CANTO XVII.

ARGOMENTO.

_Rompe le fila de' cristiani armati,

Ed opre Ottoman fa d'alto valore;

De' Saracini stan le Furie a' lati,

E van crescendo a' colpi lor vigore,

Nè minor prova i cavalier crociati

Fanno dell'armi nel marziale ardore;

Chè Folco, e Astor Baglione in varj modi

Vanno allori cogliendo a pro di Rodi._

I

Già spento il campo, o per fuggir disciolto

Stato saria; ma ne la sorte rea

Che 'n ritonda battaglia ei fosse volto

Il saggio Folco comandato avea;

In cotal guisa raggirando il volto

Con lunghissime picche ei difendea

Per la vittoria a l'inimico i varchi,

Esposto solo al tempestar de gli archi.

II

Tre fiate Ottoman con man ferrata

Di fulgida asta il corridor sospinge,

E tre fiate quella selva armata

D'acutissimo ferro il risospinge;

Quivi Aletto di rabbia arsa infocata

Pure al soccorso d'Ottoman s'accinge,

I metalli sì folti ella dirada,

Ed egli corse ed occupò la strada.

II

Allenta il freno, e su le turbe spente

Del rapido destrier punge la pancia,

Ed al guardo de' popoli fremente

Mostra la punta de l'orribil lancia;

Ora de' Rodian tronca la gente,

Or d'Italia, or di Spagna, ora di Francia,

E pieno il cor d'inestinguibile ira

Cento braccia a lor morte ei si disira.

IV

Nato in Narbona il buon Danese ancide

Piagato in fronte, indi Gusmano atterra;

L'ampia Siviglia il crebbe; ei gli recide

Le ciglia e gli occhi in tetro orror gli serra;

Grison, cui par Sebeto unqua non vide

In maneggiar corsieri incliti in guerra,

Lacerato le fauci anco trabocca,

E sangue e denti gli cadean di bocca.

V

A l'Anguisciola altier rifulse in vano

Il biondo crin per impetrar salute,

Nè per Baldi fermar l'orrida mano

Le lunghissime chiome omai canute;

Scannati entrambo insanguinaro il piano.

Sospirò di colui l'alta virtute

Piacenza in riva il Po, l'ermo Appennino

Pianse costui là, 've s'estolle Urbino.

VI

E gridava Ottomano: ite, mal nati,

Ove celebra Amor dolci imenei;

Ite sparsi di fior, d'ambra odorati,

A giocar canne, a passeggiar tornei;

Non son per vostra man brandi affilati,

Nè sanguinosi acciar; vostri trofei

Sono in danza apparir con chiome attorte;

Quì conviensi incontrar piaghe di morte.

VII

Così gridando in su l'arcion sen vola

Riarsa di furor l'alma sdegnosa,

E ne la man, che tante vite invola,

L'acerbissima lancia unqua non posa;

Tratta appena egli l'ha da l'altrui gola,

Che 'n fondo a l'altrui petto ei l'ha nascosa;

E su monti d'estinti e di feriti

Saltando il buon destrier spande i nitriti.

VIII

Crolla gli orridi crini e i passi volve

Con guardi accesi calpestando intorno

Sì ch'omai carco di sanguigna polve

Le gemme oscura, onde fiammeggia adorno;

Godene Aletto, e di fulgor l'involve

Torbidamente, e seco fa soggiorno

Fremendo, urlando, e diffondendo a' venti,

Suono infernal di spaventosi accenti.

IX

Etna s'avvampa da la tomba oscura

Sembrò 'l rimbombo che dal mostro usciva,

Mugghionne il monte, ne tremar le mura,

Scossesi il suol de la marina riva;

Quì palpitante di percossa dura

Agaffino sul suol già si moriva,

Molle e tinto di sangue e petto e chiome,

Pregio non scuro de' Solari al nome.

X

Nacque in Piemonte, e presso il Po, là dove

Volve non grande ancor la nobile onda,

Comandava a Moretta, onde non move

Vaga di sì bel pian Cerere bionda;

Ma disioso d'onorate prove

Si tolse a l'ozio de la patria sponda

A ciò che fra' mortali oblio nol copra,

E comprò gloria con mirabile opra.

XI

Magnanimo garzon l'angoscia vinse

De l'aspre piaghe, e raccogliendo in seno

I fuggitivi spirti un'asta strinse

Col vigor de la man, che venia meno,

Ottoman passa, ed ei l'acciar sospinse

Nel ventre al corridor; pon sul terreno

Tosto le piante il fier tiranno e rugge,

Ma dal buon vincitor l'alma sen fugge.

