CANTO XVI.

ARGOMENTO.

_Desta Megera in Periandro ardire

D'ancidere AMEDEO con uno strale;

Ma rese van l'iniquo suo desire

Angelo eletto, e lo stornò con l'ale:

Perciò l'accolto in sen vuol reo martire

Disfogar contro lui mostro infernale.

Vola in Eden MAURIZIO, e coglie frutto,

Onde in vigore è il gran guerrier ridotto._

I

Ei così disse: e disparì qual vento

Lasciando ivi soletto il gran Guerriero,

Che de l'alma beata a i detti intento,

Suoi ritorni aspettar facea pensiero;

Volgesi intorno, e che di puro argento

Da vicin trascorrea dritto sentiero

Scorge un ruscello, e per fiorita riva

Che verso l'Oriente al mar sen giva.

II

Mentre che per la via cheto s'affretta

Dipartesi in tre rami, ed un verdeggia

Sì come è verde in su quel suol l'erbetta,

L'altro sì come foco arde e lampeggia;

L'acqua del terzo è così bianca e netta,

Che par ch'a neve pareggiar si deggia

Quando in cima di monte ella discende,

Nè scuro turbo in suo cammin l'offende.

III

Feansi veder su l'una e l'altra sponda

Sette pallidi olivi, e sette allori,

E quattro palme, cui nudria la fronda

Tenor soave di celesti ardori;

Nè prendea sorso de la limpida onda,

Nè trapassando ingiuriava i fiori,

Nè selvaggio animal gonfio di tosco

Era unqua cittadin del picciol bosco.

IV

Ben su l'alto de' rami infra le foglie

Mirar si lascia il Pellican benigno,

Che cotanto d'amor nel petto accoglie,

Ch'ei stesso per amor sel fa sanguigno;

Guardando inverso lui canti discioglie,

Nè stancar se ne sa candido cigno,

E passer solitario a' cari accenti

Disposto è sempre e ne raccheta i venti.

V

Mirabile soggiorno; in lui riposo

Ricercando AMEDEO ripose il piede,

E di MAURIZIO sopra il dir pensoso

Appoggia il fianco ad un bel tronco, e siede;

Ma pur su l'erba, e tra le piante ascoso

Con lo sguardo infernal Megera il vede,

E tra gli orror de la gentil dimora

Pensa di far, che nol temendo ei mora.

VI

Prende fra' Turchi fuggitivi un volo,

E dove è Periandro affrena i passi;

Era costui di Boristen figliuolo,

Supremo arcier fra' popoli Circassi;

E gli dicea: se ti percote il duolo

De' nostri in guerra sbigottiti e lassi,

E dati a morte, e se nel cor disire

Ti sfavilla di gloria, odi il mio dire.

VII

Il grandissimo Duce, al cui furore

Il campo d'Ottoman venuto è manco,

In quel bosco colà trapassa l'ore

Steso su l'erba infievolito e stanco;

Or se a vera virtù risvegli il core,

Vientene meco, e gli saetta il fianco;

Senza risco il farai, ch'ei non attende

Piaga nemica, e sonno forse il prende.

VIII

Brami tu per mercede a tuo diletto

Donarsi schiava una gentil donzella,

La qual su piume d'amoroso letto

Ti sia compagna ne l'età novella?

Farò, che tu l'avrai; ma se nel petto

Chiudi disio di governar castella,

O pur su navi comandar nocchieri,

Giuro, che non fian vôti i tuoi pensieri.

IX

E Periandro rispondeva: è chiaro

Quanto la destra d'AMEDEO feroce

Fulminasse in battaglia; altro riparo

Non fu ver lui, salvo fuggir veloce;

Io, s'egli dorme, o se l'invitto acciaro

Riposar lascia, ascolterò tua voce,

E farò col vigor di questa mano

Che mi deggia pregiar l'alto Ottomano.

