuzione veramente poetica, e l'armonia del verso; ma il tutto, il
_totum_ di Orazio, non è immune dalla critica dell'Urfè: »Les visions,
discours et apparitions des Esprits contiennent la plus grande partie
de ce chant, qui est une chose bien importune.» Il critico non ha
torto.