ARGOMENTO.
_Racconta a Dardagan Panta ferita,
Che per Alfange vendicar ne muore.
Egli della donzella a se gradita
Sente novella; dove il guida amore
Corre a cercarla, e quella trova in vita.
A lui promette Berenice il core,
Se dona morte al sommo Duce Ispano;
Ed egli tosto il fa cadere al piano._
I
Quivi da l'armi e da lo stuol più folto
Fuggia Seleuco scolorito in faccia
Verso le mura; e pur sul piè disciolto
Fier Dardagan ne la vil fuga il caccia,
E da se per la via lunge non molto
Vede un guerrier, ch'impallidito agghiaccia
Versando sangue, ed irrigando il piano,
Dal braccio, onde recisa era la mano.
II
Siede in sul suolo, et ad un tronco annoso
Di salvatica quercia appoggia il fianco,
E mal reggeva, a rimirar pomposo
Per grande ala di cigno il cimier bianco;
Or visto Dardagan, nel cor doglioso
Gli spirti aduna, che venian già manco,
Indi la lingua nel gran duol dispiega,
E che s'arresti ad ascoltare il prega:
III
Guerrier, se di Maoma il nome adori,
Deh per un tuo consorte il corso affrena,
Chè se teco disfogo i miei dolori,
Sarà men grave del morir la pena.
Ed ei rivolto de le spoglie a gli ori,
Ed a l'angoscia che a morire il mena,
Vinto da la pietà rompe il cammino
Ed a l'egro Campion fassi vicino.
IV
E così gli dicea: sgombra l'affanno,
Che per te non mortal fia la ferita;
E prendi a dir; tuoi desideri avranno
Di vera fede ogni cortese aita;
Qui l'altro fra' sospir ch'al ciel sen vanno
Lentamente soggiunge: odio la vita;
E come sian miei detti al fin venuti,
Non mi saprai dannar, ch'io la rifiuti.
V
Caso dirò, che di tacersi è degno;
Ma perc'ho di morir fermato in mente,
Per mio conforto a favellarne vegno;
Dunque presta al mio dir l'orecchie attente:
Ebbi per patria di Panfilia il regno,
E nacqui in Perga di ben nobil gente,
Donna di gran tesor, Panta è mio nome,
Or moro in Rodi, e narrerotti come.
VI
Reggeva Alfange de le genti armate
In quei paesi a suo volere il freno,
Alfange, a cui ciascun d'alta beltate
Negò trovarsi paragon terreno;
L'alme sembianze, e da ciascun lodate,
Appena viste io pur lodai non meno,
Ed a la vita mia d'aspro tormento
Ciò fu cagion, ma non però men pento.
VII
Un dì d'april, che la stagione acerba
Sen fugge, ed è del Sol più chiaro il lume,
Per le campagne io mi godea su l'erba
L'odor de' prati al mormorar d'un fiume;
Ed ecco in pompa di tesor superba,
Ed in sembianza oltra l'uman costume
Alfange a gran destrier lentava il morso,
Seguendo l'orme d'un bel cervo il corso.
VIII
Ornavano con frange il busto altiero
Su ceruleo tabì nastri gemmati;
Ed in faretra custodiva arciero
Scherzo de le sue man strali ferrati;
Spandea fuor de la bocca il buon destriero
Forte i nitriti e da le nari i fiati,
Falbo di manto, e riposava appena
I piè non stanchi in su l'erbosa arena.
IX
Ma sul volto, onde pel non anco usciva,
Infra gigli fiorian rose novelle,
E da lo sguardo sfavillar sì viva
Luce vedeasi, come in ciel due stelle;
Parean di sua beltà la bella riva
E la bell'onda divenir più belle,
E l'aura vaga gli volava intorno
A far più l'oro de la chioma adorno.
X
A tanta vista io mi rivolsi, e stretto
Tenere il fren non valsi a' miei desiri
Sì, che da me rubella uscì dal petto
L'anima tra gli affanni e tra i sospiri,
E, come dir non so, provai diletto,
E ne l'istesso tempo anco martiri,
E pianti sparsi, e trasformai sembiante
In gran pensieri ora arsa, ora tremante.
XI
Al fine io seco di sposarmi elessi,
Quinci l'immense mie ricchezze offersi,
Ed esposi ver lui preghi dimessi,
Nè furo i suoi pensier da' miei diversi;
Degnommi in somma; ma quei giorni istessi
Erano i duci d'Ottoman conversi
A l'assalto di Rodi, ond'egli pose
Indugio a terminar l'opre amorose.