XII

Scorse la prova di virtù ben chiara

E di memoria singolar ben degna

Ercole Pio, che la gentil Ferrara

Diede di Rodi a la sacrata insegna:

Ed onde meglio a guerreggiar s'impara?

O chi valor più vivamente insegna?

Volto al fiero Guglielmo ei sì favella,

Che Modenese de Rangon s'appella.

XIII

Ed ei: se morto omai fece ritorno

A' duri assalti, ed illustrò sua fede,

Qual non sarà per noi picciolo scorno

Ove da' rischi si ritiri il piede?

Oh d'un sì fatto ardir mio nome adorno

Vada volando a la paterna sede,

Sì che talor membrando armi e furori

Con meraviglia il cittadin m'onori.

XIV

Sì dice; e sparso d'ardimento il ciglio

Contra l'empio nemico il petto accende,

Lento non più che volator smeriglio

Che su drappel d'alodolette scende;

Nè meno ogni altro nel mortal periglio

Porge a vicenda i belli essempi e prende:

Anzi a la patria procacciando aiuto

Timassarco movea benchè canuto.

XV

Ben del vecchione altier l'aspro sembiante

Seco ha stranio terror, ma le ferite

Non san poscia onorar la man tremante,

Ch'aria piagando se ne van smarrite;

Pur fermando in sul suol salde le piante

Solleva giù dal cor parole ardite,

E dice ad un ch'a lui vicino è fermo,

Ed era lume del real Palermo:

XVI

Fu Valguarnera, ei con faretra al tergo

Arco tendea, che formidabil suona,

E spingea stral, cui non reggeva usbergo;

A costui Timassarco alto ragiona:

Se la virtù, c'ha nel tuo core albergo

Felicità di stral non abbandona,

Sì che trabocchi il gran nemico a terra,

È tua la palma di sì nobil guerra.

XVII

Che dunque badi? e quei risponde ardito:

Tre dardi ho spinti i più crudeli e fieri,

Ma fu da tutti il mio pensier tradito;

Di questo quarto non so ben, che io speri;

Così dicendo fa volar spedito

Quadrel non vile infra maestri arcieri;

Ei ratto andava ad Ottoman nel petto

Ma s'interpose e traviollo Aletto.

XVIII

In quel momento formidabil voci

L'orride squadre d'Acheronte alzaro,

E dal soccorso lor fatti feroci

I Turchi al fine il Rodian sforzaro;

Per l'abbattute picche entrar veloci

Lasciando gli archi, ed impugnar l'acciaro

Con forte man de le ritorte spade,

E piagando correan per varie strade.

XIX

Alto crollando de le piume sparte

I gran cimier su la velata testa

Bostange, Alcasto, e 'l non minor Giassarte

D'uccider mai, mai di ferir non resta;

E quinci appar di sanguinoso Marte

Più crudele sembianza e più funesta,

Di ferri scossi più terribil suono

Più minacciar, più dimandar perdono.

XX

Tra' ferri intanto, e ne l'incendio fiero

De i cor sdegnosi, e tra i superbi accenti

In quella parte, ove più Folco altiero

Co' suoi contrasta a le nemiche genti,

Ragionava Georgo al crudo Alcmero:

Io veggio i Turchi in guerreggiare ardenti

Per modo tal, che la vittoria in breve

Per l'eccelso Ottoman sperar si deve.

XXI

Esposti al ferro ed al furor de l'ire

Ecco sul campo i Rodïan son sparsi

Senza riparo; omai fuga, o morire,

E cosa altra di lor non può sperarsi;

E non senza ragion: soverchio ardire

Sì poco stuolo incontra tanti armarsi,

Ben de i duci nel cor virtù s'avanza,

Ma che? tutto non può mortai possanza.

XXII

Però se prova ne lusinga il core,

Onde nostra memoria in pregio saglia,

Quì con la spada in man non perdiam l'ore,

Che se ne corre a fin l'aspra battaglia;

Co' proprj Turchi, singolare onore,

Alcasto fier noi peregrini agguaglia

Sotto l'insegne, e d'Ottoman l'altezza

Non scarsamente i nostri nomi apprezza.

