ARGOMENTO.
_Dona al figlio un abbraccio e alla consorte
Alceo pria di recarsi alla battaglia,
Chiaman dell'armi alla dubbiosa sorte
Le trombe, e i Rodj vanno alla muraglia;
Pugnar con AMEDEO fuor delle porte
Va, cui avvien che maggior gloria caglia,
Esce Ottomano anch'ei dall'altra parte
Sul piano che i due eserciti comparte._
I
Non prima sorge tra' bei fior cosparsi
L'alba nel cielo rugiadosa il seno,
Nè pria comincia al suo venir sgombrarsi
L'ombra, ch'umida avvolse il ciel sereno,
Che dentro Rodi ed i guerrieri armarsi
Imponsi, e porsi i corridori al freno;
Van già dintorno a risvegliar le schiere,
E feriscono il ciel trombe guerriere.
II
Femine e vecchi, abbandonata etate,
Mal atti al peso de' guerrieri acciari,
Volgonsi al tempio a ricercar pietate,
Dio supplicando appo i sacrati altari;
E tra fanciulle di bellezza ornate,
E che d'alta onestà pregi avean chiari,
Mover con la consorte allor si vide
Astidamante successor d'Alcide.
III
Poi che dannato, ed al parente estinto
Pagò sue pene sostenendo esiglio,
A suo mal grado abbandonò Tirinto
Tlepolemo d'Alcide inclito figlio;
Molto per varia via spinto e rispinto,
Al fin Rodi abitar prese consiglio;
Quivi dal lungo error fermò suoi piedi
Gran genitor di numerosi eredi.
IV
Trascorre il tempo, e tra l'arene altieri
Diedero di virtute eccelsi segni,
E ne i giorni de l'ozio, e nei guerrieri
Di non usata gloria apparver degni;
Forti di braccio e sovra i piè leggieri
Rivolsero in stupor d'Elide i regni;
Fier lottatori, e fur sue glorie note
De gli aurei carri in raggirar le rote.
V
E quando il sole ad onorar s'accese
Rodi, ed il gran colosso a l'aria ella erse,
Corse la nobil gente a l'alte imprese,
Ed immensa ricchezza ivi disperse;
Da sì fatti avi Astidamante scese,
Nè giammai Rodi tralignar lo scerse
In bella pace da gli antichi onori,
E colse in guerra i più sublimi allori.
VI
Ma ne l'ore presenti infermo il fianco,
E tra le crespe scolorito il volto,
E curvo il tergo, e su le guancie bianco,
De la spada guerriera iva disciolto;
Or mentre affaticava il piede stanco,
Ver duo giovani figli il guardo ha volto,
Coppia, che 'n armi intrepida e sicura
Amava morte per l'amabil mura.
VII
Dicea: vecchiezza del morir vicina,
Non pure a guerreggiar le vie mi serra,
Ma questi omeri miei sì forte inchina,
Ch'altro non mi riman, che gir sotterra;
Voi de la patria a la mortal ruina
Siate sostegno, e travagliate in guerra,
Voi sprezzate animosi archi e ferite,
Ed ornate i begli anni, onde fiorite.
VIII
Mirate ben, che singolar bellezza
Nel vostro sangue onestamente splende;
Serva fia d'ogni barbara vaghezza,
Se per vostra virtù non si difende.
Quivi nobile ardir di giovinezza
Fervidamente in Telamon s'accende;
Ultimo fu di lor, che gli occhi aprisse
Nascendo al mondo; ei diè risposta e disse:
IX
Non s'apriranno i barbareschi arcieri
Quì dentro il varco; il lor sperar fia vano,
Noi s'apriran giammai; folli pensieri
Va nudrendo nel cor l'empio Ottomano;
Noi certamente di vittoria altieri
Pregi riporterem con nobil mano,
O ciascuno di noi caderà spento,
Carico il sen di cento piaghe e cento.
X
Memorabile ardir farà palese,
Che da te prole non uscì codarda.
Alza la madre, ove ciò dirlo intese,
Le palme al cielo, ed a sì dir non tarda;
Sieno, o beata, ne le tue difese
Questi innocenti, e sovra noi riguarda,
Madre di Dio, che 'l Creator lattasti:
Son vani al tuo voler tutti i contrasti.