XII
Così sarpossi, e l'ampie vele alzaro
Lunghi nel mare a ritentar viaggi;
Allora in Asia m'apparì men chiaro
Il Sole, e foschi rimirai suoi raggi;
E solo a' sensi miei vita serbaro
I mandati da lui spessi messaggi,
E col pronto pensier la rimembranza
E la sì cara a gli amator speranza.
XIII
Ma pur le ciglia lagrimose e meste
Portai mai sempre; e vaghe piaggie e liete
Furonmi lassa a rimirar moleste,
Nè da' sonni notturni ebbi quiete;
S'a te l'armi d'Amor son manifeste,
O mai cadesti a l'invisibil rete,
Non mi saprai negar, che non sia forte
Di lontananza il duol come la morte.
XIV
Che far dovea? de le guerriere imprese
Il fine aspetto? la dimora è rea;
Vadone a lui? se mi partia, palese
Vario contrasto apparecchiar vedea.
In cotale stagion dunque si prese
Il consiglio per me, che rimanea;
In militari spoglie io mi rinvolsi,
Ed a la vecchia madre indi mi tolsi.
XV
Chiara di sangue una compagna sola
Eleggo taciturna a mio conforto;
Dassi de' remi in acqua, il legno vola,
Giungo di Rodi lietamente in porto;
Quì d'Alfange dimando, altra parola
Misera non udii, salvo egli è morto;
Ah fossi stata sorda e stata muta,
O sommersa nel mar pria che venuta.
XVI
Velasco, duce de le torme ispane,
Crudo il trafisse; io di morir fermata
Tutto oggi seguitai l'arme ottomane,
Ed era meco la compagna armata;
Fu nostro voto ritrovar quel cane
E co' denti sbranar la carne odiata,
Ed il sangue succhiar de l'empie vene,
E per tal guisa vendicar mie pene.
XVII
Ma ci provammo in van; scura mia vita,
Chè de gli afflitti non ha ben la speme;
Pugnai, ma come vedi empia ferita
E le mie forze, e le mie membra ha sceme;
Così carca di pena aspra infinita
Corro languendo inverso l'ore estreme;
Pur del punto mortal prendo diletto
Che porrammi d'Alfange anzi il cospetto.
XVIII
Così diceva, ed inchinò la fronte
Di dolor grave; e Dardagano allora,
A cui di lei le dignità son conte,
Dolce risponde, e quanto può l'onora:
Donna, mie voglie a te servir son pronte,
Di Panfilia nel regno io fei dimora,
Et ad Alfange il bel vissi devoto,
Fui seco in Perga; non parlasti a vôto.
XIX
È ver che su le mura ei cadde a terra,
Ma cadde carco d'onorati fregi,
E sì fatto morir non spiacque in guerra
In alcun tempo ai sommi Duci e Regi:
Or per segno d'amor, ben che sotterra,
Certo ei non vuol che con la morte il pregi
Rompendo in sul fiorir tuoi giorni acerbi,
Ma che tu viva, e sua memoria serbi.
XX
L'ignota fuga da natii paesi,
E dentro Rodi aver fermato il piede,
Non ti perturbi il petto; alme cortesi
Potran forse biasmare atto di fede?
Tal con accenti di pietate accesi
L'afflitta donna a consolar si diede
Frodando in parte sue miserie; ed ella
Ostinata a morir così favella:
XXI
Di duo desiri la speranza avrei
Cara morendo, ch'a le patrie genti
S'esprimesser veraci i desir miei;
E questi in guerra ch'io soffrii tormenti;
Forse andranno colà d'infamia rei
I miei pensier ch'ebbi d'amore ardenti,
S'a mio danno avverrà, ch'amica lingua
A l'orecchie d'altrui non li distingua.
XXII
E pur da me ne la battaglia dura
Fu la compagna mia dianzi divisa;
Or chi le narrerà l'aspra ventura
De le mie piaghe? ch'io rimasi ancisa?
Deh ritrovarla, o Cavalier, procura,
Se sei pietoso, e del mio duol l'avvisa:
Perchè de la compagna almen si dolga
E le misere membra indi raccolga.
XXIII
Ha purpureo cimier, purpurea vesta
E ne lo scudo l'immortal Fenice;
Senza destrier co' piedi il suol calpesta;
E nacque in Perga; il nome è Berenice.
Qui subita d'amor calda tempesta
Sorge nel petto a Dardagano, e dice:
Non morir, no, le mie preghiere intendi,
Salva te stessa, ed a sperare apprendi.
