CANTO XII

ARGOMENTO.

_Dona al figlio un abbraccio e alla consorte

Alceo pria di recarsi alla battaglia,

Chiaman dell'armi alla dubbiosa sorte

Le trombe, e i Rodj vanno alla muraglia;

Pugnar con AMEDEO fuor delle porte

Va, cui avvien che maggior gloria caglia,

Esce Ottomano anch'ei dall'altra parte

Sul piano che i due eserciti comparte._

I

Non prima sorge tra' bei fior cosparsi

L'alba nel cielo rugiadosa il seno,

Nè pria comincia al suo venir sgombrarsi

L'ombra, ch'umida avvolse il ciel sereno,

Che dentro Rodi ed i guerrieri armarsi

Imponsi, e porsi i corridori al freno;

Van già dintorno a risvegliar le schiere,

E feriscono il ciel trombe guerriere.

II

Femine e vecchi, abbandonata etate,

Mal atti al peso de' guerrieri acciari,

Volgonsi al tempio a ricercar pietate,

Dio supplicando appo i sacrati altari;

E tra fanciulle di bellezza ornate,

E che d'alta onestà pregi avean chiari,

Mover con la consorte allor si vide

Astidamante successor d'Alcide.

III

Poi che dannato, ed al parente estinto

Pagò sue pene sostenendo esiglio,

A suo mal grado abbandonò Tirinto

Tlepolemo d'Alcide inclito figlio;

Molto per varia via spinto e rispinto,

Al fin Rodi abitar prese consiglio;

Quivi dal lungo error fermò suoi piedi

Gran genitor di numerosi eredi.

IV

Trascorre il tempo, e tra l'arene altieri

Diedero di virtute eccelsi segni,

E ne i giorni de l'ozio, e nei guerrieri

Di non usata gloria apparver degni;

Forti di braccio e sovra i piè leggieri

Rivolsero in stupor d'Elide i regni;

Fier lottatori, e fur sue glorie note

De gli aurei carri in raggirar le rote.

V

E quando il sole ad onorar s'accese

Rodi, ed il gran colosso a l'aria ella erse,

Corse la nobil gente a l'alte imprese,

Ed immensa ricchezza ivi disperse;

Da sì fatti avi Astidamante scese,

Nè giammai Rodi tralignar lo scerse

In bella pace da gli antichi onori,

E colse in guerra i più sublimi allori.

VI

Ma ne l'ore presenti infermo il fianco,

E tra le crespe scolorito il volto,

E curvo il tergo, e su le guancie bianco,

De la spada guerriera iva disciolto;

Or mentre affaticava il piede stanco,

Ver duo giovani figli il guardo ha volto,

Coppia, che 'n armi intrepida e sicura

Amava morte per l'amabil mura.

VII

Dicea: vecchiezza del morir vicina,

Non pure a guerreggiar le vie mi serra,

Ma questi omeri miei sì forte inchina,

Ch'altro non mi riman, che gir sotterra;

Voi de la patria a la mortal ruina

Siate sostegno, e travagliate in guerra,

Voi sprezzate animosi archi e ferite,

Ed ornate i begli anni, onde fiorite.

VIII

Mirate ben, che singolar bellezza

Nel vostro sangue onestamente splende;

Serva fia d'ogni barbara vaghezza,

Se per vostra virtù non si difende.

Quivi nobile ardir di giovinezza

Fervidamente in Telamon s'accende;

Ultimo fu di lor, che gli occhi aprisse

Nascendo al mondo; ei diè risposta e disse:

IX

Non s'apriranno i barbareschi arcieri

Quì dentro il varco; il lor sperar fia vano,

Noi s'apriran giammai; folli pensieri

Va nudrendo nel cor l'empio Ottomano;

Noi certamente di vittoria altieri

Pregi riporterem con nobil mano,

O ciascuno di noi caderà spento,

Carico il sen di cento piaghe e cento.

X

Memorabile ardir farà palese,

Che da te prole non uscì codarda.

Alza la madre, ove ciò dirlo intese,

Le palme al cielo, ed a sì dir non tarda;

Sieno, o beata, ne le tue difese

Questi innocenti, e sovra noi riguarda,

Madre di Dio, che 'l Creator lattasti:

Son vani al tuo voler tutti i contrasti.