XI
Com'ella tacque; e che la madre udiro
Mesta parlar su la stagion sì fiera,
Le vergini il bel volto impallidiro,
Qual vaga rosa che sfiorisce a sera;
Timide poi co' genitor sen giro
In verso il tempio a rinnovar preghiera,
Nè pigro Telamon con fier sembiante
Ove le trombe udia mosse le piante.
XII
E lo seguiva Alceo; ma su le soglie
E del palagio in su l'uscir l'aspetta
Col figlio in braccio la dolente moglie
Ben caramente del suo cor diletta;
Nè d'argento, nè d'or fregiate spoglie
Ella ha d'intorno; ella apparia negletta
Sì come il risco e la stagion chiedea;
E pur nei suoi dolor beltà splendea.
XIII
E lui mirando con l'usbergo intorno
Presto tra ferri a le battaglie estreme,
Riga di caldi rivi il viso adorno,
E tra sospir rompe le voci e geme;
Allor ferma i vestigi, e fa soggiorno
Con essa alquanto a consolarsi insieme,
E chiudendo nel petto Alceo la pena
In su la fronte i suoi dolor serena.
XIV
E le dicea: perchè la guancia oscuri,
E fai sì distillar gli occhi dolenti?
Omai son franchi de la patria i muri;
Non sospirar; dà la temenza a i venti;
Oggi fra casi lagrimosi e duri
Vedrai per terra gli avversarj spenti,
E de' Turchi superbi il fiero orgoglio
Farsi a' popoli d'Asia aspro cordoglio.
XV
Esser non può, che d'AMEDEO la spada
Non vinca, ed a bagnar l'ampia campagna
Sotto il suo braccio ogni Bassà non cada,
Sì del favor celeste ei s'accompagna;
Ma ben pote accader, ch'a morte io vada
E tra' nostri guerrier spento io rimagna;
Chè di valor cercando alma corona,
A nullo i rischi suoi Marte perdona.
XVI
E s'avverrà che ne la pugna io mora,
Vò che di questo core i preghi intenda,
Sì che nei manti vedovili ancora,
Del comune figliuol cura ti prenda;
E se 'l verace ardor, che m'innamora
Può sì, che la tua fede anco s'accenda,
Siedanti in mezzo a l'alma i desir miei,
Nè condurre al tuo letto altri Imenei.
XVII
Sì disse, e come de gli amanti è stile
Fuor de le ciglia sfavillava ardore,
E Cassinice più che mai gentile
Con questi detti fe' palese il core:
Se 'n Rodi al sangue tuo sangue simile,
E pari al tuo valor fosse valore,
Ben potresti temer, non da te sciolta
Mi dessi a l'altrui fede un'altra volta.
XVIII
Ma se de gli altrui mal non mai digiuna
Fia che la guerra a' miei desir ti tolga,
Al mondo non riman sembianza alcuna
Di peregrino merto, ov'io mi volga;
Tolta da gli altrui guardi, in vesta bruna,
Sarà stanza d'orror che mi raccolga,
In cui sempre di te rivolta al nome
Spoglierò 'l capo mio di queste chiome.
XIX
Giuro la fiamma di quel sol superna,
Che tutte di quaggiù l'opre rimira,
Giuro di Dio la forza alta ed eterna,
Onde ei già fu creato, onde ei si gira,
D'Alceo vivrommi, e non sarà ch'io scherna
La giusta fede, che 'l tuo cor desira;
S'altro chiudi nel sen, fammelo aperto;
Di questo, onde mi preghi, esser dei certo.
XX
A questi detti Alceo soggiunse: avvegna
Che debba oggi Ottoman perder suo vanto,
E mirarsi atterrar ciascuna insegna,
Di forza ha l'asta d'AMEDEO cotanto,
Par tuttavia, che paventar convegna
Non trovi un giorno Rodi ultimo pianto,
E sotto Turchi non trabocchi al fine,
Sì l'armi impetuose ella ha vicine.
XXI
Donna, se di mia scorta il Ciel ti priva,
Cresci l'unico erede; indi lontano
Fuggi, e di Rodi il precipizio schiva,
Ben certo a i guardi del giudicio umano;
Italia cerca, e de la Dora in riva
Riposa il piè su l'ammirabil piano,
Ove sotto buon scettro a ciascuna ora
Il valor cresce e la virtù s'onora.