XXIV
Forse dolce stagione anco ritorna;
Ma Berenice nel guerriero orrore
Come lasciasti tu? dove soggiorna?
Averà scampo dal cristian furore?
Ah che de gli occhi e de la fronte adorna
Son posto in fiamma e mi si stempra il core;
E de le chiome e del bel volto a i rai
Sono i miei spirti inceneriti omai.
XXV
Mentre il Turco dicea, dal dolor vinta
Languia la Donna e già veniasi meno,
Ed in freddo pallor tutta ritinta
Faceasi de la fronte atro il sereno;
E già la luce è ne lo sguardo estinta,
E già s'ammorza il respirar nel seno.
Dardagan fiso la riguarda e piange;
Ella trapassa, e mormorava Alfange.
XXVI
Poco presso la Donna il piè riposa
Sovra il sanguigno suol stesa e gelata
Del Turco cavalier l'alma amorosa
Per fervido desir tutta agitata;
E spesso cangia via, creder non osa
Che sia tra' rischi de la gente armata
La gentil Damigella, e quinci ei prende
A lei cercar fra le disperse tende.
XXVII
Pentesi poscia, e ver colà sen giva
Ove più de la guerra il grido è fiero;
E scorge non lontan, che su la riva
Movea quasi smarrito un cavaliero;
Come fu da vicin, rosso appariva
Ondeggiar su la fronte il gran cimiero,
E d'ostro rosseggiar la sopravesta,
E quinci in Dardagan speme si desta.
XXVIII
Affretta i passi, e de le ciglia il lume
Affisa de lo scudo entro l'acciaro,
E vede ivi dipinto arder le piume
L'augel, c'ha ne la morte il suo riparo;
Allor, come gli amanti han per costume
Fu gelo, ed i suoi spirti in fiamma andaro;
Fermossi, e poscia di se stesso in bando
Rapido in verso lei mosse gridando:
XXIX
O tanto amata, o del mio cor desire,
E qual ventura or mi ti fa presente?
Vaneggio io lasso? o pur del tuo venire
Con esso me l'altrui parlar non mente?
O Berenice. A così fatto dire
La Donna di timor s'empie repente,
E di se stessa gelosia la punge,
Nè sa parlar; ma Dardagan soggiunge:
XXX
Deh qual temenza oggi t'ingombra il core?
Perchè taci con me? chi ti ritiene?
Panta mi rivelò l'atto d'amore
Per cui venisti ignota in queste arene;
Io mi son Dardagan; pensa l'ardore
Che sì forte m'avvampa entro le vene;
E di chi muor per te prendi mercede,
E confidati omai ne la mia fede.
XXXI
Ahi lasso me, fra tante spade e tante,
Perchè nel cor non mi passò ferita?
O d'AMEDEO non traboccando avante
Sotto la fiera man perdei la vita?
Dunque sarò sì sfortunato amante,
E fia la fede mia sì mal gradita,
Ch'oggi per mio conforto, e per tuo scampo
Tu mi rifiuti fra tante arme in campo?
XXXII
La Donna udendo, di stupor non poco
L'anima adempie, indi formò tal note:
Panta quando lasciasti? ed in che loco?
Spavento de' suoi rischi il cor mi scote.
E quegli ardendo in amoroso foco
Le trapassate cose a lei fa note,
Come Panta incontrò, ciò ch'ella disse,
E come de la piaga alfin morisse.
XXXIII
A questo annunzio da cordoglio oppressa
Disciolse Berenice alti sospiri,
E tratta dal dolor fuor di se stessa
Stavasi taciturna infra martiri.
Dardagan tace alquanto, indi non cessa
Di seguir gli ardentissimi desiri,
E raccogliendo i suoi pensier, dislega
Alfin la lingua, e sì lusinga e prega:
XXXIV
Quantunque di pietà spada rubella
Abbia chiusa la strada a' desir vostri,
Pur grandi atti di fede inver la bella
E nobil Donna son per te dimostri,
Qua giuso in terra narreransi, ed ella
Non taceralli ne' superni chiostri;
Però tanta tuo cor doglia non prenda
Del caso occorso, ove non vedi emenda.
XXXV
E se Panta apparì tanto amorosa
Ch'a la patria lasciar dispose il core,
E corse per lo mar via perigliosa,
E de la morte soverchiò l'orrore,
E se tu fosti a lei seguir bramosa
Là, 've sì forte la traeva amore,
Gran miracol parrà, s'oggi disprezza
Pur di lasciarsi amar tua giovinezza.