X

Premio de l'opra mia non fia ricchezza,

Nè con imperio vuò solcare i mari,

Nè governar città; mio cor non prezza

Il travagliar per disiderj avari;

Se mercè mi si dee, cheggio bellezza,

Onde ho tormenti, ed i tormenti ho cari,

Ed onde afflitto mi consumo in pianto,

E pur per lei del lagrimar mi vanto.

XI

Ella nacque in Bitinia, ed è donzella

Per le cui man Sultana usa adornarsi;

Chiamasi Barce, e non è turca ancella,

Che seco di virtù possa adeguarsi;

Dir, ch'ella sia gentil, ch'ella sia bella,

Che per lei d'infiniti i cor sieno arsi,

È travagliar in van, nessuno il nega;

Sì fatto guiderdon per me si prega.

XII

Ei sì dimostra il suo desire aperto;

Ma che sua voglia rimarrà gioiosa

Il demon lusingando il rende certo,

Indi lo scorge ove AMEDEO riposa;

E gli dicea: ben mille volte esperto

Fu cotesto arco tuo d'opra famosa,

Ma se con esso il gran nemico ancidi,

Arco non fia giammai, che non t'invidi.

XIII

Ecco che da noi volto il tergo espone

A strali, l'ora a saettare invita;

Trafiggi le dure ossa al fier Campione;

Io sarò teco, e porgerotti aita.

Come ha detto fin quì, ratto depone

La forma, onde al Circasso era apparita

L'aspra Megera, ed invisibil torna,

Ma pur da presso al buono arcier soggiorna.

XIV

Ed egli al disparir volve le ciglia

A le parti propinque, a le lontane,

E scendegli nel cor gran meraviglia

Sovra il pensier de l'apparenze strane;

Non per tanto di men fidanza piglia

Che sian state le voci altro, ch'umane,

E fatto lieto a saettar s'accende,

E con bramosa man l'arco riprende.

XV

A gran balena il più duro osso tolse

Il buon maestro del guerrier lavoro,

Ed in lucida pelle indi l'avvolse

D'aspro serpente, e stelleggiolla d'oro;

Saetta sì possente iniqua non sciolse

Da corda tesa sagittario Moro,

Che frale in corso non lasciasse e lenta

Lo stral, che da quest'arco il Turco avventa

XVI

Fu già stagion, che ne la Frigia terra

Fecersi ad Agasirto onori altieri,

Frequentando la tomba, ove ei si serra

Duci in quel Regno per virtù primieri;

Spronossi allor per simulata guerra;

Assalto di piacer, forti destrieri,

Ed in robusta lotta altri sudaro,

Ed inverso le mete altri volaro.

XVII

Ma fra color, ch'esercitar l'ingegno

Solean spingendo le saette a volo,

Toccò più volte Periandro il segno,

E fra cotanti ei vincitor fu solo;

Però di sì bello arco il fece degno

Anzi il cospetto de l'immenso stuolo

La destra d'Ottomano, e per tal pregio

Egli appellossi il Sagittario egregio.

XVIII

E via più che giammai con la man forte

Egli il contorce, e con più studio il tende;

Seco è Megera, e da le chiome attorte

Una disvelle de le serpi orrende,

E perchè deggia far piaga di morte

Molto di tosco in su la punta spende

Del ferro, e ferma ne l'arciero il guardo,

Menando smanie, ch'a scoccar sia tardo.

XIX

Ed ecco scocca, e contra il nobil dorso

Venia bramosa la crudel saetta,

Se non che 'n aria le travolve il corso

De l'Angel d'AMEDEO la guardia eletta,

Ben tempestivo al cavalier soccorso;

Ma l'empio stral, che per cammin s'affretta,

Ronza così, che d'ognintorno gira

AMEDEO gli occhi, e quello arciero ei mira.

XX

Salta rapido in piè, sfodra la spada,

Movegli incontro con sembianza altiera.