XI

Com'ella tacque; e che la madre udiro

Mesta parlar su la stagion sì fiera,

Le vergini il bel volto impallidiro,

Qual vaga rosa che sfiorisce a sera;

Timide poi co' genitor sen giro

In verso il tempio a rinnovar preghiera,

Nè pigro Telamon con fier sembiante

Ove le trombe udia mosse le piante.

XII

E lo seguiva Alceo; ma su le soglie

E del palagio in su l'uscir l'aspetta

Col figlio in braccio la dolente moglie

Ben caramente del suo cor diletta;

Nè d'argento, nè d'or fregiate spoglie

Ella ha d'intorno; ella apparia negletta

Sì come il risco e la stagion chiedea;

E pur nei suoi dolor beltà splendea.

XIII

E lui mirando con l'usbergo intorno

Presto tra ferri a le battaglie estreme,

Riga di caldi rivi il viso adorno,

E tra sospir rompe le voci e geme;

Allor ferma i vestigi, e fa soggiorno

Con essa alquanto a consolarsi insieme,

E chiudendo nel petto Alceo la pena

In su la fronte i suoi dolor serena.

XIV

E le dicea: perchè la guancia oscuri,

E fai sì distillar gli occhi dolenti?

Omai son franchi de la patria i muri;

Non sospirar; dà la temenza a i venti;

Oggi fra casi lagrimosi e duri

Vedrai per terra gli avversarj spenti,

E de' Turchi superbi il fiero orgoglio

Farsi a' popoli d'Asia aspro cordoglio.

XV

Esser non può, che d'AMEDEO la spada

Non vinca, ed a bagnar l'ampia campagna

Sotto il suo braccio ogni Bassà non cada,

Sì del favor celeste ei s'accompagna;

Ma ben pote accader, ch'a morte io vada

E tra' nostri guerrier spento io rimagna;

Chè di valor cercando alma corona,

A nullo i rischi suoi Marte perdona.

XVI

E s'avverrà che ne la pugna io mora,

Vò che di questo core i preghi intenda,

Sì che nei manti vedovili ancora,

Del comune figliuol cura ti prenda;

E se 'l verace ardor, che m'innamora

Può sì, che la tua fede anco s'accenda,

Siedanti in mezzo a l'alma i desir miei,

Nè condurre al tuo letto altri Imenei.

XVII

Sì disse, e come de gli amanti è stile

Fuor de le ciglia sfavillava ardore,

E Cassinice più che mai gentile

Con questi detti fe' palese il core:

Se 'n Rodi al sangue tuo sangue simile,

E pari al tuo valor fosse valore,

Ben potresti temer, non da te sciolta

Mi dessi a l'altrui fede un'altra volta.

XVIII

Ma se de gli altrui mal non mai digiuna

Fia che la guerra a' miei desir ti tolga,

Al mondo non riman sembianza alcuna

Di peregrino merto, ov'io mi volga;

Tolta da gli altrui guardi, in vesta bruna,

Sarà stanza d'orror che mi raccolga,

In cui sempre di te rivolta al nome

Spoglierò 'l capo mio di queste chiome.

XIX

Giuro la fiamma di quel sol superna,

Che tutte di quaggiù l'opre rimira,

Giuro di Dio la forza alta ed eterna,

Onde ei già fu creato, onde ei si gira,

D'Alceo vivrommi, e non sarà ch'io scherna

La giusta fede, che 'l tuo cor desira;

S'altro chiudi nel sen, fammelo aperto;

Di questo, onde mi preghi, esser dei certo.

XX

A questi detti Alceo soggiunse: avvegna

Che debba oggi Ottoman perder suo vanto,

E mirarsi atterrar ciascuna insegna,

Di forza ha l'asta d'AMEDEO cotanto,

Par tuttavia, che paventar convegna

Non trovi un giorno Rodi ultimo pianto,

E sotto Turchi non trabocchi al fine,

Sì l'armi impetuose ella ha vicine.

XXI

Donna, se di mia scorta il Ciel ti priva,

Cresci l'unico erede; indi lontano

Fuggi, e di Rodi il precipizio schiva,

Ben certo a i guardi del giudicio umano;

Italia cerca, e de la Dora in riva

Riposa il piè su l'ammirabil piano,

Ove sotto buon scettro a ciascuna ora

Il valor cresce e la virtù s'onora.