XXIII

Di cotesto arco, ove leggiadro ingegno

Non poco smalto in adornarlo spese,

Ei di sua propria man ti fece degno;

A me di questa spada ei fu cortese;

Su questi detti ad irritar lo sdegno

De i cavalier ne le guerriere imprese

Colà Bostange trascorrea veloce,

Ed in verso quei duo sciolse la voce:

XXIV

Per tutto infra le squadre omai festante

Al ciel de la vittoria il grido ascende,

E quì di fuggitivi hassi sembiante?

Qual entro a' vostri cor viltà s'accende?

Chè non volgete a ben fuggir le piante

Se le ferite a voi sembrano orrende?

L'altissimo Ottoman stendardi spiega

Per chi sua vita a la virtù non nega.

XXV

Udendo Alcmero il ragionar pungente,

Di disdegno turbò l'aspra presenza,

E rispondea: cosa rivolgi in mente?

E qual di favellar pigli licenza?

Serba tai modi per la vulgar gente,

Perchè con esso me poi farne senza,

Che da lontano a guerreggiar mi mena

Mio libero voler su questa arena.

XXVI

Io nacqui in Libia, ove cocente arsura

Di fortissimo sol percola i liti,

E corsi i campi, e non mi fean paura

Ira di tigri, o di leon ruggiti;

Nè di là vegno a la milizia dura

Perchè ricchezza d'Ottoman m'inviti;

Oro di duce alcun non può comprarmi,

Onor m'appaga ed ei m'invoglia a l'armi.

XXVII

E quì forse d'Anteo la gloria intesa,

E che di lui grido immortai ridica?

Eccelso lottator, la cui contesa

Già fu d'Alcide non umil fatica?

Di sì gran stirpe mia famiglia è scesa;

Ed io non macchio la memoria antica:

Col ferro in pugno ad ogni incontro io basto;

E se son tal racconterallo Alcasto.

XXVIII

Sì parla il Moro e mira il Turco in volto;

Ed ei de l'ire sue fattosi accorto

Dicea: qual d'uom che si disdegni, ascolto

Le voci tue, ma ti disdegni a torto;

Che dove il capitan fra 'l popol folto

A l'opre militar porge conforto,

Non fa vergogna altrui, s'aspro ragiona,

Anzi co' biasmi a la vittoria sprona.

XXIX

Godo, che lo splendor d'alto legnaggio

Sì come affermi a la virtù ti tiri;

Ora al pregio de' tuoi non fare oltraggio,

Ma fa, ch'al sommo de la gloria aspiri;

Favellato fia quì segue il viaggio,

E nel campo Ottoman sveglia i desiri

De la vittoria in ogni cor guerriero;

Parla in tanto Georgo al forte Alcmero:

XXX

Mira di quì poco lontan, là dove

Con le mie dita a gli occhi tuoi fo segno;

Mira il canuto Cavalier, ch'altrove

Non fu per noi veduto anco il più degno;

L'alto sembiante e l'armi sue son prove,

Ch'egli ha di Rodi in suo governo il regno,

Ed argomento ne fa certo ancora

Il drappel dei guerrier, che sì l'onora.

XXXI

Tendi ben l'arco e su la corda incocca

La freccia più mortale impiagatrice,

Chè se per tua faretra egli trabocca

Farai con un sol colpo Asia felice.

Come a Georgo riserrar la bocca

Alcmer discerne, ei la riapre e dice

Rivolgendo le ciglia al ciel superno

Inverso di Maccon, nume d'inferno:

XXXII

Se la percossa, che nel petto invio

Al Re di Rodi, per cammin non erra,

Ma fatta ubbidiente al desir mio

Trapassandogli il cor morto l'afferra,

Maccone, a te tutte le spoglie, ed io

Per te dirommi fortunato in guerra,

Appenderotti la faretra e l'arco,

Ora del tuo favor non m'esser parco.

XXXIII

Tacque, e per gaudio gli sfavilla il guardo,

E giù nel petto il cor gli si commove,

E lo strale più reo sceglie non tardo,

E n'arma l'arco a le bramate prove;

E perch'a morte ei vada, il crudo dardo

Piantar nel cavalier guarda ben dove;

Poi la piaga volar per l'aria lassa,

Ma dal guerrier da lunge ella trapassa.