XXII
Sì parla, e 'n braccio da la madre prende
Il caro germe; ed ei rivolto al lume,
Che da l'elmo paterno intorno splende
Pargoleggiando ne trattò le piume;
Alceo lo bacia, indi a la madre il rende:
E non è, disse, di fanciul costume
Trastullando affisar ferri sì tersi;
O ce lo guardi il ciel da' casi avversi.
/*
XXIII
Fornito il favellar, cinto di brando
Così sen va, ch'a pena segna il suolo;
Falcon men pronto alza le ciglia, quando
Il buon maestro gli discioglie il volo;
Rimansi Cassinice, e sospirando
Giù per le guancie ella rinversa il duolo,
E fin ch'appare intentamente il guarda,
Poscia a le stanze ritornar non tarda.
XXIV
In tanto de le trombe al suono acuto,
Sì tosto che di Febo è sorto il lume,
Folco dei fieri acciar non fa rifiuto,
Intrepido de' vecchi oltra il costume;
Copre di nobil'elmo il crin canuto,
Cui sopra fan cimier candide piume,
Onde scosse da l'aure a l'altrui vista
Non più vaghezza, che terror s'acquista.
XXV
Occupa il colmo, e tra le penne ascosa
Siede sirena a riguardar tranquilla;
D'ambo i lati sul mar sorge spumosa
Fra mostri latrator Cariddi, e Scilla;
E l'aspre belve, e più la piaggia ondosa
Lunge di gemme e di tesor sfavilla,
E vibra intorno rai tra vampe accese
Di perle e di diamanti, altiero arnese.
*/
/*
XXVI
Portollo Armadio; ei de' ladroni avari
Già fu gran duce, e l'albergò Cirene,
Ove auree spoglie de' predati mari
Solea spiegar su le sicure arene;
Folco scelto campion contra i corsari,
Vincitor di costui troncò le vene,
E diede i membri sparsi al mar profondo,
Ed alzò su l'antenne il teschio immondo.
XXVII
I legni armati, onde patì gran scempi
Per lungo spazio de' Cristiani il regno,
A Rodi ei trasse, singolari essempi
Ad infiammar l'altrui guerriero ingegno;
Le vinte insegne ei ne fe' dono a i tempi
Perchè di sua pietà fossero segno,
Ma l'alterezza de l'elmetto egregio
Appo sè riservò, come suo pregio.
XXVIII
Di questo armossi immantenente, e crebbe
La sembianza real col gran cimiero;
Poi diede ai braccio immenso scudo, e l'ebbe.
Dal Re che di Bizanzio avea l'impero;
Per favella mortal mal si potrebbe
Narrar di quel metallo il magistero;
Il buon Bronzin, cui di tale arte lece
Corre ogni allor, con ogni studio il fece.
*/
/*
XXIX
Porsenna in arme la città di Marte
Con numerose squadre ivi circonda;
Rompe i legami, e tra le guardie sparte
Viensene Clelia a la paterna sponda,
La magnanima vergine con arte
De la mano e del piè percote l'onda,
E sospende per l'aria il crin lucente,
E soggioga il furor del gran torrente.
XXX
Non lunge Orazio altier, perchè non cada
Sotto rio stuol di regnator perverso,
Solo sul ponte a la natia contrada
Scudo si fa contra il furore avverso;
Lui ricerca ogni lancia ed ogni spada,
In lui d'ogni arco è 'l saettar converso;
A lui vola ogni pietra, ed ei non teme
Piaga, nè morte, e formidabil freme.
XXXI
Tal fa lo scudo; ed a gli umani sguardi
Vibrare armi lo stuol, ch'ivi fremea,
Splendere il foco, trasvolare i dardi,
E il fiume in corso mormorar parea;
Poscia i suoi fidi ad arrecar non tardi
La spada fur, che 'n reverenza avea,
E cui sacrò con venerabil mano
L'alto, che pastor siede in Vaticano.
*/
/*
XXXII
Così guarnito ei fa mirarsi, ed erra
Dintorno, e vangli i cavalier da lato;
E tuttavia de la rinchiusa terra
Di bellicose trombe udiasi il fiato;
Ne l'ora stessa a rinnovar la guerra
AMEDEO sorge, e si dimostra armato;
Fangli dintorno i cavalier corona;
Ei saluta cortese, indi ragiona:
XXXIII
Guerrier sacrati; e tu di Rodi al regno
D'armi altiero maestro e di consiglio,
Ecco a' cenni di te pronto ne vegno
Or che s'innalza il bel mattin vermiglio;
Di salde torri io non vo' far sostegno
A nostra speme nel mortal periglio,
Nè trar da larghe fosse io voglio scampo,
Anzi pugnar per la vittoria in campo.