XXII

Sì parla, e 'n braccio da la madre prende

Il caro germe; ed ei rivolto al lume,

Che da l'elmo paterno intorno splende

Pargoleggiando ne trattò le piume;

Alceo lo bacia, indi a la madre il rende:

E non è, disse, di fanciul costume

Trastullando affisar ferri sì tersi;

O ce lo guardi il ciel da' casi avversi.

/*

XXIII

Fornito il favellar, cinto di brando

Così sen va, ch'a pena segna il suolo;

Falcon men pronto alza le ciglia, quando

Il buon maestro gli discioglie il volo;

Rimansi Cassinice, e sospirando

Giù per le guancie ella rinversa il duolo,

E fin ch'appare intentamente il guarda,

Poscia a le stanze ritornar non tarda.

XXIV

In tanto de le trombe al suono acuto,

Sì tosto che di Febo è sorto il lume,

Folco dei fieri acciar non fa rifiuto,

Intrepido de' vecchi oltra il costume;

Copre di nobil'elmo il crin canuto,

Cui sopra fan cimier candide piume,

Onde scosse da l'aure a l'altrui vista

Non più vaghezza, che terror s'acquista.

XXV

Occupa il colmo, e tra le penne ascosa

Siede sirena a riguardar tranquilla;

D'ambo i lati sul mar sorge spumosa

Fra mostri latrator Cariddi, e Scilla;

E l'aspre belve, e più la piaggia ondosa

Lunge di gemme e di tesor sfavilla,

E vibra intorno rai tra vampe accese

Di perle e di diamanti, altiero arnese.

*/

/*

XXVI

Portollo Armadio; ei de' ladroni avari

Già fu gran duce, e l'albergò Cirene,

Ove auree spoglie de' predati mari

Solea spiegar su le sicure arene;

Folco scelto campion contra i corsari,

Vincitor di costui troncò le vene,

E diede i membri sparsi al mar profondo,

Ed alzò su l'antenne il teschio immondo.

XXVII

I legni armati, onde patì gran scempi

Per lungo spazio de' Cristiani il regno,

A Rodi ei trasse, singolari essempi

Ad infiammar l'altrui guerriero ingegno;

Le vinte insegne ei ne fe' dono a i tempi

Perchè di sua pietà fossero segno,

Ma l'alterezza de l'elmetto egregio

Appo sè riservò, come suo pregio.

XXVIII

Di questo armossi immantenente, e crebbe

La sembianza real col gran cimiero;

Poi diede ai braccio immenso scudo, e l'ebbe.

Dal Re che di Bizanzio avea l'impero;

Per favella mortal mal si potrebbe

Narrar di quel metallo il magistero;

Il buon Bronzin, cui di tale arte lece

Corre ogni allor, con ogni studio il fece.

*/

/*

XXIX

Porsenna in arme la città di Marte

Con numerose squadre ivi circonda;

Rompe i legami, e tra le guardie sparte

Viensene Clelia a la paterna sponda,

La magnanima vergine con arte

De la mano e del piè percote l'onda,

E sospende per l'aria il crin lucente,

E soggioga il furor del gran torrente.

XXX

Non lunge Orazio altier, perchè non cada

Sotto rio stuol di regnator perverso,

Solo sul ponte a la natia contrada

Scudo si fa contra il furore avverso;

Lui ricerca ogni lancia ed ogni spada,

In lui d'ogni arco è 'l saettar converso;

A lui vola ogni pietra, ed ei non teme

Piaga, nè morte, e formidabil freme.

XXXI

Tal fa lo scudo; ed a gli umani sguardi

Vibrare armi lo stuol, ch'ivi fremea,

Splendere il foco, trasvolare i dardi,

E il fiume in corso mormorar parea;

Poscia i suoi fidi ad arrecar non tardi

La spada fur, che 'n reverenza avea,

E cui sacrò con venerabil mano

L'alto, che pastor siede in Vaticano.

*/

/*

XXXII

Così guarnito ei fa mirarsi, ed erra

Dintorno, e vangli i cavalier da lato;

E tuttavia de la rinchiusa terra

Di bellicose trombe udiasi il fiato;

Ne l'ora stessa a rinnovar la guerra

AMEDEO sorge, e si dimostra armato;

Fangli dintorno i cavalier corona;

Ei saluta cortese, indi ragiona:

XXXIII

Guerrier sacrati; e tu di Rodi al regno

D'armi altiero maestro e di consiglio,

Ecco a' cenni di te pronto ne vegno

Or che s'innalza il bel mattin vermiglio;

Di salde torri io non vo' far sostegno

A nostra speme nel mortal periglio,

Nè trar da larghe fosse io voglio scampo,

Anzi pugnar per la vittoria in campo.