XXXIV

Sfodra la scimitarra, indi si scaglia

Rapido inverso Folco; ei lo rimira,

Ed incontrato per la via gli taglia

La fierissima man che l'arco tira;

Nè però dà riposo a la battaglia,

Ma gli squarcia i polmoni, ond'ei respira,

Alcmer feroce in fra le pene estreme

Verso Georgo così parla e freme:

XXXV

Ah che de la mia vita il tempo è corso,

E di me la memoria mi tormenta;

Però squarciami il cor, dammi soccorso

Contra la morte ch'a venirne è lenta.

Allor Georgo: ed a che dir sei corso?

Parti ragion, che tai parole io senta,

Ch'offenda te, che te di vita io privi?

Io, ch'amo il viver mio perchè tu vivi.

XXXVI

Rinfranca l'alma; le ferite dure

Condurransi a salute, anco sperarsi

Ben lece onor ne le stagion future;

Chè non è biasmo un cavalier piagarsi.

Alcmer crucciato e con sembianze oscure

Altamente gridava: in chi fidarsi

Deve oggi l'uom, s'egli trabocca in fondo?

Ah che qua giuso è tutto froda il mondo.

XXXVII

Non ho più scampo alcun, meco dimora

Non può far l'alma, ed io riprego in vano;

E perch'afflitto e con angustie io mora

Ecco mi nega un mio fedel sua mano;

Orsù rimanti e non m'udir, ch'or, ora

Verrammi a quì scannar ferro cristiano;

E sotto i colpi lor mi vedrai steso,

E non estinto sol, ma vilipeso.

XXXVIII

Se pur verrammi tal miseria, attendi

Che da l'ombra infernal spirto sdegnoso

Deggia apparirti, e con sembianti orrendi

Mai, nè notte, nè dì, darti riposo.

Georgo rispondea: chiaro comprendi

Se de le pene tue vivo doglioso,

E se tolto da te la vita ho cara,

Da questa mia percossa oggi l'impara.

XXXIX

Nè pose fine al dir, che dentro al seno

La cruda spada per lo core immerse

In fino a l'ultimo else, e sul terreno

Di caldo sangue un largo fiume aperse;

Ed indi a poco infievolito a pieno

Alcmer d'ombra mortal si ricoperse;

Nè su quel punto si faceano altrove

Con ferro atroce meno orribil prove.

XL

Era pugnando il fier Baglione intanto

Fra i turchi acciar di sua salute incerto,

Il cimier scosso, traforato il manto

E l'ampio scudo in cento lochi aperto;

Ma barbaro guerrier non ebbe vanto

Che 'l nobil volto di pallor coperto

Men minacciasse col terribil guardo,

O fosse il brando ad impiagar più tardo.

XLI

Crudo al popolo avverso, e a i duci loro

Apparìa di Perugia il novo Marte,

Quando a lui non lontan giunse Medoro,

D'onorato Imeneo nato a Giassarte;

Egli del pel, ch'esser dovea fin'oro,

Non mostrava le labbra anco cosparte,

Che visto avea d'april l'aura serena

Destare i fior diciotto volte a pena.

XLII

Ebbe per madre Aspasia; ed ella nacque

Del ricco Erimedonte, alto Signore

La, 've 'l monte Sigeo bagnano l'acque,

Cui fama dier l'Agamenonie prore;

Quivi nato a Medoro altro non piacque,

Salvo foreste e boschereccio orrore,

Ed ivi al fier cinghial tessere aguati,

E di molossi fier sentir latrati.

XLIII

Spesso al garzon contra le belve errante

Mostrato fu ne la montagna Idea

L'antica valle, ove di bel sembiante

Il pregio diessi a l'Acidalia Dea;

E spesso rimirò l'ombrose piante

Ove il nome d'Enon Pari scrivea,

Ed ove colma il cor di rei tormenti

Ella pianse la fè dispersa a i venti.

XLIV

Ma sì fatte d'umor memorie antiche

Dentro il seno del tempo anco ben chiare,

Benchè per uso a gioventute amiche,

Al giovinetto cor poco eran care;

Ben, se mai giunse ne le piaggie apriche

Ove Scamandro se ne corre al mare,

Ei chiedeo, come ardesse, ed in qual loco

L'armata argiva per l'Ettoreo foco;

XLV

Spiò, volgendo in petto alti pensieri

De l'altiere battaglie al suono inteso

Ove, mirabil preda i gran destrieri

Tolse Diomede e diè la morte a Beso;

Ove di Licia tra' miglior guerrieri

In terra Sarpedon giacque disteso,

E dove da Nettun si fece audace

Scampo de' Greci il Telamonio Aiace.