XXXIV
Or chi sofferse guerreggiando offesa,
Rimanga, ed esca la robusta gente
Meco a pugnar ne la sì pia contesa;
Dio sovra i suoi rimirerà clemente,
Risponde Folco; e qual sublime impresa
Non fia la destra a terminar possente,
Da cui per duri oltraggi aspra vendetta,
E Rodi in don sua libertate aspetta?
*/
XXXV
Indi a' suoi duci egli parlò: prendete
Ciò che di forte in Rodi oggi dimora
Per mover guerra, e nel gran pian scendete,
Che de gli assalti omai vicina è l'ora;
Altro dirvi non deggio, usi voi siete
A la virtù, che vostri nomi onora;
Ed io, sì come è degno, ho da provarmi
Con esso voi nel grande orror de l'armi.
XXXVI
Mentr'ei così dicea, scorge un scudiero
Per lui tener gran corridore a freno,
Che da le nari spande il fiato altiero,
E col ferrato piè zappa il terreno;
E dice: in questo giorno odio il destriero,
E vo', ch'ognun di voi l'odi non meno,
Instrumento di fuga; i nostri schermi
Siano le man ben pronte, i piè ben fermi.
XXXVII
Allor seicento ivi rauna appena
Il buon Velasco; e 'l successor d'Enrico
Brisacco novecento altri ne mena;
E de l'armi turchesche aspro nemico
Mille a sua voglia Astor Baglione affrena.
In vece de l'Orsin; Lancastro antico
Con picciol schiera de le porte ha cura,
E stassi Ottario a custodir le mura.
XXXVIII
Nè su le piume risonare intorno
Sentono d'arme i coraggiosi inviti,
Che dentro i valli al ritornar del giorno
Tornano a l'armi i sagittarj sciti;
Corrono entro il reale ampio soggiorno
I duci sommi a la sembianza arditi,
E stanno avanti ad Ottoman, ch'ardente
Armi dimanda indomito, fremente.
XXXIX
Altri il busto real d'ostro, che splende
Chiaro più tra' Fenici, umil circonda
Sì che dal collo in sul ginocchio scende,
E d'aurei fregi, e di gran gemme abbonda;
Altri l'ostro superbo a cinger prende;
Indi la spada, onde di sangue immonda
Corse per l'Asia ogni riviera, ed anco
Onde Rodi tremò, gli appende al fianco.
XL
L'acciar temprossi ne la Siria terra
Con lungo studio, e tra' miglior si scelse;
E d'oro, e di diaspro ove ei si serra,
Diaspro, ed or per nobile arte è l'else;
Poscia su l'elmo, alto ornamento in guerra,
Penne di più colori ergono eccelse,
Penne, cui rimirar senza paura
Alma di cavalier non è secura.
XLI
Tra le superbe piume aspro minaccia
Guerrier centauro di piropo acceso,
Che col vigor de le robuste braccia
Saetta strai sul fulgido arco teso;
Sì nobile arme sotto il mento allaccia,
Onde ne vada il capo altier difeso,
Indi ampio scudo gli si porge al fine,
Che 'n temprarsi stancò regie fucine.
XLII
Saldi diamanti al lucido orlo intorno
Splendeano ardenti, e dentro lor rinchiusa,
Dorato mostro e di gran gemme adorno,
Vedeasi atroce minacciar Medusa;
Acciar sì forte e sì pomposo il giorno
De' maggior rischi rivestirsi egli usa;
Però con questo a le dubbiose prove
Contra AMEDEO fuor de la tenda or move.
XLIII
Pronto è 'l destriero, ed ei feroce ascende
Sovra il dorato arcion d'un leggier salto;
Ed il buon corridor tutto s'accende,
Che 'l Re conosce, al sanguinoso assalto;
Rivolge il guardo minaccioso, tende
L'orecchie, sbalza i piè ferrati in alto,
Alza i nitriti, e di canuta spuma
Il morso imbianca, e da le nari ei fuma.