XXXIV

Or chi sofferse guerreggiando offesa,

Rimanga, ed esca la robusta gente

Meco a pugnar ne la sì pia contesa;

Dio sovra i suoi rimirerà clemente,

Risponde Folco; e qual sublime impresa

Non fia la destra a terminar possente,

Da cui per duri oltraggi aspra vendetta,

E Rodi in don sua libertate aspetta?

*/

XXXV

Indi a' suoi duci egli parlò: prendete

Ciò che di forte in Rodi oggi dimora

Per mover guerra, e nel gran pian scendete,

Che de gli assalti omai vicina è l'ora;

Altro dirvi non deggio, usi voi siete

A la virtù, che vostri nomi onora;

Ed io, sì come è degno, ho da provarmi

Con esso voi nel grande orror de l'armi.

XXXVI

Mentr'ei così dicea, scorge un scudiero

Per lui tener gran corridore a freno,

Che da le nari spande il fiato altiero,

E col ferrato piè zappa il terreno;

E dice: in questo giorno odio il destriero,

E vo', ch'ognun di voi l'odi non meno,

Instrumento di fuga; i nostri schermi

Siano le man ben pronte, i piè ben fermi.

XXXVII

Allor seicento ivi rauna appena

Il buon Velasco; e 'l successor d'Enrico

Brisacco novecento altri ne mena;

E de l'armi turchesche aspro nemico

Mille a sua voglia Astor Baglione affrena.

In vece de l'Orsin; Lancastro antico

Con picciol schiera de le porte ha cura,

E stassi Ottario a custodir le mura.

XXXVIII

Nè su le piume risonare intorno

Sentono d'arme i coraggiosi inviti,

Che dentro i valli al ritornar del giorno

Tornano a l'armi i sagittarj sciti;

Corrono entro il reale ampio soggiorno

I duci sommi a la sembianza arditi,

E stanno avanti ad Ottoman, ch'ardente

Armi dimanda indomito, fremente.

XXXIX

Altri il busto real d'ostro, che splende

Chiaro più tra' Fenici, umil circonda

Sì che dal collo in sul ginocchio scende,

E d'aurei fregi, e di gran gemme abbonda;

Altri l'ostro superbo a cinger prende;

Indi la spada, onde di sangue immonda

Corse per l'Asia ogni riviera, ed anco

Onde Rodi tremò, gli appende al fianco.

XL

L'acciar temprossi ne la Siria terra

Con lungo studio, e tra' miglior si scelse;

E d'oro, e di diaspro ove ei si serra,

Diaspro, ed or per nobile arte è l'else;

Poscia su l'elmo, alto ornamento in guerra,

Penne di più colori ergono eccelse,

Penne, cui rimirar senza paura

Alma di cavalier non è secura.

XLI

Tra le superbe piume aspro minaccia

Guerrier centauro di piropo acceso,

Che col vigor de le robuste braccia

Saetta strai sul fulgido arco teso;

Sì nobile arme sotto il mento allaccia,

Onde ne vada il capo altier difeso,

Indi ampio scudo gli si porge al fine,

Che 'n temprarsi stancò regie fucine.

XLII

Saldi diamanti al lucido orlo intorno

Splendeano ardenti, e dentro lor rinchiusa,

Dorato mostro e di gran gemme adorno,

Vedeasi atroce minacciar Medusa;

Acciar sì forte e sì pomposo il giorno

De' maggior rischi rivestirsi egli usa;

Però con questo a le dubbiose prove

Contra AMEDEO fuor de la tenda or move.

XLIII

Pronto è 'l destriero, ed ei feroce ascende

Sovra il dorato arcion d'un leggier salto;

Ed il buon corridor tutto s'accende,

Che 'l Re conosce, al sanguinoso assalto;

Rivolge il guardo minaccioso, tende

L'orecchie, sbalza i piè ferrati in alto,

Alza i nitriti, e di canuta spuma

Il morso imbianca, e da le nari ei fuma.