Che tua nobile vita allor non cada,

Buon Periandro, il divietò Megera;

Ella, mentre AMEDEO corre la strada,

L'aer condensa, e d'ombra umida e nera

Immantenente il Sagittario involse,

E quinci a l'ira d'AMEDEO lo tolse.

XXI

Quale in campagna cacciator, che infesta

Per belle corna capriol ramoso,

Pieno di disconforto i passi arresta

Se d'occhio il perde infra le selve ascoso;

Cotal sen riede a la gentil foresta

Sul caso occorso il Cavalier pensoso;

Ma rigonfiata d'infernal veneno

Dicea Megera nel terribil seno:

XXII

Che più quì mi travaglio? indarno io spero,

Il Ciel mie frodi ed i miei sforzi abbatte;

Ei più verso AMEDEO volge il pensiero,

Che madre al figlio, cui dispensa il latte;

Meglio è ch'io ver colà prenda il sentiero

Ove Ottomano i Cristian combatte,

E col suo brando a perseguir m'affanni

L'odiata gente; indi spiegava i vanni.

XXIII

Era quivi a mirar come possente

Schermo avea fatto il messaggier superno

A l'alto Duce, e se ne fe' dolente

Leviatàn mostro crudel d'inferno;

Nè forte a rifrenar l'impeto ardente,

Nè la ria furia de l'orgoglio interno,

Con occhio fosco e con sembianze accese

Incontro al buon custode a parlar prese:

XXIV

Alzate i risi, e ricolmate il seno

Di giocondo piacer; vostri desiri

In questo dì ponno fornirsi appieno:

Su, su, vostro trionfo oggi si miri;

D'Ottomano il furor tenete a freno,

E procurate a' suoi crudi martiri;

Il potete adoprar, Dio nol vi nega,

Anzi la destra, ed i suoi tuoni impiega.

XXV

Dianzi ben fur sentiti, e non per tanto

Han sì fatto vigor nostri pensieri,

Ch'al fin di Rodi miserabil pianto

Vuol ragion, che per noi non si disperi;

Di questa iniqua gente avremo il vanto,

E sì lunge trarremo i lor sentieri

Dal sentiero al gran Dio caro e diletto,

Che dargli in nostra forza ei fie costretto.

XXVI

Ed allora in un mar di sangue spento

E ne le fiamme di funesto ardore

Oh come vendicar questo tormento,

Oh come fier vuò consolar queste ore?

Gli altari in foco, e del sacrato argento

Empieransene i grembi al vincitore,

E carchi di catene i lor vestigi

Daransi i Sacerdoti a rei servigi.

XXVII

I primi infanti, nobiltate altiera;

Cresciuti in ostro, e le gentil donzelle

Piangendo in van la libertà primiera

Su strana terra condurransi ancelle;

Quivi a caldo desir di gente fiera

Esporranno il candor de le mammelle,

E con ragion portando invidia a' morti

Tra ceppi il mireran gli egri consorti.

XXVIII

Per simil guisa di Sion sul monte

I casi di costor non son famosi?

Quando del sommo Dio rivolti a l'onte

Piacendo a noi si fero al Cielo odiosi?

Quinci de' Saracin fur le man pronte

In campi aperti, e su per colli ombrosi

A perseguir de la lor fuga il volo,

E fur dispersi, e fur sommersi in duolo.

XXIX

Vide Gierusalem cader sue mura

A spessi colpi di nemici acciari,

E farsi polve per la fiamma oscura

Le torri, di sue turbe alti ripari;

Da l'altrui man non fu magion sicura,

Preda i sacri tesor, preda gli altari;

E s'impressero allor vestigia immonde

Del gran Tabor su le famose sponde.

XXX

Spasimossi ogni cor, non v'ebbe coro,

Salvo dolente, e la letizia tacque,

E sparse al vento le speranze loro,

Stesa per terra la superbia giacque;

Le legna loro essi comprar con oro,

E bevvero per oro un sorso d'acque,

E le ricchezze de la patria sede

Videro trasportarsi a strano erede.