XLIV
Leardo era di pel, gli estremi crini
E la gran coda colorito a nero;
Aquila in cielo, e per lo mar delfini
Seco perdeano in divorar sentiero;
Fulmine ei si dicea fra' Saracini;
Crebbe a l'onda d'Eufrate, Armeno impero
E per uso di Regi indi ritolto,
Splendea fra gemme a meraviglia involto,
XLV
Perla, che già nel sen l'Indo Oceano
Nudrì più scelta, ove riponsi il piede
Orna la staffa, e fiammeggiar lontano
Fra lampi di smeraldo il fren si vede;
D'oro è la sella, e per industre mano
Di rubin sparsa, cui terribil sede
Il gran tiranno, e co' più rei sembianti
Così grida i Bassà ch'avea davanti:
XLVI
O non nati per l'armi a cinger spada,
Ma sotto sferze a travagliare un remo
In duri ceppi, ora ciascun sen vada,
E conti altrui, s'io sbigottisco e tremo;
Io sol vo' farmi a Rodi oggi la strada,
Io sol provarmi nel periglio estremo;
Toglietevi di mano ed archi e strali:
Ah lacci poco essercitati e pali!
XLVII
Indi sen esce, e sul gran pian comparte
L'ordin de la battaglia; al manco lato
Pon Turacano, al destro il fier Giassarte;
Bostange al mezzo, e 'l fiero Alcasto ha dato,
I cavalieri a l'una e l'altra parte;
Così comanda, e ne l'acciar gemmato
Sul gemmato destrier lunge risplende,
E gli stuoli schierati a guardar prende.
XLVIII
Volgesi or quindi, or quinci, e d'ogni tromba
Onor gli fan le Saracine genti,
Sì che la terra intorno, e 'l ciel rimbomba,
E rimbombano in mar l'onde frementi;
Ed ei sen va, qual di selvosa tomba
Esce antico leon, ch'or vibra i denti,
Or spiega l'unghie, se ruggito ei traggie
Tremano i monti, e le cinisie piaggie.
XLIX
Ed ei dicea: fedeli, il cui valore
Ha tanti in Asia empi tiranni oppressi,
Che dansi a vostra man pregi d'onore
Per alcun tempo a nessun mai concessi,
A nove glorie rivolgete il core,
Eccovi innanzi i Rodiani istessi
Che più volte da voi sconfitti furo
Pur su questa campagna e su quel muro.
L
Nè d'AMEDEO cura vi prenda, io solo
A quella destra foltamente ardita
Darò gastigo, o fuggirassi a volo,
O perderà la temeraria vita;
Vuò, che 'l veggiate palpitar sul suolo
Sotto il dolor de la mortai ferita,
E vi sia gioco sorridendo il vanto,
Che dentro Rodi il fa prezzar cotanto.
LI
A sì feroci detti il varco apriva
Giocondo in volto, e d'ogni intorno egli erra;
E dovunque sul campo egli sen giva,
Nessun le labbra a le sue glorie serra:
Viva Ottoman, nuovo Alessandro, viva
La spada sua, ch'ha da domar la terra,
Monarca altier, soggiogator de' Regi,
Che 'l sommo Dio sovra ciascuno il pregi.
LII
Così gridaro, ed oltra Rodi intesi
Ben lunge i gridi fur, tanto gli alzaro,
E tutti il petto a la vittoria accesi
L'ozio via men, che la battaglia han caro;
Già tirano le corde a gli archi tesi,
Ed a le spade d'affilato acciaro
Han le man sovra gli elsi; ogni asta è scossa,
Ed è presto ogni piede a prender mossa.
LIII
In tanto Folco in belle spoglie ardente
I suoi seguaci a ben disporre attende;
Ei li congiunge a ripa, ove un torrente
Tra sassi dissipati aspro discende;
Quivi lo stuol de la non molta gente
A' Turchi in fronte quanto può distende;
Sta Spagna al destro, Italia al lato manco,
E nel mezzo ripone il popol franco.
LIV
Ed allora AMEDEO pronto soccorso
Porge con note di sublime ardire:
Incliti cavalier, volgete il corso
Contra quegli empi, e saziate l'ire;
Petto non volgeran, che 'l dì trascorso
Ciascuno apprese a sol dover fuggire;
Spengasi omai l'aspro Ottoman, lui vinto
Casca de l'Asia ogni potere estinto.