XLIV

Leardo era di pel, gli estremi crini

E la gran coda colorito a nero;

Aquila in cielo, e per lo mar delfini

Seco perdeano in divorar sentiero;

Fulmine ei si dicea fra' Saracini;

Crebbe a l'onda d'Eufrate, Armeno impero

E per uso di Regi indi ritolto,

Splendea fra gemme a meraviglia involto,

XLV

Perla, che già nel sen l'Indo Oceano

Nudrì più scelta, ove riponsi il piede

Orna la staffa, e fiammeggiar lontano

Fra lampi di smeraldo il fren si vede;

D'oro è la sella, e per industre mano

Di rubin sparsa, cui terribil sede

Il gran tiranno, e co' più rei sembianti

Così grida i Bassà ch'avea davanti:

XLVI

O non nati per l'armi a cinger spada,

Ma sotto sferze a travagliare un remo

In duri ceppi, ora ciascun sen vada,

E conti altrui, s'io sbigottisco e tremo;

Io sol vo' farmi a Rodi oggi la strada,

Io sol provarmi nel periglio estremo;

Toglietevi di mano ed archi e strali:

Ah lacci poco essercitati e pali!

XLVII

Indi sen esce, e sul gran pian comparte

L'ordin de la battaglia; al manco lato

Pon Turacano, al destro il fier Giassarte;

Bostange al mezzo, e 'l fiero Alcasto ha dato,

I cavalieri a l'una e l'altra parte;

Così comanda, e ne l'acciar gemmato

Sul gemmato destrier lunge risplende,

E gli stuoli schierati a guardar prende.

XLVIII

Volgesi or quindi, or quinci, e d'ogni tromba

Onor gli fan le Saracine genti,

Sì che la terra intorno, e 'l ciel rimbomba,

E rimbombano in mar l'onde frementi;

Ed ei sen va, qual di selvosa tomba

Esce antico leon, ch'or vibra i denti,

Or spiega l'unghie, se ruggito ei traggie

Tremano i monti, e le cinisie piaggie.

XLIX

Ed ei dicea: fedeli, il cui valore

Ha tanti in Asia empi tiranni oppressi,

Che dansi a vostra man pregi d'onore

Per alcun tempo a nessun mai concessi,

A nove glorie rivolgete il core,

Eccovi innanzi i Rodiani istessi

Che più volte da voi sconfitti furo

Pur su questa campagna e su quel muro.

L

Nè d'AMEDEO cura vi prenda, io solo

A quella destra foltamente ardita

Darò gastigo, o fuggirassi a volo,

O perderà la temeraria vita;

Vuò, che 'l veggiate palpitar sul suolo

Sotto il dolor de la mortai ferita,

E vi sia gioco sorridendo il vanto,

Che dentro Rodi il fa prezzar cotanto.

LI

A sì feroci detti il varco apriva

Giocondo in volto, e d'ogni intorno egli erra;

E dovunque sul campo egli sen giva,

Nessun le labbra a le sue glorie serra:

Viva Ottoman, nuovo Alessandro, viva

La spada sua, ch'ha da domar la terra,

Monarca altier, soggiogator de' Regi,

Che 'l sommo Dio sovra ciascuno il pregi.

LII

Così gridaro, ed oltra Rodi intesi

Ben lunge i gridi fur, tanto gli alzaro,

E tutti il petto a la vittoria accesi

L'ozio via men, che la battaglia han caro;

Già tirano le corde a gli archi tesi,

Ed a le spade d'affilato acciaro

Han le man sovra gli elsi; ogni asta è scossa,

Ed è presto ogni piede a prender mossa.

LIII

In tanto Folco in belle spoglie ardente

I suoi seguaci a ben disporre attende;

Ei li congiunge a ripa, ove un torrente

Tra sassi dissipati aspro discende;

Quivi lo stuol de la non molta gente

A' Turchi in fronte quanto può distende;

Sta Spagna al destro, Italia al lato manco,

E nel mezzo ripone il popol franco.

LIV

Ed allora AMEDEO pronto soccorso

Porge con note di sublime ardire:

Incliti cavalier, volgete il corso

Contra quegli empi, e saziate l'ire;

Petto non volgeran, che 'l dì trascorso

Ciascuno apprese a sol dover fuggire;

Spengasi omai l'aspro Ottoman, lui vinto

Casca de l'Asia ogni potere estinto.