XXXVI
Ma se la legge appresso te s'onora
Che per ogni mortal detta natura,
Deggio sperar, che tua pietate ancora
Porga a le fiamme mie lieta ventura;
O sempre cara e fortunata l'ora
Che nella mente mia sì fresca dura,
Quando questi occhi a tua beltà conversi
Non mai qua giù nel mondo usa a vedersi.
XXXVII
Ne la bella stagion, che 'l Sol rimena
Più lunghi i giorni, ed ei più caldo appare,
Tu sul vago mattin presso l'arena
In snella prora trascorrevi il mare;
Mormorava nel cielo aura serena
Onde erano a mirar l'onde più chiare,
Il mondo tutto di beltà splendea,
Ma teco posto in paragon perdea.
XXXVIII
Candida era tua gonna, e d'ognintorno
Dispiegava tesor d'aurei lavori,
E di ricchi giacinti un cinto adorno
La stringeva sul sen tra smalti ed ori,
E su le chiome, onde fin oro ha scorno
Spandeva cari odor cerchio di fiori,
E tal con ammirabili sembianti
Lieta formavi ora sorrisi, or canti.
XXXIX
Se 'n quelle spume, e d'Ocean nel regno
Hanno incogniti numi alcun ricetto,
Come affermarsi suol, credere è degno
Ch'allor fosse ciascuno arder costretto;
Io certamente senza alcun ritegno
Corsi a le fiamme, e tutto accesi il petto
E dentro a giocondissimo martiro
Se n'andò la mia vita in un sospiro.
XL
Da indi innanzi non sentii giammai
Ne gli occhi sonno e ne la bocca riso;
Ben portai sempre, e tu medesma il sai,
Scura la fronte e scolorito il viso;
Ed in foco, ed in giel piansi e cercai
Conforto al cor da' tuoi begli occhi anciso;
Sparsi lamenti ognor, querele crebbi
A te chiedendo aita, e mai non l'ebbi.
XLI
Deh, se spedita da gli umani affanni
Passi in prosperità ben lunga etate,
E mal grado al venen de gl'invidi anni
Veggasi rifiorir tua gran beltate,
Ostinato rigor non mi condanni
A sempre tormentar senza pietate,
E non si faccia del mortal mio scempio
A l'alma de gli amanti odioso esempio.
XLII
Al fervido pregar tien Berenice
I fulgidi occhi in Dardagano intenti,
E dopo alquanto apre la bocca e dice,
Mentre colui sparge sospiri ardenti:
Certo il nostro pensier fu mal felice;
Ma non sian pronte a biasimar le genti
Se noi sponemmo ne la guerra ardite
A l'inimico acciar le nostre vite.
XLIII
Che se donzelle, ed a non cinger nate
La spada, ed a pugnar poco guerriere,
Contra ogni belva non per tanto armate
Fummo famose e bene esperte arciere;
Or di questo non più: le membra amate
Vili sul suol non lascerò giacere,
E vedrà procurar l'alma diletta
La sua bramata infra Cristian vendetta.
XLIV
Dunque disponti, ed al guerriero ispano,
Ch'ad Alfange portò l'ora funesta,
Movi all'incontra, e con la nobil mano
Fa traboccar l'abbominata testa;
A sì gran risco non ti poni in vano,
Chè di me conquistar la strada è questa;
Tuo valor gradirò, quando ti caglia
Questa, ch'io dico, esercitar battaglia.
XLV
Allora Dardagan, sparso la faccia
Di novo gaudio, e sfavillando i guardi,
Non può frenarsi, ed a l'Ispan minaccia,
E gli assalti al suo cor sembrano tardi;
Innalza l'arco, e grida: in van procaccia
Schermo contra il ferir di questi dardi;
Del più forte ed acuto il cor gli piago:
Non temer, donna, il tuo desire è pago.
XLVI
Conosco lui, le spoglie onde egli è adorno;
Ho contezza de l'armi, onde risplende,
E so, dove poc'anzi ei fea soggiorno,
E colà tuttavia forse contende;
Ma, s'egli a disparir quinci dintorno
Non veste l'ali ed a volar non prende,
O pur non si sommerge in mezzo a l'onda,
Non fia, ch'oggi a miei guardi ei si nasconda.
XLVII
Così diceva, e con la donna a lato,
Ove la gente combattea s'invia,
E gli occhi volge ad ogni duce armato,
Ed armi e spoglie fissamente spia;
Nè molto va, che 'l cavalier cercato
Da lunge scorge; ei coraggioso apria
Folto stuolo de' Turchi, e si fea strada
A somme glorie con la nobil spada.