LV
Il forte acciar, che vi fiammeggia in mano
Non pur quì lascerà Rodi sicura,
Ma sgombrerà di doglia il gran Giordano,
Ma farà franche di Sion le mura;
Quale in battaglia a l'ardimento umano
Fu proposta giammai simil ventura?
Su, che n'aspetta di Sion sul monte
Celeste lauro a coronar la fronte.
LVI
Mentre dicea, da le belle armi intorno
Spargeasi incendio di divin fulgori;
E qual di tersi raggi Espero adorno
Appar nel grembo de' notturni orrori,
Tale apparia; ma ripensando al giorno
Ove in guerra ei versò tanti furori,
Gelano i Turchi in rimirarli, e sanno
Ben divinarsi il non lontano affanno.
LVII
Ma le parole, e de' lor duci i volti,
E del grande Ottoman gli alti sembianti,
E cotanti stendardi a l'aura sciolti,
E 'l suon de l'armi, e de le trombe i canti,
Possono sì, ch'a la temenza tolti
E fanti e cavalier spingonsi avanti,
Nè sul campo i Cristiani han tardo il piede,
E già fra loro il suoi sparir si vede.
LVIII
Oltra misura coraggiosi e crudi
Par che con ali a piè ciascun s'affretti;
E nel primiero incontro urtansi scudi,
Percotonsi corazze, apronsi elmetti;
E quinci insanguinando i brandi ignudi
Sforzansi penetrar per entro i petti
Profondamente, e ne la furia immensa
Ciascun minaccia, e sul morir non pensa.
FINE DEL XII CANTO.
ANNOTAZIONI
AL CANTO XII.
In quattro parole ne ha racchiuso l'argomento il Poeta medesimo: «Nel
XII fassi battaglia fra Turchi e fra Rodiani.»
Nella st. 28 per indicare l'Imperatore di Costantinopoli, si dice--il
Re che di Bisanzio avea l'impero--Spiace al Cav. d'Urfè questo titolo
di Re dato ad un Imperatore, dicendo che i titoli si possono
accrescere, non già scemare; ma è censura troppo sottile; nè un canto
poetico è un diploma.
Meno spregevole è l'osservazione che siegue: «Les armes d'Ottoman sont
descrittes trop au long et les choses qu'il y met ne sont d'aucune
substance pour le poeme, estant presque touttes des fables et choses
assez triviales.» Per altro nella stampa, la descrizione delle armi
non empie quattro stanze, e perciò non può dirsi troppo lunga; e se
non è di sostanza, è d'ornamento al poema. È vero che anche il cavallo
e gli arnesi che il coprono e l'adornano, hanno qui la propria
descrizione; ma questa similmente è breve, e i versi sono bellissimi.
Aggiunge il critico una più severa osservazione, che daremo
succintamente, perchè il poema stampato in questa parte sembra non
rispondere esattamente al manuscritto esaminato dal Cav. d'Urfè.
In primo luogo trova esser contrario ad ogni principio dell'arte
militare il rappresentar Folco, comandante della piazza stretta
d'assedio, che ne esce fuora a ordinare le schiere per la battaglia
campale. Ed è verissimo, comunemente parlando, che il comandante
supremo d'una piazza non esce in persona; ma chi ne assicura che tal
regola non possa avere le sue eccezioni? E parmi che qualche esempio
se ne legga nella guerra del 1813.
Rimprovera in secondo luogo al Poeta, che faccia restare la città di
Rodi _quasi priva_ di difensori; ed anche in questo trova giustamente
un errore d'arte militare; ma nella stampa non si vede quest'abbaglio
così manifesto, come forse appariva nel testo a penna.
Finalmente; non sa darsi pace il censore veggendo due o tre mila
cristiani presentar battaglia a 74 mila ottomani. Ma i poeti fanno di
questi prodigj, e de' maggiori: e poi, non è nuovo che pochi drappelli
d'europei abbiano l'audacia di venire a cimento con eserciti
d'orientali. La storia della Grecia antica può servire d'esempio. Ed
anche si vuol notare che i cristiani erano stretti dalla necessità ad
accettar la pugna; e che la vicinanza della città di Rodi gli
assicurava in qualche modo, coprendo un lato del loro piccolo
esercito; e offerendo un luogo di ritirata in caso di sventura.