LV

Il forte acciar, che vi fiammeggia in mano

Non pur quì lascerà Rodi sicura,

Ma sgombrerà di doglia il gran Giordano,

Ma farà franche di Sion le mura;

Quale in battaglia a l'ardimento umano

Fu proposta giammai simil ventura?

Su, che n'aspetta di Sion sul monte

Celeste lauro a coronar la fronte.

LVI

Mentre dicea, da le belle armi intorno

Spargeasi incendio di divin fulgori;

E qual di tersi raggi Espero adorno

Appar nel grembo de' notturni orrori,

Tale apparia; ma ripensando al giorno

Ove in guerra ei versò tanti furori,

Gelano i Turchi in rimirarli, e sanno

Ben divinarsi il non lontano affanno.

LVII

Ma le parole, e de' lor duci i volti,

E del grande Ottoman gli alti sembianti,

E cotanti stendardi a l'aura sciolti,

E 'l suon de l'armi, e de le trombe i canti,

Possono sì, ch'a la temenza tolti

E fanti e cavalier spingonsi avanti,

Nè sul campo i Cristiani han tardo il piede,

E già fra loro il suoi sparir si vede.

LVIII

Oltra misura coraggiosi e crudi

Par che con ali a piè ciascun s'affretti;

E nel primiero incontro urtansi scudi,

Percotonsi corazze, apronsi elmetti;

E quinci insanguinando i brandi ignudi

Sforzansi penetrar per entro i petti

Profondamente, e ne la furia immensa

Ciascun minaccia, e sul morir non pensa.

FINE DEL XII CANTO.

ANNOTAZIONI

AL CANTO XII.

In quattro parole ne ha racchiuso l'argomento il Poeta medesimo: «Nel

XII fassi battaglia fra Turchi e fra Rodiani.»

Nella st. 28 per indicare l'Imperatore di Costantinopoli, si dice--il

Re che di Bisanzio avea l'impero--Spiace al Cav. d'Urfè questo titolo

di Re dato ad un Imperatore, dicendo che i titoli si possono

accrescere, non già scemare; ma è censura troppo sottile; nè un canto

poetico è un diploma.

Meno spregevole è l'osservazione che siegue: «Les armes d'Ottoman sont

descrittes trop au long et les choses qu'il y met ne sont d'aucune

substance pour le poeme, estant presque touttes des fables et choses

assez triviales.» Per altro nella stampa, la descrizione delle armi

non empie quattro stanze, e perciò non può dirsi troppo lunga; e se

non è di sostanza, è d'ornamento al poema. È vero che anche il cavallo

e gli arnesi che il coprono e l'adornano, hanno qui la propria

descrizione; ma questa similmente è breve, e i versi sono bellissimi.

Aggiunge il critico una più severa osservazione, che daremo

succintamente, perchè il poema stampato in questa parte sembra non

rispondere esattamente al manuscritto esaminato dal Cav. d'Urfè.

In primo luogo trova esser contrario ad ogni principio dell'arte

militare il rappresentar Folco, comandante della piazza stretta

d'assedio, che ne esce fuora a ordinare le schiere per la battaglia

campale. Ed è verissimo, comunemente parlando, che il comandante

supremo d'una piazza non esce in persona; ma chi ne assicura che tal

regola non possa avere le sue eccezioni? E parmi che qualche esempio

se ne legga nella guerra del 1813.

Rimprovera in secondo luogo al Poeta, che faccia restare la città di

Rodi _quasi priva_ di difensori; ed anche in questo trova giustamente

un errore d'arte militare; ma nella stampa non si vede quest'abbaglio

così manifesto, come forse appariva nel testo a penna.

Finalmente; non sa darsi pace il censore veggendo due o tre mila

cristiani presentar battaglia a 74 mila ottomani. Ma i poeti fanno di

questi prodigj, e de' maggiori: e poi, non è nuovo che pochi drappelli

d'europei abbiano l'audacia di venire a cimento con eserciti

d'orientali. La storia della Grecia antica può servire d'esempio. Ed

anche si vuol notare che i cristiani erano stretti dalla necessità ad

accettar la pugna; e che la vicinanza della città di Rodi gli

assicurava in qualche modo, coprendo un lato del loro piccolo

esercito; e offerendo un luogo di ritirata in caso di sventura.

Amedeide: Poema eroico · 第 11 / 22 章