XXXI

Così scacciati da l'amata terra

Ebbon rifugio a l'infinite pene

Quì dentro, ove AMEDEO feroce in guerra

Con la forza del Cielo or li sostiene;

Ma poco andrà, nè mia sentenza or erra,

Che vinti fuggiran da queste arene,

E per noi rubellando a vostra legge

Sdegneran Dio, ch'or li difende e regge.

XXXII

Più non diss'egli, e fe' cotal mirarsi

Che turba altrui con la terribil vista,

E con fetidi fiati arsi e riarsi

Ammorba intorno, e tutta l'aria attrista;

L'Angelo nel fulgor di rai cosparsi,

Lume che 'n cielo alma beata acquista,

Con note e con sembianze alme e gioconde

Al perverso Demon così risponde:

XXXIII

Leviatàn, per lo sentier che pensi

I tuoi consorti de l'inferno andranno;

Ma pensi tu come a color conviensi,

Che d'alcuna bontate arte non sanno;

Vostri desir, vostri furori immensi

D'avanzarsi per via forza non hanno,

Se non v'allenta al piè l'aspra catena

La gran destra di Dio che vi raffrena.

XXXIV

Di quegli antichi dì l'alta vittoria

Non è mostro infernal che non rammenti,

Ma teco volentier ne fo memoria

Per accrescere incendio a' tuoi tormenti;

Creati foste a sempiterna gloria

De l'aureo Olimpo in su le stelle ardenti,

Albergo ove sta Pace in su le porte,

Nè vi lascia appressar pianto, nè morte.

XXXV

Quivi di voi fuor di misura amanti

Il capo gonfio di superbia ergeste,

Ed i lampi ineffabili, tonanti

Armi del gran Monarca, a scherno aveste;

Il vostro duce in su gli ardor stellanti

Voleva opporsi al Regnator celeste;

Volea sì come Dio sue sedi eccelse,

Empio ver lui ch'a tanto onor lo scelse.

XXXVI

Deggioti dir, che del seren le chiare

Piagge perdeste? e ch'abbattuti e vinti

Foste nel centro giù per entro un mare

D'ardor, d'orrore e di fetor sospinti?

E se d'abisso ne le pene amare

Non giacquer vostri pregi affatto estinti,

Certo si religò vostra possanza:

Che dunque a voi per far minacce avanza?

XXXVII

D'aita i Rodïan non fian deserti,

Ma quanti spirti han de l'Olimpo i regni

A farli franchi ne gli assalti incerti

Porranno in prova i mansueti ingegni;

In ogni tempo a l'alme lor scoperti

Per voi saranno i vostri inganni indegni,

E pregherem di Dio l'alta bontate

A non gli scompagnar di sua pietate.

XXXVIII

Forse che de' celesti almi decreti

Fia, che nel mondo a torto obblio li prenda,

E che ne l'opre rie si faccian lieti

Senza prezzar di pentimento emenda;

Se schernendo i saldissimi divieti

S'indureran ne la malizia orrenda,

Allor daransi in man de' suoi nemici

Come a ministri de' divin giudici.

XXXIX

Solo è colpa qua giù del core umano

Quando sviato dal cammin superno

Al verace suo ben fassi lontano;

Malvagio nol può far tutto l'inferno;

Ma ne la pena altrui non splende in vano

L'alma giustizia del Signor eterno,

Che flagellando e tormentando l'empio,

A gli altri peccator proponsi essempio.

XL

Che dunque latri iniquo? onde dal seno

Vanamente ti scoppia il tuon de l'ire?

Inghiotti le tue rabbie, e mordi il freno,

Eterno specchio di sovran martire;

Mira ne l'alto, che lo stuol terreno

È colà succeduto al tuo gioire,

Tu ne l'oscuro Tartaro rimanti,

Ove non sa regnare altro che pianti.