XLVI

Fra tai vaghezze in essercizj duri

Gli anni afforzava de l'inferma etate,

Quando il grande Ottoman trombe e tamburi

Fe' passeggiar per le provincie armate;

Quì reggendo ei, come ciascun procuri

Terger le spade e le saette alate,

E gli scudi indorar, fra tante squadre

Armarsi volle, e seguitare il padre.

XLVII

Ned ei glielo contese; anzi bramoso,

Ch'egli per tempo di valor s'adorni,

Diello in guardia a guerrier, che glorioso

Tra bei sudori ha trapassati i giorni;

Coimbro ei s'appellò, tra monti ascoso

Ei facea riposando i suoi soggiorni,

Già canuto le chiome, e per Giassarte,

Come buon servo, ridonossi a Marte.

XLVIII

A' cenni di costui le piante volve

Medor, nè de la morte avea spavento;

Ma tra gli scossi acciar sparso di polve

Oggi più che giammai mostra ardimento:

Entro giubba di seta il busto involve

Sciamito azzurro, ove serpeggia argento

Ogni parte trapunta in fino al lembo

Di gemme colte a l'Eritreo nel grembo.

XLIX

Sotto vago cimier ch'alto risplende

Per piume, onde airon videsi alato,

La fronte giovenile orna e difende

Sopra le chiome d'or feltro dorato;

Giù da cinto di smalti il brando pende

Ed ha ne la sinistra arco lunato,

E la faretra gli sonava al tergo,

D'acuti strali singolare albergo.

L

Dentro sì ricca pompa egli s'avanza

Correndo fier tra l'affannate genti;

Di leon giovinetto avea sembianza

Non molto esperto a disbranare armenti,

Ma che sentendo ognor più gran possanza

Crescer ne l'unghie e ne gli orribil denti,

Vagheggiando i gran velli aspro minaccia,

E va tra' boschi a riprovarsi in caccia.

LI

Tal fu Medoro, e nel Baglion guardando,

Assaltarlo da presso ebbe desire,

E già stringea ferocemente il brando

Quando Coimbro intepidì quelle ire:

Lascia, diss'ei, tanta vaghezza in bando,

Che per tua man questo è soverchio ardire,

Spesso in guerra a morir la gloria alletta;

Non l'appressar, ma di lontan saetta.

LII

Ed egli ascolta, e non ascolta in vano,

Che tendea l'arco e non moveva il passo.

Astorre il vide, ed inchinò la mano

Verso il terreno, e sollevonne un sasso,

Un sasso tal, ch'altri levar dal piano

Male oserebbe e non venirne lasso,

E l'alto cavalier tal se ne affanna

Qual farebbe in lanciar tronco di canna.

LIII

Vola la rupe e per lo voto calle

Ronza feroce, e tutta l'aria scote,

E nel corso bramato ella non falle,

Che 'n mezzo al petto del garzon percote:

Ei crolla e sul terren batte le spalle,

E di freddo pallor tinge le gote,

E vicino a morir singhiozza sangue,

E cade l'arco da la man che langue.

LIV

Forte al suo traboccar Coimbro stride;

E su quel punto ecco Giassarte apparse,

E su la piaggia riversato il vide,

Ed alto di pietate incendio l'arse;

Se la forza del duol quì non l'ancide,

Dic'ei, mediche man non gli sian scarse;

Coimbro, a la tua fede oggi ne caglia;

Chè me chiama a pugnar l'aspra battaglia.

LV

Posto quì fine al dir stringe la spada

Ricoprendo d'oblio la propria pena,

Ed eccitando i suoi prende la strada

Ove furor contra il Baglione il mena;

Toro sembrò, ch'arso d'amor sen vada

Con adirato piè spargendo arena,

Quando il corno arrotando empio si sdegna,

Ed inverso il rival move l'insegna.

LVI

E di sì torbida ira il cor bolliva

Sotto il caldo del dì, ch'ei non sofferse

I fregi, onde la fronte alto guerniva,

Ma via scagliolli infra le turbe avverse;

Allor fiero da gli occhi incendio usciva,

E le chiome sul collo ivan disperse,

E soffio d'aura ne venia coprendo

In parte il volto e più faceasi orrendo.

LVII

Gridava alto il Baglion: gente diletta,

Chi stringe il brando? o chi la picca afferra?

Questa è battaglia sacra, oggi n'aspetta

Gloria nel ciel, se non vittoria in terra.