XLVIII
Qual vien tra' gioghi d'Apennin canuti
Per molta neve il cacciator gioioso,
S'alfin ritrova de' cinghiali irsuti
L'aspro covil tra dure selve ascoso,
Tal gode il Turco, e de gli strali acuti
Un tinto di licor più venenoso,
Pon su la corda, indi traea dal core
Fervide voci e ripregava amore:
XLIX
Amor, che su per l'alto il volo affretti,
Ed in terra ed in mar dispieghi l'ali,
Sì ch'al nome di te rendi soggetti
Con la faretra eterna i cor mortali,
Amor mio solo nume, odi i miei detti,
E contra quel fellon reggi miei strali,
Perchè sgombrando il cor d'aspri dolori
Più le tue leggi e le tue forze onori.
L
Sì grida, e di grande ira arso le vene
Scocca il fiero quadrel con studio intenso,
Che trasvolando va l'aure serene,
Rivolgendo al suo suono il popol denso;
E finalmente al grande Ispan perviene;
Nè tanto valse de lo scudo immenso
Il terso acciaro e l'interzate cuoia,
Che di quel colpo il cavalier non muoia.
LI
Trafitto a sommo il petto egli trabocca;
E sembrò scoglio, che per lunga etade
Combattuto da l'onde al fin dirocca,
E fa lunge sonar l'erme contrade.
Il Turco a lieti gridi apre la bocca,
E volto a riguardar l'alta beltade
De la donna gentil fatta gioiosa,
Ei non tiene nel cor la fiamma ascosa.
LII
Dicea: nobil cagion de' miei martiri,
Tue giuste voglie ecco appagate or vedi
Per la faretra mia: s'altro desiri
Dal tuo fedele, apri la bocca e chiedi;
Se con nemico duce altro t'adiri,
Te 'l mirerai senza dimora a' piedi
Qui da me tratto a supplicar la vita,
E spegnerollo con mortal ferita.
LIII
Degg'io trapassare alpe? o varcar fiume?
O trascorrer di mare onde spumose?
Tutto farò; di vero amor costume
È superar l'insuperabil cose;
O chiara fronte, e de' begli occhi o lume
Onde avrà la mia vita ore gioiose,
O alma in terra ed immortal sembianza,
Come quì vi ritrovo oltra speranza?
LIV
Non ben duolsi d'Amor l'umano ingegno
Come solo comparta affanni estremi,
Ch'egli al fin con ragion governa il regno,
Ed a chi merta non defrauda i premi.
Così parlava, e che non stava a segno,
Ma vaneggiava ne' piacer supremi,
Vide la bella donna, onde sorrise,
Ed a quel favellar termine mise.
LV
Poi ch'oggi senza Panta il Ciel mi serba,
Dic'ella, in vita lagrimosa e dura,
Scorgimi tu dove ferita acerba
Sparse i begli occhi suoi di nebbia oscura;
Il nobil corpo, che si sta su l'erba,
Chiama da la mia fe' sua sepoltura;
Nè da quest'alma afflitta ella s'oblia.
Ratto ascoltando Dardagan s'invia.
FINE DEL XVIII CANTO.
ANNOTAZIONI
AL CANTO XVIII.
«Nel XVIII si raccontano gli amori di Panta e di Alfange; e di
Dardagano e di Berenice.» Questo è l'argomento postovi dal Poeta.
Le censure del Cavaliere d'Urfè sovra questo canto sono due. Ecco la
prima: »Pante raconte a Dardaganio (_sic_) sa fortune, estant si
blessée, qu'elle meurt a l'heure mesme: le poete la fait amuser en cet
estat a descrire des choses ou il ny a pas apparance, comme a
particulariser la beauté des habits d'Alfange et de son cheval, ny
ayant pas apparance que se santant deffaillir elle s'amusat a ces
petites choses.» Non ardirei allontanarmi dall'opinione del Critico.
Trascrivo la seconda: «Le discours long de Dardagonio (_sic_) avec sa
maistresse est hors de temps, car il s'amuse a desduire (leg.
_descrire_) les habits de sa maistresse et la douceur de son chant au
lieu de vanger Pante, d'en aller querir le corps et l'enterrer, ou
faire quelque autre chose conforme au lieu, au temps et la personne.»
È verissimo che Dardagano si piace nel descrivere il vestire e
l'adornarsi il capo di Berenice; ma non trovo che si fermi a parlare
del canto di lei; avendolo appena ricordato nell'ultimo verso della
st. 38:
Lieta formavi ora sorrisi, or canti.