XLI

Mentre così dicea l'alma beata,

Piena di gaudio e tutta luce in viso,

L'aspro Demon fiero digrigna, e guata

Su l'onda e su l'arena il campo anciso;

E certo omai, che de la gente amata

Sia per volare in Asia un mesto avviso,

Forte bestemmia; ivi confuso il lassa,

Ed al grande AMEDEO l'Angel sen passa.

XLII

Era trascorso il buon MAURIZIO intanto

Sì spedito per via verso Oriente,

Che di velocità perderia vanto

Qual cosa più sen va velocemente:

Giunse a l'almo giardin noto cotanto

Per lo gran caso de la prima gente,

In cui per tutti noi cagion di morte

Adam porse l'orecchio a sua consorte.

XLIII

Sul varco eterni messaggieri in mano

Avean spada ed ardor; gran meraviglia,

Per ciascun piede indi tener lontano;

Ma verso lor MAURIZIO a parlar piglia:

Non è s'io volo, il mio volare in vano,

E caduco pensier non mi consiglia,

Anzi vien procacciando il voler mio

Alto pregio a la legge alma di Dio.

XLIV

Ottomano de' Turchi aspro tiranno

Rodi combatte; a sue perverse schiere

Oggi ne la battaglia incontra stanno

Del fedele AMEDEO le forze altiere;

Ed egli vinto dal sofferto affanno

Vien meno a consumar l'opre guerriere,

Però velocemente a voi men vegno

Cercando, onde al guerrier porga sostegno.

XLV

Sì dice, e passa il varco, onde si serra

Quell'orto a gli occhi de' mortali ascoso,

Quell'orto, che per l'onda e per la terra,

E per l'aure del ciel sempre è gioioso;

Vedeasi fiume che trascorre ed erra

Qual puro elettro per lo campo erboso,

Creare uscendo dal giardin giocondo

I quattro fiumi celebrati al mondo.

XLVI

Ed ei soave mormorando intorno

Sveglia bell'aura per lo ciel sereno,

Sereno sì, ch'a l'immortal soggiorno

De' bei raggi del sol non mai vien meno;

Ma chi de l'erbe, onde per tutto adorno

Verdeggia il prato, narrerebbe a pieno?

Vivi smeraldi, nel cui sen cosparsi

Veggonsi alberi mille al cielo alzarsi.

XLVII

Nel mezzo de' bei campi alma sorgea

Pianta, pregio ed onor de l'altre piante,

Che ne' bei frutti suoi virtù chiudea

Da render l'uomo a non morir bastante;

Sorgea presso di lei, membranza rea

Del primo genitor poco costante,

Quella cui di gustar fessi il divieto,

Ma fu posto in obblio l'alto decreto.

XLVIII

Per varj fior tutto s'ingemma il prato,

A le cui lodi umano studio è poco,

Nè comunque rivolga il carro aurato,

Febo ne spoglia il fortunato loco;

Vile appo loro il balsamo odorato,

Ed appo lor da non fiutarsi il croco,

E fieno ombra di fior, tanto fian vinti

Uscendo in paragon, nostri giacinti.

XLIX

Di soave colore altri s'indora,

Altri splende ceruleo, altri appar bianco,

Ma pur ciascun sì vivamente odora,

Che l'umano vigor ne divien franco;

Cogliene alquanti, ed in brevissim'ora

Torna al guerrier ne le vittorie stanco,

E l'esorta MAURIZIO a fornir l'opra,

Che caro il rende al gran Signor di sopra.

L

Nè punto men di quell'odor possente

Tutto l'asperge, onde sfavilla il guardo,

E ristorato il cor nulla non sente

Del sostenuto affanno il piè gagliardo;

Con esso in paragon forano lente

Orme disciolte di veloce pardo;

E tal s'invia dove Ottomano in guerra

Più sempre acerbo i Rodiani atterra.

FINE DEL CANTO XVI.

ANNOTAZIONI

AL CANTO XVI.