Per questi detti infra Cristian s'alletta

Novello ardire e s'inaspria la guerra;

Ma d'altra parte divenendo atroce,

Più che non suol, Giassarte alza la voce:

LVIII

Domaste l'Asia, ed i superbi regi

Condannaste a soffrir dura catena?

Coglieste là di tante palme i pregi

Per dissiparli quì su questa arena,

O d'Orïente vincitori egregi,

Ove viltate, ove timor vi mena?

Non vi cal d'Ottoman? così dicea,

E quinci orrenda la battaglia ardea.

FINE DEL CANTO XVII.

ANNOTAZIONI

AL CANTO XVII.

Il Poeta diede a questo canto l'argomento che siegue: «Nel XVII si

narra la battaglia fra Ottomano e' Rodiani, mentre Amedeo era contra

Turchi in riva al mare.»

La prima censura del cav. d'Urfè cade sopra un punto di tattica

militare. Perciocchè vedendo Folco, Gran Mastro di Rodi, che i suoi

erano per trovarsi disciolti e costretti a fuggire, ordinò che

formassero un cerchio, ossia una _battaglia ritonda_, e che mostrando

il volto rispingessero colle picche l'assalto de' nemici. È facile il

vedere, che la _battaglia ritonda_ si assomiglia (mutata la figura) al

_bataillon carré_ de' tattici moderni. Ora sentiamo l'osservazione del

critico: «il dit que Foulques avait fait un bataillon de touttes ses

gens tout entourné de piques et en rond, de telle sorte que rien ne le

pouvoit offancer que les fleches: et touttes fois il dit qu'Ottoman a

cheval en tue un grand nombre. Il samble qu'il y aye en cela de la

contradiction.» Ma veramente il poeta attribuisce ad Aletto l'aver

aperto quella selva di picche per dar luogo ad Ottomano d'entrare nel

battaglione ritondo, e fare scempio de' Cristiani; cossicchè non vi ha

errore d'arte militare.

Aggiunge l'Urfè non essere costume del Gran Signore de' Turchi

l'entrare in battaglia, salvo il caso che v'abbia pericolo d'una

grande sconfitta; e che perciò non doveva il Poeta far combattere

Ottomano in uno scontro, dove non era periglio sì grande. Parmi che il

censore sia troppo severo: a' poeti si debbono dare consigli e

precetti, non porre le pastoje.

Sottigliezza, non verità, ravviso nell'altra censura del cav. d'Urfè;

dove riprende il Chiabrera per aver fatto che una saetta indirizzata

da Valguarnera ad Ottomano, fosse traviata per cura d'Aletto (st. 17):

«....... fa volar spedito

Quadrel non vile infra maestri arcieri;

Ei ratto andava ad Ottoman nel petto;

Ma s'interpose e traviollo Aletto.»

Ciò non è possibile, dice l'Urfè, per non avere il Demonio cotal

possanza; e se il Poeta intendeva imitare Omero, dovea ricordare che

nel Greco sono Dei che fanno di sì fatti portenti, non sono demoni. Ma

secondo la volgar credenza sull'arte magica, uno spirito infernale

poteva operare cose troppo maggiori che non è il deviare una saetta

dalla mira cui l'indirizza l'arciere.

Con migliore avvedimento scrive il Censore le parole seguenti: «Le

discours d'Alcmar et de Giorgo est trop long et le poete fait quee

Giorgo se tue sans raison, car ne voyant point son ami encores mort,

il devoit le porter en lieu, ou il le peut faire panser, et s'il

mouroit il luy eust esté alors plus permis de se tuer pour la perte de

son amy, ou pour le suivre.» Non perciò approvo che Georgo potesse

uccidersi per seguitare il suo amico; ma, come già dissi, l'Urfè era

scrittore di Romanzi, e la virtù romanzesca non è la verace.

L'ultima censura non mi piace, dando colpa al poeta di ciò, onde altri

dovrebbe lodarlo; stantechè accennando il Chiabrera la patria e la

casa de' guerrieri si spianava la via ad onorare città e famiglie.

»Alors qu'il nomme quelqu'un, il dit d'ou il est et quel il est et

commant venu en ce lieu, ce qui interromt infiniment le discours;

c'est pourquoy si ce n'est pour un ou deux dans tout un livre, les

poetes ont accoutumé d'en dire fort peu en leur propre personne, mais

la font dire par d'autres, ou aux revues generalles ou en quelque

autre occasion.

Amedeide: Poema eroico · 第 16 / 22 章