L'argomento postovi dall'Autore dice così: «Nel XVI un Demonio parla

con l'Angelo custode d'Amedeo, e dall'Angelo gli si risponde, e si

lascia confuso.»

Comincia il canto con la descrizione di un luogo amenissimo, in cui è

ricoverato Amedeo. Ma il severo Cav. d'Urfè non si lascia vincere

dalle delizie poetiche; e rimprovera il Chiabrera nella forma

seguente: «Il y a peu d'apparance en la description du lieu qu'Amedee

trouve, estant si beau, si delicieux, et tant de beaux arbres et telle

quantité d'oyseaux si rares, _n_'y ayant apparance qu'ou les armees si

grandes sejournent les lieux soient si bien conservez et le oyseaux si

prives.» È censura da non dispregiare.

Simil giudizio parmi che si possa pronunziare sopra l'osservazione che

siegue; cioè non essere cosa dicevole che nel tempo che gli altri

combattono, un Cavaliere sì grande e sì prode, si riposi in ameni

boschetti. E vana è la scusa della stanchezza di Amedeo; perciocchè

s'egli poteva correre con prestezza dietro all'arciere nemico ch'era

venuto di soppiatto a ferirlo con saetta, non era così stracco da non

potere andarne al campo, dove la sua presenza doveva essere di momento

grandissimo alla vittoria. Finalmente S. Maurizio ch'era ito nel

paradiso terrestre a provvedere di che ricreare le forze del Duca,

poteva così ristorarlo nel luogo della pugna, come nel bosco

dilettoso.

La terza ed ultima censura dell'Urfè sul canto XVI sarà qui trascritta

letteralmente: «Le (_sic_) discours de l'Ange custode de Rhodes et de

Leviatan le demon sont si longs qu'ils tiennent une grande partie de

ce chant; et je ne say pourquoy il donne au demon le savoir de

prophetiser la peste qui est depuis avenue a Rhodes, veu que les

Demons ne savent point les choses futures.» Quanto è della lunghezza

de' ragionamenti tra l'Angelo e il Demonio, ha ragione il Censore;

formando essi la parte maggiore del canto; e si può vedere

dall'argomento qui sopra riferito, che il Chiabrera medesimo in quel

dialogo riponeva la somma di questa parte del poema. Non deggio

egualmente lodare l'Urfè dell'avere negato che il Demonio potesse

predire la peste, che non tardò molto a palesarsi in Rodi. I Teologi

concordemente attestano che gli Angeli rubelli, perduta la grazia e la

gloria, non perciò rimasero privi del dono dell'intelligenza che

conviene agli spiriti. Questa dottrina è notissima, e il proverbio

volgare--ne sa più del diavolo--per accennare una somma acutezza

d'ingegno, esprime appunto la dottrina delle scuole teologiche. Nè il

predire una peste vicina è da dirsi profezia; perchè tal flagello ha

le sue cause in disposizioni naturali, che il Demonio conosce meglio e

più presto che l'uomo: e quantunque ogni pestilenza si debba

riconoscere come un flagello permesso o mandato da Dio a nostra

punizione, cotal dottrina verissima non toglie che la causa prossima e

materiale non si deggia trovare o nel cattivo nutrimento, o ne'

miasmi, o in altre disposizioni sì all'uomo interne, com'esterne; di

che lasceremo il discorso a coloro che professano la medicina.

N. B. Alla st. 13, v. 6. nella stampa si legge _il Circasso_; è un

errore materiale che abbiamo corretto, mettendovi _al Circasso_.

Nella st. 24, v. 6 si legge «e procurate a' suoi crudi martiri.» Quel

_suoi_ è mal collocato, oscurando il senso: _suoi_ vuol dire _gli

uomini di Ottomano_.

Al v. 5 della st. 44 si leggeva _vinto del sofferto affanno_: abbiamo

stampato _dal_ per maggior chiarezza, ed anco esattezza.

Amedeide: Poema eroico · 第 15 / 22 章